“Cos’è il supermercato”, articolo Domenica del Corriere 19 ottobre 1958

Questo interessante articolo di costume apparso sulla Domenica del Corriere del 19 ottobre 1958 (n. 42) descrive una delle grandi novità dell’epoca: il supermercato. Arrivato dagli Stati Uniti nel dopoguerra e comparso inizialmente nelle principali città italiane, verso la fine degli anni Cinquanta il supermercato annunciava di diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vincendo lo scetticismo di quanti credevano che questa modalità di vendita non potesse attecchire in Italia. La vastità dell’offerta, il prodotto preconfezionato, l’assenza di un commesso con cui trattare quantità e prezzo sono le più rilevanti innovazioni portate dal supermercato, il quale si presenta subito come una “lusinga irresistibile” per i consumatori italiani. Non manca tuttavia l’altra faccia della medaglia: il supermercato – ci avverte l’articolista – è anche una grande trappola ingegnata per farci spendere quando in realtà non ne avremmo bisogno.

“Cos’è il supermercato” (articolo di Marisa Mazzini, disegno di Ugo Guarino)

Supermercato” è quel negozio di alimentari e drogheria dove i clienti si servono da sé. E’ una invenzione americana. In Italia per ora esistono supermercati a Milano, Roma, Salerno. Se ne aprirà presto uno a Napoli. Negozi-pilota a semi “self-service” o a “self service” completo o anche di tipo tradizionale, ma con “vendita visiva”, si aprono ad Arezzo e Macerata in questi mesi. Già ne esistono a Milano, Vicenza, Treviso, Padova, Bologna e Genova.

Il supermercato è la soluzione moderna del “mercato” di generi alimentari e di drogheria, il riassunto di cinque o sei negozi: macelleria, latteria, pescheria, drogheria e fruttivendolo. Un sistema nuovo di fornirsi e di vendere: il self-service, cioè l’acquisto che si fa senza commesso. Il prodotto preconfenzionato e prezzato.

Supermercato, lusinga irresistibile. La signora un po’ snob, spingendo il carrello per la lunga corsia del supermercato si sente “tanto America”, il marito che ha la moglie al mare si sente finalmente a suo agio, la massaia, dimenticate le abitudini per la curiosità, pensa quanto può risparmiare e ritorna.

Quando, alcuni anni fa, si cominciò a parlare di supermercato, e di self service, ci fu chi disse, aggiornata la frase: “e ora inventateci i clienti. Saran cose che piacciono in America. Noi non siamo macchine per comprare. Chi rinuncia a tirare sul prezzo?”.
Individualisti come siamo, accontentarci non è facile. In Italia si producono 170 tipi di pasta, per fare il primo esempio sottomano. Il supermercato però non ci “pianifica”. A partire dai più piccoli, 400 metri quadri, ai più grandi, 800 metri quadri, i supermercati vendono dai 1200 ai 2500 articoli. Una vera città del consumo. Ampio è quindi il campo delle preferenze e delle scelte. Diversi, l’uno dall’altro, i clienti.

All’apertura di un supermercato milanese c’era una ressa da “prima”. Un incaricato regolava l’accesso. Sulle “gondole”, banchi che stanno in mezzo al negozio, come le loro omonime del mare, la prima abbondante suggestione offerta dai coloratissimi prodotti di richiamo, divertenti e inutili, i prodotti “civetta”. Irresistibile nei trasparenti vasi di vetro, il più incredibile stock di marmellate, frutta sciroppata, macedonia. Affollata la cassa, dove sostavano, in attesa del controllo, massaie e carrelli. Ognuna dava un’occhiata nel carrello dell’altra trovando un alibi per il suo così pieno. Una donna, nell’uscire, rifaceva a fatica la somma di numeri. Era la prima volta. Vinta, con fiducia del conto esatto, del prodotto di marca, dell’igiene e della conservazione, perfetta l’ultima perplessità, sarebbe ritornata.
Una volta entrata nel labirinto del supermercato, data la prima diffidente occhiata, comincia la curiosità. Tanto vedere non costa niente. Tutto contribuisce a farlo credere. Invece non è proprio così.

Una recente inchiesta americana ha messo in luce cose insospettate. La gente non acquista perché ha veramente bisogno di una cosa, ma perché una cose le piace. In una parola, la vendita è affidata all’istinto compulsivo: è emozionale. Stabilito questo fatto, psicologi e maghi della pubblicità si allearono per far comprare anche le cose inutili, per creare nuovi bisogni, accrescendo le suggestioni visive, rendendo più bello ogni oggetto, colorandolo, dando al colore una potente carica ipnotica. L’imballaggio divenne una scienza.
Abolita la “conta dei nasi”, ovvero la ricerca dei gusti del pubblico attraverso la statistica, si cercò di “emozionare” gli oggetti, di farli “vedere”. Da questo momento la lista della spesa cominciò a comprendere voci impreviste. Un bel giorno, da una inchiesta fatta dalla Dupont, risultò che solo una donna su cinque entrava al supermercato con la lista della spesa in mano. Tutte le massaie però, con lista o senza, trovavano il modo di riempire il loro carrello. Che cosa stava succedendo? La relazione rispose: sette acquisti su dieci sono provocati da un impulso momentaneo. Senza avvedersene (ogni prodotto dice “prendimi”) tutte le donne compravano di più. Si trattava di stabilire la ragione delle scelte e a ragione delle preferenze. L’acquisto di cibi aromatici o dall’odore pungente o degli oggetti resi “voluttari” dal colore rappresenta il novanta per cento degli acquisti totali.
Una massaia americana, alla quale si chiese perché aveva comprato una data conserva, rispose ingenuamente: “perché mi piace la scatola”.

