“Racconti dell’Alhambra”, Washington Irving

L’Alhambra (dall’arabo al-qalah al-hambra, il “castello rosso”) è un magnifico complesso di costruzione musulmana, famoso per essere stato l’ultima fortezza dei Mori a cadere sotto i colpi della Reconquista spagnola, sul finire del Quattrocento. Arroccato su una collina della città andalusa di Granada, questo capolavoro dell’arte araba, dall’aspetto imponente e sfarzoso, era la residenza del sultano, oltre che una cittadella fortificata, munita di caserma e di alloggio per i soldati. Dopo la conquista spagnola e un’indubbia valorizzazione sotto l’imperatore Carlo V, il complesso conobbe un lento e progressivo degrado. All’inizio dell’Ottocento si presentava al visitatore come una gigantesca rovina, in alcuni angoli utilizzata perfino come alloggio di fortuna da poveri e umili lavoratori della città.

A ridarle lustro fu l’opera letteraria di un diplomatico statunitense, Washington Irving (1783-1859), che vi soggiornò nel 1829 e raccontò in un libro di ricordi il suo fascino per quel luogo maestoso e decadente. The Alhambra, pubblicato nel 1832 e noto in Italia come Racconti dell’Alhambra (o Storie dell’Alhambra), è un testo dal sapore tipicamente romantico, che intreccia memorie di viaggio e racconti dall’impronta fiabesca, presentati dall’autore come il frutto della tradizione orale locale.

All’epoca, il libro ebbe una vasta eco internazionale e favorì la riscoperta di una meraviglia del passato che, nonostante l’incuria e il passare del tempo, aveva conservato intatta la sua anima, grazie ai muri decorati da arabeschi e trafori di pietra e alle fontane che abbellivano i cortili. Il rinnovato interesse generale per questo edificio e il crescente afflusso di visitatori da ogni dove spinsero nel 1862 la regina di Spagna Isabella II ad ordinare il restauro del complesso, permettendoci oggi di ammirare l’Alhambra in uno stato molto vicino al suo antico splendore.

Nel suo libro, Irving racconta di aver avvertito il richiamo dell’Alhambra fin dall’infanzia, quando sulle rive dello Hudson si dedicò alla lettura di un vecchio volume sulla guerra di Granada. Alcuni decenni più tardi, divenuto ormai uomo, il destino lo condusse proprio in Spagna, nelle vesti di diplomatico. Giunto in Andalusia, si immerse in una realtà che lo conquistò fin da subito e che presentava un insolito contrasto tra una natura severa e brulla, tipica della Spagna meridionale, e un’atmosfera ancora impregnata dei colori e delle spezie d’Arabia.

Irving, definito dallo scrittore inglese William Thackeray come “il primo ambasciatore che i letterati del Nuovo Mondo inviarono a quelli del Vecchio Mondo”, era un viaggiatore curioso, avido di storie, usi e leggende locali, sempre alla ricerca della vena autentica del Paese in cui si trovava. Questo sentimento di genuina apertura lo condusse spesso a rinunciare agli agi che gli sarebbero stati tributati come diplomatico straniero, per vivere da vicino la “vecchia, romantica Spagna”, tra salite e cammini faticosi, pranzi al sacco, incontri casuali con viandanti delle più diverse specie, brevi soste in festose locande di qualche remota cittadina di provincia. Attraverso il contatto con questo mondo semplice, dalle maniere un poco ruvide ma sempre ospitali, Irving apprese la passione tutta locale per i canti, le ballate e i racconti, i cui soggetti più popolari erano le avventure di viaggio, le imprese dei banditi, i santi e ovviamente i Mori. Infatti, nonostante fossero trascorsi più di tre secoli dalla cacciata dei Mori, il popolino amava ancora fantasticare sui suoi antichi dominatori e soprattutto sugli immensi tesori che questi avrebbero lasciato qua e là, sepolti nel cuore della montagna o nascosti in qualche camera segreta, dal passaggio rimasto ignoto.

