Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.
Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.
Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.
Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.
Sintesi: I social network sono ormai diventati dei fondamentali attori nel mondo contemporaneo. La loro influenza, sempre più profonda, non riguarda soltanto il campo dell’informazione, ma si estende anche ad altre discipline, come la storia. Purtroppo, per loro natura, i social costituiscono un terreno fertile per complottismi e revisionismi vari. È dunque fondamentale, anche per gli storici di professione, non sottovalutare la questione e cercare di predisporre gli adeguati rimedi.
1. Premessa
Negli ultimi anni, si è discusso parecchio dell’impatto travolgente dei social media nel campo dell’informazione e della politica, soprattutto a seguito di alcune votazioni il cui esito è stato sensibilmente alterato dalla diffusione online di slogan e notizie false. Da fenomeno di costume apparentemente innocuo e frivolo, queste piattaforme virtuali si sono presto affermate quali rilevanti attori del mondo contemporaneo, come testimoniato dalla nota vicenda dell’ex presidente statunitense Donald Trump, il cui profilo Twitter è stato rimosso dopo il controverso assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021. Le polemiche sorte sull’opportunità di una simile censura, così come l’idea stessa che un profilo Twitter potesse fungere da canale “insurrezionalista” in una nazione come gli Stati Uniti d’America, sono tutte prove eloquenti dell’importanza conquistata nel tempo da questi mezzi di comunicazione.
Con specifico riferimento al nostro Paese, i dati di un recentissimo rapporto Censis sull’informazione, datato 26 luglio 2023, hanno evidenziato che il 64,3 % degli italiani utilizza un mix di fonti informative, tradizionali e online, mentre il 19,2 %, ovvero poco meno di 10 milioni di nostri connazionali in valore assoluto, si affida esclusivamente alle fonti online. Sommando le due percentuali, si raggiunge l’83,5 % di italiani che usano il web per tenersi aggiornati su politica e attualità, contro un 9,9% (circa 5 milioni di persone) che si affida esclusivamente a televisione e riviste e un 6,7% che dichiara di non informarsi affatto. Numeri imponenti che, ovviamente, crescono di anno in anno.
2. L’impatto dei social sulla storia
Tuttavia, l’influenza di Twitter (ora X), Facebook e affini non si ferma certo alla politica o all’informazione sui fatti d’attualità, ma è ben più vasta, includendo diversi settori e discipline, con effetti spesso distorsivi. Uno degli ambiti disciplinari più colpiti è senza dubbio la storia. Miriadi di persone, infatti, in modo più o meno disinteressato, pubblicano e condividono sui social contenuti a tema storico. Negli ultimi quindici anni, la cosiddetta public history, ovvero l’attività di ricerca e divulgazione storica svolta fuori dall’ambito accademico, ha visto allargarsi notevolmente la propria platea, con rilevanti conseguenze sulla percezione di eventi e personaggi storici da parte del grande pubblico. Il potenziale raggiungimento di un elevato numero di persone, se a prima vista può apparire come un traguardo auspicabile per una materia spesso ritenuta appannaggio di pochi addetti, presta però anche il fianco a teorie complottiste e revisioniste, che trovano facile preda in migliaia, per non dire milioni, di soggetti sprovvisti dei necessari “anticorpi”.
A favorire questo rischio è la natura stessa dei social e il modo in cui essi veicolano i loro contenuti. Tanto per cominciare, questi spazi virtuali non sono adatti ad accogliere la complessità.I post pubblicati, infatti, per non perire dinanzi all’enorme concorrenza, devono essere accattivanti, semplici e immediati. Meglio ancora se suggestionano il destinatario, solleticandone la fantasia, o se confermano i suoi stereotipi e le sue idee. Con riferimento ai contenuti a carattere storico, tutto ciò si traduce nella divulgazione di verità superficiali, per non dire di veri e propri falsi, presentati senza l’adeguata contestualizzazione, e naturalmente, senza l’indicazione della fonte di riferimento, che spesso è travisata, se non inesistente o inventata di sana pianta. Si configura così una dimensione comunicativa sterile, ingannevole e aproblematica, dove proliferano falsi e discutibili interpretazioni del passato, il cui fine più ricorrente, anche se non dichiarato, è quello di avvalorare una visione politica a scapito di un’altra. La distorsione che si produce in questi casi è duplice: la prima, evidente, colpisce la veridicità di quanto rappresentato. La seconda riguarda i canoni di giudizio utilizzati, in quanto, il più delle volte, si pretende di giudicare la storia con i criteri del presente. È il cosiddetto “presentismo” (malattia tipica della nostra epoca), lo stesso che nel 2020, sulla scia del movimento Black Lives Matter, portò all’abbattimento di decine di statue tra Stati Uniti e Regno Unito. In generale, la superficialità dei contenuti e la loro natura prettamente funzionale rispetto a questa o quella idea politica minano la spazio per la riflessione e il dibattito, quando invece la cultura umanistica ha sempre chiesto tempi lenti e basi solide, necessari per la comprensione di un concetto o di un evento.
Si potrebbe obiettare che spetta al singolo individuo scegliere quali contenuti visualizzare e che figurarsi l’utente medio del web come uno sprovveduto in preda a fabbricatori di menzogne è tutto sommato ingeneroso. Le modalità di funzionamento dei social e alcune statistiche recentemente raccolte ci suggeriscono però i contorni di una realtà differente.
