“Il mito asburgico”, Claudio Magris

mythIl mito asburgico è l’immagine di un’epoca felice e armoniosa, di “un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola”, di un impero gaudente e cosmopolita, amministrato con diligenza dai suoi funzionari e guidato con paterna saggezza dal suo sovrano, l’imperatore Franz Joseph. Una rappresentazione che gode ancora oggi di vasta fortuna, nonostante il confronto con la storia ne riveli spesso la natura fittizia e illusoria, connessa direttamente “a una secolare tradizione asburgica di deformazione della realtà”. Nel Mito asburgico (1963) lo scrittore Claudio Magris analizza questo suggestivo tema culturale, esponendo con ricchezza di riferimenti letterari la sua origine, nonché i suoi motivi fondamentali. Il risultato finale non è soltanto un monumentale saggio sull’argomento, bensì un appassionante viaggio nella letteratura mitteleuropea a cavallo tra Ottocento e Novecento.

La genesi del mito

Il mito incontra la sua stagione più feconda dopo la caduta dell’aquila bicipite, quando alcuni talentuosi scrittori orfani della vecchia monarchia (Roth, Zweig ed altri), disorientanti dall’incalzare dei totalitarismi, volgono nostalgicamente lo sguardo al passato, rimpiangendo una sorta di età dell’oro perduta. Nondimeno, secondo Magris, la genesi del mito risale a molto tempo prima, ovvero agli inizi dell’Ottocento, quando Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, diventa Francesco I imperatore d’Austria. La rinuncia al titolo di Sacro Romano Imperatore, diretta conseguenza della sconfitta patita contro Napoleone ad Austerlitz (1805), costringe la dinastia Asburgo a trovare una diversa legittimazione del proprio potere. Sorge così l’ideale dell’impero sovranazionale, ovvero di più popoli uniti al sovrano da un vincolo paternalistico, quasi sentimentale. In prima battuta il mito riveste quindi una finalità squisitamente politica, fungendo da fondamento ideologico sul quale edificare la nuova monarchia asburgica, seriamente ridimensionata dalla caduta di un’istituzione millenaria e gloriosa come il Sacro Romano Impero. Il mito “letterario” nascerà qualche decennio più tardi, ma riprenderà tutti i motivi di quello “politico”, rinverdendoli e dando loro nuovo linfa.

Gli elementi del mito

I motivi fondamentali del mito asburgico sono molteplici. Il principale è indubbiamente quello sovranazionale. In contrapposizione all’ideale romantico di patria, che andava sempre più affermandosi in Europa, l’impero aveva eletto a proprio sostegno spirituale e ideologico un principio asseritamente superiore, in virtù del quale gli Asburgo sarebbero stati chiamati da Dio a governare su più genti. Nell’era degli Stati nazionali, definiti dallo scrittore ebreo Werfel come “unità demoniache”, l’appartenenza all’impero di tanti popoli diversi costituiva un motivo di vanto per la compagine asburgica, forse l’essenza stessa della sua civiltà. Questo ideale era condensato nel paterno “An Meine Völker!(“Ai miei popoli!”), pronunciato dall’imperatore Francesco Giuseppe, altro pilastro del mito. Figura nobile di vecchio saggio, “sommerso dal tempo e consapevole della fine vicina, chiuso nella solitudine come una vecchia quercia percossa dagli anni e dalle amarezze, l’imperatore sembra incarnare […] l’eroica mediocritas”. La monarchia austroungarica, all’epoca del suo crepuscolo, vive nella venerazione di quest’anziano sovrano, il cui ritratto pende pressoché ovunque: nelle case, nelle scuole, nelle chiese, nelle caserme, perfino nei bordelli. Franz Joseph rappresenta il “ferreo rigore e l’indefettibile fedeltà al posto assegnato”, la forza della tradizione, la costanza, la stabilità. Egli è il vertice dell’enorme piramide imperial-regia, dove tutti hanno la loro precisa collocazione, dal detentore della corona al più umile contadino della Galizia. Ogni buon suddito austriaco è consapevole del proprio ruolo all’interno della società e osserva quei vincoli di subalternità e obbedienza tramandati da generazioni che lo legano al padre, alla famiglia, alla chiesa e alla monarchia. Non a caso, come nota Magris, la più asburgica delle virtù è proprio la fedeltà, ovvero il ritrovare la propria essenza in un rapporto di subordinazione “che preserva dal disordine delle cose e dei sentimenti”. Questa virtù, tipicamente feudale, si trasferirà successivamente nella figura del burocrate, tanto cara alla letteratura austriaca. “Io non ho bisogno di dotti, ma soltanto di buoni impiegati”, disse un giorno l’imperatore Francesco I. Il burocrate, figura grigia ma al contempo umana e signorile, rappresenta il senso dell’ordine e della gerarchia, è una sorta di intermediario, “quasi come sacerdot[e], tra le cose del basso e quelle dell’alto”. La diligenza, la lealtà e l’attaccamento agli immobili valori del sistema austriaco ne fanno uno dei personaggi prediletti dei rievocatori del mito. Basti pensare, in proposito, al barone Franz von Trotta tratteggiato da Joseph Roth nella Marcia di Radetzky, o al Bancbano di Grillparzer: uomini che dirigono incessantemente i loro sforzi verso la tutela e la conservazione dello Stato, affrontando con dignitosa rassegnazione tutte le rinunce personali che ciò impone.

