Il povero musicante (conosciuto anche come Il povero suonatore) è uno dei pochissimi testi in prosa lasciatoci dal grande poeta austriaco Franz Grillparzer (1791-1872). Le prime pagine del libro – ambientato nella Vienna dell’Ottocento – sono dedicate a una meravigliosa festa popolare che si teneva in piena estate sulle rive del Danubio: la sagra di Santa Brigida. L’incipit è veramente una chicca: alla maniera elegante degli scrittori dell’epoca, ci viene offerto lo sguardo su una realtà paradisiaca, da paese dei balocchi. Nella festa di Santa Brigida, infatti, danza, vino, buoni bocconi e fuochi d’artificio danno vita a un’atmosfera incantata, quasi surreale, dove non esistono differenze sociali e tutte le sofferenze sono dimenticate. Il quadro è dei più idilliaci, una vera esaltazione della gioia di vivere viennese. Tutto sembra apparecchiato per una storia allegra e spensierata, quando il nostro autore finisce per concentrarsi su un particolare dal sapore amaro: un povero, anziano violinista che dietro al suo vecchio leggio suona sempre la stessa inconsistente melodia, suscitando l’ilarità dei presenti, i quali non lo degnano neppure di un’elemosina. Il suo contegno estremamente dignitoso e alcune parole in latino stimolano però la curiosità di un passante, che vi intravede il segno di un trascorso ben più nobile di quell’esistenza oscura. Dalla conversazione tra i due scaturisce il vero racconto, quello della gioventù del povero suonatore e di un amore perduto anni addietro per inettitudine e ingenuità.
Pagina dopo pagina, si delinea una malinconica novella sentimentale, dalle sfumature fiabesche, dove affiorano alcuni dei temi tipici di questo genere letterario: un padre dispotico, un’educazione dura e severa, una quotidianità grigia e insieme a tutto questo una promessa di redenzione, anzi due: la musica e una ragazza. La ragazza purtroppo resta un miraggio, e la musica, senza amore, assume i connotati di una lamentosa e nostalgica rievocazione.
Il protagonista del libro è a sua volta un personaggio ricorrente nella produzione letteraria austriaca di fine impero: un uomo riservato, umile, dai modi signorili ma decisamente poco pragmatico. Un personaggio che con alcune modifiche e un’indagine psicologica molto più accentuata sarebbe poi entrato anche nella nostra letteratura grazie all’opera di Italo Svevo: l’inetto. Contraddistinto da una deprimente incapacità di vivere e da un costante timore per l’azione, l’inetto è generalmente una persona animata da buoni valori e propositi, ma che a causa di un’irrimediabile inconcludenza finisce ai margini della sua stessa vita, rimanendone spettatore impotente.
Nell’opera di Grillparzer questa caratterizzazione acquisisce dei tratti forse esagerati, ai limiti del patetico. Come sempre in questi casi, occorre tenere a mente il gusto e la morale dell’epoca, dove la rinuncia e l’umiliazione di sé (entro una certa misura) potevano ricordare la figura di un santo o comunque quella di un buon cristiano.
Tradotto in italiano dal germanista Ervino Pocar, Il povero musicante di Grillparzer è stato stampato per anni dalla Mondadori. Al momento l’unica edizione in commercio è quella della Passigli (sempre con la traduzione di Pocar).
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“Il mito asburgico”, Claudio Magris
Il mito asburgico è l’immagine di un’epoca felice e armoniosa, di “un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola”, di un impero gaudente e cosmopolita, amministrato con diligenza dai suoi funzionari e guidato con paterna saggezza dal suo sovrano, l’imperatore Franz Joseph. Una rappresentazione che gode ancora oggi di vasta fortuna, nonostante il confronto con la storia ne riveli spesso la natura fittizia e illusoria, connessa direttamente “a una secolare tradizione asburgica di deformazione della realtà”. Nel Mito asburgico (1963) lo scrittore Claudio Magris analizza questo suggestivo tema culturale, esponendo con ricchezza di riferimenti letterari la sua origine, nonché i suoi motivi fondamentali. Il risultato finale non è soltanto un monumentale saggio sull’argomento, bensì un appassionante viaggio nella letteratura mitteleuropea a cavallo tra Ottocento e Novecento.
