“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

IMG_8687Circa un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

“Le ceneri di Angela”, Frank McCourt

ceneriangelaIl libro Le ceneri di Angela di Frank McCourt è il racconto autobiografico di una gioventù trascorsa in Irlanda tra gli anni ’30 e ’40 del secolo scorso, nella poverissima e umida cittadina di Limerick, dove anche un uovo sodo era un lusso e l’unico modo che tanti disgraziati trovavano per evadere dalla propria miseria era tracannare birre al pub, bevendosi la paga dell’intera settimana.

Questo romanzo, oltre ad aver vinto il premio Pulitzer 1997 ed ispirato l’omonimo e fortunato film di Alan Parker (1999), ha appassionato milioni di lettori in tutto il mondo, e ciò essenzialmente per l’abilità mostrata nel trattare con leggerezza temi gravi come la fame e la miseria, senza cedere mai al pietismo o all’autocommiserazione. L’espediente scelto da McCourt per evitare queste facili trappole è presto detto: una narrazione in prima persona filtrata attraverso gli occhi di un bambino. Volgendo a proprio vantaggio quell’approccio al mondo tipicamente infantile misto di ingenuità ed ottimismo che, qualunque cosa accada, tende sempre a vedere la vita come un gioco e a ritagliare anche dalla situazione più difficile un angolo di beata spensieratezza, questo modus narrandi permette infatti alla storia di svelarsi in maniera dolce e gradevole, anche grazie a una scrittura fluida, molto incentrata sui dialoghi, che contribuisce a rendere la lettura meno faticosa. Il frequente ricorso all’ironia fa il resto.
Naturalmente, al di là del modo lieve in cui la storia viene raccontata, restano i duri fatti che la compongono e che inevitabilmente imprimono l’immagine di una vita trascorsa tra stenti e privazioni: una testa di maiale come pranzo di Natale o una buccia di mela messa in palio dal maestro per chi risponderà correttamente alle sue domande sono solo un paio di esempi.

Purtroppo la storia perde il suo mordente al termine dell’infanzia del protagonista e con la quasi contemporanea scomparsa di un personaggio particolarmente significativo e ben riuscito. Ad ogni modo, è una lettura che consiglio. Non solo vi farà guardare un semplice tozzo di pane con occhi diversi ma soprattutto vi lascerà un gran desiderio di visitare l’Irlanda.

“La gloria”, Giuseppe Berto

gloriaNon è possibile che la tenebra sia soltanto tenebra – né forse la luce soltanto luce – ma siccome gli uomini sembra non possano fare a meno di crudeltà e ingiustizie, io continuo ad essere la tenebra: colui che tradì, che lo consegnò ai suoi nemici, intorno al quale non si sprecano molte parole

Giuda è veramente responsabile del tradimento di Gesù? Se lo sono chiesti in molti, fedeli e non, interrogati dalla lettura di quei passi del Vangelo dove sembra che l’apostolo abbia soltanto svolto quella tragica parte assegnatagli da un insondabile disegno divino: tradire il proprio maestro perché fossero adempiute le scritture; consegnare il Cristo ai suoi carnefici perché attraverso la morte potesse espiare le colpe dell’umanità.

Tra i molti che hanno trattato la questione in modo critico, e per certi versi originale, va ricordato lo scrittore moglianese Giuseppe Berto (purtroppo uno degli autori più sottovalutati della letteratura italiana del Novecento) che nel suo ultimo libro La gloria (1978) ha proposto in chiave romanzata una rilettura della vicenda evangelica che assolve la figura di Giuda, strumento consapevole di un’azione terribile ma necessaria: “Parole di Qohélet: ma sulla terra uomo non c’è capace di fare bene senza far male”.

La storia di Gesù viene raccontata in prima persona dal più disprezzato degli apostoli, un giovane colto e inquieto, consumato dai dubbi e soprattutto dall’attesa di quell’uomo che ormai tutta Israele invoca: il Messia, l’Unto, colui che libererà gli ebrei dal giogo dei romani e che farà finalmente risuonare la potente voce dell’Eterno, ponendo così fine a lunghi secoli di doloroso ed inspiegabile silenzio.