Tuttavia, quasi come compenso del sacrificio di sé per il bene supremo della monarchia, e come contropartita della mancanza di partecipazione politica, il suddito austriaco poteva alienarsi in una realtà mondana e sensuale, fatta di valzer, vino, caffè, donne e gioia di vivere. Si tratta senz’altro dell’aspetto più gaudente del mito asburgico, dove in maniera simile a quanto avviene nella Venezia del Settecento un “mondo morente si mette in maschera”, esorcizzando la fine ormai prossima con la musica, i balli e una leggerezza spensierata. L’edonismo, che ha per capitale naturale Vienna, si manifesta quasi come una necessità, ovvero quella dell’evasione dal reale per tuffarsi in un mondo fatato dove gira sempre il pollo allo spiedo e “un bicchiere e un cuore allegro sono i beni più grandi di questa terra”.

Ultimo elemento del mito, ma non per questo meno importante, è la cosiddetta “statica grandiosa”, o in altre parole, l’immobilismo. L’impero si avvicinava inevitabilmente a una bufera, che avrebbe decretato la sua fine. I suoi schemi culturali e ideologici erano contrari alla storia e non avrebbero potuto resistervi a lungo. Vi era dunque la convinzione diffusa, come scrisse Werfel, che “ogni passo, anche il più piccolo, era un passo nell’abisso”. La statica grandiosa altro non era dunque se non la rinuncia ad ogni dinamismo, l’ostinata e commovente conservazione dello status quo, l’imperativo categorico del non agire, perché ogni movimento poteva rivelarsi fatale. In termini culturali ciò si tradusse nel tendenziale rifiuto di ogni novità, in particolare di qualunque elemento potesse sapere di moderno. Sul piano politico, invece, questo atteggiamento si concretò essenzialmente nel tentativo di mantenere la pace, nella consapevolezza che la guerra avrebbe potuto spezzare il fragile equilibrio su cui si reggeva l’impero (come poi di fatto avvenne).