Con riferimento ai contenuti e alla loro visualizzazione, occorre specificare che sui social network un utente non seleziona sempre gli articoli e le immagini che gli appaiono sul dispositivo, anzi, la maggior parte di essi gli capitano davanti agli occhi oltre la sua volontà. Il caso più comune è quello dei post condivisi da un contatto. Facciamo un esempio: Tizio, ogni volta che accede al suo profilo facebook, viene bombardato di post del suo amico Caio sulla pretesa origine aliena delle piramidi di Giza e sulla cosiddetta “teoria degli antichi astronauti” (resa celebre dal film di fantascienza Stargate del 1994).
Altra casistica, non trascurabile, è quella dell’“algoritmo”, ovvero di quel meccanismo in forza del quale il social network suggerisce all’utente pagine, gruppi e notizie per affinità. In altri termini, sulla base delle ricerche e delle visualizzazioni più frequenti del navigatore, la piattaforma propone una serie di contenuti ulteriori che potrebbero interessarlo. Non è ben chiara la modalità di funzionamento dell’algoritmo, i cui esiti, talvolta, possono essere paradossali. Resta il fatto, comunque, che anche per questa via l’attenzione dell’utente è indirizzata su articoli e immagini da lui non scelti. Ad esempio: Tizio è un grande tifoso del Napoli, e Facebook, quindi, per associazione, comincia a suggerirgli post della pagina Identità partenopea, dove si parla di “invasione nordista del Sud” e di “genocidio del popolo meridionale” perpetrato dai Savoia.
Entrambi gli esempi delineati mettono in luce il rischio che il nostro utente “Tizio” – il quale, con tutta probabilità, non si sarebbe mai sognato di informarsi su certe questioni – cominci a credere a quanto legge sui social su quegli stessi argomenti, figurandosi invasioni aliene nella preistoria, di cui non esistono prove, o pretese pulizie etniche, in realtà mai avvenute.
Purtroppo non ho rinvenuto sondaggi sulle bufale in campo storico, in particolare su quanto esse siano frequenti e sul numero di soggetti sui quali possano fare presa. Si tratta, dopo tutto, di un terreno poco esplorato e che attende un maggior approfondimento. Dobbiamo pertanto accontentarci, per analogia, delle statistiche raccolte in materia di fake news, con la dovuta premessa che le percentuali che andremmo a esporre, pur non potendo essere trasposte tout court ai falsi storici che girano online, appaiono comunque utili in quanto offrono un ottimo indicatore e un interessante metro di paragone.
Ebbene, stando al già citato rapporto Censis del 26 luglio 2023, il 76,5% degli italiani ritiene che le fake news siano sempre più sofisticate e difficili da scoprire, il 20,2% crede di non avere le competenze necessarie per riconoscerle e il 61,1% pensa di averle solo in parte. Soltanto una minoranza del 18,7% ritiene con certezza di essere in grado di riconoscere immediatamente una notizia falsa. Volendo semplificare al massimo, vi sono più di tre italiani su quattro che si dichiarano in difficoltà davanti a una notizia, o perché non hanno alcun mezzo per comprendere se si tratti una bufala o perché si ritengono almeno in parte sprovvisti delle conoscenze necessarie per stanare un falso. In ambito storico, è ragionevole pensare che le percentuali siano simili, se non più alte, considerata la scarsa abitudine del cittadino medio con il metodo storico e le sue regole.
D’altro canto, le teorie revisioniste e complottiste sono molto affascinanti e possono catturare nelle loro maglie anche persone con un buon livello di cultura. Sia ben chiaro: non si vuole qui negare che la storia abbia conosciuto dei complotti, o affermare che il revisionismo sia necessariamente un male da rifuggire. È anzi vero il contrario: è innegabile che nei secoli ci sono state diverse congiure, così come è evidente che rivisitare un fatto storico, scoprendone nuovi particolari e fornendone interpretazioni alternative, è forse il succo stesso della storiografia, che altrimenti rimarrebbe fossilizzata nelle sue conclusioni e chiusa a ogni nuovo studio o ricerca. I fenomeni rispetto ai quali occorre stare in guardia sono una stortura, un’estremizzazione delle due tendenze sopra descritte. Nel caso del complottismo, l’eccesso consiste nel partire sempre dal presupposto che la versione “ufficiale” sia falsa e costruita ad arte per ingannare le masse. “La storia è scritta dai vincitori” diventa un vero e proprio mantra, una sorta di credo che porta chi lo professa a negare a priori affidabilità alle tesi più affermate in seno alla comunità accademica, descritta come pigra o asservita al governante di turno. Tratti tipici del complottismo sono il vittimismo (i complottisti si ritengono infatti vittime dei cospiratori o quanto meno solidali con chi, in passato, ne avrebbe subito gli abusi) e l’immunità di fronte a qualsiasi prova fattuale contraria (la convinzione ideologica dei complottisti è talmente forte da non ammettere dimostrazioni di segno opposto e da non richiedere prove). Il revisionismo, dal canto suo, presenta delle forti analogie con il complottismo. Potremmo dire che una tesi revisionista non è necessariamente complottista, ma il più delle volte una teoria del complotto è revisionista. Lo storico Luca Falsini ha individuato due caratteri ricorrenti di quella che lui definisce la “degenerazione revisionista”, distinguendola dal revisionismo “sano”, che nasce da ricerche originali e documentate: la prima è il continuo ripetersi di storie negate e rimosse, la seconda è il rifiuto pregiudiziale della complessità. Tanto il complottismo, che pretende di spiegare i mali odierni con presunte congiure del passato, quanto la “degenerazione revisionista”, fatta di asserite verità taciute o nascoste, infestano i social network, e ciò sia per il loro alto grado di suggestione, sia per la loro immediatezza e semplicità, contro la complessità e la varietà della realtà storica. È provato, inoltre, che le teorie revisioniste ottengono molti più clic di quelle “ufficiali”, e come sappiamo, sui social si vive di visualizzazioni e condivisioni. La verità storica finisce così, suo malgrado, per inchinarsi al clickbait, con buona pace delle fonti e di chi cerca di valorizzarle adeguatamente.
