Animali

Gli animali hanno un’anima? Molti dicono: “Si chiamano così proprio perchè hanno un’anima”. A mio parere le cose non stanno così. La parola (animale) è di origine latina e senza dubbio deriva da anima. Ma possiamo davvero immaginare che gli antichi romani fossero tanto ambientalisti da considerare gli animali dotati di un’anima, al pari degli uomini?

Animalia”: gli antichi romani li avevano chiamati così perché in tutta la natura erano le une cose animate. Ci si potrebbe chiedere: ma un fiore che germoglia o un fiume che scorre non sono forse animati? Indubbiamente, ma l’antico concetto di anima non ha nulla a che fare con quello di movimento: un fiume è un corso d’acqua in movimento verso il mare, ma non è animato perché l’anima è prima di tutto respiro, soffio vitale.

Ciò risulta ancora più evidente se confrontiamo il termine latino anima col suo corrispondente greco: psychè. Psychè deriva dal verbo psychein, il quale non a caso significa “respirare”.

La lingua

Ciò che caratterizza un popolo non è tanto la cultura o la religione, quanto piuttosto la lingua. Una comunità umana che parla la stessa lingua con grande probabilità si sentirà un popolo; allo stesso tempo, due comunità umane che parlano due lingue diverse molto probabilmente si sentiranno due popoli distinti.

La dimostrazione storica più evidente di questo fatto ce la danno gli antichi greci, che chiamavano se stessi ellenes e tutti gli altri barbaroi, letteralmente “coloro che balbettano”, in quanto non in grado di parlare la lingua greca. Sappiamo che i greci nell’antichità non hanno mai raggiunto l’unità politica (non è mai esistito un regno greco, ma sempre tante poleis) e nonostante ciò essi non hanno mai dubitato di essere un popolo, e questo essenzialmente in virtù della lingua comune che li univa.

Ma proviamo a pensare ad oggi: riusciremmo mai a definire “italiana” una persona che non sa una sola parola d’italiano? Ovviamente no, e tanto ci basta aggiungo, ovvero: non ci interessa sapere se la persona in questione possiede una cultura “italiana”, o se è figlia di italiani, o se professa la religione più seguita in Italia, il cristianesimo cattolico: per il solo fatto che essa non sa parlare la lingua degli italiani non la definiremmo mai tale.

Scegliere

La scelta è la dimensione fondamentale dell’essere. Noi infatti non siamo né ciò che appariamo, né ciò che abbiamo, ma quello che scegliamo: la vita che conduciamo è il risultato delle nostre scelte. Non sempre siamo consapevoli di scegliere; solitamente ce ne accorgiamo solo nei momenti più importanti (la scelta della facoltà universitaria, del lavoro, etc..) ma in realtà ogni nostra azione, anche la più banale, è il risultato di una scelta, ponderata o meno che essa sia. Anche chi non sceglie ha fatto la sua scelta: quella di non scegliere. Forse tra tutte le scelte è la più comune, probabilmente la meno impegnativa, certamente la più mortificante perché affida la nostra vita al caso o ancora più spesso alla volontà altrui. Alcune scelte non ammettono ripensamenti, altre sono tragiche perché ci pongono dinnanzi due mali altrettanto gravi. In ogni caso portiamo il peso delle nostre scelte, ne siamo profondamente segnati: la nostra condizione attuale è  la somma delle scelte fatte in passato, e quando dobbiamo scegliere per il futuro siamo condizionati da ciò che siamo, e cioè da quanto abbiamo scelto in passato.

Il leader

L’importanza dei leader viene spesso trascurata. Alcuni ritengono che si tratti di figure appartenenti al passato e che l’uomo di oggi, più colto, istruito e moderno, possa farne a meno. Non è vero. La ricerca di un capo è qualcosa di istintivo: l’uomo si è rivolto ai leader nell’antichità, nel medioevo e nei tempi più recenti: per quale motivo tutto ciò dovrebbe cessare oggi? I leader poi non sono solo quelli che guidano le nazioni o i partiti: anche un gruppo di pochi amici può cercare spontaneamente un individuo più forte al quale appoggiarsi (accade sempre in realtà). Sul punto voglio offrire l’interessante trattazione del sociologo Gustave Le Bon. Ecco un passo dal suo celebre “Psicologia delle folle” (1895).

Le bon

Non appena un certo numero di esseri viventi sono riuniti – si tratti di una mandria di animali o di una folla d’uomini – ricercano d’istinto l’autorità di un capo, di un trascinatore.

Nelle folle umane, il capo ha un compito importante. La sua volontà costituisce il nucleo attorno al quale si formano e si identificano le opinioni. La folla è un gregge che non può fare a meno di un padrone.

Nella maggior parte dei casi, il capo è stato dapprima soltanto un gregario, ipnotizzato dall’idea di cui in seguito è diventato l’apostolo. Questa idea l’ha invaso in modo tale che nulla più esiste al di fuori di essa, di modo che ogni opinione contraria sembra errore o superstizione.

Il più delle volte i capi non sono uomini di pensiero, ma d’azione. Sono poco chiaroveggenti; né potrebbe essere altrimenti, perché la chiaroveggenza porta generalmente al dubbio e all’inazione. Vengono reclutati soprattutto tra quei nevrotici, esagitati, semi-alienati che vivono al limite della follia. Per quanto assurda sia l’idea che difendono o lo scopo che perseguono, qualunque ragionamento si infrange contro le loro convinzioni. Il disprezzo e le persecuzioni non fanno che eccitarli di più. Interesse personale, famiglia, tutto è sacrificato. Perfino l’istinto di conservazione è distrutto, al punto che il martirio costituisce spesso l’unica ricompensa alla quale quegli individui ambiscono. L’intensità della fede conferisce grande forza di suggestione alle loro parole. La moltitudine dà sempre ascolto all’uomo dotato di forte volontà. Gli individui riuniti in folla perdono la volontà e quindi si rivolgono per istinto verso chi ne possiede una.

In ogni sfera sociale, dalla più alta alla più bassa, l’uomo, quando non è più solo, viene presto dominato da un capo. La maggior parte degli individui infatti, soprattutto fra le masse popolari, non avendo idee chiare e razionali al di fuori delle proprie specializzazioni, sono incapaci di governarsi da soli. E’ sempre un bisogno di servire, non un bisogno di libertà, a dominare l’anima delle folle. La sete di obbedienza le spinge a sottomettersi per istinto a chi se ne dichiara padrone.