“Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, Paolo Rumiz

Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.

Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.

Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.

Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.

Storia e social network

Sintesi: I social network sono ormai diventati dei fondamentali attori nel mondo contemporaneo. La loro influenza, sempre più profonda, non riguarda soltanto il campo dell’informazione, ma si estende anche ad altre discipline, come la storia. Purtroppo, per loro natura, i social costituiscono un terreno fertile per complottismi e revisionismi vari. È dunque fondamentale, anche per gli storici di professione, non sottovalutare la questione e cercare di predisporre gli adeguati rimedi.

1. Premessa

Negli ultimi anni, si è discusso parecchio dell’impatto travolgente dei social media nel campo dell’informazione e della politica, soprattutto a seguito di alcune votazioni il cui esito è stato sensibilmente alterato dalla diffusione online di slogan e notizie false. Da fenomeno di costume apparentemente innocuo e frivolo, queste piattaforme virtuali si sono presto affermate quali rilevanti attori del mondo contemporaneo, come testimoniato dalla nota vicenda dell’ex presidente statunitense Donald Trump, il cui profilo Twitter è stato rimosso dopo il controverso assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021. Le polemiche sorte sull’opportunità di una simile censura, così come l’idea stessa che un profilo Twitter potesse fungere da canale “insurrezionalista” in una nazione come gli Stati Uniti d’America, sono tutte prove eloquenti dell’importanza conquistata nel tempo da questi mezzi di comunicazione.
Con specifico riferimento al nostro Paese, i dati di un recentissimo rapporto Censis sull’informazione, datato 26 luglio 2023, hanno evidenziato che il 64,3 % degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, mentre il 19,2 %, ovvero poco meno di 10 milioni di nostri connazionali in valore assoluto, si affida esclusivamente alle fonti online. Sommando le due percentuali, si raggiunge l’83,5 % di italiani che usano il web per tenersi aggiornati su politica e attualità, contro un 9,9% (circa 5 milioni di persone) che si affida esclusivamente a televisione e riviste e un 6,7% che dichiara di non informarsi affatto. Numeri imponenti che, ovviamente, crescono di anno in anno.

2. L’impatto dei social sulla storia

Tuttavia, l’influenza di Twitter (ora X), Facebook e affini non si ferma certo alla politica o all’informazione sui fatti d’attualità, ma è ben più vasta, includendo diversi settori e discipline, con effetti spesso distorsivi. Uno degli ambiti disciplinari più colpiti è senza dubbio la storia. Miriadi di persone, infatti, in modo più o meno disinteressato, pubblicano e condividono sui social contenuti a tema storico. Negli ultimi quindici anni, la cosiddetta public history, ovvero l’attività di ricerca e divulgazione storica svolta fuori dall’ambito accademico, ha visto allargarsi notevolmente la propria platea, con rilevanti conseguenze sulla percezione di eventi e personaggi storici da parte del grande pubblico. Il potenziale raggiungimento di un elevato numero di persone, se a prima vista può apparire come un traguardo auspicabile per una materia spesso ritenuta appannaggio di pochi addetti, presta però anche il fianco a teorie complottiste e revisioniste, che trovano facile preda in migliaia, per non dire milioni, di soggetti sprovvisti dei necessari “anticorpi”.

A favorire questo rischio è la natura stessa dei social e il modo in cui essi veicolano i loro contenuti. Tanto per cominciare, questi spazi virtuali non sono adatti ad accogliere la complessità. I post pubblicati, infatti, per non perire dinanzi all’enorme concorrenza, devono essere accattivanti, semplici e immediati. Meglio ancora se suggestionano il destinatario, solleticandone la fantasia, o se confermano i suoi stereotipi e le sue idee. Con riferimento ai contenuti a carattere storico, tutto ciò si traduce nella divulgazione di verità superficiali, per non dire di veri e propri falsi, presentati senza l’adeguata contestualizzazione, e naturalmente, senza l’indicazione della fonte di riferimento, che spesso è travisata, se non inesistente o inventata di sana pianta. Si configura così una dimensione comunicativa sterile, ingannevole e aproblematica, dove proliferano falsi e discutibili interpretazioni del passato, il cui fine più ricorrente, anche se non dichiarato, è quello di avvalorare una visione politica a scapito di un’altra. La distorsione che si produce in questi casi è duplice: la prima, evidente, colpisce la veridicità di quanto rappresentato. La seconda riguarda i canoni di giudizio utilizzati, in quanto, il più delle volte, si pretende di giudicare la storia con i criteri del presente. È il cosiddetto “presentismo” (malattia tipica della nostra epoca), lo stesso che nel 2020, sulla scia del movimento Black Lives Matter, portò all’abbattimento di decine di statue tra Stati Uniti e Regno Unito. In generale, la superficialità dei contenuti e la loro natura prettamente funzionale rispetto a questa o quella idea politica minano la spazio per la riflessione e il dibattito, quando invece la cultura umanistica ha sempre chiesto tempi lenti e basi solide, necessari per la comprensione di un concetto o di un evento.

Si potrebbe obiettare che spetta al singolo individuo scegliere quali contenuti visualizzare e che figurarsi l’utente medio del web come uno sprovveduto in preda a fabbricatori di menzogne è tutto sommato ingeneroso. Le modalità di funzionamento dei social e alcune statistiche recentemente raccolte ci suggeriscono però i contorni di una realtà differente.

Con riferimento ai contenuti e alla loro visualizzazione, occorre specificare che sui social network un utente non seleziona sempre gli articoli e le immagini che gli appaiono sul dispositivo, anzi, la maggior parte di essi gli capitano davanti agli occhi oltre la sua volontà. Il caso più comune è quello dei post condivisi da un contatto. Facciamo un esempio: Tizio, ogni volta che accede al suo profilo facebook, viene bombardato di post del suo amico Caio sulla pretesa origine aliena delle piramidi di Giza e sulla cosiddetta “teoria degli antichi astronauti” (resa celebre dal film di fantascienza Stargate del 1994).