Un detersivo, appena lanciato sul mercato, era stato presentato in tre diverse confezioni per sondare le reazioni del pubblico: astuccio blu, giallo e giallo-blu. Solo l’ultimo ebbe successo. Ma lo straordinario della cosa sta nel fatto che le risposte furono concordi: “la scatola gialla rovina la biancheria, il detersivo della scatola blu è molto scadente”.
I colori che fanno vendere sono il rosso e il blu. Il rosso impressiona le donne, il blu gli uomini.
Il Color Research Institute, specializzato nelle confezioni di richiamo, prima di lanciare un prodotto nella città campione, lo sottopone a un preventivo test oculare, per accertare il grado di attrazione.
Nei supermercati italiani è però raro che i prodotti possano creare una massa di colore. Poichè il supermercato vende senza commessi, i prodotti devono raccomandarsi da soli. Però sarebbe controproducente, almeno per il momento, non includere le marche tradizionali ormai ampiamente reclamizzate dal tradizionale imballaggio.

Altra novità, almeno per l’Italia, è il self-service, “io mi servo da sola”. Solo una trentina di persone, comprese quelle addette alla confezione, formano il piccolo drappello dei venditori. Ed anche in questa apparente lusinga, dell’”entrate e guardate”, sta la chiave psicologica che apre abbondantemente i portafoglio del cliente. L’Italia, ultima arrivata, è al primo posto nella tecnica del self-service. Al pane, però, almeno per il nostro gusto di italiani, almeno, è irrimediabilmente negata una confezione standard.

Poichè l’esigenza della vita moderna è quella di far presto, il supermercato è il negozio di oggi, che offre la possibilità di comprare, col minimo spreco di tempo, tutto quanto occorre e soprattutto abolisce la “coda”.
Quanto tempo occorre per girare un supermercato? Pochissimi secondi, esattamente dieci. Però se ci riuscite siete bravi: mille lusinghe vi fermano ad ogni passo. E fermarsi significa comprare. Quindi lo scopo è quello di trattenere il cliente, di lasciargli sempre qualcosa da cercare. Per questo i banchi “seri” sono posti dietro i prodotti-civetta, in fondo al negozio, ampiamente reclamizzati dalla luce. Se carne, pasta, detersivi, olio, sapone, riso, frutta fresca, zucchero, sono messi troppo a portata di mano, diventa estremamente facile comprare solo le cose indispensabili, ed andar via. Invece sulla strada dell’uscita si frappongono, tra il cliente e la libertà, le “trappole del superfluo”.
Profusione di cioccolata, dolciumi di ogni tipo, salse, pop corn, germogli di grano per il tipo salutista, crakers che non ingrassano di un grammo, creme da spalmare sul pane, torte e sottaceti, caviale e coca-cola.
Non si trascura il comfort, offerto dall’aria condizionata, da una leggera musica di fondo, da un dispositivo per tenere il bambino davanti al carrello della mamma.

Ad ogni Paese, ad ogni città il suo supermercato. I nostri supermercati sono certamente diversi da quelli americani, dove, per esempio, c’è l’usanza di fare la spesa una volta la settimana, per l’enorme abbondanza di frigoriferi. Novantacinque donne su cento lo posseggono. I supermercati americani sorgono in periferia, e davanti vi è un grande parcheggio di macchine perché tutti comprano moltissimo. In Svezia, precisamente a Stoccolma, vi è un supermercato di prodotti di lusso. In Svizzera, come già a Milano, i supermercati sono collocati nei sotterranei dei grandi magazzini.
In Italia, dove i supermercati sono una novità di questi ultimi cinque anni, essi sono ancora “arroccati”, in numero limitato, nelle grandi città. Milano ne possiede sette e arriverà ai dieci alla fine di questo anno. I primi sono stati istituiti a Roma. Anche una città del sud, Salerno, ha il suo supermercato. Se però non tutte le città si possono giovare di questa nuova maniera di vendere, nelle città di provincia si stanno sviluppando negozi pilota a self-service o a semi self-service, per sondare, nel luogo, la possibilità di aprire un supermercato. Così si è fatto a Genova, a Bologna, a Cesena, dove è stato aperto un supermercato sperimentale durante la Fiera. Un sondaggio nell’opinione pubblica dei consumatori e dei visitatori di questo supermercato dimostrativo ha dato risultati interessanti. Intanto si è rilevato che, almeno in provincia, vi è tendenza a fare gli acquisti in generi alimentari giornalmente. Il grande interesse è rilevabile dall’affluenza di visitatori: diecimila al giorno.