La maggior parte delle leggende locali avevano come fulcro l’Alhambra, dove Irving ricevette ospitalità dalle autorità spagnole, che gli assegnarono un appartamento nel cuore del palazzo moresco. Per l’autore iniziava così una “deliziosa prigionia”, trascorsa soltanto in parte a cullarsi tra le bellezze del complesso, in quanto preponderante rimaneva la tensione a conoscere l’umanità del luogo, i cosiddetti “hijos de la Alhambra”, i figli dell’Alhambra, gente umile, pittoresca, che da generazioni aveva trovato riparo fra le mura e le torri del palazzo. I “figli dell’Alhambra” non mancarono di ricambiare l’interesse di Irving con viva cordialità, offrendo al diplomatico americano quello che essi probabilmente consideravano il loro capitale più prezioso, ovvero il repertorio di storie sull’antico palazzo.

Inizia così il secondo “capitolo” del libro, quello dedicato appunto alle leggende locali sui Mori. La parte precedente, dedicata agli appunti di viaggio, alle meraviglie architettoniche dell’Alhambra e ai coloriti personaggi incontrati cammin facendo, sfuma in una narrazione di marca fantastica, sulla falsa riga delle più celebri Mille e una notte, delle quali i racconti di Irving condividono l’atmosfera orientaleggiante e i caratteri propri della favola. In queste storie di tesori perduti, di principesse contese tra nobili cavalieri, di sultani saggi o dispotici, di magie, sortilegi, tappeti volanti, gufi parlanti e altro ancora, più del contenuto – obiettivamente poco originale – spicca il gusto dell’autore per l’affabulazione, che pare tolto direttamente dalle sue fonti spagnole, così prodighe di dettagli mirabolanti e fantastici. Irving, va detto, non si limita a riscrivere i racconti così come gli vengono proposti. Aggiunge parecchio del suo ed è lui stesso a confermarlo, quando, concluso il ciclo di storie, afferma espressamente di aver “liberamente trattato delle meravigliose leggende dell’Alhambra”. Lo fa con una prosa che a giusta ragione è stata definita serena e accattivante1e che, pur riprendendo il gusto romantico dell’epoca, si mantiene su un registro fresco e giocondo, privo di turbamenti e goticismi.2

Nei libro di Irving il trapasso dalla dimensione reale a quella fantastica non appare affatto brusco o forzato, sia perché l’autore, nella prima parte, ci ha lungamente preparati ai luoghi e ai tipi umani che popoleranno i suoi racconti, sia perché le eredità tangibili dei Mori, con il loro carattere esotico e insieme ammaliante, sono terreno fertilissimo per viaggi di fantasia e congetture da favola.

Si può discutere sui pregi e sulla qualità dell’opera letteraria di Washington Irving, concludendo magari che il suo stile risente ancora della tradizione europea del secolo precedente, dalla quale i suoi connazionali si sarebbero staccati soltanto con la generazione successiva. Certamente, però, pensando ai Racconti dell’Alhambra, si deve riconoscere al diplomatico il merito di aver restituito la dovuta fama a un patrimonio artistico inestimabile. A Granada lo sanno bene: sulla strada che conduce al monumento campeggia una statua dello scrittore con l’amorevole scritta “Washington Irving. Hijo de la Alhambra”.

Note

1 Guido Fink, Mario Maffi, Franco Minganti, Bianca Tarozzi, Storia della letteratura americana. Dai canti dei pellerossa a Philip Roth, BUR, Milano, 2013

2 Vittore Gastiglione, Prefazione a Racconti dell’Alhambra di Washington Irving, Ediciones Miguel Sanchez, Granada, 2001.

“Trieste”, Carlo Yriarte

yriarteNel 1874 il viaggiatore francese Yriarte passò per Trieste e colse l’occasione per raccogliere alcune note su quella singolare e variopinta città dell’impero asburgico. Il suo diario di viaggio, comprendente alcune memorie sull’Istria, fu pubblicato l’anno successivo a Milano da Emilio Treves, come parte di una più vasta collana di testi battezzata Il giro del mondo. Nel 2013 l’opera è stata presentata nuovamente al grande pubblico in una nuova veste editoriale curata dalla Biblioteca dell’Immagine di Pordenone. L’autore, esattamente come nel 1875, è indicato con il nome di “Carlo” in luogo del francese “Charles”. Il libro, a cui è stato dato semplicemente il titolo di Trieste, non include le memorie di viaggio sull’Istria, a cui è stata dedicata una seconda e diversa pubblicazione nel 2014.