3. Opportunità e soluzioni
Considerato l’impatto dei social sulla visione storica generale, è evidente che il fenomeno nel suo complesso non può essere snobbato né tanto meno ignorato. In altri termini, per gli storici sarebbe un errore imperdonabile chiudersi nella proverbiale torre d’avorio e continuare ad operare come se il mondo non fosse cambiato rispetto a trent’anni fa. Un simile agire, infatti, significherebbe lasciare strada libera a bufale e menzogne, con il rischio che le stesse si facciano senso comune, divenendo impermeabili anche alle ricerche più serie. Le modalità tradizionali di pubblicazione e diffusione non devono essere abbandonate. I saggi storiografici, con le loro note, sono uno strumento imprescindibile per offrire una corretta informazione sugli eventi passati. A tali modalità, tuttavia, vanno necessariamente affiancati nuovi strumenti, che consentano una divulgazione efficace anche sul web e in particolare sui canali social. Come sottolinea lo studioso Francesco Filippi nel suo recente lavoro Guida semiseria per aspiranti storici social (Bollati Boringhieri, 2022), il nuovo storico deve saper stare online e in particolare “comprendere dove e come nascono i dibatti social, saperne misurare l’ampiezza e l’impatto, comprendere i modi e i luoghi di rilascio di una fonte online, saper comunicare con un linguaggio adeguato ricerche, interpretazioni, opinioni”. A conclusioni simili giunge anche lo storico Luca Falsini, nel suo saggio La Storia contesa. L’uso politico del passato nell’Italia contemporanea (Donzelli Editore, 2020), laddove afferma che gli addetti ai lavori devono lavorare “sul linguaggio, sullo stile e sulla struttura dei testi”, imparando “l’uso di fonti meno consolidate , come la fotografia, le fonti orali e le immagini”.
Chiaramente, tale compito non può essere demandato ai soli storici di professione, che costituiscono una sparuta minoranza della popolazione. Chiunque coltivi una sincera passione per la storia dovrebbe impegnarsi nel tentativo di abbattere narrazioni fuorvianti, basate esclusivamente sul sensazionalismo e sulla suggestione, opponendo ad esse, con modalità comunicative efficaci, i risultati di serie attività di ricerca, preoccupandosi anche della loro citazione. Lo stesso web, peraltro, può venire in soccorso, con i suoi immensi archivi digitali a portata di mouse e la moltitudine di articoli e ricerche facilmente consultabili. Occorre, dunque, che si instauri una sorta di fact checking anche in ambito storiografico, con la puntuale smentita online di falsi storici virali.
Una soluzione da portare avanti parallelamente consiste nella sensibilizzazione all’interno delle scuole. Durante l’insegnamento della storia, i ragazzi dovrebbe essere allertati contro la disinformazione e le teorie del complotto. Il metodo più efficace per limitare l’espandersi di teorie false consiste infatti nell’insegnare a riconoscerle. Dopo tutto, gli schemi narrativi e i meccanismi tipici di certe teorie tendono a ripetersi. Agire d’anticipo, in via preventiva, è dunque fondamentale per formare nuovi adulti più resistenti alle favole e alle falsità che abbondano sui social network.
Esistono diverse ricerche dedicate al patriota veneto Pietro Fortunato Calvi, nato nel 1817 a Briana di Noale (Venezia) e resosi celebre nel 1848 per la guida del Cadore contro le truppe austriache. La biografia recentemente firmata dal professor Alessandro Sacco e pubblicata da Cierre Edizioni (2018) si distingue dalle precedenti per due aspetti: la restrizione del campo d’indagine agli ultimi anni di vita di Calvi – che coincidono con il fallito tentativo rivoluzionario nel bellunese nel 1853 e la conseguente condanna a morte per “alto tradimento” – e il ricorso ai verbali dell’inquisizione austriaca (i cosiddetti “costituti”) come fonte privilegiata per la ricostruzione degli eventi. Con riferimento a questo secondo aspetto, l’autore osserva che “una parte importante della vita di Calvi, dei suoi compagni – come di tanti patrioti – ci sarebbe ignota se non ci venisse narrata dai protocolli delle inquisizioni e dei processi”. Il carattere segreto delle cospirazioni risorgimentali, infatti, imponeva una comunicazione quasi esclusivamente orale di informazioni, fatti e persone coinvolte nelle trame anti-austriache, le quali dunque, il più delle volte, ci sono note nella misura in cui le autorità asburgiche ne vennero a conoscenza, avviando le indagini del caso. D’altro canto, le memorie stese dai protagonisti di quell’epoca, pur non rare, sono spesso redatte anni dopo lo svolgimento dei fatti, e in diversi casi risultano viziate da intenti agiografici, cioè di esaltazione acritica di un determinato personaggio o evento storico. Le carte austriache, al contrario, stante la maniacale attenzione per il dettaglio da parte degli organi inquirenti e la maggiore vicinanza temporale agli eventi, ci offrono un quadro tendenzialmente più fedele alla verità storica (sia pur con qualche distinguo, come vedremo). Di tale circostanza dava atto un grande studioso di processi intentati contro i patrioti risorgimentali, Alessandro Luzio, che nella sua opera dedicata al celebre processo Pellico-Maroncelli, intitolava il capitolo introduttivo La sincerità degli atti officiali austriaci e scriveva: “La procedura segreta austriaca, così funesta per i patrioti, avvinghiati nelle sue spire, può dirsi provvidenziale per lo storico, che – mercé quella congerie opprimente di costituti, di verbali, di rapporti, di note – è oggi in grado di ricostruire perfettamente le drammatiche lotte giudiziarie dei liberali italiani con gli inquisitori dell’ I. R. Governo”1.