La genesi del mito
Il mito incontra la sua stagione più feconda dopo la caduta dell’aquila bicipite, quando alcuni talentuosi scrittori orfani della vecchia monarchia (Roth, Zweig ed altri), disorientanti dall’incalzare dei totalitarismi, volgono nostalgicamente lo sguardo al passato, rimpiangendo una sorta di età dell’oro perduta. Nondimeno, secondo Magris, la genesi del mito risale a molto tempo prima, ovvero agli inizi dell’Ottocento, quando Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, diventa Francesco I imperatore d’Austria. La rinuncia al titolo di Sacro Romano Imperatore, diretta conseguenza della sconfitta patita contro Napoleone ad Austerlitz (1805), costringe la dinastia Asburgo a trovare una diversa legittimazione del proprio potere. Sorge così l’ideale dell’impero sovranazionale, ovvero di più popoli uniti al sovrano da un vincolo paternalistico, quasi sentimentale. In prima battuta il mito riveste quindi una finalità squisitamente politica, fungendo da fondamento ideologico sul quale edificare la nuova monarchia asburgica, seriamente ridimensionata dalla caduta di un’istituzione millenaria e gloriosa come il Sacro Romano Impero. Il mito “letterario” nascerà qualche decennio più tardi, ma riprenderà tutti i motivi di quello “politico”, rinverdendoli e dando loro nuovo linfa.
Gli elementi del mito
I motivi fondamentali del mito asburgico sono molteplici. Il principale è indubbiamente quello sovranazionale. In contrapposizione all’ideale romantico di patria, che andava sempre più affermandosi in Europa, l’impero aveva eletto a proprio sostegno spirituale e ideologico un principio asseritamente superiore, in virtù del quale gli Asburgo sarebbero stati chiamati da Dio a governare su più genti. Nell’era degli Stati nazionali, definiti dallo scrittore ebreo Werfel come “unità demoniache”, l’appartenenza all’impero di tanti popoli diversi costituiva un motivo di vanto per la compagine asburgica, forse l’essenza stessa della sua civiltà. Questo ideale era condensato nel paterno “An Meine Völker!” (“Ai miei popoli!”), pronunciato dall’imperatore Francesco Giuseppe, altro pilastro del mito. Figura nobile di vecchio saggio, “sommerso dal tempo e consapevole della fine vicina, chiuso nella solitudine come una vecchia quercia percossa dagli anni e dalle amarezze, l’imperatore sembra incarnare […] l’eroica mediocritas”. La monarchia austroungarica, all’epoca del suo crepuscolo, vive nella venerazione di quest’anziano sovrano, il cui ritratto pende pressoché ovunque: nelle case, nelle scuole, nelle chiese, nelle caserme, perfino nei bordelli. Franz Joseph rappresenta il “ferreo rigore e l’indefettibile fedeltà al posto assegnato”, la forza della tradizione, la costanza, la stabilità. Egli è il vertice dell’enorme piramide imperial-regia, dove tutti hanno la loro precisa collocazione, dal detentore della corona al più umile contadino della Galizia. Ogni buon suddito austriaco è consapevole del proprio ruolo all’interno della società e osserva quei vincoli di subalternità e obbedienza tramandati da generazioni che lo legano al padre, alla famiglia, alla chiesa e alla monarchia. Non a caso, come nota Magris, la più asburgica delle virtù è proprio la fedeltà, ovvero il ritrovare la propria essenza in un rapporto di subordinazione “che preserva dal disordine delle cose e dei sentimenti”. Questa virtù, tipicamente feudale, si trasferirà successivamente nella figura del burocrate, tanto cara alla letteratura austriaca. “Io non ho bisogno di dotti, ma soltanto di buoni impiegati”, disse un giorno l’imperatore Francesco I. Il burocrate, figura grigia ma al contempo umana e signorile, rappresenta il senso dell’ordine e della gerarchia, è una sorta di intermediario, “quasi come sacerdot[e], tra le cose del basso e quelle dell’alto”. La diligenza, la lealtà e l’attaccamento agli immobili valori del sistema austriaco ne fanno uno dei personaggi prediletti dei rievocatori del mito. Basti pensare, in proposito, al barone Franz von Trotta tratteggiato da Joseph Roth nella Marcia di Radetzky, o al Bancbano di Grillparzer: uomini che dirigono incessantemente i loro sforzi verso la tutela e la conservazione dello Stato, affrontando con dignitosa rassegnazione tutte le rinunce personali che ciò impone.
