I meriti dell’esercito italiano nei Balcani raccontati da un ebreo

regio esercito

Contro la storiografia dominante che dipinge solo a tinte fosche l’operato dell’esercito italiano nei Balcani durante la seconda guerra mondiale si erge l’importante testimonianza di un cittadino israelita di origini dalmate presente all’epoca dei fatti. Si tratta un professore di storia contemporanea di Gerusalemme, tale Menachem Shelah: egli – nativo della Dalmazia occupata nel ’41-’43 dall’esercito italiano – è stato salvato dalla furia genocida degli ustascia e dei nazisti assieme a migliaia di altri suoi connazionali grazie all’operato degli ufficiali e dei soldati italiani stanziati nei Balcani.

Agli inizi degli anni ’90 Shelah ha sentito la necessità di ringraziare quegli italiani con un libro: “Un debito di gratitudine: storia dei rapporti tra l’Esercito Italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-’43)”. L’opera racconta di come i soldati dell’esercito italiano si adoperarono per salvare migliaia di ebrei dei Balcani, che erano nel frattempo diventanti obiettivo della pulizia etnica non solo nazista ma anche ustascia (i nazionalisti croati appoggiati dalle forze dell’Asse).

“Erano circa 80 mila – scrive Shelah – gli ebrei che vivevano in Jugoslavia all’inizio della guerra. Ne restavano 13 mila 500 alla fine del conflitto. Di questi, un terzo doveva la vita agli italiani… Per più di due anni, dall’aprile del 1941 al settembre del 1943, gli italiani avevano steso una rete protettiva sugli ebrei della Croazia che erano riusciti a sfuggire ai loro carnefici ustascia e tedeschi. Li avevano salvati mentre tutto attorno infuriava la bufera della soluzione finale”

L’operato dei soldati italiani non andò tuttavia a vantaggio dei soli ebrei. A tal proposito, un noto esperto militare, lo statunitense Edward Luttwak, ha commentato:

“Non si deve credere che gli italiani proteggessero solo gli ebrei: l’esercito agì come forza d’interposizione fra croati e serbi, per meglio dire impedì alle bande croate di massacrare tanti civili appartenenti all’etnia serba. Fu uno slancio che accomunò i generali dello stato maggiore e i militari di grado inferiore, fino all’ultimo caporale. E fu dettato soprattutto da spirito umanitario”

Com’è noto, l’occupazione nazista della Jugoslavia e il conseguente sfaldamento del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni ebbero l’effetto di riaccendere le secolari e mai assopite rivalità etniche in Jugoslavia. Ustascia e cetnici (i primi croati, i secondi serbi) si resero protagonisti di una delle pagine più sanguinose della storia europea, con centinaia di migliaia di vittime civili in tutto il territorio jugoslavo. A differenza di quanto accadde più tardi negli anni ’90, dove i serbi più di altri si macchiarono di crimini atroci, nel periodo 41-45 furono i croati, forti dell’appoggio tedesco, a spargere più sangue. Costoro erano gli ustascia guidati dall’ultra-nazionalista Ante Pavelic, amico di Hitler e di Mussolini. Gli ustascia – che ottennero in quegli anni un proprio stato nazionale – perseguitarono i serbi e gli ebrei, massacrandone impunemente e senza freno a migliaia:

“Il sangue scorreva a fiumi, migliaia di donne venivano violentate, i bambini erano fatti a pezzi, i campi, i villaggi, le città erano dati alle fiamme”.

In questo terribile scenario, i soldati italiani furono gli unici a tentare di limitare questa carneficina benedetta dai nazisti, salvando non solo molti ebrei ma anche diversi serbi. Sul punto ritengo opportuno lasciar parlare Shelah:

“[prima della guerra] vivevano in promiscuità serbi di religione greco-ortodossa e croati cattolici. […] Con l’avvento al potere degli ustascia la situazione cambiò: teste calde croate, sia del posto sia venute da fuori, attaccarono gli insediamenti serbi, saccheggiando e uccidendo con una ferocia inaudita. Le case serbe furono arse, i beni saccheggiati, uomini, donne e bambini messi a morte con terribile efferatezza. Quegli stessi croati che fino a quel momento avevano salutato cortesemente, anche se freddamente, i loro vicini serbi si univano ora all’orgia di sangue. […] I pochi militari italiani restati nella zona erano esterrefatti, e l’orrore da essi provato vedendosi costretti ad assistere a scene così inumane è documentato dalle decine di strazianti rapporti inviati in quel periodo al Comando e a Roma. In uno di tali documenti un ufficiale italiano racconta che dopo che la sua unità ebbe consegnato ai croati il villaggio in cui era accampata, apparve un prete croato che disse di essere il nuovo comandante. L’italiano chiese quali ordini il «nuovo comandante» avesse ricevuto dai suoi superiori e l’ustascia rispose: «Un solo ed unico ordine: sgozzare tutti i cani serbi». L’ufficiale italiano, che in un primo momento aveva creduto che quello volesse scherzare, fu subito inorridito vedendo che i croati già avevano iniziato il macello. In breve tempo tutti i serbi del posto furono uccisi. In quel periodo, gli italiani cercarono di proteggere contro gli ustascia i serbi e gli ebrei locali e in mancanza di direttive ufficiali, i comandi delle diverse unità militari operarono di propria spontanea iniziativa

Certo, non mancarono i casi opposti di ossequio ai nazisti e alle direttive anti-ebraiche del regime, ma nel complesso Shelah fa intendere che gli italiani adottarono una linea diversa da quella degli alleati tedeschi, mostrando disprezzo e disgusto per l’inutile macelleria che si consumava sotto i loro occhi.

“Del comportamento degli italiani in Jugoslavia è lecito dire che fu il meno pesante, in confronto a quello delle altre forze ivi operanti. Gli italiani si sforzarono almeno di non colpire innocenti, cosa che non può certo essere detta riguardo al comportamento degli ustascia, dei cetnici e delle altre bande armate, compresi i partigiani di Tito”.

E’ importante sottolineare che gli italiani mantennero un comportamento analogo anche in Grecia e in Francia. Fausto Bocchetti spiega che a muovere i nostri soldati non fu solo uno spirito umanitario, ma anche un alto senso dell’onore militare:

“Credo che la motivazione dei generali fosse la difesa dell’onore militare. Era disonorevole rastrellare inermi civili e spedirli a morire in nome di un principio razziale”

I soldati italiani, se in alcune circostanze hanno eccesso anche loro nella violenza, in moltissime altre (la maggioranza dei casi, secondo Shelah) hanno dato prova di coraggio e di umanità, dimostrando di agire secondo coscienza e non solo in base agli ordini inumani spesso loro impartiti.

Shelah conclude: “Proprio come non dobbiamo mai dimenticare ciò che hanno commesso contro di noi i nostri nemici, così dobbiamo sempre ricordare l’opera compiuta dai nostri amici”.

Riflessioni sull’italiano

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Qualche giorno fa è apparso sul Corriere della Sera un articolo di Valeria Della Valle sulla recente fortuna della lingua italiana all’estero, specialmente nel campo della cucina (ma non solo). Fra le altre cose, la giornalista affermava che l’italiano è attualmente la quarta lingua più studiata al mondo, il che mi ha fatto piacere ma non mi ha stupito più di tanto: chiunque abbia viaggiato un po’ all’estero e abbia conosciuto persone di altre nazionalità avrà sicuramente avuto modo di notare quanto la nostra lingua sia apprezzata e quanto piacciano i suoi suoni. L’italiano infatti è una lingua che brilla al contempo per eleganza e vivacità. Sono diversi dunque gli stranieri che iniziano un corso di italiano o che magari acquistano un dizionario o una grammatica italiana: alla fine demordono o non approfondiscono più di tanto lo studio perché l’italiano purtroppo ha il difetto di essere parecchio difficile da imparare. Ma l’interesse per la nostra lingua all’estero c’è ed è vivo.

