Αλήθεια – La verità

La parola greca che traduce il termine ‘verità’ è αλήθεια, che letteralmente significa ‘ciò che non è nascosto’. Innanzi tutto, è interessante notare come un concetto così importante e significativo – e ancor di più doveva esserlo lì dove la filosofia occidentale è nata – venisse definito negativamente, in opposizione a qualcos’altro. Come se la verità non si potesse definire se non nella qualità di opposto.

In secondo luogo si può considerare come, per la mentalità greca che cognò questa parola, verità ed evidenza dovessero coincidere. E’ vero ciò che non è nascosto, dunque ciò che è manifesto, palese, evidente, innegabile.

Paradossale come nei secoli qualcosa di così evidente abbia rappresentato un problema tanto complicato da risolvere. La verità è evidenza, ma nessuno sa con certezza cosa sia.

Vanità e superbia secondo Arthur Schopenhauer

Riporto un interessante passo del quarto capitolo degli Aforismi per una vita saggia (Arthur Schopenhauer). L’argomento trattato in questo caso è la differenza tra vanità e superbia, che consiste originariamente, secondo il filosofo, in una diversa convinzione delle proprie capacità.

La differenza tra questi ultimi due [vanità e superbia] sta soprattutto nel fatto che la superbia è la convinzione, già esistente, della propria superiorità in un senso o nell’altro; la vanità è, invece, il desiderio di suscitare quella convinzione negli altri, accompagnato, per lo più, dalla segreta speranza di poterla poi fare anche propria. Così, la superbia è una grande stima di se stessi che procede dal proprio interno, ed è quindi diretta, mentre la vanità è un’aspirazione a ottenerla dal di fuori, cioè indirettamente. In conformità con ciò, la vanità rende loquaci, e la superbia rende taciturni […] A rendere veramente superbi è il convincimento saldo, intimo, incrollabile di possedere doti eccezionali e di valere più degli altri.