I rievocatori del mito

L’approccio al mito da parte degli scrittori austriaci appare tutt’altro che omogeneo. In primo luogo occorre distinguere due periodi, quello precedente alla Grande Guerra e quello successivo. Nel primo gli scrittori che aderiscono al mito narrano una realtà presente, che si manifesta ogni giorno sotto i loro occhi, sia pur nelle sue fasi finali (“Io sono un poeta delle cose ultime”, disse a tal proposito Franz Grillparzer). Nel secondo, invece, a dominare il campo sono la nostalgia e la memoria: la trasfigurazione del reale assume pertanto delle note più meste e malinconiche, tipiche dell’esule o del naufrago, che vivono nel ricordo della vita lasciata irrimediabilmente alle proprie spalle. Forse il vero mito è proprio quello di questi letterati, i quali, “balestrati nella nuova realtà sociale […] hanno cercato di capire il mondo di ieri, e ne hanno mitizzato le caratteristiche”. Significativamente, come osserva Magris, si tratta per lo più di scrittori ebrei, come Franz Werfel e Joseph Roth, che pubblicano la loro opera quando si va affermando o si è già affermato il nazismo e che, non potendo riconoscersi in alcun altro Paese, sono i veri eredi del tramontato impero, i custodi della sua anima.

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“Ballo al Palazzo Imperiale di Vienna”, Wilhelm Gause, 1900

La rievocazione della monarchia danubiana compiuta da quest’ultima generazione poggia principalmente sull’ideale dell’Austria felix, ma non mancano i casi in cui vengono messi a nudo gli aspetti più torbidi e opachi della società asburgica. Così Robert Musil nei Turbamenti del giovane Törless (1906) racconta le oscure vicende di un collegio militare dell’epoca, presagendo gli “irrazionalismi razzistici e misticheggianti che si sarebbero scatenati nell’Europa”. A sua volta Stefan Zweig, nel suo Mondo di ieri (1941), affianca la celebrazione dei bei tempi andati a pagine in cui vengono rivelate anche le ipocrisie e i perbenismi della civiltà mitteleuropea.

Una linea narrativa piuttosto equilibrata e al contempo affascinante è quella seguita da Joseph Roth, i cui romanzi appaiono tutti accomunati da una malinconica patina crepuscolare. La marcia di Radetzky (1932), che delinea la parabola discendente dell’impero attraverso la saga familiare dei Trotta, costituisce forse la vetta più alta raggiunta da questa letteratura. Qui i temi e i personaggi caratteristici del mito sono quasi interamente chiamati a raccolta, formando un complesso armonico dall’efficace impatto emotivo. Ad emergere non è tanto la vicenda dei Trotta, cui pure Roth partecipa con indubbia umanità, quanto piuttosto l’atmosfera di una civiltà debole e in progressivo disfacimento, giunta ormai al suo capolinea. La decadenza dell’Austria e il lento svanire delle sue antiche certezze trovano probabilmente in queste meravigliose pagine la loro migliore rappresentazione letteraria.

Il mito secondo Magris

L’opera di Claudio Magris non è certamente un’esaltazione del mito, ma piuttosto una sua approfondita e appassionata analisi, animata dal tentativo di individuare un filo conduttore a buona parte della letteratura austriaca moderna. Lo sguardo disincantato dell’autore ha portato molti a considerare il libro una demistificazione del mito stesso, quasi una sua demolizione. In effetti gli scrittori del filone “asburgico” risultano tutti smascherati nella rielaborazione dei tempi andati, ma ciò non significa che la loro opera non possa essere apprezzata con eguale intensità da una diversa prospettiva, più distaccata e consapevole, senza retorica o nostalgie ormai anacronistiche. Anche per questo motivo, a quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, Il mito asburgico rimane una lettura imprescindibile per gli amanti del genere.