Agli occhi del lettore odierno il testo presenta essenzialmente due motivi di interesse: raffigura Trieste nel periodo della sua massima ascesa e denota una crescente curiosità per una città che nei decenni successivi avrebbe assunto una valenza fondamentale nell’immaginario collettivo nazionale. Pertanto merita sicuramente di stare nella libreria di chiunque si ritenga appassionato a Trieste, ma con una precisazione: è un diario breve e quindi non esaustivo. Yriarte alterna pagine che denotano una spiccata capacità di osservazione ad altre che, pur ricche di dettagli, si avvicinano alla freddezza espositiva di una guida turistica. 

“Il ritorno del padre” e “L’isola”, Giani Stuparich

luzinUn marinaio dal carattere burbero ritorna alla propria casa dopo anni di lunga assenza. Ad attenderlo c’è un bambino, che trepida all’idea di rivedere suo padre. Molto tempo più tardi quello stesso bambino, divenuto uomo, accetta di accompagnare il genitore anziano e malato nell’ultimo viaggio verso l’isola della sua giovinezza.

Il ritorno del padre (1933) e L’isola (1942) sono due amabili racconti dal forte sapore autobiografico di Giani Stuparich, uno dei protagonisti della felice stagione letteraria triestina del secolo scorso. Il rapporto con la figura paterna è delineato in entrambi i testi con rara delicatezza ed estrema sensibilità. La vicenda del padre e del figlio, fotografata prima nell’età dell’infanzia e poi nel momento del doloroso distacco, è un richiamo alla ciclicità della vita, nonché alla mutevolezza degli affetti familiari. Perché se uno soltanto è il padre, sentimenti e rapporti di forza evolvono a seconda del tempo e dei contesti, fino a giungere a un capovolgimento delle posizioni.

Per i loro numerosi e reciproci rimandi, i due racconti formano di fatto un dittico, rendendo obbligata una lettura congiunta. Lo stesso Stuparich, del resto, decise di porli rispettivamente all’inizio e alla fine di una raccolta dei propri scritti edita da Einaudi nel 1961, suggerendo così la loro intima connessione. Grazie alla casa editrice Quodlibet (che li ha recentemente ristampati) oggi è nuovamente possibile apprezzare queste due piccole perle della nostra letteratura.

“A Trieste, mia città natale”, Giovanni Pistolato

2018-b9255Un vecchio taccuino e alcune carte inedite della polizia austriaca raccontano la storia di un uomo che per aver sfidato la censura fu costretto ad abbandonare la propria città.

Nella Trieste asburgica di metà Ottocento, un giovane scrittore di origini greche, Demetrio Livaditi, decise di fondare un giornale “che sotto il manto della letteratura tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria”.

La Ciarla uscì per poche decine di numeri, ma il tono dei suoi articoli allarmò le forze dell’ordine, che intervennero in più occasioni con multe, perquisizioni e sequestri. Le copie del giornale, fitte di allusioni contro Vienna,  andarono a ruba da quando cominciò a scrivervi Leone Fortis, un estroso e irriverente letterato nativo della comunità ebraica triestina.

Con questo libro l’autore ripercorre la movimentata storia della Ciarla e del suo fondatore, riportando così alla luce una delle pagine più ingiustamente dimenticate del Risorgimento di Trieste.