Tuttavia, quasi come compenso del sacrificio di sé per il bene supremo della monarchia, e come contropartita della mancanza di partecipazione politica, il suddito austriaco poteva alienarsi in una realtà mondana e sensuale, fatta di valzer, vino, caffè, donne e gioia di vivere. Si tratta senz’altro dell’aspetto più gaudente del mito asburgico, dove in maniera simile a quanto avviene nella Venezia del Settecento un “mondo morente si mette in maschera”, esorcizzando la fine ormai prossima con la musica, i balli e una leggerezza spensierata. L’edonismo, che ha per capitale naturale Vienna, si manifesta quasi come una necessità, ovvero quella dell’evasione dal reale per tuffarsi in un mondo fatato dove gira sempre il pollo allo spiedo e “un bicchiere e un cuore allegro sono i beni più grandi di questa terra”.
Ultimo elemento del mito, ma non per questo meno importante, è la cosiddetta “statica grandiosa”, o in altre parole, l’immobilismo. L’impero si avvicinava inevitabilmente a una bufera, che avrebbe decretato la sua fine. I suoi schemi culturali e ideologici erano contrari alla storia e non avrebbero potuto resistervi a lungo. Vi era dunque la convinzione diffusa, come scrisse Werfel, che “ogni passo, anche il più piccolo, era un passo nell’abisso”. La statica grandiosa altro non era dunque se non la rinuncia ad ogni dinamismo, l’ostinata e commovente conservazione dello status quo, l’imperativo categorico del non agire, perché ogni movimento poteva rivelarsi fatale. In termini culturali ciò si tradusse nel tendenziale rifiuto di ogni novità, in particolare di qualunque elemento potesse sapere di moderno. Sul piano politico, invece, questo atteggiamento si concretò essenzialmente nel tentativo di mantenere la pace, nella consapevolezza che la guerra avrebbe potuto spezzare il fragile equilibrio su cui si reggeva l’impero (come poi di fatto avvenne).
I rievocatori del mito
L’approccio al mito da parte degli scrittori austriaci appare tutt’altro che omogeneo. In primo luogo occorre distinguere due periodi, quello precedente alla Grande Guerra e quello successivo. Nel primo gli scrittori che aderiscono al mito narrano una realtà presente, che si manifesta ogni giorno sotto i loro occhi, sia pur nelle sue fasi finali (“Io sono un poeta delle cose ultime”, disse a tal proposito Franz Grillparzer). Nel secondo, invece, a dominare il campo sono la nostalgia e la memoria: la trasfigurazione del reale assume pertanto delle note più meste e malinconiche, tipiche dell’esule o del naufrago, che vivono nel ricordo della vita lasciata irrimediabilmente alle proprie spalle. Forse il vero mito è proprio quello di questi letterati, i quali, “balestrati nella nuova realtà sociale […] hanno cercato di capire il mondo di ieri, e ne hanno mitizzato le caratteristiche”. Significativamente, come osserva Magris, si tratta per lo più di scrittori ebrei, come Franz Werfel e Joseph Roth, che pubblicano la loro opera quando si va affermando o si è già affermato il nazismo e che, non potendo riconoscersi in alcun altro Paese, sono i veri eredi del tramontato impero, i custodi della sua anima.

La rievocazione della monarchia danubiana compiuta da quest’ultima generazione poggia principalmente sull’ideale dell’Austria felix, ma non mancano i casi in cui vengono messi a nudo gli aspetti più torbidi e opachi della società asburgica. Così Robert Musil nei Turbamenti del giovane Törless (1906) racconta le oscure vicende di un collegio militare dell’epoca, presagendo gli “irrazionalismi razzistici e misticheggianti che si sarebbero scatenati nell’Europa”. A sua volta Stefan Zweig, nel suo Mondo di ieri (1941), affianca la celebrazione dei bei tempi andati a pagine in cui vengono rivelate anche le ipocrisie e i perbenismi della civiltà mitteleuropea.
