Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

Un diario di viaggio: “Dalmazia” di Carlo Yriarte

dalmaziaQualche settimana fa ho trovato in una bancarella di libri a Porto Santa Margherita di Caorle un curioso diario di viaggio di fine ‘800 di un certo Carlo Yriarte, giornalista francese di origini spagnole nato a Parigi nel 1833.
Il libro (tradotto dai Fratelli Treves nel 1883 e recentemente ripubblicato da Edizioni Biblioteca dell’Immagine) è il resoconto di un lungo viaggio intrapreso dall’autore nel 1875 attraverso la Dalmazia, governata in quegli anni dall’Impero Austro-Ungarico. Nella sua ricchezza di descrizioni ed informazioni, il diario di Yriarte costituisce uno splendido affresco su una realtà oggi scomparsa, quella della nazione dalmata, un tempo multietnica e distinta dalla Croazia, anche se completamente slava nelle zone interne. A circa ottant’anni dalla caduta della Repubblica di Venezia (che dominò quelle terre per diversi secoli) lo scenario che si presenta agli occhi del nostro viaggiatore è il seguente:

“La costa è dappertutto veneta, da Zara a Cattaro, ma come nell’Istria, e ancora più che nel Margraviato, la campagna è slava, e la civiltà spira alla porta delle città che formano come l’orlatura del mare”

Yiarte non è un viaggiatore occasionale ma un uomo colto, che dimostra una profonda conoscenza della storia e dei costumi locali: per ogni città che visita si premura di spiegarne le origini, l’alternarsi delle dominazioni e le sue vicende più recenti. La Dalmazia descritta nel suo diario è una terra povera, incolta, poco fertile e dall’industria quasi inesistente: “E’ uno dei pochi paesi d’Europa dove possiate ancora soffrire la fame, la sete e il freddo”, annota a un certo punto. Tuttavia, per un curiosissimo ed inspiegabile contrasto, questi luoghi offrono anche un’esplosione di colori vivi, di abiti sgargianti, di mercati e feste locali colme di vita. Yriarte è particolarmente attirato dagli usi e dalle abitudini della gente del posto: ne descrive minutamente l’abbigliamento, gli accessori, le abitazioni ed anche quei monumenti e quelle piazze rinascimentali così simili a quelle italiane. L’autore non manca di addentrarsi nella campagna, per darci così un interessante spaccato della popolazione slava delle zone interne.

In quanto francese, Yriarte loda a più riprese i meriti della breve dominazione napoleonica, a cui però probabilmente dà troppa importanza a scapito dell’elemento veneziano, che a tratti sembra quasi disprezzare. Glielo perdoniamo: i francesi amano da sempre dare eccellenti descrizioni (solo) di se stessi.
Splendidi i disegni che accompagnano la narrazione e che sono stati abbozzati da Yriarte stesso durante le varie soste.

Una lettura consigliata a chiunque voglia tuffarsi nella storia di quelle terre, oggi così poco conosciute da noi italiani nonostante le incancellabili tracce lasciate lì dai nostri antenati.

“Lo scontro delle civiltà”, Samuel P. Huntington

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Dopo i fatti internazionali degli ultimi giorni, ritorna prepotentemente d’attualità un saggio politico scritto nel 1993 da un professore della Harvard, Samuel Phillips Huntington, dal titolo “Lo scontro delle civiltà”. La tesi portante dell’opera (successivamente aggiornata ed ampliata nel 1996) è che gli uomini, dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, non si definiscono più in base a un’ideologia politica, ma cercano la propria identità nella loro cultura di riferimento o, per meglio dire, nella civiltà d’appartenenza:

Nel mondo post-guerra fredda le principali divisioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale

Vi è dunque a livello globale un rinnovato attaccamento alle proprie radici, alla lingua, alla religione, ai costumi nazionali, e la conseguenza di questo fenomeno è inevitabile: alla rivalità tra superpotenze si va sostituendo “lo scontro delle civiltà”. In particolare Samuel Huntington scorge un pericolo nelle pretese universalistiche dell’Occidente, perché esse finiranno per metterlo sempre più in conflitto con le altre civiltà, prime fra tutte “l’Islam e la Cina”.
L’opera di Huntington è stata scritta in un periodo sicuramente poco propizio a questo genere di previsioni: dopo la caduta del Muro infatti vi era una sorta di convinzione generale nel progresso dell’umanità, in particolare nel superamento di ogni elemento di conflittualità tra le nazioni. L’Occidente, col suo modello politico ed economico, aveva trionfato sul comunismo e il mondo intero si preparava ad abbracciare la democrazia, il progresso, la pace e i diritti umani, in un contesto di modernizzazione incalzante, dove le nuove tecnologie avrebbero finalmente condotto l’umanità fuori dalle tenebre dell’arretratezza e dell’ignoranza e le avrebbero garantito un benessere fino ad allora mai raggiunto.

Samuel Huntington tuttavia non crede fin dall’inizio al modello di un unico mondo armonioso, che giudica “troppo distante dalla realtà”. I concetti fondamentali sui quali insiste più volte sono i seguenti:

1) i valori e i modelli istituzionali che l’Occidente ritiene necessari per la pace e l’integrazione globale non sono universali, ma esclusivamente suoi e quindi a serio rischio di incompatibilità presso le altre civiltà. Ad esempio:

“La cultura islamica spiega in gran parte il mancato successo della democrazia in quasi tutto il mondo musulmano”

2) modernizzazione non è sinonimo di occidentalizzazione: il fatto che il mondo si stia pian piano adeguando al progresso tecnologico non comporta affatto il successo del modello occidentale presso le altre civiltà, le quali possono benissimo mantenere la propria cultura anche modernizzandosi. Basti pensare agli estremisti islamici: non sono certo fermi ai tempi della sciabola, e si servono ampiamente delle tecnologie occidentali per perseguire i propri scopi.

Samuel Huntington dunque, già nel 1993, delinea con profondo disincanto lo scenario mondiale attuale. A suo parere, la possibilità di scongiurare una guerra globale tra opposte civiltà “dipende dalla disponibilità dei governanti del mondo ad accettare la natura ‘a più civiltà’ dei quadro politico mondiale e a cooperare alla sua preservazione”. Resta la domanda: si tratta di una prospettiva davvero possibile?

“Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, Emilio Gentile

Emilio GentileUna delle più recenti pubblicazioni sul tema della Grande Guerra (di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario) è quella dello storico italiano Emilio Gentile, “Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo”, edita da Laterza lo scorso febbraio. L’opera – accompagnata da diverse interessanti illustrazioni – offre una buona sintesi dei principali avvenimenti della prima guerra mondiale, delle sue cause e della sua eredità.

Nel 1914 la civiltà più avanzata del pianeta precipita in modo quasi inspiegabile in un conflitto di proporzioni mai viste. Tutto lo sviluppo tecnologico conseguito fino a quel momento viene messo al servizio della guerra, della distruzione totale del proprio nemico. Nel giro di pochissimi anni si passa dunque dall’idea di un progresso quale strumento al servizio dell’umanità alla verità amara di una modernità in cui “era insito un destino di catastrofe”. Per questa ragione molti intellettuali europei del tempo hanno visto nella Grande Guerra “la fine di un mondo”, vale a dire la morte della civiltà europea, la cui epoca trionfante, con la sua fede nella ragione e nel progresso, pareva ormai aver chiuso la sua parabola. Seguiranno infatti la perdita del primato europeo nel mondo, una nuova guerra mondiale, ancora più tragica della precedente, e la divisione in blocchi del vecchio continente, ridotto a sfera d’influenza di altre potenze.

Questo saggio di Emilio Gentile (che dedica anche alcuni approfondimenti alla situazione italiana), pur non aggiungendo nulla di rilevante al dibattito storiografico è sicuramente una buona opera introduttiva al tema, adatta al grande pubblico, consigliabile dunque a tutti coloro i quali vogliono approcciarsi in futuro alla Grande Guerra con un bagaglio di conoscenze che vada oltre l’ordinario apprendimento scolastico.