“Il malato immaginario”, Molière

maladeimaginaireUltima commedia teatrale di Molière (1673), Il malato immaginario porta in scena la storia dell’ipocondriaco Argan, un uomo ricco e scorbutico che si crede affetto da ogni sorta di malattia e che non riesce a vivere lontano da medicine, clisteri e dottori. La sua ossessione per la medicina arriva al punto da fargli combinare un matrimonio tra sua figlia Angélique e il medico Thomas Diafoirus, in modo da garantirsi le prestazioni di quest’ultimo per il resto dei suoi giorni. La rappresentazione distorta della realtà di cui è vittima non prende solo il suo stato di salute, ma si proietta anche sui sentimenti che i suoi cari nutrono per lui. A un certo punto, su saggio consiglio della serva, decide di fare un esperimento: fingersi morto per ascoltare i discorsi di coloro che accoreranno al suo capezzale. Ecco che la morte (seppur simulata) è rivelatrice di ipocrisie, menzogne e insospettati sentimenti d’affetto.

Non c’è niente di meglio che mori’ pe’ capi’ la vita” dirà Alberto Sordi nei panni di Argan, in una celebre trasposizione cinematografica della commedia (1979, regia di Tonino Cervi).

I personaggi di Molière hanno poco di reale e molto di caricaturale. In altri termini, sono delle vere e proprie macchiette, i cui caratteri vengono esasperati all’inverosimile. Si tratta di una scelta artistica che va a pieno vantaggio della comicità, come si può intuire. Ad ogni modo, non ne risulta minimamente compromessa la capacità dell’opera di descrivere qualcosa che viceversa è estremamente reale, ovvero la dinamica universale dei sentimenti e dei comportamenti umani.

Per un tragico scherzo del destino, Molière morì proprio durante una delle repliche del Malato immaginario, mentre interpretava la parte del protagonista Argan.

“Il brigante”, Giuseppe Berto

il-briganteForse egli si sentiva tanto forte da credere che mai avrebbe avuto bisogno di noi. Ma nei nostri paesi nessuno è così forte da poter vivere senza gli altri

Ambientato in un dimenticato paesino che riposa tra i monti della Calabria, in un mondo ancora distante dalla modernità, Il brigante di Giuseppe Berto è un romanzo incentrato sulla figura di Michele Rende, fuorilegge degli anni Quaranta arrestato per un delitto d’onore di cui è il principale sospettato. Evaso grazie ai disordini dell’8 settembre, dopo la guerra ritorna al proprio paese per predicare quegli ideali di libertà e giustizia sociale fatti propri durante l‘esperienza partigiana vissuta nell’Italia settentrionale. Tuttavia nei panni dell’agitatore politico Michele Rende preoccupa i “signori” molto più di quanto non avesse fatto da sospetto omicida, ed è così che viene inseguito nuovamente dalle forze dell’ordine, per sfuggire alle quali è costretto a nascondersi tra le montagne, dandosi alla macchia. Condivide il proprio destino con Miliella, una giovane ragazza di buona famiglia, figlia di contadini, che se ne innamora perdutamente e decide di seguirlo ovunque.

La voce narrante è quella del fratello di Miliella, l’adolescente Nino, che si fa conquistare fin da principio dal rude carisma di Michele Rende e che cercherà – per quanto possibile – di preservare lui e la sorella dalle insidie che vengono loro tratte.

Ispirato a una storia vera e scritto con quella fluidità di discorso che è tra le caratteristiche più piacevoli dello stile di Berto, Il brigante è senza dubbio un romanzo politico. Come spiegato dallo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione (1974), esso risente chiaramente di quel socialismo “elementare, utopico, scarso ma in compenso entusiastico e pieno di certezze” che molti artisti abbracciarono negli anni del neorealismo e al quale non pochi “erano pervenuti, senza grossi traumi, direttamente dal fascismo, il quale certe sue tendenze socialiste, non si capisce bene come, era riuscito a tenerle in vita nonostante tutto.

L’inconciliabilità etica della giustizia con il sangue è il concetto che l’autore affida alle ultime pagine, dove a dominare sono il disincanto e un senso dell’inevitabile.

Il brigante è un libro oggi dimenticato, anche se al tempo della sua pubblicazione (1951) una rivista inglese lo definì “uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro” (Time Magazine).