Un limite, a dire il vero, lo incontrano anche gli atti processuali asburgici: non sempre, infatti, i patrioti interrogati erano sinceri nelle loro risposte. Tra i due estremi dell’accusato che “cantava” tutto e di quello che – nonostante le fustigate, le minacce di condanna a morte e le false promesse di libertà – si trincerava in un ostinato silenzio, negando ogni accusa2, vi era un’ampia zona grigia di patrioti che messi alle strette raccontavano parecchio, omettendo tuttavia diversi elementi e prestando particolare attenzione a non pregiudicare altre persone, specialmente se non coinvolte nel processo. In questa zona grigia si situa indubbiamente anche Calvi. Catturato in Trentino con una gran mole di documenti compromettenti (come la corrispondenza con Mazzini e Kossuth), il patriota di Noale si reputò perduto fin da principio e ritenne inutile confutare o nascondere circostanze rese evidenti dalle carte sequestrategli. Nell’interrogatorio del 18 ottobre 1853 (riportato per intero nel libro di Sacco), Calvi rispose puntualmente alle domande del commissario, fornendo una discreta quantità di informazioni, almeno finché si trattava di nomi e persone residenti in Piemonte o comunque fuori dall’Austria. Viceversa, quando le domande cominciarono a piegare sui suoi appoggi in Veneto, il patriota ribatté senza fronzoli: “… io non aveva nessuna relazione, non era diretto a nessuno, ed anche se lo fossi stato non lo direi, perché sarebbe un’infamia”. E ancora: “Io che non ho temuto le baionette austriache non posso nemmeno temere quelle misure di rigore che la Giustizia dice di poter contro di me attivare, qualora continuassi a voler mantenere il silenzio riguardo agli altri miei compagni”. La Corte non poté che prenderne atto, descrivendo Calvi come un uomo dal “temperamento serio ed altiero ed indole ferma; sostenuto e che sente molto l’onore, indifferente per la sua sorte, non avendo mai dimostrato il menomo turbamento, recandosi piuttosto a vanto le sue prestazioni per la rivoluzione e quindi ben lontano dallo spiegare pentimento e ravvedimento”. Colpisce infine, per l’aderenza al ritratto eroico dipinto dalla storiografia risorgimentale (o “ufficiale”, come preferiscono definirla i suoi detrattori), quanto scritto da mano asburgica nella relazione alla sua condanna a morte, tenutasi a Mantova il 4 luglio 1855: “Il condannato dimostrò negli ultimi minuti grande pacatezza d’animo, e montò il patibolo con fermezza e coraggio, senza dirigere parola al pubblico”.
2 Un celebre esempio di questo secondo tipo di patriota fu il trevigiano Luigi Pastro, coinvolto nel grande processo tenutosi a Mantova tra il 1852 e il 1853 contro diversi cospiratori mazziniani del Lombardo – Veneto, passati poi alla storia come “martiri di Belfiore” (dal luogo dove si tennero le esecuzioni capitali). Per il suo tenace rifiuto a ogni sorta di confessione, Pastro ottenne l’appellativo di “eroe del silenzio”. Anni più tardi, stese le proprie memorie del processo nel libro “Ricordi di prigione”.
Chiunque abbia visitato Vienna si sarà probabilmente imbattuto in una delle tante lapidi commemorative della vittoria sui turchi nel 1683, quando le truppe ottomane arrivarono fin sotto le mura della città, rischiando di stravolgere l’assetto geopolitico dell’epoca e, chissà, forse anche il corso della storia. Esistono svariate fonti sull’argomento. Fra quelle contemporanee, una delle più autorevoli è senz’altro L’assedio di Vienna dello storico inglese John Stoye, scritto nel 1964 e pubblicato in Italia dalla casa editrice il Mulino nel 2009. L’impostazione del libro è di puro stampo accademico. Normalmente, le storie di una battaglia sono storie politico-diplomatiche e, ovviamente, militari. Il saggio di Stoye non si distanzia dal genere, toccando punte di precisione e accuratezza storica veramente notevoli, mancando però, almeno in parte, sotto altri aspetti. Vedremo più avanti quali. Partiamo intanto dai fatti.
