“Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, Paolo Rumiz

Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.

Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.

Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.

Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.

“Nazionalisti e patrioti”, Maurizio Viroli

viroliDedicato alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi, Nazionalisti e patrioti (2019) è un breve saggio di Maurizio Viroli sulla differenza che corre tra i due concetti e sulla necessità di contrastare gli attuali sovranismi con il linguaggio proprio del patriottismo repubblicano, definito come “una preziosa risorsa per far rinascere la coscienza civile degli italiani”. Se da un lato, infatti, il nazionalismo insegna ad amare la propria terra più delle altre e a disprezzare o odiare gli altri popoli, il patriottismo, dal canto suo, esorta all’impegno per la libertà politica e la giustizia sociale, nel convincimento che “la nostra lealtà e il nostro affetto devono andare alla patria intesa come libera repubblica di cittadini che hanno uguali diritti e uguali doveri”.

Nella storia italiana, l’ideale repubblicano di patria conobbe un vasto successo durante il Risorgimento grazie alle figure di Mazzini e Garibaldi, ma a dominare la successiva scena politica fu il nazionalismo, che raggiunse il proprio apice durante il ventennio fascista. A testimonianza della profonda differenza tra le due ideologie, l’autore cita alcune voci critiche levatesi durante il fascismo contro il patriottismo ottocentesco. Il giurista Alfredo Rocco, ad esempio, affermò che “il nazionalismo degli uomini del nostro Risorgimento non fu che mezzo per attuare il liberalismo e la democrazia”, mentre Giovanni Gentile condannò il patriottismo mazziniano per aver coltivato l’assurda idea che fine della patria è l’umanità. Conferme della cesura tra l’amor di patria risorgimentale e il nazionalismo delle camicie nere giunsero anche dal fronte opposto. Benedetto Croce infatti osservò che l’Italia delle guerre d’indipendenza, pur combattendo contro l’Austria, aveva tra i suoi motti “Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli”, e aggiunse:Il nazionalismo odierno non è quel vecchio e sano patriottismo con sfondo umano e cristiano; ma è decadentismo letterario esasperato”.

Secondo Viroli, il nazionalismo di oggi può essere vinto solo utilizzando gli schemi e le parole tipiche del patriottismo repubblicano, il qualeapprezza la culturale nazionale e i legittimi interessi, ma vuole elevare l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile”. La sinistra, invece di esaltare una presunta patria europea separata da quella italiana, dovrebbe volgere lo sguardo verso la migliore tradizione risorgimentale e costruire un linguaggio repubblicano capace di sconfiggere il nazionalismo della destra.

Il saggio di Viroli è senza dubbio encomiabile nella sua parte più accademica, quando cerca di dare un preciso significato alle categorie del patriottismo e del nazionalismo, ponendone in risalto le abissali diversità. Seppur valido, risulta invece meno convincente nell’ultimo capitolo, quello politico, dove sviluppa la tesi che l’avanzata dell’ideologia sovranista sarebbe imputabile a un’erronea strategia della sinistra italiana, colpevole di aver lasciato alla destra il monopolio del discorso nazionale. Una lettura a mio parere solo in parte condivisibile, dal momento che sembra trascurare il carattere internazionale dell’ondata nazionalista. Infatti, il sovranismo ha messo radici anche in Paesi dove le sinistre sono storicamente più propense della nostra all’utilizzo di un linguaggio patriottico (Stati Uniti, Francia e Regno Unito, etc…) e ciò impone, all’evidenza, una riflessione politica capace di andare oltre ai nostri confini nazionali.

“Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), A. M. Alberton

119._Finch___Ven_50cb01b90aa66Con un canestro de orae e con quatro canonae / Vegnirà Garibaldi a ste palae“, è quello che canta un ragazzo per le strade di Venezia prima di essere arrestato dalla polizia austriaca (A. Pilot, Venezia dal 1851 al 1866, p. 453 – 454). Altri giovani veneti non si limitano a cantare, ma durante le guerre d’indipendenza, spinti anche dalla fama del Generale, passano il confine e si arruolano come volontari. “I dati raccolti da Cavalletto indicavano in circa 20.000 i volontari provenienti dal Veneto nel biennio 1859-60, 15.000 dei quali entrano a far parte dell’esercito della Lega dell’Italia centrale, mentre 5.000 raggiungono Garibaldi nell’Italia meridionale” e per la guerra del 1866 lo zaratino Carlo Tivaroni sostiene di “non eccedere affermando che [i veneti] erano due terzi” dei circa 38.000 arruolati nel Corpo dei Volontari Italiani. Davanti a questi numeri è lecito domandarsi che cosa rappresentasse Garibaldi per i veneti negli anni del Risorgimento e quanto abbia influito la sua figura sull’affermazione e la diffusione degli ideali di unità nazionale in Veneto.