Altra casistica, non trascurabile, è quella dell’“algoritmo”, ovvero di quel meccanismo in forza del quale il social network suggerisce all’utente pagine, gruppi e notizie per affinità. In altri termini, sulla base delle ricerche e delle visualizzazioni più frequenti del navigatore, la piattaforma propone una serie di contenuti ulteriori che potrebbero interessarlo. Non è ben chiara la modalità di funzionamento dell’algoritmo, i cui esiti, talvolta, possono essere paradossali. Resta il fatto, comunque, che anche per questa via l’attenzione dell’utente è indirizzata su articoli e immagini da lui non scelti. Ad esempio: Tizio è un grande tifoso del Napoli, e Facebook, quindi, per associazione, comincia a suggerirgli post della pagina Identità partenopea, dove si parla di “invasione nordista del Sud” e di “genocidio del popolo meridionale” perpetrato dai Savoia.

Entrambi gli esempi delineati mettono in luce il rischio che il nostro utente “Tizio” – il quale, con tutta probabilità, non si sarebbe mai sognato di informarsi su certe questioni – cominci a credere a quanto legge sui social su quegli stessi argomenti, figurandosi invasioni aliene nella preistoria, di cui non esistono prove, o pretese pulizie etniche, in realtà mai avvenute.

Purtroppo non ho rinvenuto sondaggi sulle bufale in campo storico, in particolare su quanto esse siano frequenti e sul numero di soggetti sui quali possano fare presa. Si tratta, dopo tutto, di un terreno poco esplorato e che attende un maggior approfondimento. Dobbiamo pertanto accontentarci, per analogia, delle statistiche raccolte in materia di fake news, con la dovuta premessa che le percentuali che andremmo a esporre, pur non potendo essere trasposte tout court ai falsi storici che girano online, appaiono comunque utili in quanto offrono un ottimo indicatore e un interessante metro di paragone.


Ebbene, stando al già citato rapporto Censis del 26 luglio 2023, il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze necessarie per riconoscerle e il 61,1% pensa di averle solo in parte. Soltanto una minoranza del 18,7% ritiene con certezza di essere in grado di riconoscere immediatamente una notizia falsa.
Volendo semplificare al massimo, vi sono più di tre italiani su quattro che si dichiarano in difficoltà davanti a una notizia, o perché non hanno alcun mezzo per comprendere se si tratti una bufala o perché si ritengono almeno in parte sprovvisti delle conoscenze necessarie per stanare un falso.
In ambito storico, è ragionevole pensare che le percentuali siano simili, se non più alte, considerata la scarsa abitudine del cittadino medio con il metodo storico e le sue regole.

D’altro canto, le teorie revisioniste e complottiste sono molto affascinanti e possono catturare nelle loro maglie anche persone con un buon livello di cultura. Sia ben chiaro: non si vuole qui negare che la storia abbia conosciuto dei complotti, o affermare che il revisionismo sia necessariamente un male da rifuggire. È anzi vero il contrario: è innegabile che nei secoli ci sono state diverse congiure, così come è evidente che rivisitare un fatto storico, scoprendone nuovi particolari e fornendone interpretazioni alternative, è forse il succo stesso della storiografia, che altrimenti rimarrebbe fossilizzata nelle sue conclusioni e chiusa a ogni nuovo studio o ricerca. I fenomeni rispetto ai quali occorre stare in guardia sono una stortura, un’estremizzazione delle due tendenze sopra descritte.
Nel caso del complottismo, l’eccesso consiste nel partire sempre dal presupposto che la versione “ufficiale” sia falsa e costruita ad arte per ingannare le masse. “La storia è scritta dai vincitori” diventa un vero e proprio mantra, una sorta di credo che porta chi lo professa a negare a priori affidabilità alle tesi più affermate in seno alla comunità accademica, descritta come pigra o asservita al governante di turno. Tratti tipici del complottismo sono il vittimismo (i complottisti si ritengono infatti vittime dei cospiratori o quanto meno solidali con chi, in passato, ne avrebbe subito gli abusi) e l’immunità di fronte a qualsiasi prova fattuale contraria (la convinzione ideologica dei complottisti è talmente forte da non ammettere dimostrazioni di segno opposto e da non richiedere prove).
Il revisionismo, dal canto suo, presenta delle forti analogie con il complottismo. Potremmo dire che una tesi revisionista non è necessariamente complottista, ma il più delle volte una teoria del complotto è revisionista. Lo storico Luca Falsini ha individuato due caratteri ricorrenti di quella che lui definisce la “degenerazione revisionista”, distinguendola dal revisionismo “sano”, che nasce da ricerche originali e documentate: la prima è il continuo ripetersi di storie negate e rimosse, la seconda è il rifiuto pregiudiziale della complessità.
Tanto il complottismo, che pretende di spiegare i mali odierni con presunte congiure del passato, quanto la “degenerazione revisionista”, fatta di asserite verità taciute o nascoste, infestano i social network, e ciò sia per il loro alto grado di suggestione, sia per la loro immediatezza e semplicità, contro la complessità e la varietà della realtà storica.
È provato, inoltre, che le teorie revisioniste ottengono molti più clic di quelle “ufficiali”, e come sappiamo, sui social si vive di visualizzazioni e condivisioni. La verità storica finisce così, suo malgrado, per inchinarsi al clickbait, con buona pace delle fonti e di chi cerca di valorizzarle adeguatamente.