Interrogati i visitatori sul maggior pregio che trovavano nel supermercato, 264 su 285 intervistati risposero di preferirlo per il self-service, altri perché il supermercato vende tutti i generi alimentari, altri per la celerità del servizio, o per la possibilità di scelta, più ampia che nel negozio, o per il prezzo minore, reso possibile dalla entità delle vendite, o per l’igiene, o per i prezzi fissi, o per la disposizione delle merci. La più grande attrazione è stato lo scatolame.
Pur essendo altissima, 83 per cento, la percentuale di persone che, nella zona di Cesena, hanno mostrato tendenza a servirsi dallo stesso negozio di alimentari, centrale o periferico o mercato rionale, il 33 per cento dichiarò che avrebbe visitato abitualmente il supermercato, il 53 per cento qualche volta. Solo il 14 per cento si mostrò decisamente contrario.
Nonostante questi dati, relativi alla città di Cesena, non sia “moltiplicabili”, essi servono ad indicare chiaramente che i supermercati trovano terreno favorevole nella città e nella provincia”.

“Nazionalisti e patrioti”, Maurizio Viroli

viroliDedicato alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi, Nazionalisti e patrioti (2019) è un breve saggio di Maurizio Viroli sulla differenza che corre tra i due concetti e sulla necessità di contrastare gli attuali sovranismi con il linguaggio proprio del patriottismo repubblicano, definito come “una preziosa risorsa per far rinascere la coscienza civile degli italiani”. Se da un lato, infatti, il nazionalismo insegna ad amare la propria terra più delle altre e a disprezzare o odiare gli altri popoli, il patriottismo, dal canto suo, esorta all’impegno per la libertà politica e la giustizia sociale, nel convincimento che “la nostra lealtà e il nostro affetto devono andare alla patria intesa come libera repubblica di cittadini che hanno uguali diritti e uguali doveri”.

Nella storia italiana, l’ideale repubblicano di patria conobbe un vasto successo durante il Risorgimento grazie alle figure di Mazzini e Garibaldi, ma a dominare la successiva scena politica fu il nazionalismo, che raggiunse il proprio apice durante il ventennio fascista. A testimonianza della profonda differenza tra le due ideologie, l’autore cita alcune voci critiche levatesi durante il fascismo contro il patriottismo ottocentesco. Il giurista Alfredo Rocco, ad esempio, affermò che “il nazionalismo degli uomini del nostro Risorgimento non fu che mezzo per attuare il liberalismo e la democrazia”, mentre Giovanni Gentile condannò il patriottismo mazziniano per aver coltivato l’assurda idea che fine della patria è l’umanità. Conferme della cesura tra l’amor di patria risorgimentale e il nazionalismo delle camicie nere giunsero anche dal fronte opposto. Benedetto Croce infatti osservò che l’Italia delle guerre d’indipendenza, pur combattendo contro l’Austria, aveva tra i suoi motti “Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli”, e aggiunse:Il nazionalismo odierno non è quel vecchio e sano patriottismo con sfondo umano e cristiano; ma è decadentismo letterario esasperato”.

Secondo Viroli, il nazionalismo di oggi può essere vinto solo utilizzando gli schemi e le parole tipiche del patriottismo repubblicano, il qualeapprezza la culturale nazionale e i legittimi interessi, ma vuole elevare l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile”. La sinistra, invece di esaltare una presunta patria europea separata da quella italiana, dovrebbe volgere lo sguardo verso la migliore tradizione risorgimentale e costruire un linguaggio repubblicano capace di sconfiggere il nazionalismo della destra.

Il saggio di Viroli è senza dubbio encomiabile nella sua parte più accademica, quando cerca di dare un preciso significato alle categorie del patriottismo e del nazionalismo, ponendone in risalto le abissali diversità. Seppur valido, risulta invece meno convincente nell’ultimo capitolo, quello politico, dove sviluppa la tesi che l’avanzata dell’ideologia sovranista sarebbe imputabile a un’erronea strategia della sinistra italiana, colpevole di aver lasciato alla destra il monopolio del discorso nazionale. Una lettura a mio parere solo in parte condivisibile, dal momento che sembra trascurare il carattere internazionale dell’ondata nazionalista. Infatti, il sovranismo ha messo radici anche in Paesi dove le sinistre sono storicamente più propense della nostra all’utilizzo di un linguaggio patriottico (Stati Uniti, Francia e Regno Unito, etc…) e ciò impone, all’evidenza, una riflessione politica capace di andare oltre ai nostri confini nazionali.