L’evento fu indubbiamente epocale: la mancata conquista da parte dei turchi della capitale asburgica nel 1683 segnò da un lato la fine della fase espansiva dell’impero ottomano e dall’altro l’ascesa dell’Austria come potenza sovranazionale esercitante la propria influenza sull’Europa centro-orientale. L’aspetto che più mi ha colpito nella lettura del saggio è stato l’atteggiamento delle varie corti europee di fronte all’attacco turco che puntava dritto al cuore del continente. In generale, l’Europa di allora non sembrava vedere negli ottomani un pericolo comune, anzi, c’era chi calcolava di trarre dei benefici dalla loro azione, come la Francia del Re Sole, nemico dichiarato dell’Austria. La città di Vienna, esattamente come Costantinopoli due secoli prima, fu lasciata quasi sola di fronte all’esercito del sultano, guidato in questa occasione dal gran visir Kara Mustafa. Lo stesso imperatore Leopoldo d’Asburgo, appresa la notizia dell’imminente assedio, ritenne opportuno abbandonare la capitale assieme alla sua corte. A soccorrere gli austriaci nel momento del bisogno furono alcune valenti truppe inviate dai principi elettori tedeschi e soprattutto l’esercito del re di Polonia, Giovanni Sobieski. Legato all’Austria da un trattato firmato l’anno precedente, che prevedeva un reciproco obbligo d’intervento nel caso di attacco proveniente da Istanbul, il sovrano polacco fu spinto a soccorrere l’alleato anche da altre ragioni. Innanzitutto, occorreva consolidare il suo potere a livello interno, avversato da una parte non indifferente della nobiltà del suo Paese. Quale chance migliore, dunque, se non una guerra contro l’odiato nemico ottomano? La vera necessità, tuttavia, era evitare di avere il turco alle porte di Cracovia. Caduta Vienna, il sultano si sarebbe sicuramente diretto verso la Polonia e questo, logicamente, valeva più di ogni altra motivazione. Difesa (preventiva) della patria, dunque. Ma non solo. La cattolicissima Varsavia era infatti fiera di ergersi a baluardo della cristianità contro l’invasore islamico, raccogliendo in tal senso non solo le suppliche dell’Asburgo, ma anche i calorosi appelli di papa Innocenzo XI.
La tattica offensiva dei turchi, che per poco non si rivelò efficace, era quella di costruire dei cunicoli sotterranei fino ai bastioni delle mura viennesi, piazzando al loro termine delle mine che una volta esplose avrebbero dovuto creare una breccia nel sistema difensivo avversario. Trincerati nella loro cerchia muraria, i cittadini di Vienna possedevano viveri e beni di prima necessità per circa quattro mesi, ma le modalità d’attacco ottomane rischiavano di far capitolare la città molto prima. Un rapido aiuto esterno era dunque quanto mai vitale per le sorti della capitale austriaca. La colonna di soccorso arrivò nei pressi di Vienna il 12 settembre, dopo circa due mesi di assedio. La battaglia infuriò per una giornata, ma alla fine le truppe tedesche e polacche ebbero la meglio sui soldati del gran visir, il cui errore principale fu quello di non predisporre un serio meccanismo di difesa per l’esercito assediante. Kara Mustafa, infatti, sottovalutando le capacità di resistenza del nemico, aveva diretto tutti i suoi sforzi alla conquista di Vienna, senza cautelarsi in vista dell’arrivo delle armate cristiane.
L’intera vicenda, a partire dai suoi antefatti, viene esaminata scrupolosamente dall’autore, il quale dedica particolare attenzione alle intricate trame diplomatiche dell’epoca nonché alla formazione e ai movimenti delle truppe accorse in sostegno dell’Austria. John Stoye, tuttavia, preferisce spendere poche parole sui veri protagonisti dell’assedio, ovvero i turchi e i viennesi. La sua idea, evidentemente, è che le sorti del conflitto si siano decise altrove, vale a dire negli scambi fra le corti interessate e nell’organizzazione militare del contrattacco. In quest’ottica, la resistenza degli abitanti di Vienna e lo spirito con cui i turchi tentarono vanamente di conquistare la città passano in secondo piano. Ad ogni modo, un maggiore interesse a come venne vissuto l’assedio dai suoi attori principali avrebbe sicuramente offerto un’opera più completa. In parte, probabilmente, si sarebbe scivolati dal piano storico a quello delle “memorie”, ovvero a rappresentazioni soggettive dell’evento. Si sarebbe dovuto ricorrere, infatti, agli scritti di qualche cittadino viennese o al diario di un soldato turco, cioè a fonti storicamente meno affidabili. Un tentativo di ricostruzione in tal senso sarebbe stato comunque apprezzabile. Per il resto, il saggio, anche grazie alla sua sintesi, rimane senz’altro consigliabile a chiunque abbia solamente sentito parlare dell’assedio di Vienna e desideri approfondire l’argomento.