Dopo mille peregrinazioni e altrettanti falsi profeti, il giovane Giuda s’imbatte in Gesù di Nazaret, un uomo enigmatico, di poche ma incisive parole, dal portamento regale e dal seducente carisma, capace di attrarre a sé un numero sempre maggiore di seguaci sia per i suoi prodigi che per il suo messaggio nuovo e rivoluzionario. Nei suoi discorsi c’è indubbiamente qualcosa di contraddittorio e di difficile da penetrare, ma nonostante ciò Giuda è tra i primi a scegliere di seguirlo e ad amarlo incondizionatamente. Fin dall’inizio gli promette il sacrificio della propria vita, convinto com’è che la liberazione di Israele possa avvenire solo sotto la sua guida. Questa promessa lega Giuda a Gesù in modo indissolubile, in una drammatica complicità che porterà le sorti di entrambi alle estreme conseguenze. “Tu la salvezza la concepivi come gloria”. Ma la salvezza non giunge per caso. C’è un oscuro disegno che deve realizzarsi e che a un certo punto chiede il sacrificio di Giuda, il quale non si sottrae all’amaro compito e tradisce Gesù, contribuendo così in modo decisivo al compimento della sua missione salvifica.

Il diario di Etty Hillesum (1941-1943)

diarioettyTrovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”

Mentre tutto si fa buio attorno a lei, una giovane donna ebrea di ventisette anni conserva ed alimenta una luce nel proprio animo, cercando continuamente nel prossimo “quel nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile, in mezzo alla rovina delle sue azioni insensate”.
Questa giovane donna è Etty Hillesum, che col proprio diario ci ha donato non solo la testimonianza degli ultimi due anni della sua vita, ma anche e soprattutto un ricco affresco interiore, carico di profonde riflessioni personali che a differenza di quanto si può immaginare non vengono da uno spirito tormentato e afflitto, ma da un cuore costantemente pronto ad irraggiare amore e volontà di vivere in ogni situazione, anche la più drammatica.
Etty Hillesum muore ad Auschwitz nel novembre del 1943, ma prima di essere deportata in Polonia, consapevole che il cerchio attorno a lei e alla sua famiglia va sempre più stringendosi, riesce a consegnare i propri scritti all’amica Maria Tuinzing. Al termine della guerra i suoi amici tentano in più occasioni di trovare un editore che dia alle stampe quel documento prezioso. Ci vogliono quasi quarant’anni perché questo accada, ma poi il successo del diario è vasto e immediato: dalla piccola Olanda le parole e i pensieri della Hillesum arrivano presto in tutta Europa e nel resto del mondo.