“La ciociara”, Alberto Moravia

CiociaraIl romanzo è una cronaca della guerra, un libro sugli orrori della guerra

(Alberto Moravia al suo editore, Valentino Bompiani)

La guerra chiude gli uomini in una “tomba di indifferenza e di malvagità, li deturpa nell’animo, rendendoli apatici, duri di cuore e privi di pietà verso le disgrazie altrui. Questa è l’idea principale che attraversa le pagine della Ciociara di Moravia, dove la triste storia di Cesira e di sua figlia Rosetta è l’emblema di un’Italia dilaniata e sfigurata dalle tragedie del secondo conflitto mondiale. Le disavventure delle due protagoniste – costrette ad abbandonare Roma nell’estate del 1943 per la paura dei bombardamenti e a rifugiarsi tra i monti della Ciociaria – fanno da tessuto narrativo ad una più ampia meditazione su un imbruttimento morale che non risparmia quasi nessuno. La carestia, i prezzi folli della borsa nera, la mancanza di un tetto dove trovare riparo e l‘imperscrutabile malignità degli occupanti mettono a durissima prova i malcapitati del tempo, costringendoli a una lotta per la sopravvivenza dove non c’è spazio per “le leggi e il rispetto degli altri e il timor di Dio” e i valori dell’epoca di pace sono irrimediabilmente capovolti.
Le uniche luci a brillare nello scenario cupo e miserevole descritto da Moravia sono quelle di due giovani ragazzi: Rosetta e Michele (uno studente sfollato con cui le protagoniste instaurano presto un rapporto di amicizia). Pur animati da opposti ideali – Rosetta è estremamente religiosa, mentre Michele crede ferventemente nel socialismo – questi due personaggi appaiono puri, genuini e sorprendentemente saldi in un mondo che continua a precipitare. Tuttavia, seppur in maniera diversa, la guerra non tarderà ad allungare le sue mani anche su di loro. La ciociara, per buona parte, è la storia di queste gioventù spezzate, di due promettenti vite che in un contesto differente avrebbero ottenuto ben altra sorte.
Dopo La romana, pubblicato nel 1947, questo romanzo conferma una volta di più l’estrema sensibilità di Alberto Moravia nella descrizione dei personaggi femminili, una sensibilità che trova pochi pari nella letteratura italiana contemporanea.
Tutta la vicenda è filtrata attraverso gli occhi di Cesira, una donna semplice e di umili origini. Il racconto è pertanto improntato a una semplicità di espressione che rende la lettura fluida e agevole. Chiunque può tranquillamente avvicinarsi a questo libro, senza quella sorta di timore reverenziale che tante volte rende titubanti davanti alla lettura di un classico.

 

“Il malato immaginario”, Molière

maladeimaginaireUltima commedia teatrale di Molière (1673), Il malato immaginario porta in scena la storia dell’ipocondriaco Argan, un uomo ricco e scorbutico che si crede affetto da ogni sorta di malattia e che non riesce a vivere lontano da medicine, clisteri e dottori. La sua ossessione per la medicina arriva al punto da fargli combinare un matrimonio tra sua figlia Angélique e il medico Thomas Diafoirus, in modo da garantirsi le prestazioni di quest’ultimo per il resto dei suoi giorni. La rappresentazione distorta della realtà di cui è vittima non prende solo il suo stato di salute, ma si proietta anche sui sentimenti che i suoi cari nutrono per lui. A un certo punto, su saggio consiglio della serva, decide di fare un esperimento: fingersi morto per ascoltare i discorsi di coloro che accoreranno al suo capezzale. Ecco che la morte (seppur simulata) è rivelatrice di ipocrisie, menzogne e insospettati sentimenti d’affetto.

Non c’è niente di meglio che mori’ pe’ capi’ la vita” dirà Alberto Sordi nei panni di Argan, in una celebre trasposizione cinematografica della commedia (1979, regia di Tonino Cervi).

I personaggi di Molière hanno poco di reale e molto di caricaturale. In altri termini, sono delle vere e proprie macchiette, i cui caratteri vengono esasperati all’inverosimile. Si tratta di una scelta artistica che va a pieno vantaggio della comicità, come si può intuire. Ad ogni modo, non ne risulta minimamente compromessa la capacità dell’opera di descrivere qualcosa che viceversa è estremamente reale, ovvero la dinamica universale dei sentimenti e dei comportamenti umani.

Per un tragico scherzo del destino, Molière morì proprio durante una delle repliche del Malato immaginario, mentre interpretava la parte del protagonista Argan.