Il povero musicante (conosciuto anche come Il povero suonatore) è uno dei pochissimi testi in prosa lasciatoci dal grande poeta austriaco Franz Grillparzer (1791-1872). Le prime pagine del libro – ambientato nella Vienna dell’Ottocento – sono dedicate a una meravigliosa festa popolare che si teneva in piena estate sulle rive del Danubio: la sagra di Santa Brigida. L’incipit è veramente una chicca: alla maniera elegante degli scrittori dell’epoca, ci viene offerto lo sguardo su una realtà paradisiaca, da paese dei balocchi. Nella festa di Santa Brigida, infatti, danza, vino, buoni bocconi e fuochi d’artificio danno vita a un’atmosfera incantata, quasi surreale, dove non esistono differenze sociali e tutte le sofferenze sono dimenticate. Il quadro è dei più idilliaci, una vera esaltazione della gioia di vivere viennese. Tutto sembra apparecchiato per una storia allegra e spensierata, quando il nostro autore finisce per concentrarsi su un particolare dal sapore amaro: un povero, anziano violinista che dietro al suo vecchio leggio suona sempre la stessa inconsistente melodia, suscitando l’ilarità dei presenti, i quali non lo degnano neppure di un’elemosina. Il suo contegno estremamente dignitoso e alcune parole in latino stimolano però la curiosità di un passante, che vi intravede il segno di un trascorso ben più nobile di quell’esistenza oscura. Dalla conversazione tra i due scaturisce il vero racconto, quello della gioventù del povero suonatore e di un amore perduto anni addietro per inettitudine e ingenuità. Pagina dopo pagina, si delinea una malinconica novella sentimentale, dalle sfumature fiabesche, dove affiorano alcuni dei temi tipici di questo genere letterario: un padre dispotico, un’educazione dura e severa, una quotidianità grigia e insieme a tutto questo una promessa di redenzione, anzi due: la musica e una ragazza. La ragazza purtroppo resta un miraggio, e la musica, senza amore, assume i connotati di una lamentosa e nostalgica rievocazione. Il protagonista del libro è a sua volta un personaggio ricorrente nella produzione letteraria austriaca di fine impero: un uomo riservato, umile, dai modi signorili ma decisamente poco pragmatico. Un personaggio che con alcune modifiche e un’indagine psicologica molto più accentuata sarebbe poi entrato anche nella nostra letteratura grazie all’opera di Italo Svevo: l’inetto. Contraddistinto da una deprimente incapacità di vivere e da un costante timore per l’azione, l’inetto è generalmente una persona animata da buoni valori e propositi, ma che a causa di un’irrimediabile inconcludenza finisce ai margini della sua stessa vita, rimanendone spettatore impotente. Nell’opera di Grillparzer questa caratterizzazione acquisisce dei tratti forse esagerati, ai limiti del patetico. Come sempre in questi casi, occorre tenere a mente il gusto e la morale dell’epoca, dove la rinuncia e l’umiliazione di sé (entro una certa misura) potevano ricordare la figura di un santo o comunque quella di un buon cristiano. Tradotto in italiano dal germanista Ervino Pocar, Il povero musicante di Grillparzer è stato stampato per anni dalla Mondadori. Al momento l’unica edizione in commercio è quella della Passigli (sempre con la traduzione di Pocar).
“Questa è la Germania, signor D., un cimitero bombardato”. Così nel 1946 un cittadino tedesco descrive il proprio Paese a Stig Dagerman, scrittore svedese inviato dal giornale Expressen per raccontare la situazione post-bellica nel vecchio Reich. Dagerman, all’epoca ventitreenne, realizza in poche settimane tredici articoli che verranno poi pubblicati a Stoccolma sotto l’emblematico titolo di Autunno tedesco (Tisk Höst). Un mondo di vinti e di emarginati popola le pagine di queste cronache, nelle qualiviene esposto in modo lucido e conciso il dramma umano di un popolo afflitto dalla miseria, obbligato ad apprendere “l’arte di scendere in basso” per sbarcare il lunario. Se è vero che lo stesso disastro morale e materiale aveva colpito quasi tutti gli Stati europei, nel caso della Germania tutto ciò era visto come una giusta punizione, nella pretesa che il Paese imparasse dalla propria disgrazia. Si dimenticava però, come osserva Dagerman, che la fame e la guerra sono due pessime maestre: una pancia vuota non chiede democrazia, ma pane; le rovine e i figli cadutiin battaglia non insegnano ad apprezzare la libertà, ma a convivere con la morte.
A scanso di equivoci, il discorso dell’autore (un convinto anarchico) non maschera simpatie per il regime passato, risultando piuttosto impregnato di una sincera compassione e di una genuina umanità.Il sottinteso legame che stringe le fila dei trediciarticoli è una riflessionesulla sofferenza umana, che nella sua dimensione totalizzante conosce solo il presente, mettendo in secondo piano cause e colpe ed eliminando ogni orizzonte futuro.Secondo Dagerman,soltanto migliori condizioni di vita potevano consentire ai tedeschi di ragionare veramente sul proprio recente passato e di elaborare un avvenire che mettesse a proprio fondamento la democrazia.
Recentemente ristampato in Italia da Iperborea (2018), Autunno tedesco ricorda per certi versi la cosiddettaTrümmerliteratur (“letteratura delle macerie”), la quale, esattamente come il Neorealismo in Italia, si era diffusa in Germania per il bisogno di comunicare esperienze concrete vissute in anni drammatici, seguendo quel filo stretto che da sempre unisce la letteratura al dolore.
Siamo ai primi del ‘900 e a un tavolino del caffè Gluck di Vienna siede quotidianamente Jakob Mendel, “persona senza eguali e uomo leggendario”, capace di scovare il libro più strano nella più sperduta libreria antiquaria esistente. Non c’è volume che sfugga alla sua conoscenza enciclopedica, maturata in decenni di maniacale lettura, l’unica attività a cui abbia dedicato la propria esistenza. Oltre ai libri, però, Mendel non sa nulla del mondo edè proprio questo innaturale distacco a giocargli un terribile scherzo, da cui non sarà più in grado di riprendersi, divenendo l’ombra di se stesso.