3. Opportunità e soluzioni

Considerato l’impatto dei social sulla visione storica generale, è evidente che il fenomeno nel suo complesso non può essere snobbato né tanto meno ignorato. In altri termini, per gli storici sarebbe un errore imperdonabile chiudersi nella proverbiale torre d’avorio e continuare ad operare come se il mondo non fosse cambiato rispetto a trent’anni fa. Un simile agire, infatti, significherebbe lasciare strada libera a bufale e menzogne, con il rischio che le stesse si facciano senso comune, divenendo impermeabili anche alle ricerche più serie. Le modalità tradizionali di pubblicazione e diffusione non devono essere abbandonate. I saggi storiografici, con le loro note, sono uno strumento imprescindibile per offrire una corretta informazione sugli eventi passati. A tali modalità, tuttavia, vanno necessariamente affiancati nuovi strumenti, che consentano una divulgazione efficace anche sul web e in particolare sui canali social. Come sottolinea lo studioso Francesco Filippi nel suo recente lavoro Guida semiseria per aspiranti storici social (Bollati Boringhieri, 2022), il nuovo storico deve saper stare online e in particolare “comprendere dove e come nascono i dibatti social, saperne misurare l’ampiezza e l’impatto, comprendere i modi e i luoghi di rilascio di una fonte online, saper comunicare con un linguaggio adeguato ricerche, interpretazioni, opinioni. A conclusioni simili giunge anche lo storico Luca Falsini, nel suo saggio La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli Editore, 2020), laddove afferma che gli addetti ai lavori devono lavorare “sul linguaggio, sullo stile e sulla struttura dei testi”, imparando “l’uso di fonti meno consolidate , come la fotografia, le fonti orali e le immagini.

Chiaramente, tale compito non può essere demandato ai soli storici di professione, che costituiscono una sparuta minoranza della popolazione. Chiunque coltivi una sincera passione per la storia dovrebbe impegnarsi nel tentativo di abbattere narrazioni fuorvianti, basate esclusivamente sul sensazionalismo e sulla suggestione, opponendo ad esse, con modalità comunicative efficaci, i risultati di serie attività di ricerca, preoccupandosi anche della loro citazione. Lo stesso web, peraltro, può venire in soccorso, con i suoi immensi archivi digitali a portata di mouse e la moltitudine di articoli e ricerche facilmente consultabili. Occorre, dunque, che si instauri una sorta di fact checking anche in ambito storiografico, con la puntuale smentita online di falsi storici virali.

Una soluzione da portare avanti parallelamente consiste nella sensibilizzazione all’interno delle scuole. Durante l’insegnamento della storia, i ragazzi dovrebbe essere allertati contro la disinformazione e le teorie del complotto. Il metodo più efficace per limitare l’espandersi di teorie false consiste infatti nell’insegnare a riconoscerle. Dopo tutto, gli schemi narrativi e i meccanismi tipici di certe teorie tendono a ripetersi. Agire d’anticipo, in via preventiva, è dunque fondamentale per formare nuovi adulti più resistenti alle favole e alle falsità che abbondano sui social network.

Bibliografia e sitografia

– Censis, Disinformazione e fake news in Italia, rapporto del 26 luglio 2023
– Marco Brando, Parlare di storia nell’arena del web, 24 febbraio 2023
– Luca Falsini, La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea, Donzelli Editore, Roma, 2020
– Francesco Filippi, Guida semiseria per aspiranti storici social, Bollati Boringhieri, Torino, 2022
– Daria Grimaldi, Social media e teorie del complotto: perché si diffondono e come vaccinarsi, 14 marzo 2021

“Cos’è il supermercato”, articolo Domenica del Corriere 19 ottobre 1958

Questo interessante articolo di costume apparso sulla Domenica del Corriere del 19 ottobre 1958 (n. 42) descrive una delle grandi novità dell’epoca: il supermercato. Arrivato dagli Stati Uniti nel dopoguerra e comparso inizialmente nelle principali città italiane, verso la fine degli anni Cinquanta il supermercato annunciava di diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vincendo lo scetticismo di quanti credevano che questa modalità di vendita non potesse attecchire in Italia. La vastità dell’offerta, il prodotto preconfezionato, l’assenza di un commesso con cui trattare quantità e prezzo sono le più rilevanti innovazioni portate dal supermercato, il quale si presenta subito come una “lusinga irresistibile” per i consumatori italiani. Non manca tuttavia l’altra faccia della medaglia: il supermercato – ci avverte l’articolista – è anche una grande trappola ingegnata per farci spendere quando in realtà non ne avremmo bisogno.

“Cos’è il supermercato” (articolo di Marisa Mazzini, disegno di Ugo Guarino)

Supermercato” è quel negozio di alimentari e drogheria dove i clienti si servono da sé. E’ una invenzione americana. In Italia per ora esistono supermercati a Milano, Roma, Salerno. Se ne aprirà presto uno a Napoli. Negozi-pilota a semi “self-service” o a “self service” completo o anche di tipo tradizionale, ma con “vendita visiva”, si aprono ad Arezzo e Macerata in questi mesi. Già ne esistono a Milano, Vicenza, Treviso, Padova, Bologna e Genova.

Il supermercato è la soluzione moderna del “mercato” di generi alimentari e di drogheria, il riassunto di cinque o sei negozi: macelleria, latteria, pescheria, drogheria e fruttivendolo. Un sistema nuovo di fornirsi e di vendere: il self-service, cioè l’acquisto che si fa senza commesso. Il prodotto preconfenzionato e prezzato.

Supermercato, lusinga irresistibile. La signora un po’ snob, spingendo il carrello per la lunga corsia del supermercato si sente “tanto America”, il marito che ha la moglie al mare si sente finalmente a suo agio, la massaia, dimenticate le abitudini per la curiosità, pensa quanto può risparmiare e ritorna.