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Il volume “A Trieste, mia città natale” è disponibile al prestito presso le seguenti biblioteche:

  • Biblioteca Sormani di Milano
  • Biblioteca del Museo Civico del Risorgimento di Bologna
  • Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
  • Biblioteca Universitaria di Padova
  • Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino
  • Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste
  • Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste
  • Biblioteca dell’Archivio di Stato di Trieste
  • Biblioteca Comunale di Treviso
  • Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia
  • Biblioteca Marciana di Venezia

“Il silenzio del mare”, Vercors

VERCORSSono contento d’aver trovato qui un vecchio dignitoso. E una signorina silenziosa. Bisognerà vincere questo silenzio. Bisognerà vincere il silenzio della Francia. La cosa mi attrae”

Il silenzio del mare di Vercors, uscito clandestinamente nel 1942, è un racconto ambientato nella Francia della seconda guerra mondiale, agli inizi dell’occupazione tedesca. L’intera vicenda si svolge tra le quattro mura di una casa, dove vivono un anziano (la voce narrante) e sua nipote. I due, loro malgrado, devono ospitare Werner von Ebrennac, un ufficiale della Wermacht. Per mostrargli il loro disprezzo, decidono di trincerarsi in un silenzio glaciale, non rivolgendogli mai la parola. Werner, dal canto suo, è un nazista atipico: musicista colto e raffinato, pervaso da una sincera ammirazione per la cultura francese, sogna che i due Paesi un giorno possano fondersi e dare vita a una nuova civiltà. Parla di tutto questo ogni sera con l’anziano e la giovane che lo ospitano, ma i suoi discorsi dovranno scontrarsi prima con il loro silenzio e poi con l’amara realtà dei fatti.

Considerata unanimemente un’opera manifesto della Resistenza francese, di fiera opposizione all’invasore nazista, Le silence de la mer offre al lettore almeno due paradossi. Il primo è quello di dovere la propria intensità narrativa alla mancanza di dialogo. Si cita spesso, a ragione, la forza della parola, mentre si tende a sottovalutare quella del silenzio. Ebbene, qui il silenzio, come espressione di un rifiuto radicale e di una tenace volontà di resistenza, emana un’energia davanti alla quale è impossibile rimanere indifferenti. Il richiamo metaforico al mare, a sua volta, evoca un’idea di invincibilità ed immutabilità, dando a intendere che il popolo francese, apparentemente calmo e innocuo all’indomani dell’invasione, è pronto in ogni momento a scatenarsi in tempesta, iniziando la propria riscossa.

Il secondo paradosso è dato dal fatto che pur trattandosi di un libro “contro”, il nemico, impersonato dall’ufficiale Werner, assume contorni del tutto umani. Probabilmente Vercors non teme tanto la barbarie nazista, quanto la prospettiva che la sua Francia possa farsi pecora mansueta e assimilare gradualmente l’ideologia del conquistatore. L’intento politico dell’opera appare dunque chiaro: schiudere gli occhi ai francesi e ammonirli circa i propositi predatori della Germania hitleriana, contro ogni opposta parvenza.

La lettura di questo racconto (tradotto all’epoca da Natalia Ginzburg) non chiede più di due serate e fornisce un ottimo spunto di riflessione sia sulla vicenda storica che fa da sfondo sia sul successivo rapporto tra Germania e Francia, dal quale, come noto, scaturirà il progetto di un’unione tra i popoli europei.

“Il segreto”, Anonimo Triestino

il segreto
a Bianca,
nel cui costante pensiero le ho scritte,
dedico queste pagine, perché si meravigli,
e sorrida di tante fanciullaggini,
e provi forse un po’ di rimpianto