Una linea narrativa piuttosto equilibrata e al contempo affascinante è quella seguita da Joseph Roth, i cui romanzi appaiono tutti accomunati da una malinconica patina crepuscolare. La marcia di Radetzky (1932), che delinea la parabola discendente dell’impero attraverso la saga familiare dei Trotta, costituisce forse la vetta più alta raggiunta da questa letteratura. Qui i temi e i personaggi caratteristici del mito sono quasi interamente chiamati a raccolta, formando un complesso armonico dall’efficace impatto emotivo. Ad emergere non è tanto la vicenda dei Trotta, cui pure Roth partecipa con indubbia umanità, quanto piuttosto l’atmosfera di una civiltà debole e in progressivo disfacimento, giunta ormai al suo capolinea. La decadenza dell’Austria e il lento svanire delle sue antiche certezze trovano probabilmente in queste meravigliose pagine la loro migliore rappresentazione letteraria.
Il mito secondo Magris
L’opera di Claudio Magris non è certamente un’esaltazione del mito, ma piuttosto una sua approfondita e appassionata analisi, animata dal tentativo di individuare un filo conduttore a buona parte della letteratura austriaca moderna. Lo sguardo disincantato dell’autore ha portato molti a considerare il libro una demistificazione del mito stesso, quasi una sua demolizione. In effetti gli scrittori del filone “asburgico” risultano tutti smascherati nella rielaborazione dei tempi andati, ma ciò non significa che la loro opera non possa essere apprezzata con eguale intensità da una diversa prospettiva, più distaccata e consapevole, senza retorica o nostalgie ormai anacronistiche. Anche per questo motivo, a quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, Il mito asburgico rimane una lettura imprescindibile per gli amanti del genere.
Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte
Nel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:
“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”
Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.
Una figura del Risorgimento triestino: Demetrio Livaditi
Fra i miei antenati figura un letterato e patriota triestino del XIX secolo, Demetrio Livaditi, nato a Trieste nel 1833 da famiglia greca. Si tratta di una figura oggi dimenticata, ma che all’epoca seppe segnalarsi per la qualità degli scritti e per il suo impegno nella causa risorgimentale.
Premesse storiche
Trieste all’epoca era il principale sbocco al mare dell’Impero asburgico. L’Austria nel ‘700 dichiarò la città porto franco (assieme a Fiume), determinando così la sua ascesa a centro di fondamentale importanza nei commerci dell’Adriatico. A Trieste da quel momento si incontrarono molti popoli diversi. Le nazionalità più rappresentate in città erano quella italiana, quella slovena e quella tedesca. Dalla seconda metà del ‘700 si installò nella città giuliana anche una consistente comunità greca: si trattava per lo più di persone che fuggivano dal dominio turco. La famiglia di Demetrio Livaditi – originaria del Peloponneso – apparteneva a questa comunità.
La gioventù e la passione per la letteratura

Demetrio crebbe fin da giovane una passione per le lettere e per il Paese in cui era nato: infatti, pur figlio di greci, si sentiva triestino e italiano. Fino ai 15 anni frequentò il corso classico, che era l’unica scuola media con insegnamento in lingua italiana, essendo tutte le altre in lingua tedesca. Conseguì poi la licenza commerciale: il padre Alessandro infatti era un mercante e voleva iniziarlo alla pratica del commercio. Fu un tentativo senza successo, perché Demetrio continuò ad interessarsi esclusivamente di lettere: si esercitò nella traduzione dal greco di Platone e di Eschine Socratico e a 16 anni scrisse un primo articolo sulla lingua e sulla letteratura italiana pubblicato dalla Favilla di Francesco Hermet, un importante periodico locale dell’epoca che raccoglieva letterati e patrioti italiani di Trieste.
In seguito viaggiò la Germania come precettore di una famiglia facoltosa e di ritorno esercitò l’insegnamento privato assicurandosi un buon numero di scolari. Nel frattempo abbozzò lavori letterari e teatrali e lavorò con la Rivista Veneta, un periodico veneziano.