Quando, alcuni anni fa, si cominciò a parlare di supermercato, e di self service, ci fu chi disse, aggiornata la frase: “e ora inventateci i clienti. Saran cose che piacciono in America. Noi non siamo macchine per comprare. Chi rinuncia a tirare sul prezzo?”.
Individualisti come siamo, accontentarci non è facile. In Italia si producono 170 tipi di pasta, per fare il primo esempio sottomano. Il supermercato però non ci “pianifica”. A partire dai più piccoli, 400 metri quadri, ai più grandi, 800 metri quadri, i supermercati vendono dai 1200 ai 2500 articoli. Una vera città del consumo. Ampio è quindi il campo delle preferenze e delle scelte. Diversi, l’uno dall’altro, i clienti.

All’apertura di un supermercato milanese c’era una ressa da “prima”. Un incaricato regolava l’accesso. Sulle “gondole”, banchi che stanno in mezzo al negozio, come le loro omonime del mare, la prima abbondante suggestione offerta dai coloratissimi prodotti di richiamo, divertenti e inutili, i prodotti “civetta”. Irresistibile nei trasparenti vasi di vetro, il più incredibile stock di marmellate, frutta sciroppata, macedonia. Affollata la cassa, dove sostavano, in attesa del controllo, massaie e carrelli. Ognuna dava un’occhiata nel carrello dell’altra trovando un alibi per il suo così pieno. Una donna, nell’uscire, rifaceva a fatica la somma di numeri. Era la prima volta. Vinta, con fiducia del conto esatto, del prodotto di marca, dell’igiene e della conservazione, perfetta l’ultima perplessità, sarebbe ritornata.
Una volta entrata nel labirinto del supermercato, data la prima diffidente occhiata, comincia la curiosità. Tanto vedere non costa niente. Tutto contribuisce a farlo credere. Invece non è proprio così.

Una recente inchiesta americana ha messo in luce cose insospettate. La gente non acquista perché ha veramente bisogno di una cosa, ma perché una cose le piace. In una parola, la vendita è affidata all’istinto compulsivo: è emozionale. Stabilito questo fatto, psicologi e maghi della pubblicità si allearono per far comprare anche le cose inutili, per creare nuovi bisogni, accrescendo le suggestioni visive, rendendo più bello ogni oggetto, colorandolo, dando al colore una potente carica ipnotica. L’imballaggio divenne una scienza.
Abolita la “conta dei nasi”, ovvero la ricerca dei gusti del pubblico attraverso la statistica, si cercò di “emozionare” gli oggetti, di farli “vedere”. Da questo momento la lista della spesa cominciò a comprendere voci impreviste. Un bel giorno, da una inchiesta fatta dalla Dupont, risultò che solo una donna su cinque entrava al supermercato con la lista della spesa in mano. Tutte le massaie però, con lista o senza, trovavano il modo di riempire il loro carrello. Che cosa stava succedendo? La relazione rispose: sette acquisti su dieci sono provocati da un impulso momentaneo. Senza avvedersene (ogni prodotto dice “prendimi”) tutte le donne compravano di più. Si trattava di stabilire la ragione delle scelte e a ragione delle preferenze. L’acquisto di cibi aromatici o dall’odore pungente o degli oggetti resi “voluttari” dal colore rappresenta il novanta per cento degli acquisti totali.
Una massaia americana, alla quale si chiese perché aveva comprato una data conserva, rispose ingenuamente: “perché mi piace la scatola”.

Un detersivo, appena lanciato sul mercato, era stato presentato in tre diverse confezioni per sondare le reazioni del pubblico: astuccio blu, giallo e giallo-blu. Solo l’ultimo ebbe successo. Ma lo straordinario della cosa sta nel fatto che le risposte furono concordi: “la scatola gialla rovina la biancheria, il detersivo della scatola blu è molto scadente”.
I colori che fanno vendere sono il rosso e il blu. Il rosso impressiona le donne, il blu gli uomini.
Il Color Research Institute, specializzato nelle confezioni di richiamo, prima di lanciare un prodotto nella città campione, lo sottopone a un preventivo test oculare, per accertare il grado di attrazione.
Nei supermercati italiani è però raro che i prodotti possano creare una massa di colore. Poichè il supermercato vende senza commessi, i prodotti devono raccomandarsi da soli. Però sarebbe controproducente, almeno per il momento, non includere le marche tradizionali ormai ampiamente reclamizzate dal tradizionale imballaggio.

Altra novità, almeno per l’Italia, è il self-service, “io mi servo da sola”. Solo una trentina di persone, comprese quelle addette alla confezione, formano il piccolo drappello dei venditori. Ed anche in questa apparente lusinga, dell’”entrate e guardate”, sta la chiave psicologica che apre abbondantemente i portafoglio del cliente. L’Italia, ultima arrivata, è al primo posto nella tecnica del self-service. Al pane, però, almeno per il nostro gusto di italiani, almeno, è irrimediabilmente negata una confezione standard.

Poichè l’esigenza della vita moderna è quella di far presto, il supermercato è il negozio di oggi, che offre la possibilità di comprare, col minimo spreco di tempo, tutto quanto occorre e soprattutto abolisce la “coda”.
Quanto tempo occorre per girare un supermercato? Pochissimi secondi, esattamente dieci. Però se ci riuscite siete bravi: mille lusinghe vi fermano ad ogni passo. E fermarsi significa comprare. Quindi lo scopo è quello di trattenere il cliente, di lasciargli sempre qualcosa da cercare. Per questo i banchi “seri” sono posti dietro i prodotti-civetta, in fondo al negozio, ampiamente reclamizzati dalla luce. Se carne, pasta, detersivi, olio, sapone, riso, frutta fresca, zucchero, sono messi troppo a portata di mano, diventa estremamente facile comprare solo le cose indispensabili, ed andar via. Invece sulla strada dell’uscita si frappongono, tra il cliente e la libertà, le “trappole del superfluo”.
Profusione di cioccolata, dolciumi di ogni tipo, salse, pop corn, germogli di grano per il tipo salutista, crakers che non ingrassano di un grammo, creme da spalmare sul pane, torte e sottaceti, caviale e coca-cola.
Non si trascura il comfort, offerto dall’aria condizionata, da una leggera musica di fondo, da un dispositivo per tenere il bambino davanti al carrello della mamma.