Il segreto dell’Anonimo Triestino (1961) è il racconto lucido e sofferto di un amore non confessato, che brucia nel profondo dell’animo senza mai venire alla superficie. Il protagonista della storia è Mino Zevi, un ragazzo timido, introverso e taciturno, abituato a nascondere i propri sentimenti e a vivere in disparte, limitandosi ad osservare e incamerare ogni movimento attorno a sé. Nulla sembra sfuggire al suo occhio, che riesce a cogliere anche il più lieve dei particolari, per trarne sempre qualche insegnamento. “Gran teorico della vita pratica”, come ama definirsi, Mino non è tuttavia in grado di tradurre in azione l’enorme mole di pensieri che affollano la sua mente, rimanendo un eterno incompiuto. Una volta iscritto al liceo conosce Bianca Sorani, se ne innamora perdutamente e trascorre lunghi anni ad ammirarla in segreto, logorandosi in un sentimento tanto acceso quanto inconfessabile. Ostaggio delle sue fantasie amorose, alle quali non sa dare né sfogo né spiegazione, Mino finisce per schiacciarsi da solo, cadendo vittima delle sue tortuosità psicologiche. Il suo scarso amor proprio, una costante paura del ridicolo e un’avvilente mancanza di coraggio gli impediscono il minimo avvicinamento alla ragazza, che resta penosamente lontana e inaccessibile.
L’elemento fondamentale attorno al quale ruota la narrazione è l’inettitudine del protagonista, la sua incorreggibile debolezza di carattere che lo porta a riflettere a lungo, troppo a lungo, senza mai essere conseguente, restando inerte, trincerato nel suo silenzio. Come se ciò non bastasse, Mino pare talvolta illudersi che il suo immobilismo sia l’espressione di una rara ed encomiabile forza interiore: sono molti i passaggi del libro in cui l’incapacità di vivere viene trasfigurata in cosciente volontà di rinuncia e la rassegnazione alzata al rango di virtù.
Sullo sfondo, frettolosamente accennata, emerge la Trieste della prima metà del Novecento, che fa da ambientazione a quasi tutta la vicenda, con ruolo quasi di comparsa. Il capoluogo giuliano viene descritto semplicemente come una città di mare, al punto da sembrare una scatola vuota, perfettamente interscambiabile con altre realtà ai fini della storia. La cosa tuttavia non deve stupire, poiché l’Anonimo sceglie come luogo privilegiato del suo discorso la mente del protagonista. La vera cifra triestina del romanzo sta invece nell’ispirazione palesemente sveviana delle sue pagine, che troviamo sia nella caratterizzazione della figura dell’inetto sia nell’indagine interiore svolta di continuo da Mino Zevi nella forma dell’autobiografia.
Il taglio profondamente introspettivo dell’opera, assieme all’impronta di mistero conferita dal titolo e dall’anonimato dell’autore (da molti identificato nel triestino Giorgio Voghera), fanno di questo libro una lettura singolare, a tratti dolorosa, sicuramente segnante. 

“Elementi di stile nella scrittura”, William Strunk jr

The Elements of Style è considerato tra i più validi libri di scrittura in commercio. La prima edizione risale al 1918, quando il professore universitario William Strunk jr decise di dotare i propri allievi di un agile manualetto che racchiudesse le principali regole di grammatica e di sintassi della lingua inglese. In breve tempo la fama del libro raggiunse tutti gli Stati Uniti e diversi scrittori americani lo presero come punto di riferimento per la stesura delle proprie opere. Considerato il suo successo, The Elements of Style approdò all’estero, finendo per essere tradotto anche in diversi Paesi non anglofoni, fra cui il nostro. L’edizione italiana pubblicata dalla Dino Audino Editore nel 2008 (e giunta oggi alla sesta ristampa) contiene i tagli, le integrazioni e gli adattamenti resi necessari da quelle parti del testo che si riferiscono unicamente alla lingua inglese (ad esempio, la costruzione del genitivo sassone). Nonostante le dovute modifiche, il libro ha mantenuto la sua ispirazione minimale: ai quattro capitoli originari, i curatori dell’edizione italiana hanno deciso di aggiungere solamente delle note esplicative e un’utile appendice intitolata Questioni di stile. Per il resto, l’opera si snoda in una prima parte dedicata alla grammatica (in particolare alla punteggiatura) e in una seconda parte che affronta le varie problematiche sottese alla composizione del periodo e all’uso delle forme verbali. Infine, l’autore affida a due capitoletti conclusivi la trattazione di alcune questioni di forma (come l’uso delle maiuscole, del corsivo, l’indicazione dei numerali, ecc…) e un elenco commentato di “parole ed espressioni spesso usate impropriamente”.
A proposito di questo libr
o, Stephen King scrisse: “La maggior parte dei libri sulla scrittura sono pieni di scemenze. Una rispettabile eccezione alla regola di cui sopra è The Elements of Style. Non ci sono scemenze in quel libro e, se ce ne sono, sono meno che veniali. Vi dico fin d’ora che tutti gli aspiranti scrittori dovrebbero leggere The Elements of Style”. Per quanto mi riguarda, ho letto con interesse le pagine di questo manualetto, trovandovi a più riprese delle indicazioni indubbiamente argute, che cercherò di tenere a mente per il futuro. Nel complesso, però, mi pare che il testo sia eccessivamente sintetico e che conservi un non so che di estraneo e quindi di inefficace per l’aspirante scrittore italiano. In altri termini, chi dovesse avvicinarsi a questo libro si attenda un valido sostegno per la scrittura, ma non quello strumento necessario o indispensabile che molti descrivono.