Il quarantotto triestino nei ricordi di Leone Fortis

Leone Fortis (1827-1898), giornalista e patriota triestino dell’Ottocento, ricorda le prime agitazioni del ‘48 nella sua città. Lo sguardo pieno d’ironia e la prosa frizzante, caratteristici di questo scrittore ormai dimenticato, lasciano trapelare alcune note di nostalgia per una gioventù lontana e un’epoca irripetibile. L’episodio raccontato, per certi versi esilarante, vede come protagonisti Fortis stesso – all’epoca ventenne – e un gruppo di giovani patrioti, i quali, udita la notizia delle prime rivolte scoppiate nell’impero, trascinano dietro a sè una folla di manifestanti e si dirigono verso la residenza del governatore di Trieste, Roberto Algravio di Salm. Il governatore, svegliato nel sonno, intimorito dalla massa radunatasi sotto il suo balcone, dichiara la costituzione con un giorno d’anticipo rispetto alla sua proclamazione ufficiale a Vienna. Tuttavia, nonostante questi primi eventi all’insegna della libertà e del patriottismo, Trieste successivamente si mostra tiepida, per non dire fredda, di fronte alle istanze liberal-nazionali oggetto di rivendicazione in quell’anno di rivolgimenti e tumulti. Frattanto Leone Fortis, deciso a dare il suo contributo alla causa italiana, abbandona la città natale per prestare servizio prima nella repubblica veneziana di Daniele Manin e poi in quella romana di Mazzini, Saffi e Armellini.

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Eravamo nel 48 – si figuri! Al principio del 48. – Si cantavano i cori dei Lombardi e del Nabucco – si gridava Viva Pio IX – ed era un grido rivoluzionario. Un fremito di vita nuova correva per le ossa e le vene della vecchia Europa, e la faceva trasalire sul suo letto dal lungo sonno infingardo. Metternich non si raccapezzava più – i suoi devoti perdevano la bussola più di lui. I giovani sentivano che era venuto il loro tempo. A Trieste v’erano due partiti di fronte – il partito italiano: tutti i giovani, – il partito austriaco: tutti i prudenti, i grossi negozianti, i ricchi banchieri, conservatori per calcolo, per necessità, per abitudine. – Si aspettavano le notizie di Milano e di Venezia – Non si sapeva proprio quali notizie si aspettassero – ma se ne aspettavano – si tendeva l’orecchio dalla parte di Vienna – per udir che?… non si sapeva – ma c’era per l’aria un vago rumore indistinto, come di un tuono in lontananza, un odore di uragano – che i giovani respiravano avidamente. – Tutto era dimostrazione – un mazzolino di fiori, un nastro, il modo di portare il cappello, un applauso in teatro, una strada prescelta del paesaggio. – Che tempi! che vita! che gioventù!

Gazzoletti, il povero Gazzoletti, era tutto con noi. – Anima di fuoco, cuor di poeta, – tutto entusiasmo, fede, speranza. Si sperava, e si credeva tanto allora – senza concretare mai né speranze, né fedi. Nel cartellone del teatro Grande era annunziata per quell’inverno la Disfida di Barletta del maestro Likle – un tedesco – su poesia di Gazzoletti – un italianone.

Il soggetto, il poeta ci rendevano sicuri del fatto nostro. Ci solleticava la idea di fare un maestro austriaco complice, anzi strumento di una dimostrazione italiana. – Dovevano cantarvi la Ponti – il tenore Graziani – il baritono Fiori – due giovani romagnoli, pieni di fuoco – e Achille Lorini. Chi non lo ha conosciuto a Milano, il Lorini? Vero tipo milanese – un po’ fanfarone – ma buon figliuolo. – Lorini era Prospero Colonna – Graziani Ettore Fieramosca – Fiori… non mi ricordo – uno degli italiani.

La sera della prova generale si era tutti in teatro – per istudiare il campo di battaglia dell’indomani. – Nessuno sentiva la musica. – Si conoscevano i tumulti, le agitazioni di Vienna e si commentavano in lungo e in largo, tirando gli oroscopi dell’avvenire. A un tratto uno mi dice: Se andassimo incontro al corriere di Vienna! – E’ come una parola d’ordine – ci alziamo tutti – e fuori dal teatro. – Si attraversa in massa serrata il Tergesteo.

– Perdoni!… cosa è il Tergesteo?

