I dialetti italiani secondo Dante

Nel De Vulgari Eloquentia (scritto in latino) Dante Alighieri analizzò le varie lingue ‘volgari’ parlate in Italia (quelle che oggi chiamiamo ‘dialetti’) e cercò di individuare quale tra queste fosse la più nobile. La scelta cadde sul dialetto toscano, per quanto il poeta tenesse in alta considerazione anche il siciliano e il bolognese. Il peggiore fra tutti invece, secondo Dante, era il volgare romano, definito ‘squallida parlata’.
In questo passo dell’opera l’autore dà una prima illustrazione ‘geografica’ dei vari dialetti italiani. Nel leggerlo si scoprirà che nonostante siano passati ormai sette secoli dalla stesura dell’opera le differenze coi confini linguistici attuali non sono poi così marcate, anzi.

“Riconducendo la nostra trattazione al volgare italiano, cerchiamo di dire quali variazioni ha avuto e di confrontare fra loro queste variazioni. Affermiamo dunque anzitutto che l’Italia è divisa in due parti: la destra e la sinistra. Se poi mi si chiede quale è la loro linea divisoria, rispondiamo in breve che essa è costituita dalla cresta dell’Appennino: questa cresta infatti, come il displuvio di un tetto da cui l’acqua gronda da una parte e dall’altra per cadere in due direzioni opposte, fa scorrere per lunghi embrici le acque, che defluiscono da entrambi i lati verso l’uno o l’altro litorale, come dice Lucano nel secondo libro. Il lato destro ha come bacino di raccolta il mar Tirreno, il sinistro invece cade nell’Adriatico. Le regioni del lato destro sono: l’Apulia [per Apulia Dante intende più o meno i territori delle odierne Abruzzo, Campania, Calabria, Basilicata, Molise, Puglia, nda] (ma non tutta intera), Roma, il Ducato [di Spoleto, nda], la Toscana, la Marca Genovese. Le regioni del lato sinistro sono invece: parte dell’Apulia, la Marca Anconitana, la Romagna, la Lombardia, la Marca Trevigiana con Venezia. Il Friuli e l’Istria devono necessariamente appartenere al lato sinistro d’Italia, mentre le isole del mar Tirreno, cioè la Sicilia e la Sardegna, non possono che appartenere al lato destro o esservi associate. I linguaggi degli uomini di entrambi i lati d’Italia (e delle regioni che ad essi si aggiungono) variano fra loro: per esempio, è diverso il linguaggio dei Siciliani e degli Apuli, quello degli Apuli e dei Romani, quello dei Romani e degli abitanti di Spoleto, quello di questi ultimi e dei Toscani, quello dei Toscani e dei Genovesi, quello dei Genovesi e dei Sardi; e ancora: quello dei Calabri e degli Anconitani, quello degli Anconitani e dei Romagnoli, quello dei Romagnoli e dei Lombardi, quello dei Lombardi e quello dei Veneziani e dei Trevigiani, quello di questi ultimi e quello della gente di Aquileia, quello degli abitanti di Aquileia e degli Istriani. Su questo pensiamo che nessun Italiano dissenta da noi”.

traduzione dal latino di Sergio Cecchin

Per chi fosse interessato alla lettura integrale dell’opera, consiglio questo link:
http://www.classicitaliani.it/dante/prosa/vulgari_ita.htm
La trattazione dei singoli volgari italiani inizia dal capitolo XI.

Attila e la fondazione di Venezia

“Non c’era da aspettarsi che un uomo orgoglioso come Attila si rassegnasse alla sconfitta. E infatti appena rientrato a Aetzelburg sul finire dell’estate del 451, si diede alacremente a preparare la rivincita.
Nella primavera successiva si mosse, ma non per la strada dell’anno prima. Attraversò le Alpi Giulie e discese la pianura veneta. Incontro a lui non si fece nessun esercito. La gente fuggiva. Le città atterrite gli aprivano le porte. Una sola le sprangò preparandosi a resistere: Aquileia.

Era, per quei tempi, una città grande in gara, quanto a importanza e a ricchezza, con Ravenna e Milano; e sorgeva alla foce dell’Isonzo nell’Adriatico. Nata nel 181 A.C. come colonia romana, si era poi enormemente sviluppata come centro commerciale per gli scambi con la Germania, con l’Austria (che allora si chiamava Norico) e con la Jugoslavia (che allora si chiamava Illiria). Aveva una popolazione mista di italiani, di tedeschi, di galli celti e di transfughi di tutte le tribù che si davano il cambio, sospingendosi l’una con l’altra, in Ungheria e Romania: gente attiva, che fra l’altro si era costruita tutt’intorno una cerchia di mura e di solidi bastioni. La Chiesa vi teneva addirittura un Metropolita, la cui diocesi si estendeva da Verona alla Croazia.

Ezio, pur considerando impossibile la difesa dell’Italia del Nord, aveva lasciato ad Aquileia un robusto presidio di truppe scelte. Esse resisterono gagliardamente agli attacchi di Attila, che alla fine stava per togliere l’assedio, si racconta, quando vide levarsi in volo dai tetti della città un branco di cicogne. Superstizioso com’era vi scorse il segno dell’imminente capitolazione, ne persuase le sue truppe  e le lanciò a un ennesimo assalto. Le difese vennero travolte, e Aquileia subì un castigo proporzionato alla resistenza che aveva opposto. Solo pochi brandelli umani riuscirono a scampare dalla città in cui non era rimasta pietra su pietra. Giulia Concordia, Altino, Padova subirono pressapoco la stessa sorte.

[…] Pur non riuscendo a costruire nulla di durevole, Attila di qualcosa fu causa, sia pure involontaria. Egli fondò Venezia.

Furono infatti i fuggiaschi di Aquileia, di Padova e di tutte le altre città venete da lui rase al suolo, che per mettersi al riparto da altre sventure del genere si rifugiarono nelle isolette della laguna. Quelli di Altino ne popolarono sette, a ognuna delle quali diedero il nome di una delle sette porte della loro città. Quelli di Aquileia emigrarono a Grado, quelli di Concordia a Caorle, quelli di Padova a Rialto e Malamocco. Venezia si formò lentamente dal coagulo di questi detriti sviluppando quella vita anfibia che doveva dettare il suo destino. Fu una crescita lenta. Duecent’anni dopo questi avvenimenti un geografo di Ravenna scriveva: “Nel Veneto ci sono delle isole dove pare che vivano degli uomini”. Erano i progenitori di coloro che dopo qualche secolo dovevano dominare il Mediterraneo e rendere la pariglia ad Attila bloccandovi l’impeto di un altro conquistatore della stessa razza asiatica e turanica degli Unni alla cui famiglia apparteneva: i Turchi”.

tratto da “Storia d’Italia”, Indro Montanelli