Pubblicato nel 1929, Mendel dei libri è il racconto di un uomo travolto dalla Storia, la metafora di un mondo che inconsapevolmente viaggia spedito verso la propria fine, lasciando dietro di sé solo un ricordo sfocato. Una novella malinconica, dal sapore amaro, esempio di una celebre letteratura austriaca successiva alla Grande Guerra, capeggiata da Stefan Zweig e Joseph Roth, orfani della “belle epoque” asburgica.
Chi non ha mai sfogliato Lemie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suoattaccamento alla vita.
Nelle Mie prigioni Pellico racconta con stile asciutto e direttoil suo personale incubo iniziato nelle carceri di Milano e Venezia e terminato ai confini dell’Impero Austriaco, in Moravia, nella tetra fortezza dello Spielberg. L’accusa di affiliazione alla Carboneria lo spinge lentamente verso il baratro, mettendolo di fronte a una prova fisica e morale difficilissima. Dopo la condanna a quindici anni di carcere duro, lo scrittore vive con dignitosa rassegnazione e senza rancore un’esistenza ignobile segnata dalla solitudine e tormentata dalle malattie causate dall’ambiente malsano del carcere. Con sforzo enorme tenta di rimanere aggrappato al mondo, nella convinzione che il male inflittogli sia ordinato a un suo giovamento.
Confinato in una terra lontana che non gli appartiene, strappato dall’affetto dei propri cari, costretto in antri freddi, umidi e bui, con una catena al piede, un tavolaccio di legno per letto e un rancio da fame, Pellico può contare unicamente sulla propria immaginativa per non impazzire. Compone, filosofa, poeta elegge avidamente i pochissimi libri che gli vengono concessi. Cerca di imporsi una ferrea disciplina dello spirito e di scacciare dal cuore ogni forma di cinismo, risentimento e odio, comprendendo che finirebbero per peggiorare la sua esistenza.
Alla nuda cronaca degli anni di prigionia, la narrazione interseca un caldo dialogo interiore, un vivido discorso dell’anima dove affiorano ricordi di una vita perduta e maturano confortanti riflessioni sull’uomo e su Dio. La filosofia e la fede sono infatti le fiaccole che Pellico si sforza di tenere accese per impedire alle sue tenebre di parlargli e per nutrire di sostanza le interminabili giornate del prigioniero.
Fortunatamente, a donare un minimo di incoraggiamento e di colore ci sono anche delle presenze umane. La prigione è un mondo parallelo popolato di figure che di tanto in tanto spezzano il duro isolamento del carcerato: sono gli altri prigionieri, i secondini, i medici e chiunque altro per occasione entri in contatto con quel desolantecosmo di reietti e dimenticati. I personaggi che il protagonista incontra nell’arco della sua prigionia restano scolpiti nella mente e sono forse l’immagine più dolce che rimane al termine della lettura. C’è ilmutolino, il bimbo senza parola che si affeziona a Pellico e torna a fargli visita davanti alle sbarre della cella di Milano; ilpovero e sprovveduto Maroncelli, carbonaro e amico di Silvio, protagonista dell’episodio più commovente della storia; l‘ingenua Zanze, figlia quindicenne del custode dei Piombi a Venezia, che rimane colpita dalla sventura dello scrittore e si intrattiene spesso a conversare con lui. Ma più di tutti resta impresso il vecchio caporale Schiller, carceriere di Pellico allo Spielberg, probabilmente la figura più nobile di tutto il racconto. Schiller è pur sempre un anello della catena oppressiva austriaca, ma l’autore lo descrive come un giusto che compatisce l’amaro destino dei prigionieri e fa tutto ciò che è in suo potere per alleviarne il dolore.
Silvio Pellico e Piero Maroncelli condotti allo Spielberg (25-26 marzo 1822), A. Scibaldi, copia da C.F. Biscarra, olio su tela, 1938
Silvio Pellico cominciò a scrivere i propri ricordi di prigionia nel 1831, soltanto dopo la scarcerazione. L’opera uscì a Torino un anno più tardi ed ottenne un successo travolgente, tanto da diventare il libro italiano più letto nell’Ottocento. La censura non poté nulla contro un testo che si dichiarava espressamenteapolitico e che in effetti non conteneva un solo attacco esplicito nei confronti dell’Austria. Nonostante ciò, come disse il cancelliere Metternich, esso arrecò più danno all’Impero di una battaglia perduta. La descrizione degli eventi infatti porta il lettore a solidarizzare con il prigioniero e a detestare i mandanti di tante inutili sofferenze. L’atto d’accusa, anche se non espresso, si legge tra le righe, risultando forse ancora più incisivo.
Le mie prigioni costituiscono in definitiva una splendida testimonianza, una lettura edificante a cui sarà utile andare non solo per approfondire una pagina importante della nostra storia nazionale, ma anche per conoscere l’esperienza di un uomo fuori dal comune, trovando nella sua abnegazione e nei suoi valori uno stimolo a superare ostilità e momenti bui.