– E’ una specie di Galleria Vittorio Emanuele assai più piccola – divisa in grandi stanzone terrene, di convegno, di affari, di lettura, di giuoco, di caffè. – E’ il commercio triestino che si raduna colà – e ci riceve tutta la cittadinanza.

– Ho capito – prosegua.

– Proseguo – Per via c’ingrossiamo – ci trasciniamo dietro mezzo Trieste. – Dove si va? A far che? – Nessuno lo sa – pochi lo chiedono. – Si prende la via di Opcina – una via sul monte, per cui si andava a Vienna, allora che non c’era la ferrovia. – Pioveva – eravamo nel cuor della notte – una notte umida, fredda – si batteva i denti – e si guazzava nella mota sino al ginocchio. – Ma si stava lì – ad aspettare.

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Intanto eravamo diventati una valanga. – Quando Dio vuole, alle due, alle tre, si ode il rumore di un carrozzone. – Era il corriere di Vienna. – Finalmente! – Il postiglione che vede quella massa fitta di gente, arresta la carrozza. – Si apre lo sportello – il corriere esterrefatto balza fuori – capisce poco o nulla – parla a stento l’italiano. Lo s’interroga confusamente, tumultuariamente. – Che c’è di nuovo? – La costituzione? – la rivoluzione? – Il corriere risponde male, confuso, balbettando – nessuno lo ascolta – si grida: – è accordata la costituzione.Viva l’Italia! – viva la costituzione! viva la libertà! – e giù alla rincorsa per la china di Opcina, gridando il solito fuori i lumi che doveva essere la nota caratteristica del 48. E tutti ci ammassiamo di nuovo sotto il Palazzo del Governatore.

Era governatore un brav’uomo, molto insignificante, allampanato, timido, perplesso – un Algravio di Salm – cognome traditore, che si prestava ai più ameni e gastronomici bisticci.

Il pover’uomo è svegliato nel sonno, da queste grida che lo chiamano, che lo assordano. – Interroga, nessuna sa rispondergli. – Comincia anche in lui quella esterrefazione meravigliosa, fenomenale, che colpì in quell’epoca il governo austriaco, e tutti i suoi strumenti. Trasognato – mezzo spaventato – lo cacciano alla finestra – che si spalanca. – E’ interpellato da mille voci. – E’ vero che abbiamo la costituzione? – Che ne sapeva lui? – Non aveva avuto il tempo di leggere i dispacci da Vienna. – Risponde a caso – si tiene sulle generali. – Sì, sì, sì, tempestiamo noi dalla strada. – Era una domanda, una risposta, una minaccia, tutto insieme e tutto frammisto. Il povero Salm ondeggia e tentenna – Sì, sì, sì. – Si decide. – Sì, abbiamo la costituzione. – Un urrah spaventoso accoglie questa dichiarazione. Il Salm si accalora e vuol fare una perorazione di effetto. Triestini, grida alzando la voce con un erre pronunciatissimo, sclamiamo insieme Viva S.M. l’Imperatore che ci… che vi… sicuro, che vi accorda la libertà del pensiero! Uno scoppio d’ilarità omerica accoglie la notizia di questa graziosa concessione sovrana.

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Leone Fortis (1827-1898)

Per noi, ne avevamo abbastanza – ci spandiamo per la città, strepitando dei Viva di tutti i colori. I più tempestosi vanno al Tergesteo – la porta è chiusa. Si batte – sprepita – si scrolla l’uscio. La porta si spalanca – ci slanciamo alla stanza di lettura ove c’era un ritratto enorme del Principe di Metternich, in piedi, ritto, impettito, proprio in atto di dire che l’Italia non era che una espressione geografica. Il ritratto era sparito, – il signor De Bruck, allora direttore del Lloyd, aveva pensato a scongiurare la burrasca, – ed era lì pallido ma sereno, col suo sorriso leggermente ironico, quasi a riceverci.