Ad ogni Paese, ad ogni città il suo supermercato. I nostri supermercati sono certamente diversi da quelli americani, dove, per esempio, c’è l’usanza di fare la spesa una volta la settimana, per l’enorme abbondanza di frigoriferi. Novantacinque donne su cento lo posseggono. I supermercati americani sorgono in periferia, e davanti vi è un grande parcheggio di macchine perché tutti comprano moltissimo. In Svezia, precisamente a Stoccolma, vi è un supermercato di prodotti di lusso. In Svizzera, come già a Milano, i supermercati sono collocati nei sotterranei dei grandi magazzini.
In Italia, dove i supermercati sono una novità di questi ultimi cinque anni, essi sono ancora “arroccati”, in numero limitato, nelle grandi città. Milano ne possiede sette e arriverà ai dieci alla fine di questo anno. I primi sono stati istituiti a Roma. Anche una città del sud, Salerno, ha il suo supermercato. Se però non tutte le città si possono giovare di questa nuova maniera di vendere, nelle città di provincia si stanno sviluppando negozi pilota a self-service o a semi self-service, per sondare, nel luogo, la possibilità di aprire un supermercato. Così si è fatto a Genova, a Bologna, a Cesena, dove è stato aperto un supermercato sperimentale durante la Fiera. Un sondaggio nell’opinione pubblica dei consumatori e dei visitatori di questo supermercato dimostrativo ha dato risultati interessanti. Intanto si è rilevato che, almeno in provincia, vi è tendenza a fare gli acquisti in generi alimentari giornalmente. Il grande interesse è rilevabile dall’affluenza di visitatori: diecimila al giorno.

Interrogati i visitatori sul maggior pregio che trovavano nel supermercato, 264 su 285 intervistati risposero di preferirlo per il self-service, altri perché il supermercato vende tutti i generi alimentari, altri per la celerità del servizio, o per la possibilità di scelta, più ampia che nel negozio, o per il prezzo minore, reso possibile dalla entità delle vendite, o per l’igiene, o per i prezzi fissi, o per la disposizione delle merci. La più grande attrazione è stato lo scatolame.
Pur essendo altissima, 83 per cento, la percentuale di persone che, nella zona di Cesena, hanno mostrato tendenza a servirsi dallo stesso negozio di alimentari, centrale o periferico o mercato rionale, il 33 per cento dichiarò che avrebbe visitato abitualmente il supermercato, il 53 per cento qualche volta. Solo il 14 per cento si mostrò decisamente contrario.
Nonostante questi dati, relativi alla città di Cesena, non sia “moltiplicabili”, essi servono ad indicare chiaramente che i supermercati trovano terreno favorevole nella città e nella provincia”.

“Il povero musicante”, Franz Grillparzer

Il povero musicante (conosciuto anche come Il povero suonatore) è uno dei pochissimi testi in prosa lasciatoci dal grande poeta austriaco Franz Grillparzer (1791-1872). Le prime pagine del libro – ambientato nella Vienna dell’Ottocento – sono dedicate a una meravigliosa festa popolare che si teneva in piena estate sulle rive del Danubio: la sagra di Santa Brigida. L’incipit è veramente una chicca: alla maniera elegante degli scrittori dell’epoca, ci viene offerto lo sguardo su una realtà paradisiaca, da paese dei balocchi. Nella festa di Santa Brigida, infatti, danza, vino, buoni bocconi e fuochi d’artificio danno vita a un’atmosfera incantata, quasi surreale, dove non esistono differenze sociali e tutte le sofferenze sono dimenticate. Il quadro è dei più idilliaci, una vera esaltazione della gioia di vivere viennese. Tutto sembra apparecchiato per una storia allegra e spensierata, quando il nostro autore finisce per concentrarsi su un particolare dal sapore amaro: un povero, anziano violinista che dietro al suo vecchio leggio suona sempre la stessa inconsistente melodia, suscitando l’ilarità dei presenti, i quali non lo degnano neppure di un’elemosina. Il suo contegno estremamente dignitoso e alcune parole in latino stimolano però la curiosità di un passante, che vi intravede il segno di un trascorso ben più nobile di quell’esistenza oscura. Dalla conversazione tra i due scaturisce il vero racconto, quello della gioventù del povero suonatore e di un amore perduto anni addietro per inettitudine e ingenuità.
Pagina dopo pagina, si delinea una malinconica novella sentimentale, dalle sfumature fiabesche, dove affiorano alcuni dei temi tipici di questo genere letterario: un padre dispotico, un’educazione dura e severa, una quotidianità grigia e insieme a tutto questo una promessa di redenzione, anzi due: la musica e una ragazza. La ragazza purtroppo resta un miraggio, e la musica, senza amore, assume i connotati di una lamentosa e nostalgica rievocazione.
Il protagonista del libro è a sua volta un personaggio ricorrente nella produzione letteraria austriaca di fine impero: un uomo riservato, umile, dai modi signorili ma decisamente poco pragmatico. Un personaggio che con alcune modifiche e un’indagine psicologica molto più accentuata sarebbe poi entrato anche nella nostra letteratura grazie all’opera di Italo Svevo: l’inetto. Contraddistinto da una deprimente incapacità di vivere e da un costante timore per l’azione, l’inetto è generalmente una persona animata da buoni valori e propositi, ma che a causa di un’irrimediabile inconcludenza finisce ai margini della sua stessa vita, rimanendone spettatore impotente.
Nell’opera di Grillparzer questa caratterizzazione acquisisce dei tratti forse esagerati, ai limiti del patetico. Come sempre in questi casi, occorre tenere a mente il gusto e la morale dell’epoca, dove la rinuncia e l’umiliazione di sé (entro una certa misura) potevano ricordare la figura di un santo o comunque quella di un buon cristiano.
Tradotto in italiano dal germanista Ervino Pocar, Il povero musicante di Grillparzer è stato stampato per anni dalla Mondadori. Al momento l’unica edizione in commercio è quella della Passigli (sempre con la traduzione di Pocar).