Il periodico “La Ciarla” e l’esilio
Erano gli anni del Risorgimento e Demetrio Livaditi – a differenza degli altri greci di Trieste tendenzialmente fedeli agli Asburgo – abbracciò la causa nazionale italiana. Era ormai divenuto italiano non solo di lingua, ma anche di sentimenti.
Fu così che sul finire degli anni ’50 progettò di fondare un giornale patriottico nella propria città. Raccontò in un suo diario:
“Vagheggiavo ardentemente il disegno di fondare a Trieste un giornale letterario che come il “Crepuscolo” di Milano, “L’Alba” di Brescia, la “Rivista Veneta” di Venezia e “L’annotatore Friulano” di Udine, sotto il manto della letterattura, tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria“
Si trattava di una scelta coraggiosa, data la stretta trama di censure ordita da quello che lui definiva “il dispotico governo straniero“. Siamo nel 1857. Al tempo, per poter ostentare sentimenti italiani era necessario esprimerli in forma sfumata. Livaditi si adoperò dunque per ottenere il permesso dalle autorità e scelse il nome innocuo di “Ciarla”.
“Con questo nome vuoto e più appropriato a giornali leggeri e di sterili pettegolezzi che a gazzetta grave e letteraria – racconta sempre Livaditi – diedi principio alla pubblicazione“.
L’inizio fu difficile, fino a quando Livaditi non si avvalse della collaborazione di un altro patriota triestino, Leone Fortis:
“Dopo un anno dacchè la “Ciarla” tirava avanti alla meglio tra multe e sequestri e con mio assai scarso profitto, capitò a Trieste Leone Fortis, mandato quivi a confino dall’Arciduca Massimiliano d’Austria, allora governante la Lombardia. Eravamo sui principi del 1859. Il Fortis aveva dovuto interrompere la pubblicazione del suo giornale il “Pungolo” che dirigeva a Milano. Egli mi persuase a fare – come si suol dire – una fusione e trasformare la “Ciarla” in giornale artistico letterario con caricature, come era precisamente il Pungolo“.

Con la collaborazione di Fortis e di tutti i letterati che con lui lavoravano al Pungolo, la Ciarla ottenne un grande successo: vendette copie non solo a Trieste, ma in Lombardia, in Emilia, nel Triveneto, in Istria e addirittura in Dalmazia (dove risiedeva al tempo una nutrita comunità italiana).
Alla Ciarla collaborarono anche il garibaldino Guerzoni, il poeta veneziano Fusinato (autore della celebre poesia “L’ultima ora di Venezia“), Lioy e Baravalle. Come caricaturisti vennero assunti Galli e Gatteri. Il periodico di Livaditi difendeva l’italianità di Trieste, il tutto però in forma scherzosa e disimpegnata, per evitare la censura austriaca. Una censura che tuttavia non tardò ad arrivare: Livaditi e Fortis subirono perquisizioni domiciliari e la rivista conobbe ancora multe e sequestri. Le cose precipitarono irrimediabilmente nell’aprile del 1859, alle porte del nuovo conflitto armato tra il Regno di Sardegna e l’Austria (la seconda guerra d’indipendenza). In quei giorni Leone Fortis – saputo che la polizia austriaca voleva arrestarlo per via dei suoi articoli – fuggì travestito da Trieste e raggiunse successivamente Torino attraverso la Svizzera.
Demetrio Livaditi, rimasto ormai solo nella direzione del giornale, ne diede così l’annuncio il 20 aprile:
“Chi era da me deputato a stendere le riviste teatrali, se n’andò non so se per terra o per mare – in lontani paesi. Resto quindi anche col carico della copertina sulle spalle“.
Tre giorni dopo – il 23 aprile – uscì il settimo ed ultimo numero della Ciarla, che fu poi soppressa definitivamente dall’Austria.
Fra l’altro, nei mesi precedenti Livaditi era divenuto il rappresentante segreto a Trieste della Società Nazionale Italiana del siciliano La Farina e del veneziano Daniele Manin (un’associazione ispirata da Cavour e che mirava all’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda).