Avanti, allora! È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe”. Eshter Hillesum (per tutti Etty) vive in Olanda, nei pressi di Amsterdam. Ha una laurea in legge e una tenace passione per la letteratura, in particolare quella russa. Si iscrive infatti alla facoltà di lingue slave e quando può offre ripetizioni di russo. Vive a casa dei suoi, in una famiglia benestante, e frequenta alcuni personaggi in vista della borghesia ebraica della sua città. Non è insomma quella che si direbbe una ragazza del popolo, anche se nel corso della sua esistenza – specialmente nei suoi ultimi tragici atti – darà sempre prova di un forte senso di appartenenza alla sua gente.
Una “personalità luminosa”, una ragazza dal temperamento solare e vivace, con molti amori alle spalle e due sogni nel cassetto: viaggiare in oriente e diventare una scrittrice. Etty comincia a scrivere il suo diario su consiglio del proprio psicologo, Julius Spier, un uomo di cinquant’anni famoso per essere stato allievo di Jung e per aver sviluppato un particolare talento nel leggere la psiche dei suoi pazienti dalle loro mani. Spier diventa un punto di riferimento fondamentale per Etty, che se ne innamora e raccoglie il suo stimolo a intraprendere un lungo ed intenso percorso di introspezione attraverso la scrittura. Nato dunque con finalità “terapeutiche”, il diario della Hillesum non è un resoconto della guerra e neppure un racconto dettagliato della persecuzione degli ebrei d’Olanda. Certo, i due temi affiorano spesso nelle annotazioni dell’autrice, soprattutto nell’ultimo anno della sua vita, e sono indiscutibilmente alla base di svariate riflessioni, tanto di carattere generale quanto di natura intima e personale. Ma l’architrave del diario, decisamente scarno in termini di cronaca, è l’incessante, ostinata e talvolta dolorosa ricerca di sé, esposta nella forma di un intenso dialogo interiore, a tratti fortemente spirituale.
ettyNei propri scritti Etty mostra una spiccata inclinazione a vivere la propria esistenza dall’interno verso l’esterno, e non viceversa. Il 12 giugno del 1942 annota: “Non sono mai le circostanze esteriori, è sempre il sentimento interiore – depressione, insicurezza, o altro – che dà a queste circostanze un’apparenza triste o minacciosa”. Ed è a partire da questa convinzione che Etty cerca costantemente un’armonia dell’anima, resa tanto più utile e necessaria in un periodo tragico per le sorti del suo popolo. Individua così due modi per raggiungere la propria pace interiore e contrastare quegli innumerevoli nemici che la minacciano dall’esterno. Il primo, ovviamente, è la scrittura: “Il peggio verrà quando non mi sarà più concesso di tenere matita e carta per schiarirmi le idee di tanto in tanto. Senza questa possibilità, che per me è di un’importanza essenziale, potrei anche scoppiare e distruggermi dentro”. Il secondo è la preghiera. Etty intraprende un cammino spirituale molto impegnato, dove alterna letture della Bibbia a momenti di raccoglimento e preghiera che definisce nel proprio diario come la sua “cura” e “l’unico atto degno di un uomo rimasto di questi tempi”. Il 10 ottobre del 1942 scrive: “Com’è strana la mia storia – la storia della ragazza che non sapeva inginocchiarsi. O con una variante: della ragazza che aveva imparato a pregare. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che ho per un uomo. Non si può certo riversare tutto il proprio amore su una persona sola”.
Sono molte le pagine in cui Etty si rivolge direttamente a Dio, e ciò non già per disperazione (sentimento del tutto assente nei suoi scritti), bensì per una fede incrollabile che non cede neppure di fronte ad eventi gravi come quelli che sconvolgono l’Europa del suo tempo. Etty colloca Dio nel cuore degli uomini e sostiene che “non è responsabile verso di noi per le assurdità che noi stessi commettiamo: i responsabili siamo noi!”. Aggiunge inoltre: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me, e cioè che Tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare Te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirTi dai cuori devastati di altri uomini”.
Ma quello che lascia piu stupiti nel diario di Etty Hillesum è il suo continuo insistere sulla bellezza della vita e sulla sua pienezza di significato. Sono parecchie le pagine dove troviamo pensieri di questo tenore: “Sono già morta mille volte in mille campi di concentramento. So tutto quanto e non mi preoccupo più per le notizie future: in un modo o nell’altro, so già tutto. Eppure trovo questa vita bella e ricca di significato. Ogni minuto”. L’amore che Etty prova per la propria esistenza in un momento per lei così difficile può a prima vista apparire forzato od innaturale, quando in realtà è del tutto coerente con la sua visione del mondo e la sua concezione degli uomini: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”.
Qualcuno ha scritto che “se Etty continua a ripeterci che tutto è bello, è perché un’ebraica volontà di vivere fondo in fondo vuole questo in lei” (Sergio Quinzio). Può darsi, ma forse si può formulare anche un’altra spiegazione: in Etty infatti trova splendida manifestazione quella capacità tipicamente femminile di superare le avversità della vita con grazia e semplicità.