“Il paese dei ciechi”, H. G. Wells

phpThumb_generated_thumbnailNessuno ti ha mai detto che «tra i ciechi l’orbo d’un occhio è re»?”.

Tra le Storie di fantasia e di fantascienza pubblicate nel 1980 dallo scrittore britannico H. G. Wells spicca un breve ed angoscioso racconto ambientato nella parte più deserta e selvaggia delle Ande ecuadoregne, dove in una misteriosa valle montana sorge il leggendario paese dei ciechi. Qui gli uomini sono colpiti da una misteriosa cecità e vivono da secoli in uno stato di completo isolamento rispetto al resto del mondo per via di un cataclisma che ha reso la loro valle inaccessibile. Un giorno, un montanaro venuto dal mondo di fuori, Nunez, perde i propri compagni durante una spedizione alpinistica e si ritrova in questo strano villaggio, dove nota fin da subito la menomazione degli abitanti, compensata da uno straordinario sviluppo degli altri sensi, in particolare udito e olfatto. Nunez inizialmente è affascinato da questo piccolo paese di cui aveva sentito parlare solo nelle leggende, ed è convinto che possedere la vista in mezzo a tanti ciechi gli permetterà in poco tempo di ottenere riverenza e di essere venerato come un essere superiore. In verità, nel paese di ciechi l’unico vedente è solo un folle che blatera di cose che non esistono e che pertanto deve essere guarito dalla pazzia che lo affligge.

Il paese dei ciechi è una storia allegorica che si presta contemporaneamente a molteplici interpretazioni, offrendo ottimi spunti di riflessione sul tema del diverso e su quello ancora più filosofico del relativismo.

“Il male oscuro”, Giuseppe Berto

3106013-9788817012195“Riuscirò mai a leggere un libro quasi del tutto privo di punteggiatura?”. Questo è ciò che mi sono domandato quando ho iniziato a sfogliare il celebre romanzo di Giuseppe Berto Il male oscuro, pubblicato nel 1964, vincitore di importanti premi letterari a livello nazionale e conosciuto per questo suo audace metodo narrativo, caratterizzato da periodi lunghi intere pagine e pensieri collegati l’uno all’altro mediante mere associazioni di idee. Siccome in passato non avevo mai affrontato una lettura simile, l’ho presa come una sfida con me stesso, e se prima di cominciare ero diffidente e scettico, oggi, arrivato all’ultima pagina del libro, non posso che chiamarmi decisamente soddisfatto. La scrittura di Berto è limpida e cristallina. Le parole scorrono davanti agli occhi con facilità e linearità impressionanti, e la narrazione è accompagnata da una brillante e spassosa ironia, che rende divertenti molte delle vicende raccontate, nonostante l’argomento trattato sia tutt’altro che allegro.

Ma di cosa parla il libro, qual è il suo tema? Il male oscuro è la storia di uno scrittore della provincia veneta trasferitosi a Roma, il quale aspira a realizzare il capolavoro letterario capace di portarlo finalmente alla “gloria”. Per sua sfortuna, in questo ambizioso intento è impedito da una misteriosa malattia,  per la quale non sa darsi pace e di cui cerca disperatamente l’origine, ripercorrendo col pensiero la sua intera vita, in particolar modo il difficile rapporto col padre morto, verso il quale prova uno smisurato senso di colpa dopo esservi stato perennemente in conflitto fin dall’infanzia. Il libro è dunque il racconto di una malattia e della ricerca di una sua cura attraverso la forma del dialogo interiore e della psicoanalisi. Si capisce allora che lo stile originale scelto dall’autore non è casuale, perché l’assenza di punteggiatura e i lunghi periodi sono la volontaria riproposizione in forma scritta del torrente di pensieri che attraversa la mente del protagonista, secondo lo schema di quello che nella letteratura novecentesca è stato definito “stream of consciousness”, cioè flusso di coscienza.

Il male oscuro, nel raccontare il travaglio psicologico di un uomo, traccia un ritratto della sofferenza umana in cui tutti quanti possiamo riconoscerci. E’ questo uno dei suoi punti di forza, assieme alla rielaborazione in chiave umoristica del passato. Pochi libri mi hanno fatto ridere come questo: mi sento dunque di consigliarlo a chi è giù di morale. La sua lezione più importante, almeno per me, è stata che qualsiasi negatività portiamo dentro è comunque attinente all’uomo, quindi nulla di inguaribile o di talmente raro da allontanarci irreparabilmente dai nostri simili. L’autoironia che permea l’intero testo è un’esortazione a evitare di prendersi troppo sul serio e di cadere in sterili vittimismi.