Paradossalmente l’italiano non gode della stessa fortuna a casa propria. I prestiti linguistici dall’inglese spuntano ormai da ogni parte, anche quando non servirebbero. Basta vedere il nostro attuale lessico politico, che sta abusando di inutili anglicismi. Tra i più recenti ricordo la “spending review” di Monti, mentre ora è la volta del “job act” di Renzi. Non so dire cosa ci dietro a questo costante ricorso alla lingua inglese nella politica italiana. Forse l’intenzione di rendersi incomprensibili, o più probabilmente l’idea che una proposta dal nome inglese appaia più innovativa e accattivante di una dal nome italiano. Può darsi. Nel frattempo i nostri politici quando usano l’italiano lo fanno spesso in modo volgare. Le coalizioni adesso si chiamano “inciuci” e gli avversari non si battono ma si “asfaltano” (parola più adatta allo sport che ad altre questioni). E queste espressioni non sono nemmeno tra le peggiori. Anche il lessico purtroppo denota una certa decadenza della nostra classe politica.

“Dialogo del Giorno e della Notte”, Demetrio Livaditi

In questo dialogo dello scrittore triestino e mio avo Demetrio Livaditi (1833-1897) il Giorno e la Notte dibattono su chi tra loro sia più grande e arrechi il maggior beneficio agli uomini. Il Giorno rimprovera alla Notte di essere sinonimo di barbarie e di ignoranza, oltreché causa della maggior parte dei delitti, mentre la Notte ribatte ricordando che solo grazie ad essa gli uomini possono riposarsi e dimenticare i mali che li affliggono da svegli. Un breve scritto a sfondo filosofico, che si lascia leggere con piacere nonostante le diverse espressioni tipiche dell’italiano ottocentesco e ormai desuete.

SoleLuna

Notte. Giorno, oh giorno.

Giorno. Che vuoi tu da me? Che posso io aver di comune con chi io odio e fuggo continuamente?

Nott. Se tu mi fuggi, io però ti son sempre alle spalle, e qualche volta ti raggiungo, come quando il tuo sole è deriso e sconfitto in battaglia dalla mia maggiore ancella, la luna, sicché di bel mezzogiorno si fa notte oscura.

Gior. Intendi tu forse delle eclissi? Ma quanto tempo, o misera, dura il tuo dominio sopra di me?

Nott. Quel tanto che mi basta per provarti com’io sia più potente di te, e di gran lunga.

Gior. Odi vantamenti. Come se costei non fosse quella madre d’ogni delitto, quella inspiratrice di tristi pensieri, nemica d’ogni cosa bella; tanto che gli uomini per esprimere una condizione cieca, disordinata e confusa, hanno pigliato figuratamente il suo nome, a meglio significarla. Sicchè sulle loro bocche la è divenuta una parola stessa con la caligine, la barbarie e con l’ignoranza.

Nott. Come se a me importasse molto di quello che di me dicono o possono dire gli uomini. Pure, se volessi riassumere il conto delle tante cose che sopra di me si scrissero da’ tuoi uomini, ti potrei mostrare che io fui e sono assai più amata e stimata da loro che non sei tu, con tutta la tua luce e con tutti i tuoi bagliori.

Gior. Perchè qualche tisicuzzo di questi disperati poetini, che, com’egli non hanno uno straccio da mettersi in dosso, dormono di giorno e vegliano la notte sui libri, schifando il consorzio umano, ti avrà lodato con alcuno scrittarello che sentirà la lucerna un miglio discosto; tu vorresti anche inferire che sei nobile ed utile al pari di me.

Nott. Per la nobilità non vo’ disputare, che non veramente che cosa ella si sia: in quanto alla utilità, io ti sfido a negarmela.

Gior. Che utilità può venire da te che sei la madre della oscurità e delle tenebre? Or si dà egli cosa utile che non si veda?

Nott. Ecco, che lo star continuamente in compagnia degli uomini e mirare le loro azioni, le quali non tendono che all’acquisto di quelle cose di cui essi sono mancanti, ti ha guasto il cervello in modo che stimi una cosa non dover essere utile, s’ella non si vegga e non si maneggi.

Gior. Questa è la mia opinione; ma posto che fosse altrimenti, dimmi un poco, a chi e come sei tu utile in qualche cosa?