“Materada”, Fulvio Tomizza

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Dal mare veniva su un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale”

Oggetto di desiderio e di privazione, la terra è la grande protagonista di Materada, un romanzo di frontiera ambientato nell’Istria del dopoguerra, da poco assegnata alla Jugoslavia. Qui, in un paesino di campagna (Materada), si consuma l’amara storia dei fratelli Coslovich, Francesco e Berto, due contadini che pur avendo trascorso l’intera vita al servizio dello zio non ricevono nulla in eredità, se non una terra appena confiscata dal nuovo regime comunista. Caduti nell’imbroglio, i due faranno il possibile per ottenere quanto gli spetta, ma dovranno chiedersi fino a quale punto sono disposti a spingersi per avere giustizia.
Sullo sfondo
di questa intricata trama familiare si staglia lo sconsolato quadro di un’Istria che giorno per giorno va svuotandosi, con le strade piene di camion traballanti di povere masserizie diretti verso Trieste. Pochi, infatti, scorgono un futuro roseo in quella terra martoriata e dimenticata dal mondo, in cui usurpazioni pubbliche e private si intrecciano e dove i torti arrivano come fendenti non solo dai nuovi dominatori, ma da tanti compaesani che in una situazione precaria e bizzarra rispetto al passato preferiscono guardare unicamente al proprio particolare. La rassegnazione raggiunge quasi tutti, compresi gli spiriti più forti, e l’Italia, anche se non tornerà mai più, è troppo vicina per non rappresentare una tentazione agli occhi di chiunque desideri trascorrere una vita diversa.
Inserita in questo contesto, la vicenda della famiglia Coslovich, con il suo carico di ingiustizie ed egoismi, è a ben vedere una parabola del più ampio dramma che attanaglia la povera gente di Materada e delle altre città dell’Istria, dove l’unico modo per non rimanere schiacciati dalle iniquità della storia è partire, lasciare alle spalle i luoghi di una vita (e con essi la terra, la casa, la giovinezza), nella speranza di trovare fortuna altrove.
Il libro contiene pagine di commovente poesia, come quando il protagonista Francesco, in fila al municipio per consegnare la domanda di espatrio, immagina come avrebbe potuto essere la vita sua e dei suoi figli a Materada, o come in uno degli episodi finali in cui gli esuli, impastata la voce di vino, esorcizzano il dolore per la partenza in canti alla città e alla gioventù ormai passata.
Se alcuni passaggi di
Materada fanno brillare gli occhi, tuttavia, non è certo per una retorica più o meno alta (di cui il romanzo appare in realtà privo), ma piuttosto per l’abilità narrativa di Tomizza nel trasmettere con realismo la tragedia dell’esule, stretto tra affetti ancestrali e necessità di vivere, e chiamato infine alla dolorosa e ineludibile scelta.

“La ciociara”, Alberto Moravia

CiociaraIl romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra

(Alberto Moravia al suo editore, Valentino Bompiani)

La guerra chiude gli uomini in una “tomba di indifferenza e di malvagità, li deturpa nell’animo, rendendoli apatici, duri di cuore e privi di pietà verso le disgrazie altrui. Questa è l’idea principale che attraversa le pagine della Ciociara di Moravia, dove la triste storia di Cesira e di sua figlia Rosetta è l’emblema di un’Italia dilaniata e sfigurata dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Le disavventure delle due protagoniste – costrette ad abbandonare Roma nell’estate del 1943 per la paura dei bombardamenti e a rifugiarsi tra i monti della Ciociaria – fanno da tessuto narrativo ad una più ampia meditazione su un imbruttimento morale che non risparmia quasi nessuno. La carestia, i prezzi folli della borsa nera, la mancanza di un tetto dove trovare riparo e l‘imperscrutabile malignità degli occupanti mettono a durissima prova i malcapitati del tempo, costringendoli a una lotta per la sopravvivenza dove non c’è spazio per “le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio” e i valori dell’epoca di pace sono irrimediabilmente capovolti.
Le uniche luci a brillare nello scenario cupo e miserevole descritto da Moravia sono quelle di due giovani ragazzi: Rosetta e Michele (uno studente sfollato con cui le protagoniste instaurano presto un rapporto di amicizia). Pur animati da opposti ideali – Rosetta è estremamente religiosa, mentre Michele crede ferventemente nel socialismo – questi due personaggi appaiono puri, genuini e sorprendentemente saldi in un mondo che continua a precipitare. Tuttavia, seppur in maniera diversa, la guerra non tarderà ad allungare le sue mani anche su di loro. La ciociara, per buona parte, è la storia di queste gioventù spezzate, di due promettenti vite che in un contesto differente avrebbero ottenuto ben altra sorte.
Dopo La romana, pubblicato nel 1947, questo romanzo conferma una volta di più l’estrema sensibilità di Alberto Moravia nella descrizione dei personaggi femminili, una sensibilità che trova pochi pari nella letteratura italiana contemporanea.
Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi di Cesira, una donna semplice e di umili origini. Il racconto è pertanto improntato a una semplicità di espressione che rende la lettura fluida e agevole. Chiunque può tranquillamente avvicinarsi a questo libro, senza quella sorta di timore reverenziale che tante volte rende titubanti davanti alla lettura di un classico.