“Moby Dick”, Herman Melville

mobydickNon molto tempo fa qualcuno annotò che il romanzo “è una macchina per generare interpretazioni” (Umberto Eco, Postille a “Il nome della rosa”, 1983). Osservazione nient’affatto nuova, se vogliamo, ma che calza alla perfezione per un testo come Moby Dick, che nonostante i lineamenti del romanzo d’avventura e la dimensione conseguentemente realistica (accentuata dalle frequenti digressioni sulla baleneria) si presenta come un’opera dall’alto valore allegorico, tale da appassionare generazioni di letterati e lettori nella ricerca del suo significato più autentico. Moby Dick è entrato nell’immaginario collettivo non solo grazie alle ancestrali fantasie suscitate dalla lotta tra il mostro marino e il temerario capitano Achab, ma anche per la natura intrinsecamente simbolica di questa lotta. Il mito della balena bianca deve molto all’affascinante enigma interpretativo sotteso all’intera trama, la cui soluzione diventa la principale motivazione nella corsa all’ultima pagina.

Trama

La voce narrante di Moby Dick è Ismaele, un giovane maestro di scuola che vive nell’America del Nord della prima metà dell’ottocento e che non avendo nulla di particolarmente caro a terra decide di darsi alla navigazione dell’oceano. Ismaele compie i suoi primi viaggi da marinaio sulle navi mercantili e in breve tempo scopre nella vita di mare la migliore via di fuga contro le avversità dell’esistenza: “è un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende un novembre umido e piovigginoso […], allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto”. Desideroso di avventure sempre più coinvolgenti, abbandona il commercio marittimo per cimentarsi nella rischiosa caccia alle balene. Si dirige dunque verso l’isola di Nantucket, il più famoso porto di baleniere degli Stati Uniti. Inconsapevole di ciò che lo attende, salpa sul Pequod, la nave del capitano Achab, il quale ha giurato vendetta contro Moby Dick, un gigantesco capodoglio bianco che nella precedente caccia gli ha mozzato una gamba. Il Pequod e tutto il suo equipaggio sono dunque lanciati all’inseguimento della balena, in una ricerca che, fin dall’inizio, sembra gravata da un’ombra di maledizione e che, per essere ispirata unicamente a un cieco desiderio di vendetta, appare folle e destinata a un esito drammatico.

Achab e la balena

I due capitoli più belli di Moby Dick sono Il cassero e La sinfonia. Entrambi descrivono con grande efficacia l’irrazionale ossessione del capitano Achab, che sceglie deliberatamente di sacrificare quanto resta della sua vita e delle proprie energie all’uccisione della balena, rinunciando a tutto il resto, a partire dalla famiglia e dai legami umani a lui più cari, senza curarsi delle tragiche conseguenze a cui rischia di andare incontro. Il tormento della vendetta consuma interamente Achab, il quale abbandona tutte le sue doti di raziocinio in preda a un delirio di onnipotenza. La balena da lui inseguita con tanta tenacia è descritta da Melville come un animale dalla forza terrificante e dall’intelligenza malvagia. Per questo motivo più di qualcuno ha pensato di interpretare la balena come l’emblema delle forze oscure della natura, se non come l’incarnazione del male stesso.

Per me la Balena Bianca è questo muro, che mi è stato spinto accanto. Talvolta penso che di là non ci sia nulla. Ma mi basta. Essa mi occupa, mi sovraccarica: io vedo in lei una forza atroce innerbata da una malizia imperscrutabile. Questa cosa imperscrutabile è ciò che odio soprattutto: e sia la Balena Bianca il dipendente o sia il principale, io sfogherò su di lei questo mio odio. Non parlarmi di empietà, marinaio: io colpirei il sole, se mi facesse offesa”.