“Il brigante”, Giuseppe Berto

il-briganteForse egli si sentiva tanto forte da credere che mai avrebbe avuto bisogno di noi. Ma nei nostri paesi nessuno è così forte da poter vivere senza gli altri

Ambientato in un dimenticato paesino che riposa tra i monti della Calabria, in un mondo ancora distante dalla modernità, Il brigante di Giuseppe Berto è un romanzo incentrato sulla figura di Michele Rende, fuorilegge degli anni Quaranta arrestato per un delitto d’onore di cui è il principale sospettato. Evaso grazie ai disordini dell’8 settembre, dopo la guerra ritorna al proprio paese per predicare quegli ideali di libertà e giustizia sociale fatti propri durante l‘esperienza partigiana vissuta nell’Italia settentrionale. Tuttavia nei panni dell’agitatore politico Michele Rende preoccupa i “signori” molto più di quanto non avesse fatto da sospetto omicida, ed è così che viene inseguito nuovamente dalle forze dell’ordine, per sfuggire alle quali è costretto a nascondersi tra le montagne, dandosi alla macchia. Condivide il proprio destino con Miliella, una giovane ragazza di buona famiglia, figlia di contadini, che se ne innamora perdutamente e decide di seguirlo ovunque.

La voce narrante è quella del fratello di Miliella, l’adolescente Nino, che si fa conquistare fin da principio dal rude carisma di Michele Rende e che cercherà – per quanto possibile – di preservare lui e la sorella dalle insidie che vengono loro tratte.

Ispirato a una storia vera e scritto con quella fluidità di discorso che è tra le caratteristiche più piacevoli dello stile di Berto, Il brigante è senza dubbio un romanzo politico. Come spiegato dallo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione (1974), esso risente chiaramente di quel socialismo “elementare, utopico, scarso ma in compenso entusiastico e pieno di certezze” che molti artisti abbracciarono negli anni del neorealismo e al quale non pochi “erano pervenuti, senza grossi traumi, direttamente dal fascismo, il quale certe sue tendenze socialiste, non si capisce bene come, era riuscito a tenerle in vita nonostante tutto.

L’inconciliabilità etica della giustizia con il sangue è il concetto che l’autore affida alle ultime pagine, dove a dominare sono il disincanto e un senso dell’inevitabile.

Il brigante è un libro oggi dimenticato, anche se al tempo della sua pubblicazione (1951) una rivista inglese lo definì “uno dei più belli e tragici romanzi che siano apparsi da anni, veramente un piccolo capolavoro” (Time Magazine).

“Dalla Serenissima al Regno d’Italia. Il plebiscito del 1866”, Angela Maria Alberton

plebiscito_per-segnalazione-uscitaIl centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia (1866-2016) è stato l’occasione per molteplici dibattiti sulle modalità attraverso le quali questa regione è passata dal dominio dell’Austria alla sovranità italiana. Principale oggetto di discussione è stato il plebiscito tenutosi nell’ottobre del 1866, mediante il quale la popolazione maschile delle province venete fu chiamata ad esprimere la propria volontà di annessione allo Stato appena formatosi sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II. Al riguardo, specialmente negli ultimi decenni, un filone revisionista particolarmente battagliero ha parlato di “truffa”, di “brogli” e di “inganno”, facendo così intendere che le popolazioni del Veneto sarebbero state ingiustamente private del loro diritto naturale ad autodeterminarsi.

Un libro di recente pubblicazione che analizza queste contestate vicende storiche è Dalla Serenissima al Regno d’Italia – Il plebiscito del 1866 di Angela Maria Alberton (dottoressa di ricerca in Scienze storiche e già autrice di Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento). L’opera è divisa in due parti: nella prima, viene approfondita la questione veneta per come fu fronteggiata all’epoca non solo dall’Italia, ma anche dagli altri governi europei (Francia, Austria, Inghilterra e Prussia). Nella seconda, si affronta l’argomento della cessione del Veneto e del tanto vituperato plebiscito, rispetto al quale l’autrice si prefigge di rispondere puntualmente alle seguenti domande: chi lo volle? qual era il suo valore?
Infine, il libro si conclude con un interessante capitolo sulle reali chance che dalle vicende diplomatiche e belliche del tempo potesse sorgere un Veneto autonomo, vale a dire né austriaco né italiano.

Senza anticiparne ulteriormente i contenuti, mi limito a segnalare agli interessati di storia nazionale questo libro, nella speranza che possa essere debitamente considerato nel dibattito su un argomento che, per ragioni estranee alla storiografia, appare sempre più spinoso.