Questo fatto unito alle tormentate vicende della Ciarla aggravò seriamente la sua posizione: temendo a giusta ragione per la propria libertà personale fuggì anch’egli da Trieste nel 1859. Si trasferì dapprima in Lombardia, appena affrancata dal dominio austriaco e da poco annessa al regno sabaudo; poi da Milano passò in Emilia-Romagna. Nel 1860 collaborò col Comitato d’emigrazione di Trieste, accogliendo quei volontari della sua città che intendevano aggregarsi alle truppe del Regno di Sardegna impegnate nel centro Italia. Decise dunque di unirsi anche lui all’esercito e partecipò alla presa della fortezza pontificia di San Leo il 24 settembre del 1860. A tal proposito, lo storico triestino Attilio Tamaro scrisse: “Alcuni volontari si trovarono nelle file del Cialdini. Nella giornata di San Leo stettero fortemente al fuoco Demetrio Livaditi e Edgardo Rasovich“.
Successivamente, sempre in Emilia-Romagna, Livaditi continuò la sua attività letteraria e lavorò a vari periodici: prima collaborò all’Età presente di Paulo Sambri, a Bologna, e poi per due anni diresse l‘Adriatico di Ravenna, il giornale più diffuso di Romagna.
Invitato a entrare nell’insegnamento dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Carlo Matteucci, insegnò storia e lettere nel Liceo e Istituto Tecnico prima di Sassari (per un breve periodo) e poi di Reggio Emilia, città dove nel 1863 fondò il giornale l’Italia Centrale.
Nel 1860 mandò alle stampe un’operetta filosofica, Dello Amore della Patria, che fu apprezzata dalla critica e in particolare da Giosuè Carducci, il quale lodò pubblicamente Livaditi paragonando il suo stile a quello di Giacomo Leopardi e affermando che solo per via dei cattivi gusti letterari del tempo non gli si tributava il giusto riconoscimento:
“[…] quella eccitazione che ci fa cercare e scambiare la contorsione e la barbarie per efficacia, gli sforzi grotteschi e selvaggi per ardimenti originali, il tumido per sublime, le acutezze per arguzie, non ci lascia gustar più le scritture del genere di questa del sig. Livaditi“
Il Comitato Triestino-Istriano e l’arruolamento nelle truppe di Garibaldi
Anche se lontano dalla sua Trieste non cessò la propria attività patriottica ed entrò nel Comitato Triestino Istriano, composto da altri esuli giuliani (G.B. Picciola, C. Combi, R. Costantini, T.Luciani, G. Baseggio, G.Riosa, A. Coiz, G. Cattaro, F.Comelli e altri). Obiettivo del comitato era quello di sensibilizzare l’opinione nazionale sull’annessione all’Italia di Trieste e dell’Istria. L’occasione sembrò presentarsi alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza (1866), quando l’Italia entrò in conflitto al fianco della Prussia contro l’Austria per conquistare Venezia e il Veneto. Lì Demetrio Livaditi e gli altri membri del Comitato si adoperarono presso le principali istituzioni e personalità italiane (compreso il Re Vittorio Emanuele II) per convincerli della necessità della conquista all’Italia delle regioni del confine orientale.
“L’Istria – nella sua unità naturale e storica e colla sua capitale Trieste, conta di popolazione italiana ben oltre i due terzi, sì che per la stessa ragione del numero pretende a buon diritto di essere annoverata tra le famiglie etniche d’Italia“

Sempre secondo il Comitato, la riunione all’Italia delle regioni orientali sarebbe stata necessaria per garantire all’Europa una pace duratura. Lasciare tali terre in mano austriaca avrebbe dato occasione di conflitto nei decenni a venire.
“Provato com’è, che le province di Gorizia, di Trieste e dell’Istria, egualmente che il Trentino, sieno complementi necessarii, parti integranti della Venezia, e quindi dell’Italia, ne viene da sè che l’Italia senza coteste provincie, o taluna di esse, non sarebbe costituita nella sua unità naturale; sarebbe quindi impedita nello sviluppo delle sue risorse, sarebbe fatalmente tormentata da un difetto, agitata da un bisogno, e in conseguenza non potrebbe entrare nel concerto europeo con ispirito calmo, con propositi di conservazione, ma preoccupata dall’idea dell’ingiustizia patita, e dominata dalla smania di aver tutto il suo, studierebbe incessantemente l’occasione propizia di rivendicarlo, la creerebbe, e non potrebbe trovarla che in nuovi scompigli ed in nuove guerre“
Allo scoppio del conflitto, Demetrio Livaditi decise di arruolarsi una seconda volta come volontario e si ritrovò assieme a molti altri triestini nelle truppe di Garibaldi impegnate nel Trentino. In cuor suo sperava che le buone sorti delle guerra portassero il tricolore anche a Trieste, ma così non fu.