Nott. Ti par poco il riposo e la pace che vengono da me, per cui la più parte delle creature hanno comodità di ridurre di nuovo insieme le forze adoperate durante il giorno? E tante importanti operazioni della natura non si compiono forse la notte, come sono molte di quelle che riguardano la vegetazione; le quali poi sono cagione di rendere la terra così adorna e piacente com’ella è?

Gior. Io non so a chi gioverebbe la bellezza che tu di’, la quale, del resto, è opera tutta mia, quando gli uomini l’avessero a mirare e considerare per mezzo tuo.

Nott. Tu torni in campo con gli uomini come se a loro diletto e comodo fosse surto questo universo. Or non ci han egli tanti animali che nella notte, veggendo meglio che non fa l’uomo, pigliano sollazzo nella natura? E se essi godono di ciò che all’uomo non è dato in questo cotale partito, perché diremo che per solo l’uomo, ogni cosa fu fatta e ordinata? Pur ti vo’ consentire questo, che egli è atto per la disposizione del suo ingegno a convertire in suo prò molte più cose che gli animali non possono; ma veramente questi non saprebbero che farne, non avendo essi creato d’intorno a sé tanti bisogni e tante superfluità come ha fatto l’uomo.

Gior. Questo non ha che far nulla con la utilità grande che io gli arreco. Io sono come a dire il tutto per lui, e tu proprio un bel nulla, quando già non fossi cagione di disturbare le sue azioni molestandolo e spaventandolo co’ tuoi ladri.

Nott. Se i latrocini, gli omicidi, le violenze e gli altri atti o crudeli o turpi si commettono le più volte mentre dura il mio imperio sopra la terra; queste cose hanno il loro corso anche di giorno, e sono si può dir rare e singolari operazioni in rispetto delle usure, de’ contratti dolosi, delle frodi, delle battaglie e d’altri infiniti negozi di questo genere, che si compiono alla luce tua; consumandosi costantemente la notte dagli uomini nel dormire o nel darsi buon tempo.

Gior. Belli esercizi, affè mia.

Nott. Vorrei che mi dicessi, prima di sentenziare così, se tu stimi che la vita ordinaria degli uomini sia un processo di azioni vili o malvagie, oppure il contrario.

Gior. A dire il vero non posso negare che la maggior parte degli uomini s’hanno tutti una macchia d’uno stesso inchiostro, e che nella loro vita s’accozzano comunemente tre qualità che li rende o tristi a dirittura, o codardi, o aridi al ben fare. Ma per questo, che io credo doversi in gran parte attribuire all’ignoranza in cui i più di essi sono lasciati macerare, che ne vorresti tu infierire?

Nott. Abbi un po’ di pazienza e dimmi se, al tuo giudizio, l’uomo sia infelicissimo sulla terra, e provi inimico ogni bene; oppure se credi che esso sia atto a godere con efficacia?

Gior. Parmi che egli sia infelice anzichenò, e che non goda se non raramente.

Nott. Se dunque sei persuaso di tali cose, non ti sarà malagevole di chiarirti eziandio, come il tempo che gli uomini passano a dormire, non lo potendo occupar in opere turpi o volgari, sia per loro il tempo più onesto che abbiano; e non avendo agio di sentire i travagli della vita reale, sia il tempo più felice che godano nella loro vita.

Gior. Menandoti buono lo sproposito di dispaiare l’onestà delle operazioni, come se quella non consistesse appunto in queste; io vorrei vedere come uno stato d’insensibilità quale si è quello del sonno, possa essere e dirsi felice o infelice.

Nott. Ed io vo’ che tu mi dica se il non sentire i mali propri della vita e gli effetti del patimento, s’ha da tener in conto di guadagno o di perdita?

Gior. Dunque la miglior cosa che possa far l’uomo si è quella di dormir sempre?

Nott. Nè più né meno.

Gior. Tu mi consumi il tempo in ciance, ed io ho altro che fare; chè quei buoni americani di là del mare mi attendono; i quali, se per avventura badassero a te, gran dubbio sarebbe dello avvenir loro i negozi con quella prosperità che a tutti è manifesta.

Nott. Domanda loro di grazia se ciascuno di essi separatamente è più felice che uno di questi boriosi europei; e me lo saprai dire domani. Buon viaggio.

Gior. Buona permanenza.