In un periodo di rinascita dei localismi e di contestazione del Risorgimento, parlare di garibaldini veneti e di garibaldinismo in Veneto può suonare quasi un’eresia“: così esordisce Angela Maria Alberton nel suo “Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), ed è quanto mai difficile darle torto, anche se, stranamente, l’argomento da lei approfondito non ha mai conosciuto una trattazione completa ed esauriente, nemmeno in periodi politicamente e culturalmente più favorevoli agli ideali che hanno animato le vicende risorgimentali. Infatti gli storici che in passato si sono occupati del volontariato garibaldino nelle province venete hanno concentrato la propria analisi o su periodi circoscritti o su singole città, ma nessuno ha mai provato a dare una descrizione generale del fenomeno, in modo da ricomprendere tutta la regione veneta e l’intero arco temporale che va dalla prima guerra d’indipendenza (1848) all’annessione del Veneto al Regno d’Italia (1866).

Il principale merito che va riconosciuto all’autrice del libro è dunque quello di aver tentato per prima una ricostruzione ad ampio respiro del garibaldinismo in Veneto, operazione sicuramente non semplice, dato il quadro diversificato ed articolato dell’argomento e il conseguente rischio di perdersi in questioni settoriali e specifiche.
Nonostante la complessità insita in questo lavoro di sintesi, la ricerca e la valorizzazione delle fonti trovano un felice ed originale esito nel saggio di A. M. Alberton, specialmente nell’approfondito capitolo sulle motivazioni che spinsero molti giovani veneti a farsi garibaldini, dall’assimilazione più o meno consapevole del discorso nazionale – non solo attraverso la letteratura, appannaggio di pochi, ma anche grazie ad altre espressioni artistiche più popolari, come canzoni e spettacoli di marionette – al desiderio di una migliore condizione economica e sociale, che si credeva potesse giungere con l’unificazione italiana. garibaldiniA queste molle se ne aggiunsero spesso delle altre, che riguardarono più da vicino le aspirazioni dei singoli: alcuni infatti videro nel volontariato garibaldino un trampolino di lancio o un’occasione per fare carriera nel mondo militare, altri vi furono spinti da un desiderio di avventura, dalla ricerca di forti emozioni o da un giovanile ed incosciente entusiasmo. Altri ancora sentirono il dovere morale di non sfigurare davanti alla figura paterna (come il veneziano Giorgio Manin, figlio di Daniele), oppure avvertirono il bisogno di guadagnare una maggiore stima ed affetto da parte di persone a loro care (come Luigi Cavalli, figlio illegittimo, che sul campo di battaglia cercò le attenzioni del padre naturale). Tutti però indistintamente subirono il fascino di Garibaldi, ne vennero quasi catturati, come se essere un suo soldato rappresentasse un onore e un motivo d’orgoglio particolare, che si aggiungeva a quello di combattere per la causa nazionale: “l’eroe di Marsala non rappresenta solo la perfetta incarnazione degli ideali e dei valori risorgimentali, ma è l’uomo d’azione per eccellenza, dotato di una forte carica carismatica”.

L’analisi si concentra poi su un fenomeno connesso a quello del volontariato garibaldino, l’emigrazione veneta, che vide molti giovani del Veneto trasferirsi in Piemonte (soprattutto nel biennio 1859-60) e che per le sue notevoli dimensioni preoccupò tanto il Regno di Sardegna quanto l’Austria. Anche qui la trattazione cerca di scavare in profondità, investigando le ragioni che portarono migliaia di ragazzi ad attraversare il confine italo-austriaco, con tutti i rischi del caso: la memorialistica e le testimonianze di molti personaggi dell’epoca descrivono un piccolo esodo che accanto alle più nobili motivazioni patriottiche e al rifiuto di prestare il servizio militare appena reso obbligatorio dall’Austria ha conosciuto anche ragioni di ordine puramente materiale, come la mancanza di lavoro e la crisi economica. E non sono mancati neppure quelli che hanno cercato solo di sfuggire a condanne penali per reati che nulla avevano a che vedere con la politica e gli ideali nazionali: “Il dovere di non confondere, per quanto sta in noi, la emigrazione onesta e veramente politica con falsi emigrati che abbandonarono le Provincie venete per sottrarsi alle conseguenze dannose dei loro reati, o che qua vennero per vivere a spese pubbliche e cercare fortuna, ci obbliga a non accordare il nostro patrocinio che agli emigrati veramente politici” (lettere tra il Comitato di sussidio dell’emigrazione veneta a Milano e il Comitato di Torino, 1863 – 1864).

Un interessante capitolo viene dedicato anche all’azione dei vari comitati segreti operanti in Veneto negli anni compresi tra l’armistizio di Villafranca e la terza guerra d’indipendenza: la maggior parte di essi si affidava principalmente al nome di Garibaldi e alla speranza che il Generale un giorno potesse ripetere in Veneto una seconda Marsala.

Infine, contro un’interpretazione riduttiva di quelle vicende, nelle ultime pagine viene affrontata la questione della partecipazione delle classi popolari venete al movimento nazionale, non tanto con l’intenzione di dare risposte definitive a un tema da sempre oggetto di dibattito, ma di “fornire alcuni spunti di riflessione che consentono di introdurre elementi di differenziazione e variazione in un quadro che si rivela tutt’altro che statico“.