È questo probabilmente il passaggio più esplicito del romanzo, ma ancora non ci dice molto su cosa rappresenti il duello tra il monomaniaco Achab e l’inafferrabile Moby Dick. Molti hanno paragonato Achab all’Ulisse di Dante e in effetti le somiglianze sono parecchie: entrambi i personaggi sono dominati da un unico pensiero e terminano ingloriosamente la propria parabola, inghiottiti dal mare: tuttavia, se nella vicenda dell’eroe omerico cantata dal Poeta è la sete di conoscenza a determinare la tragedia, nel personaggio di Melville non pare riscontrarsi una simile tensione. Non è la brama di conoscenza a trascinare Achab nell’abisso, ma l’insensata presunzione di poter condurre la propria azione oltre ogni limite umano. Il desiderio di vendetta è la passione che brucia lentamente Achab e che lo priva sciaguratamente della capacità di discernere tra bene e male, tra ragionevolezza e follia. Per questa ragione, nonostante i tantissimi riferimenti più o meno espliciti all’Antico Testamento, Moby Dick mi è sembrata un’epopea più greca che cristiana: a dannare Achab non è tanto un’offesa recata a Dio, ma il suo pertinace rifiuto a riconoscere l’esistenza di un confine che l’uomo non dovrebbe mai superare e di cui invece dovrebbe essere sempre consapevole e riverente.

Stile

Una delle caratteristiche più singolari del capolavoro di Melville è la mescolanza di stili che si alternano tra un capitolo e l’altro, come se l’autore avesse voluto cantarci le meraviglie della balena nel maggior numero di forme letterarie possibili. Si succedono così la narrativa tipica del romanzo d’avventura, il tono lirico del poema, la descrizione asettica del trattato scientifico e l’ispirazione manifestamente teatrale di molti dialoghi. Allo stesso tempo, non è raro che l’autore tragga spunto da una nozione di cetologia o di caccia alle balene per una riflessione a sfondo filosofico o spirituale. Una simile operazione letteraria può apparire nei suoi esiti confusionaria e disorientante, e a tratti obiettivamente lo è. Essa risponde tuttavia a una precisa scelta contenutistica ancor prima che stilistica, perché Melville, attraverso la balena, nutre l’ambiziosa pretesa di raccontarci per disteso il mondo e le leggi universali che lo governano, e non trova modo migliore di farlo se non mescolando scienze, filosofia, epica, avventura, religione e gli stili che di volta in volta meglio si addicono a queste materie. La prosa dello scrittore americano è ricca e sovrabbondante; sacrificando spesso la mera narrazione alla pretesa poc’anzi descritta, purtroppo non è raro che pecchi in linearità e scorrevolezza. Le pagine richiedono una costante attenzione al lettore, il quale, non senza fatica, riceve in cambio una notevole quantità di spunti di riflessione. Per questo Moby Dick è uno di quei libri che alla fine restano e lasciano il segno.

“Il generale Della Rovere”, Indro Montanelli

457504-MontanelliILGENERALE300-280x431Questo racconto non parla di un generale. Non di uno vero, almeno. Siamo nel 1944, a Milano, durante l’occupazione nazista. Il protagonista è Giovanni Bertone, un uomo che si divide tra postriboli, tavoli da gioco e arresti in carcere, vivendo di mezzucci e ruberie di vario genere. Durante gli ultimi anni della guerra, millantando amicizie con ufficiali tedeschi e promettendo liberazioni o riduzioni di pena, estorce denaro a famiglie disperate i cui cari sono stati fatti prigionieri dalla Gestapo. Il gioco però dura poco, perché Bertone viene denunciato alla polizia e smascherato dai nazisti, i quali, invece di punirlo, decidono più ingegnosamente di servirsi delle sue capacità di affabulatore e lo infiltrano nel carcere di San Vittore come spia. Qui dovrà fingere di essere un capo della Resistenza, il generale Fortebraccio Della Rovere, e carpire quante più informazioni possibili dai partigiani detenuti. Inizialmente il piano sembra funzionare. Il colonnello Müller lo prende in simpatia e tra i due si instaura una certa complicità. Poi però, dopo alcune settimane di detenzione, Bertone si cala così bene nella parte del generale Della Rovere da immedesimarsi totalmente nella sua figura. Sente il dramma dei prigionieri come una realtà che lo riguarda sempre più da vicino. Un senso di umanità affiora nel suo animo e lo spinge nel finale a un gesto eroico e inatteso, con il quale riuscirà a riscattare un’esistenza ignobile.