“Una vita negata”, Alessio Alessandrini

618iwivizklL’autore ricostruisce con pazienza e perseveranza la dolorosa storia di una sua lontana parente, una storia che sembrava irrimediabilmente consegnata a un destino di oblio e di silenzio e che invece un evento inaspettato ha fatto riaffiorare in tutta la sua drammaticità. Nell’estate del 2003 Alessio Alessandrini scopre di essere erede di un piccolo appezzamento di terreno a Summaga di Portugruaro (Ve), precedentemente intestato a una certa Maria Luigia Trevisiol. Chi era costei? Una sorella della nonna, a quanto pare. Peccato che nessuno in famiglia ne abbia mai parlato o anche solo fatto cenno. La sua memoria è stata inspiegabilmente cancellata: non ne rimane alcuna traccia, se non un lembo di terra vicino alla ferrovia e che ora il Comune intende espropriare. Tuttavia, l’autore non impiegherà troppo tempo per comprendere da sé i contorni di una vicenda che ha dello spaventoso.
Maria Luigia Trevisiol aveva solo quindici anni quando nel 1908 il padre la portò con sé a Venezia per quello che sembrava un viaggio di piacere e che si rivelò invece l’inizio di una lunghissima e tormentata fine: il ricovero nel manicomio di San Clemente, il primo di una fitta serie che non l’avrebbe più vista ritornare a casa nemmeno per una notte e che si sarebbe conclusa solo con la sua morte nel dicembre 1959. Il dramma di questa povera donna è tutto nelle cartelle cliniche a suo nome, che riportano costantemente la medesima diagnosi: epilessia. La ragazza dunque non aveva nessun disturbo della psiche: era semplicemente epilettica, in un tempo in cui però la scienza medica non sapeva quasi nulla di questa malattia, che l’ignoranza e la superstizione popolare riconducevano sbrigativamente alle possessioni demoniache. La storia di Maria Luigia Trevisiol è una storia come tante, purtroppo, ma non per questo meno sconsolante e ingiusta. A risuonare tristemente dalle pagine del libro è l’eco di una vita vissuta ai margini della società e stroncata proprio quando stava per sbocciare, costretta a un lento ma inesorabile annichilimento e alla repressione dei più comuni desideri e sogni, oltreché a un’inguaribile e penosa solitudine. “Sono di fronte all’abisso di un’esistenza cancellata” scrive Alessandrini. “Una vita umile finché si vuole ma negata, tarpata, violata. Mi pare che il sottile spiraglio di luce che mi viene offerto su questa lontana vicenda si configuri come un invito, come un richiamo di responsabilità, come un impegno morale”. La vicenda di questa sfortunata donna viene romanzata dal pronipote, che ne intervalla l’appassionato racconto con vicende della famiglia e del Veneto di allora, un mondo contadino descritto una volta tanto senza nostalgie di un’età perduta. Il romanzo è uno stimolo ad apprezzare il valore del ricordo, l’unica arma a nostra disposizione contro le ingiustizie del passato.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.

Le letture e i viaggi (dalle “Lettere morali a Lucilio” di Seneca)

Esiste un collegamento che unisce le letture ai viaggi: entrambi conducono verso una dimensione diversa da quella a cui siamo quotidianamente abituati. Se il viaggio ci porta in altro luogo, la lettura compie esattamente la stessa operazione, lasciandoci però dove siamo. Si tratta di due attività che offrono molteplici possibilità di arricchimento interiore, ma come vanno gestite e a quali condizioni possono offrire reali benefici? Nella sua seconda lettera all’amico Lucilio (che viene qui richiamata in forma parziale), il filosofo Seneca affronta direttamente il tema, appellandosi, come di consueto, alla moderazione e alla stabilità.

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Testo originale

1. Ex iis quae mihi scribis et ex iis quae audio bonam spem de te concipio: non discurris nec locorum mutationibus inquietaris. Aegri animi ista iactatio est: primum argumentum compositae mentis existimo posse consistere et secum morari. 2. Illud autem vide, ne ista lectio auctorum multorum et omnis generis voluminum habeat aliquid vagum et instabile. Certis ingeniis immorari et innutriri oportet, si velis aliquid trahere quod in animo fideliter sedeat. Nusquam est qui ubique est. Vitam in peregrinatione exigentibus hoc evenit, ut multa hospitia habeant, nullas amicitias; idem accidat necesse est iis qui nullius se ingenio familiariter applicant sed omnia cursim et properantes transmittunt. 3. Non prodest cibus nec corpori accedit qui statim sumptus emittitur; nihil aeque sanitatem impedit quam remediorum crebra mutatio; non venit vulnus ad cicatricem in quo medicamenta temptantur; non convalescit planta quae saepe transfertur; nihil tam utile est ut in transitu prosit. Distringit librorum multitudo; itaque cum legere non possis quantum habueris, satis est habere quantum legas. 4. ‘Sed modo’ inquis ‘hunc librum evolvere volo, modo illum.’ Fastidientis stomachi est multa degustare; quae ubi varia sunt et diversa, inquinant non alunt. Probatos itaque semper lege, et si quando ad alios deverti libuerit, ad priores redi. Aliquid cotidie adversus paupertatem, aliquid adversus mortem auxili compara, nec minus adversus ceteras pestes; et cum multa percurreris, unum excerpe quod illo die concoquas. 5. Hoc ipse quoque facio; ex pluribus quae legi aliquid apprehendo.

