Chiunque abbia visitato Vienna si sarà probabilmente imbattuto in una delle tante lapidi commemorative della vittoria sui turchi nel 1683, quando le truppe ottomane arrivarono fin sotto le mura della città, rischiando di stravolgere l’assetto geopolitico dell’epoca e, chissà, forse anche il corso della storia. Esistono svariate fonti sull’argomento. Fra quelle contemporanee, una delle più autorevoli è senz’altro L’assedio di Vienna dello storico inglese John Stoye, scritto nel 1964 e pubblicato in Italia dalla casa editrice il Mulino nel 2009. L’impostazione del libro è di puro stampo accademico. Normalmente, le storie di una battaglia sono storie politico-diplomatiche e, ovviamente, militari. Il saggio di Stoye non si distanzia dal genere, toccando punte di precisione e accuratezza storica veramente notevoli, mancando però, almeno in parte, sotto altri aspetti. Vedremo più avanti quali. Partiamo intanto dai fatti.
L’evento fu indubbiamente epocale: la mancata conquista da parte dei turchi della capitale asburgica nel 1683 segnò da un lato la fine della fase espansiva dell’impero ottomano e dall’altro l’ascesa dell’Austria come potenza sovranazionale esercitante la propria influenza sull’Europa centro-orientale. L’aspetto che più mi ha colpito nella lettura del saggio è stato l’atteggiamento delle varie corti europee di fronte all’attacco turco che puntava dritto al cuore del continente. In generale, l’Europa di allora non sembrava vedere negli ottomani un pericolo comune, anzi, c’era chi calcolava di trarre dei benefici dalla loro azione, come la Francia del Re Sole, nemico dichiarato dell’Austria. La città di Vienna, esattamente come Costantinopoli due secoli prima, fu lasciata quasi sola di fronte all’esercito del sultano, guidato in questa occasione dal gran visir Kara Mustafa. Lo stesso imperatore Leopoldo d’Asburgo, appresa la notizia dell’imminente assedio, ritenne opportuno abbandonare la capitale assieme alla sua corte. A soccorrere gli austriaci nel momento del bisogno furono alcune valenti truppe inviate dai principi elettori tedeschi e soprattutto l’esercito del re di Polonia, Giovanni Sobieski. Legato all’Austria da un trattato firmato l’anno precedente, che prevedeva un reciproco obbligo d’intervento nel caso di attacco proveniente da Istanbul, il sovrano polacco fu spinto a soccorrere l’alleato anche da altre ragioni. Innanzitutto, occorreva consolidare il suo potere a livello interno, avversato da una parte non indifferente della nobiltà del suo Paese. Quale chance migliore, dunque, se non una guerra contro l’odiato nemico ottomano? La vera necessità, tuttavia, era evitare di avere il turco alle porte di Cracovia. Caduta Vienna, il sultano si sarebbe sicuramente diretto verso la Polonia e questo, logicamente, valeva più di ogni altra motivazione. Difesa (preventiva) della patria, dunque. Ma non solo. La cattolicissima Varsavia era infatti fiera di ergersi a baluardo della cristianità contro l’invasore islamico, raccogliendo in tal senso non solo le suppliche dell’Asburgo, ma anche i calorosi appelli di papa Innocenzo XI.
La tattica offensiva dei turchi, che per poco non si rivelò efficace, era quella di costruire dei cunicoli sotterranei fino ai bastioni delle mura viennesi, piazzando al loro termine delle mine che una volta esplose avrebbero dovuto creare una breccia nel sistema difensivo avversario. Trincerati nella loro cerchia muraria, i cittadini di Vienna possedevano viveri e beni di prima necessità per circa quattro mesi, ma le modalità d’attacco ottomane rischiavano di far capitolare la città molto prima. Un rapido aiuto esterno era dunque quanto mai vitale per le sorti della capitale austriaca. La colonna di soccorso arrivò nei pressi di Vienna il 12 settembre, dopo circa due mesi di assedio. La battaglia infuriò per una giornata, ma alla fine le truppe tedesche e polacche ebbero la meglio sui soldati del gran visir, il cui errore principale fu quello di non predisporre un serio meccanismo di difesa per l’esercito assediante. Kara Mustafa, infatti, sottovalutando le capacità di resistenza del nemico, aveva diretto tutti i suoi sforzi alla conquista di Vienna, senza cautelarsi in vista dell’arrivo delle armate cristiane.
L’intera vicenda, a partire dai suoi antefatti, viene esaminata scrupolosamente dall’autore, il quale dedica particolare attenzione alle intricate trame diplomatiche dell’epoca nonché alla formazione e ai movimenti delle truppe accorse in sostegno dell’Austria. John Stoye, tuttavia, preferisce spendere poche parole sui veri protagonisti dell’assedio, ovvero i turchi e i viennesi. La sua idea, evidentemente, è che le sorti del conflitto si siano decise altrove, vale a dire negli scambi fra le corti interessate e nell’organizzazione militare del contrattacco. In quest’ottica, la resistenza degli abitanti di Vienna e lo spirito con cui i turchi tentarono vanamente di conquistare la città passano in secondo piano. Ad ogni modo, un maggiore interesse a come venne vissuto l’assedio dai suoi attori principali avrebbe sicuramente offerto un’opera più completa. In parte, probabilmente, si sarebbe scivolati dal piano storico a quello delle “memorie”, ovvero a rappresentazioni soggettive dell’evento. Si sarebbe dovuto ricorrere, infatti, agli scritti di qualche cittadino viennese o al diario di un soldato turco, cioè a fonti storicamente meno affidabili. Un tentativo di ricostruzione in tal senso sarebbe stato comunque apprezzabile. Per il resto, il saggio, anche grazie alla sua sintesi, rimane senz’altro consigliabile a chiunque abbia solamente sentito parlare dell’assedio di Vienna e desideri approfondire l’argomento.