 

“Il brigante”, Giuseppe Berto

il-briganteForse egli si sentiva tanto forte da credere che mai avrebbe avuto bisogno di noi. Ma nei nostri paesi nessuno è così forte da poter vivere senza gli altri

Ambientato in un dimenticato paesino che riposa tra i monti della Calabria, in un mondo ancora distante dalla modernità, Il brigante di Giuseppe Berto è un romanzo incentrato sulla figura di Michele Rende, fuorilegge degli anni Quaranta arrestato per un delitto d’onore di cui è il principale sospettato. Evaso grazie ai disordini dell’8 settembre, dopo la guerra ritorna al proprio paese per predicare quegli ideali di libertà e giustizia sociale fatti propri durante l‘esperienza partigiana vissuta nell’Italia settentrionale. Tuttavia nei panni dell’agitatore politico Michele Rende preoccupa i “signori” molto più di quanto non avesse fatto da sospetto omicida, ed è così che viene inseguito nuovamente dalle forze dell’ordine, per sfuggire alle quali è costretto a nascondersi tra le montagne, dandosi alla macchia. Condivide il proprio destino con Miliella, una giovane ragazza di buona famiglia, figlia di contadini, che se ne innamora perdutamente e decide di seguirlo ovunque.

La voce narrante è quella del fratello di Miliella, l’adolescente Nino, che si fa conquistare fin da principio dal rude carisma di Michele Rende e che cercherà – per quanto possibile – di preservare lui e la sorella dalle insidie che vengono loro tratte.

Ispirato a una storia vera e scritto con quella fluidità di discorso che è tra le caratteristiche più piacevoli dello stile di Berto, Il brigante è senza dubbio un romanzo politico. Come spiegato dallo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione (1974), esso risente chiaramente di quel socialismo “elementare, utopico, scarso ma in compenso entusiastico e pieno di certezze” che molti artisti abbracciarono negli anni del neorealismo e al quale non pochi “erano pervenuti, senza grossi traumi, direttamente dal fascismo, il quale certe sue tendenze socialiste, non si capisce bene come, era riuscito a tenerle in vita nonostante tutto.

L’inconciliabilità etica della giustizia con il sangue è il concetto che l’autore affida alle ultime pagine, dove a dominare sono il disincanto e un senso dell’inevitabile.

Il brigante è un libro oggi dimenticato, anche se al tempo della sua pubblicazione (1951) una rivista inglese lo definì “uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro” (Time Magazine).

“Anime baltiche”, Jan Brokken

animeAi nostri occhi, le regioni del Baltico appaiono come un’entità misteriosa e lontana dalla vicende storiche che ci riguardano. “Macchioline su una carta”: così il generale inglese H. H. Wilson definì Lituania, Lettonia ed Estonia durante la conferenza di pace di Parigi del 1919. Eppure, basterebbe una breve ricerca per scoprire che si tratta delle stesse terre che hanno dato i natali a uomini come Immanuel Kant, Hannah Arendt, Mark Rothko, Romain Gary ed altri ancora. Dietro ai paesi baltici esiste quindi una storia più interessante di quella che possiamo pensare: è questo il messaggio principale che lo scrittore olandese Jan Brokken ha voluto trasmettere ai suoi lettori con Anime baltiche (pubblicato in Italia da Iperborea nel 2014), un libro che non è solo un viaggio in questo remoto e semisconosciuto angolo d’Europa, ma anche tra arte, letteratura, cinema e musica, i segni più tangibili di una vicinanza culturale da molti nemmeno immaginata.

Attraverso la vita di alcuni celebri personaggi, l’autore racconta le vicissitudini di queste terre di confine, dove la convivenza di tedeschi, ebrei, russi, lituani, lettoni ed estoni ha prodotto nell’ultimo secolo violenti e drammatici conflitti, che hanno cambiato per sempre un mosaico etnico che aveva pochi pari in Europa per varietà e complessità. Che dire, ad esempio, della città prussiana di Königsberg, dove nel Settecento nacque il filosofo tedesco Kant? Oggi si chiama Kaliningrad, in onore a un bolscevico sovietico, e si trova in territorio russo. E Vilnius, l’attuale capitale della Lituania? All’inizio del Novecento era abitata da circa 100.000 ebrei, che costituivano il 40% della popolazione locale. Oggi, dopo l’Olocausto, non ne restano che poche centinaia. Ma gli esempi si potrebbero moltiplicare.
Le storie che Brokken ci descrive sono per lo più spaccati di vite sradicate, che hanno usato l’arte per reagire alle brutture della storia, nella speranza di un nuovo inizio. Lo scrittore Roman Gary esorcizzò nei suoi romanzi un passato triste e per lui inconfessabile. La filosofa ebrea Hannah Arendt parlò di quella “banalità del male” che tante vittime aveva mietuto in Europa negli anni dell’ultima guerra. Lo scultore lituano Jacques Lipchitz raffigurò nelle sue opere quell’angoscia che provò da bambino quando riuscì a sopravvivere fortunosamente a un pogrom. Il compositore estone Arvo Pärt espresse magistralmente nei suoi concerti quella spiritualità a lungo repressa durante il dominio sovietico.
In queste terre di dolorosi sconvolgimenti, solo la natura sembra essere rimasta identica a prima, con le sue fitte selve incontaminate, il mare gelido, le strade ghiacciate e i venti del nord che si abbattono su castelli in rovina e palazzi decadenti. Una natura a tratti maligna e in triste armonia con i tanti drammi umani del secolo passato.
Quello che emerge dalle pagine di Anime baltiche è un piccolo mondo perduto e dimenticato, che meriterebbe tuttavia di essere conosciuto più da vicino. La sua storia, in fondo, è anche quella della nostra Europa.