Siamo agli inizi del Novecento, fra i banchi del liceo classico “Dante” di Trieste. La giovane Edda Marty, figlia di padre austriaco e di madre slava, è la prima allieva ad ottenere il posto in una scuola maschile. Si iscrive all’ultimo anno, quello della maturità. Coraggiosa ed intelligente, anticonformista ed emancipata, la ragazza riesce a mostrare fin dall’inizio tutto il suo potenziale. Vorrebbe impostare un rapporto paritario con i nuovi compagni, ma questi, affascinati dalla sua tempra, finiscono per innamorarsene, facendola oggetto di una corte serrata e ricacciandola sempre, dunque, nella sua condizione di donna. Il turbamento per quella presenza femminile, così fiera e sensuale allo stesso tempo, non rimane senza conseguenze: oltre ad episodi di allegra spensieratezza, si verificano torbidevicende che lasciano un segno nell’animo di quei ragazzi, anticipando le preoccupazioni dell’età adulta.
Un anno di scuola di Giani Stuparich, uscito nel 1929 e recentemente ristampato da Quodlibet, è la coinvolgente storia dell’ultimo anno di liceo di una classe realmente esistita nella Trieste asburgica, alla vigilia Grande Guerra. I protagonisti del racconto, tutti legati da una solida amicizia, vivono intensamente i sentimenti e i contrasti emotivi della loro giovinezza, con spirito libero e sincero. L’atmosfera ovattata della scuola li tiene ancora al riparo dalle insidie del mondo, ma arriverà presto un’ora in cui Edda e i suoi compagni apprenderanno che “la vita ha una sua tragica serietà e che quei banchi di scuola erano un giocattolo di fronte ad essa”.
La penna di Stuparich – elegante nelle descrizioni ed estremamente efficace nella caratterizzazione dei personaggi – tratteggia un’adolescenza che da un lato appartiene ad altri tempi (si pensi alla galante discrezione con cui Giorgio corteggia e conquista Edda, dandole sempre del “lei”), ma dall’altro contiene tutti gli elementi tipici di quella stagione della vita, che si manifestano ciclicamente, ad ogni generazione. Ancora oggi è impossibile leggere Un anno di scuola senza sentirsi chiamati in causa, senza andare col pensiero a quella breve ma segnante fase della propria gioventù. Il libro di Stuparich è dunque un testo fortemente rievocativo, che come affermava anni fa una vecchia recensione “un giorno saremo andati a ricercare, per ritrovare i nostri diciott’anni, come furono o come avremmo voluto che fossero”.
Curiosità: Al racconto di Giani Stuparich è ispirata una mini-serie televisiva del 1977 prodotta dalla RAI e diretta da Franco Giraldi.
“Dal mare veniva su un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale”
Oggetto di desiderio e di privazione, la terra è la grande protagonista di Materada, un romanzo di frontiera ambientato nell’Istria del dopoguerra, da poco assegnata alla Jugoslavia. Qui, in un paesino di campagna (Materada), si consuma l’amara storia dei fratelli Coslovich, Francesco e Berto, due contadini che pur avendo trascorso l’intera vita al servizio dello zio non ricevono nulla in eredità, se non una terra appena confiscata dal nuovo regime comunista. Caduti nell’imbroglio, i due faranno il possibile per ottenere quanto gli spetta, ma dovranno chiedersi fino a quale punto sono disposti a spingersi per avere giustizia.
Sullo sfondo di questa intricata trama familiare si staglia lo sconsolato quadro di un’Istria che giorno per giorno va svuotandosi, con le strade piene di camion traballanti di povere masserizie diretti verso Trieste. Pochi, infatti, scorgono un futuro roseo in quella terra martoriata e dimenticata dal mondo, in cui usurpazioni pubbliche e private si intrecciano e dove i torti arrivano come fendenti non solo dai nuovi dominatori, ma da tanti compaesani che in una situazione precaria e bizzarra rispetto al passato preferiscono guardare unicamente al proprio particolare. La rassegnazione raggiunge quasi tutti, compresi gli spiriti più forti, e l’Italia, anche se non tornerà mai più, è troppo vicina per non rappresentare una tentazione agli occhi di chiunque desideri trascorrere una vita diversa. Inserita in questo contesto, la vicenda della famiglia Coslovich, con il suo carico di ingiustizie ed egoismi, è a ben vedere una parabola del più ampio dramma che attanaglia la povera gente di Materada e delle altre città dell’Istria, dove l’unico modo per non rimanere schiacciati dalle iniquità della storia è partire, lasciare alle spalle i luoghi di una vita (e con essi la terra, la casa, la giovinezza), nella speranza di trovare fortuna altrove. Il libro contiene pagine di commovente poesia, come quando il protagonista Francesco, in fila al municipio per consegnare la domanda di espatrio, immagina come avrebbe potuto essere la vita sua e dei suoi figli a Materada, o come in uno degli episodi finali in cui gli esuli, impastata la voce di vino, esorcizzano il dolore per la partenza in canti alla città e alla gioventù ormai passata.
Se alcuni passaggi di Materada fanno brillare gli occhi, tuttavia, non è certo per una retorica più o meno alta (di cui il romanzo appare in realtà privo), ma piuttosto per l’abilità narrativa di Tomizza nel trasmettere con realismo la tragedia dell’esule, stretto tra affetti ancestrali e necessità di vivere, e chiamato infine alla dolorosa e ineludibile scelta.