Traduzione

1. Da ciò che mi scrivi, e da quello che sento, attingo buone speranze sul tuo conto: non vaghi di qua e di là e non sei angosciato dal cambiar continuamente di luogo. Questa frenesia è tipica di un animo ammalato: il primo indizio di una mente equilibrata penso che sia il saper trovare un punto fermo e restare in compagni di se stessi. 2. Sta’ bene attento, però, che codesto tuo leggere molti autori e volumi d’ogni genere non sia qualcosa di vacillante e inconsistente. E’ opportuno indugiare su pensatori ben selezionati e assimilarli, se intendi ricavarne elementi utili che si mantengano facilmente nel tuo animo. Non è in alcun luogo chi si trova dappertutto. Ecco quel che capita a chi trascorre la vita spostandosi da un luogo all’altro: incontra molta gente che lo ospita, ma nessuna amicizia. E questo è anche il destino di quanti non studiano a fondo qualche grande pensatore, ma passano in rassegna ogni cosa di corsa e senza soffermarsi su alcuna. 3. Non serve all’organismo né viene assimilato quel cibo che, una volta assunto, è subito eliminato; nulla ostacola in eguale misura la salute quanto il cambiare medicamento a ogni piè sospinto; non riesce a cicatrizzarsi quella ferita in cui si tentano vari farmaci; non si rinvigorisce quella talea che viene spesso trapiantata. Non esiste nulla di così utile da poter giovare di sfuggita. La quantità di libri ti mette a disagio: bene, poiché non potresti leggere quanto saresti in grado di procurarti, è sufficiente che tu abbia solo ciò che potresti leggere. 4. “Ma” tu dici “ora voglio srotolare questo volume, ora quello…” E’ proprio di uno stomaco viziato assaggiare molti cibi, e, se questi sono vari e in opposizione l’uno all’altro, intossicano, non nutrono. Dunque leggi sempre libri di provata autorevolezza e se talvolta ti è venuta la voglia di passare ad altri per distrarti, torna poi a quelli di prima. Ogni giorno assicurati qualche aiuto contro l’indigenza, contro la morte e non meno contro altri flagelli, quindi fra i molti pensieri che ti sono passati sotto gli occhi scegline uno solo che tu possa assimilare in quel giorno. 5. Anch’io faccio lo stesso: leggo non so quanti testi e mi tengo saldamente a qualcuno.

(la traduzione dal latino è di Fernando Solinas ed è tratta dalle Lettere morali a Lucilio ed. Oscar Mondadori)

“Daniele Manin e la rivoluzione veneziana del 1848-49”, Paul Ginsborg

Uno dei testi più interessanti sul Risorgimento italiano è senza dubbio quello dello storiografo inglese Paul Ginsborg dedicato alla rivoluzione di Venezia contro l’Austria, che ha preso luogo nel biennio 1848-49 sotto la guida di Daniele Manin.

Il grande protagonista: Daniele Manin

1426344_443565822415603_412871019_nArtefice nonché protagonista principale di quell’incredibile anno e mezzo di ribellione ed autogoverno veneziano fu Daniele Manin, uno dei leader più prestigiosi e rispettati del Risorgimento italiano. Paul Ginsborg lo descrive come un uomo prudente, onesto, avveduto, equilibrato e animato da una sorta di culto della ragione. Lontano anni luce dallo stereotipo del capopopolo rivoluzionario o del comandante dall’indole focosa alla Giuseppe Garibaldi, Manin rimase sempre fedele alla sua impostazione borghese, il che tuttavia non gli impedì di prendere il potere grazie a una rivolta e di raccogliere consensi tra tutte le classi sociali, comprese quelle più povere. Furono proprio il suo successo trasversale e l’enorme stima accordatagli dall’intera cittadinanza veneziana a consentire il proseguimento della resistenza anti-austriaca anche nei momenti più gravi, lì dove chiunque altro avrebbe probabilmente fallito.

Prima della rivoluzione Manin era già conosciuto a Venezia, ma non per la sua professione. Come avvocato infatti pare non godesse di particolari guadagni o soddisfazioni. Piuttosto aveva cominciato da tempo e in diverse sedi una lotta politica col governo austriaco per il raggiungimento di una maggiore autonomia amministrativa e condizioni economiche più favorevoli. In principio la sua fu una battaglia serrata ma condotta nei confini della legalità. Ad ispirarlo non erano soltanto congetture di natura economica, ma anche quelle idee liberal-nazionali alle quali fu conquistato fin da ragazzo. Di convincimenti repubblicani, il suo sogno era che un giorno Venezia potesse cancellare l’onta di Campoformio e ritornare alla sua antica indipendenza per costituire liberamente assieme agli altri Stati della penisola una repubblica confederale italiana, le cui modalità di funzionamento avrebbero dovuto decidersi in un’assemblea nazionale a Roma.