“Le ceneri di Angela”, Frank McCourt

ceneriangelaIl libro Le ceneri di Angela di Frank McCourt è il racconto autobiografico di una gioventù trascorsa in Irlanda tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, nella poverissima e umida cittadina di Limerick, dove anche un uovo sodo era un lusso e l’unico modo che tanti disgraziati trovavano per evadere dalla propria miseria era tracannare birre al pub, bevendosi la paga dell’intera settimana.

Questo romanzo, oltre ad aver vinto il premio Pulitzer 1997 ed ispirato l’omonimo e fortunato film di Alan Parker (1999), ha appassionato milioni di lettori in tutto il mondo, e ciò essenzialmente per l’abilità mostrata nel trattare con leggerezza temi gravi come la fame e la miseria, senza cedere mai al pietismo o all’autocommiserazione. L’espediente scelto da McCourt per evitare queste facili trappole è presto detto: una narrazione in prima persona filtrata attraverso gli occhi di un bambino. Volgendo a proprio vantaggio quell’approccio al mondo tipicamente infantile misto di ingenuità ed ottimismo che, qualunque cosa accada, tende sempre a vedere la vita come un gioco e a ritagliare anche dalla situazione più difficile un angolo di beata spensieratezza, questo modus narrandi permette infatti alla storia di svelarsi in maniera dolce e gradevole, anche grazie a una scrittura fluida, molto incentrata sui dialoghi, che contribuisce a rendere la lettura meno faticosa. Il frequente ricorso all’ironia fa il resto.
Naturalmente, al di là del modo lieve in cui la storia viene raccontata, restano i duri fatti che la compongono e che inevitabilmente imprimono l’immagine di una vita trascorsa tra stenti e privazioni: una testa di maiale come pranzo di Natale o una buccia di mela messa in palio dal maestro per chi risponderà correttamente alle sue domande sono solo un paio di esempi.

Purtroppo la storia perde il suo mordente al termine dell’infanzia del protagonista e con la quasi contemporanea scomparsa di un personaggio particolarmente significativo e ben riuscito. Ad ogni modo, è una lettura che consiglio. Non solo vi farà guardare un semplice tozzo di pane con occhi diversi ma soprattutto vi lascerà un gran desiderio di visitare l’Irlanda.

Perché tenere un diario

diario

Esistono svariati motivi per tenere un diario personale dove annotare giorno per giorno le proprie esperienze e i propri pensieri. Al di là del piacere personale di poter ricostruire una propria memoria storica, la ragione principale che dovrebbe spingere ad adottare quest’abitudine è l’opportunità di avere una maggiore consapevolezza di se stessi. Purtroppo i ricordi – anche quando non svaniscono del tutto – hanno comunque qualcosa di corrotto e sbiadito; al contrario le parole scritte rimangono ed offrono una testimonianza diretta e veritiera del proprio passato. Mi è capitato spesso di rileggere alcune mie vecchie pagine di diario e di trovarvi fatti ed emozioni che avevo completamente rimosso o di cui conservavo un ricordo differente.

Se si vuole raggiungere una più alta coscienza di se stessi è fondamentale riconoscere come è mutato nel corso del tempo il nostro stato d’animo e sapere con quali sentimenti abbiamo vissuto determinate esperienze. Può essere uno stimolo per migliorarsi e maturare interiormente, evitando di commettere gli stessi errori in futuro.

Un diario è un eccellente strumento di indagine della propria personalità non solo quando lo si sfoglia indietro per rileggere vecchie pagine, ma anche mentre si scrive: infatti tradurre in parole scritte un’emozione o un’esperienza appena vissuta richiede un’attività di introspezione non indifferente, che ci costringe prima di tutto a chiarire con noi stessi quale particolare significato attribuiamo ai fatti della nostra vita.

Scrivere aiuta anche a sfogarsi. Se si è frustrati o insoddisfatti per qualche motivo, fermarsi qualche minuto per fissare i nostri sentimenti placa il malumore.

Qualcuno potrebbe obiettare che prendere nota di quello che si vive quotidianamente sia un esercizio poco utile per il fatto che oggettivamente la maggior parte delle giornate trascorre in modo molto simile, ma proprio quest’ultima circostanza può costituire in realtà un incentivo o a fare qualcosa di diverso ogni giorno o ad osservare più attentamente tanti piccoli particolari a cui solitamente non diamo un grande peso. Quindi sotto questo punto di vista la scrittura può addirittura servire da molla per trascorrere le giornate in modo meno banale, sia in senso attivo che contemplativo.

Non è necessario scrivere delle pagine in un italiano impeccabile (a meno che non si voglia farne un romanzo da pubblicare!). Personalmente rileggo più volte i miei scritti, anche a distanza di mesi, e correggo sempre quei passaggi dove trovo che un concetto non sia stato espresso in modo fluido. Tuttavia quello più che conta è che dalle parole scritte traspaia con sufficiente chiarezza il nostro vissuto. Errori di sintassi o di punteggiatura non influiscono sempre in modo decisivo in questo senso.

Meglio il vecchio diario cartaceo o un qualsiasi programma di scrittura sul computer? Ho sperimentato entrambi, ma da tempo per ragioni di praticità salvo le mie riflessioni su un file (curando comunque di stamparle periodicamente per non correre il rischio di perdere mesi di annotazioni). La scrittura a mano è più impegnativa, anche perché quando si impugna una penna si cerca sempre di non sbagliare per non dover poi correggere errori o fare “potacci”. Questo problema al computer non esiste. E’ tutto molto più immediato. Senza contare che la privacy normalmente desiderata per questo genere di scritti è più efficacemente tutelata da una password piuttosto che da nascondigli più o meno ingegnosi e scomodi in giro per la casa. Sento però di dover spezzare una lancia a favore del cartaceo laddove quest’ultimo permette a differenza di un qualsiasi file di vedere frasi cancellate e prime stesure, che a modo loro offrono un quadro ancora più completo sul pensiero o l’esperienza raccontata.