Non ci occupiamo di lui e saltiamo sul tavolo – il tavolo dei giornali. – Arringhiamo la folla – noi, i più giovani, proclamiamo quel giorno festa nazionale – per nostro moto proprio – scriviamo queste due parole su tanti pezzetti di carta – dei popolani se ne impadroniscono e s’incaricano di affiggerli sulle porte di tutti i negozi. – Eravamo padroni del campo; i conservatori, gli austriaci, i prudenti, si erano rintanati. – Non dubitate, che sbucarono fuori a loro tempo.

Intanto fuori bandiere e coccarde – bandiere tricolori, s’intende, – coccarde di tutte le dimensioni, enormi, colossali, monumentali.

In poche ore la coccarda l’avevano tutti sul petto – compreso, per quella giornata, l’Algravio di Salm… E ecco come la costituzione fu proclamata a Trieste 24 ore prima che fosse accordata a Vienna. Per fortuna di quel povero Salm, a Vienna avevano altro pel capo”.

 – Tratto dalle Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas), Fratelli Treves Editori, Milano, 1877, pagg. 23-27 –

“Il silenzio del mare”, Vercors

VERCORSSono contento d’aver trovato qui un vecchio dignitoso. E una signorina silenziosa. Bisognerà vincere questo silenzio. Bisognerà vincere il silenzio della Francia. La cosa mi attrae”

Il silenzio del mare di Vercors, uscito clandestinamente nel 1942, è un racconto ambientato nella Francia della seconda guerra mondiale, agli inizi dell’occupazione tedesca. L’intera vicenda si svolge tra le quattro mura di una casa, dove vivono un anziano (la voce narrante) e sua nipote. I due, loro malgrado, devono ospitare Werner von Ebrennac, un ufficiale della Wermacht. Per mostrargli il loro disprezzo, decidono di trincerarsi in un silenzio glaciale, non rivolgendogli mai la parola. Werner, dal canto suo, è un nazista atipico: musicista colto e raffinato, pervaso da una sincera ammirazione per la cultura francese, sogna che i due Paesi un giorno possano fondersi e dare vita a una nuova civiltà. Parla di tutto questo ogni sera con l’anziano e la giovane che lo ospitano, ma i suoi discorsi dovranno scontrarsi prima con il loro silenzio e poi con l’amara realtà dei fatti.

Considerata unanimemente un’opera manifesto della Resistenza francese, di fiera opposizione all’invasore nazista, Le silence de la mer offre al lettore almeno due paradossi. Il primo è quello di dovere la propria intensità narrativa alla mancanza di dialogo. Si cita spesso, a ragione, la forza della parola, mentre si tende a sottovalutare quella del silenzio. Ebbene, qui il silenzio, come espressione di un rifiuto radicale e di una tenace volontà di resistenza, emana un’energia davanti alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Il richiamo metaforico al mare, a sua volta, evoca un’idea di invincibilità ed immutabilità, dando a intendere che il popolo francese, apparentemente calmo e innocuo all’indomani dell’invasione, è pronto in ogni momento a scatenarsi in tempesta, iniziando la propria riscossa.

Il secondo paradosso è dato dal fatto che pur trattandosi di un libro “contro”, il nemico, impersonato dall’ufficiale Werner, assume contorni del tutto umani. Probabilmente Vercors non teme tanto la barbarie nazista, quanto la prospettiva che la sua Francia possa farsi pecora mansueta e assimilare gradualmente l’ideologia del conquistatore. L’intento politico dell’opera appare dunque chiaro: schiudere gli occhi ai francesi e ammonirli circa i propositi predatori della Germania hitleriana, contro ogni opposta parvenza.

La lettura di questo racconto (tradotto all’epoca da Natalia Ginzburg) non chiede più di due serate e fornisce un ottimo spunto di riflessione sia sulla vicenda storica che fa da sfondo sia sul successivo rapporto tra Germania e Francia, dal quale, come noto, scaturirà il progetto di un’unione tra i popoli europei.