“Nell’Italia soggetta all’Austria – Vicende dei miei anni d’insegnamento”, Ernst Gnad

GnadIl professore boemo Ernst Gnad ha solo vent’anni quando viene mandato in Italia dal governo austriaco ad insegnare la lingua tedesca ai giovani studenti delle scuole del Regno Lombardo-Veneto. Dal 1853 il tedesco è diventato infatti un insegnamento obbligatorio in tutti i territori della corona perché, come avverte il Piano ministeriale asburgico, “veramente è indispensabile che in un grande Impero almeno le persone colte delle sue parti possano intendersi tra loro”. Succede così che il giovane Gnad, grazie alla sua passione per la lingua e le lettere italiane, ottiene ben presto una cattedra in Veneto, in una terra per lui fino ad allora sconosciuta e solo immaginata. E’ il 1856.

Nel suo libro di memorie pubblicato ad Innsbruck nel 1904, l’autore racconta con dovizia di particolari gli anni trascorsi nelle città di Padova, Udine e Venezia, regalandoci un interessantissimo e prezioso resoconto del clima sociale e politico che fermentava in quegli anni in una regione ostile al governo dell’Austria e desiderosa di un riscatto nazionale.

A causa delle agitazioni politiche del tempo (siamo in pieno Risorgimento) la situazione che Ernst Gnad deve affrontare in Italia non è certamente delle più agevoli per chi come lui è tedesco e al servizio dell’”oppressore” austriaco. Suo malgrado, comprende fin dall’inizio che per ottenere la stima o quanto meno il rispetto della popolazione locale – a partire da colleghi ed allievi – deve compiere enormi sforzi. Una volta arrivato viene subito avvertito: “Sono tempi difficili. I giovani non vogliono saperne del tedesco e ti daranno molto da fare”. Infatti i problemi non tardano a manifestarsi per il giovane professore, che deve dar fondo a tutte le sue energie e alla sua razionalità per svolgere in modo accettabile la propria professione. Il rapporto con gli studenti è complicato, perché gli episodi di insubordinazione contro l’insegnamento del tedesco nelle scuole italiane sono all’ordine del giorno: intere classi che escono al momento della lezione o scene mute durante le prove di profitto, unite ad altre manifestazioni di aperta sfida all’autorità. Ciò nonostante, Ernst Gnad riesce ad imporsi in più frangenti e soprattutto a guadagnarsi la considerazione e talvolta anche la simpatia dei propri alunni, che in più di un’occasione gli confessano privatamente di disertare le sue lezioni non per astio nei suoi confronti o disinteresse verso la materia ma per ragioni prettamente politiche.

Le manifestazioni patriottiche del Veneto di allora trovano grande spazio nella narrazione dell’autore, il quale, pur essendo un fedele e devoto suddito asburgico, non mostra mai alcun risentimento nei confronti degli italiani e del loro desiderio di rivincita nazionale, di cui anzi sembra quasi comprendere le ragioni più sincere e profonde.

Per il resto, il libro è un interessante e curioso susseguirsi di eventi di vita quotidiana narrati da un giovane che, fin dall’inizio della sua permanenza in Italia, rimane affascinato dalla luminosità del cielo e dal calore del sole che si trovano al di qua delle Alpi e non può fare a meno di provare buoni sentimenti per una popolazione che definisce “singolare […], un misto di di mediocrità e di grandezza, di errori e di virtù, come se si trattasse di un bambino viziato dal suo limpido cielo felice”, capace col proprio carattere “di dare un bagliore di amabilità e di grazia ai suoi difetti e alla sua sgarbatezza”.

Costretto a ritornare in patria dopo l’unione del Veneto al Regno d’Italia nel 1866, Ernst Gnad riceve con sua sorpresa dalla nuova amministrazione italiana la lusinghiera proposta di rimanere insegnante a Padova cambiando semplicemente materia e passando al greco antico. Per un sentimento di fedeltà al suo Paese non gli è però possibile accettare. Torna tuttavia a Padova qualche mese più tardi per salutare e ringraziare conoscenti e colleghi, e proprio in quell’occasione viene accolto calorosamente anche dai suoi vecchi studenti, rallegrati e festanti per l’imminente visita di Giuseppe Garibaldi in città, alla quale assiste personalmente.

“La giornata d’uno scrutatore”, Italo Calvino

giorn_scrutNegli ultimi anni sono stato più volte scrutatore, all’inizio anche con una certa partecipazione emotiva: non mi sentivo, insomma, un semplice scribacchino temporaneamente funzionale all’apparato burocratico statale, ma mi piaceva pensare di essere un ingranaggio necessario, seppur minuscolo, alla ‘grande macchina’ della democrazia. Col tempo – direi approssimativamente da quando ho smesso di guardare alla politica con la beata ingenuità di chi pensa di cambiare il mondo – i miei sentimenti sono cambiati, e forse non solo i miei a giudicare dal lento ed inesorabile calo dell’affluenza alle urne da parte degli italiani. Ecco allora che in un tempo di crescente disaffezione verso la politica e i rituali della democrazia, pensavo che leggere questo breve racconto di Italo Calvino, La giornata d’uno scrutatore, scritto a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, potesse restituirmi quella visione un po’ fatata degli anni scorsi. Purtroppo, non è stato così. In primo luogo, l’opera di Calvino descrive una situazione in cui è quasi impossibile riconoscersi per chi come me è stato recentemente al seggio, perché lontana nel tempo e del tutto peculiare: il protagonista Amerigo infatti è un intellettuale comunista che nel ’53 viene nominato scrutatore al famoso Cottolengo di Torino, un istituto cattolico dove si dà cura e assistenza ai malati di mente. Si tratta di un racconto dal sapore autobiografico, “più di riflessioni che di fatti”, come afferma lo stesso autore. Il tono, soprattutto nella prima parte, è di accesa polemica, perché il Cottolengo finisce per diventare la grande metafora del potere democristiano di quegli anni, con tutte le scorrettezze e i piccoli abusi annessi e connessi (minorati mentali legittimati al voto, incapaci di intendere e di volere portati in cabina da preti e monache, e via dicendo…). A dominare il racconto sono il rancore, un’acida ironia e un senso di rassegnazione. Frequenti sono le dissertazioni, spesso di ampio respiro, sul clima politico di quegli anni ma anche sulla condizione umana, sul dolore e l’infelicità. Il quadro che ne esce è sicuramente estraneo a qualsiasi mitizzazione di quel periodo storico. Devo ammettere purtroppo che fatta eccezione per qualche spunto, la lettura mi è risultata noiosa e talvolta anche poco scorrevole.