Nonostante l’attività di persuasione del Comitato (che si spinse addirittura a stendere un memoriale a Bismarck, per indurlo a portare le truppe prussiane fino a Trieste e liberarla dagli Asburgo) l’Italia non rivendicò in quella circostanza né Trieste né l’Istria, e a conflitto concluso non pose i propri confini oltre il Friuli. Le previsioni del Comitato Triestino-Istriano si rivelarono però fondate: l’Italia avrebbe reclamato quelle terre non più tardi di cinquant’anni dopo.
L’attività letteraria e la critica
Successivamente Demetrio Livaditi ubblicò le sue Operette morali e tradusse per la prima volta dal greco in lingua italiana l’Assioco di Eschine Socratico, la Tavola di Cebete, e tutti i Dialoghi di Eschine, che uscirono a Milano nel 1879 presso il Battezzati. Presso lo stesso editore fu pure pubblicato il suo Galateo letterario del secolo XIX, opera satirica sulla Letteratura italiana contemporanea e sull’indirizzo eccessivamente tedesco preso da essa in quegli ultimi anni. Compilò pure una Crestomazia italiana per uso degli Istituti Tecnici (1864) e l’Introduzione alla filosofia della storia.
Nel 1869 venne insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia” dal Re Vittorio Emanuele II su proposta del Ministro dell’Istruzione Pubblica in considerazione della sua attività letteraria.

Nel 1895 Zanichelli stampò le Operette umoristiche, satiriche e filosofiche, una raccolta di tutte le sue principali opere. Livaditi volle dedicarla alla propria città, lasciata decenni prima: “A Trieste, mia città natale“.
Una parte della critica lo accusò a più riprese di seguire troppo pedissequamente Leopardi, ma la maggior parte dei giudizi furono positivi. Ad esempio, nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei (1879), Angelo De Gubernatis afferma: “Il Livaditi è uno dei nostri scrittori più eleganti e più castigati […] Lo storico della Letteratura italiana del nostro secolo non potrà fare a meno di consultare le sue Operette morali e filosofiche“.
Giudizi che rimasero però disattesi: Demetrio Livaditi fa indubbiamente parte di quella schiera di artisti più fortunati in vita che dopo la morte. Già nel 1914, il periodico Pagine istriane edito a Capodistria lo definì “poco meno che un dimenticato” nonostante “a’ suoi bei tempi, non gli mancarono né onori, né feste, dopochè uno scritto del Carducci lo ebbe additato all’Italia come degno seguace del Leopardi“. Oggi gli è comunque dedicata una via a Trieste.
Demetrio Livaditi morì distante dalla sua città, a Bologna, nel giugno del 1897. Non vide mai avverato il sogno della riunione di Trieste all’Italia, che si realizzò solo nel 1918, al termine del primo conflitto mondiale. Suo figlio Alessandro – mio trisnonno – combatté sul Carso col grado di colonnello. La figlia di Alessandro – mia bisnonna – si chiamava Bianca, come mia madre.
Bibliografia:
– Rassegna storica del Risorgimento, Dei giornali triestini del decennio di preparazione ed in particolare della Ciarla, Cesare Pagnini, 1952;
– Rivista storica del Risorgimento italiano, diretta da Beniamino Manzone, Roux-Frassati, Torino, 1897;
– I giornali triestini fino al 1860, saggio bibliografico, Cesare Pagnini;
– Storia di Trieste, Attilio Tamaro;
– Pagine Istriane, periodico bimestrale, Capodistria, marzo-aprile 1914; gennaio-aprile 1923;
– Ceneri e faville, Giosuè Carducci, Zanichelli, 1881;
– Atti del comitato triestino-istriano, giugno, luglio, e agosto 1866, Firenze, Tipografia di G.Barbera.