Incarcerato dall’Austria sui principi del 1848, venne liberato a furor di popolo assieme a Niccolò Tommaseo nel marzo dello stesso anno. Decisivo fu il suo contributo al buon esito della rivoluzione che ebbe luogo nei giorni immediatamente successivi e con la quale i veneziani riuscirono a cacciare autorità e truppe straniere dal loro territorio. Una volta proclamata la repubblica il 22 marzo con la dichiarata intenzione di formare “uno di que’ centri che dovranno servire alla fusione successiva e poco a poco di questa Italia in un sol tutto”, Manin si dimostrò molto abile nel compattare la popolazione di Venezia verso il perseguimento dell’indipendenza dall’Austria e a mantenere nel contempo quell’ordine pubblico che rischiava di essere compromesso dalla repentina caduta del potere imperiale. Questi e molti altri meriti furono però accompagnati anche da errori più o meno gravi che secondo Ginsborg influirono in modo decisivo sul fallimento finale del tentativo indipendentista veneziano. Anzitutto Manin non si rivelò in grado di predisporre nel lungo periodo un’adeguata e vincente strategia militare, che avrebbe potuto essere conseguita mediante l’immediata formazione di un esercito popolare veneziano. In secondo luogo errò fatalmente nel marginalizzare i contadini della terraferma e le province venete limitrofe nel contesto del movimento insurrezionale e del governo della neonata repubblica. Un coinvolgimento più profondo di queste realtà avrebbe potuto infatti rafforzare la sua posizione non solo nei confronti del nemico esterno, ma anche del sovrano piemontese Carlo Alberto, il quale negli sconvolgimenti politici del ’48 vide più un’occasione per allargare il proprio regno che la possibilità di costituire finalmente un’Italia unita.

La società veneziana nel corso della rivoluzione

11006379_638254046280112_2156276819168349991_nEccezion fatta per la nobiltà e l’alto clero, che consideravano maggiormente tutelate le proprie prerogative sotto il regime precedente, tutte le classi sociali di Venezia abbracciarono la causa nazionale italiana e il nuovo ordine politico, sperando di trovare in essi la realizzazione di aspirazioni e desideri a lungo covati. Ad ogni modo, la repubblica instaurata da Manin accese l’entusiasmo popolare non solo per la promessa di una maggiore giustizia sociale rispetto all’impianto reazionario asburgico, ma anche per evidenti e giustificate ragioni storiche. Infatti nel cuore dei veneziani il nome “repubblica” rievocava il ricordo di un passato glorioso, come testimoniato dal patriota Calucci: “Una generazione non basta a far dimenticare la storia di quattordici secoli; e se pochi erano vissuti sotto la vecchia repubblica, tutti invece ne avevano sentito parlare dai nostri padri colle lagrime agli occhi”. L’orgoglio municipale ebbe un ruolo fondamentale nella rivoluzione veneziana, dal principio all’epilogo, e fu tra gli elementi che permisero di tenere unita la città e di protrarre la lotta contro l’austriaco anche quando il destino appariva ormai tristemente segnato.

Con ciò non si deve tuttavia ritenere che la situazione cittadina fosse immune da scontri e frizioni interne, che traevano origine sia dalla contrapposizione di differenti indirizzi politici sia dalle diverse appartenenze di classe. In particolare, quanto ai contrasti politici, occorre ricordare che al partito repubblicano si oppose col tempo un partito ‘fusionista’ che sosteneva un migliore avvenire per Venezia sotto il regno sabaudo di Carlo Alberto. Con riferimento, invece, alle lotte sociali, non si può nascondere la verificazione di sporadici episodi di malcontento popolare contro le fasce più agiate della cittadinanza, le quali in più occasioni sentirono minacciate le loro proprietà. Nel corso della sua esperienza rivoluzionaria Venezia visse dunque anche dei momenti critici (a partire dal fallimento dell’esperienza fusionista, terminata ingloriosamente con la dipartita dei commissari piemontesi da poco insediatisi nel capoluogo veneto), ma il comune ideale e l’operato di Manin furono tali da garantire sempre la pace e l’equilibrio sociale, fino agli ultimi infelici giorni dell’agosto del 1849.

Paul Ginsborg: impostazione storiografica e stile

969169_441618522610333_733006888_nLa chiarezza espositiva e la fluidità del discorso di Paul Ginsborg richiamano indubbiamente lo stile di un altro storico inglese che si è occupato a fondo di cose italiane: Denis Mack Smith. Differente tuttavia appare l’impostazione teorica da cui prende le mosse Gisnborg, il quale nella redazione dell’opera si è ispirato evidentemente alla riflessione critica di Gramsci sul Risorgimento. Ne è testimonianza non solo la grande attenzione rivolta alle tematiche socio-economiche e alle divisioni di classe presenti all’epoca in Veneto e a Venezia, ma anche e soprattutto l’approfondita analisi dedicata alle ragioni del fallimento della rivoluzione borghese di Manin e più in generale dei repubblicani italiani del ’48. Partendo dall’idea gramsciana del Risorgimento come rivoluzione mancata, Ginsborg si interroga sui motivi che non hanno consentito a Venezia di portare a termine con successo il suo tentativo indipendentista e anti-reazionario, in un momento storico in cui i repubblicani ebbero la grande opportunità di porsi alla testa del movimento risorgimentale. Il fitto esame degli errori commessi da Manin nell’anno e mezzo di rivoluzione appare obiettivo, solido e ben argomentato.
Ciò detto, è bene ricordare che nessuna delle insurrezioni europee del ’48 ebbe successo. In un contesto internazionale di fallimenti, Venezia fu però l’ultima città insorta a cadere.