Scritto dal giornalista Indro Montanelli, che si ispirò a un personaggio realmente esistito e da lui stesso conosciuto nel carcere di San Vittore, Il generale della Rovere ha senza dubbio un sapore teatrale: il protagonista infatti recita dall’inizio alla fine, prima per uno scopo vile e poi per uno nobile, ritrovando paradossalmente se stesso e la propria dignità nei panni dell’aristocratico generale Della Rovere, un personaggio agli antipodi per virtù e temperamento. Il racconto descrive così la parabola di un uomo “che era stato un personaggio squallido, un pappone, un baro…e che poi è morto meglio, molto meglio di come era vissuto”. Ed è probabilmente questo il motivo per cui la storia tocca la nostra sensibilità: a vario titolo e con le dovute differenze siamo tutti un po’ Bertone, con le nostre viltà, mancanze e piccolezze, che desidereremmo cancellare d’un colpo con un gesto deciso e coraggioso.

Montanelli e il film di Rossellini

Dobbiamo riconoscere che Il generale Della Rovere è conosciuto più per il film di Rossellini che per il racconto di Montanelli. Ciò è dovuto non solo al grande successo della pellicola (che con l’interpretazione di Vittorio De Sica vinse il Leone d’Oro a Venezia), ma anche alla singolare circostanza che vide il film proiettato prima della pubblicazione del libro. Montanelli infatti diede a Rossellini il soggetto per la sua opera cinematografica, ma il romanzo uscì successivamente, pochi mesi più tardi.

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“Una storia, non una pagina di Storia”

Il protagonista del libro è ispirato a un personaggio conosciuto in prima persona da Indro Montanelli durante la sua prigionia nel carcere di San Vittore nel 1944. Questo ha scatenato diverse polemiche già all’epoca del film di Rossellini, poiché Giovanni Bertoni (questo il vero nome) era da molti noto a Milano come spia e uomo losco. Alle stesse persone non sembrava giusto che tra i sessantasette detenuti fucilati dai nazisti a Fossoli proprio Bertoni si fosse aggiudicato la fama di uomo coraggioso ed eroico.
Anche per questo Montanelli si sentì in dovere di specificare che il racconto “non pretende di essere assolutamente vero, sebbene abbia per protagonista un personaggio realmente esistito […]. L’ho scritto come una storia, non come una pagina di Storia”. In un’intervista concessa a Michele Brambilla nel 2000 approfondì la questione dicendo: “Quello che mi ha affascinato, che mi ha spinto a scrivere questo libro, è un fatto certo e incontestabile: il modo in cui morì Bertoni. Era solo una spia? Ma allora perché i nazisti lo fucilarono?”.

“La terra tra le mani. L’epopea veneta nella bonifica dell’Agro Pontino dopo la Grande Guerra”, Monica Zornetta

Maggio_TerraUn interessante caso di migrazione interna è quello che negli anni ’30 del secolo scorso coinvolse migliaia di contadini veneti, i quali parteciparono alle gigantesche opere di bonifica del regime fascista nelle terre dell’Agro Pontino (Lazio) per poi stabilirsi definitivamente in quegli stessi territori, dove man mano che l’intervento umano sottraeva la terra al mortale abbraccio delle paludi e della malaria si costruivano nuove cittadine come Littoria (oggi Latina), Sabaudia, Pomezia ed altre.
Le poverissime condizioni del Veneto di allora, determinate sia dagli alti tassi di crescita demografica sia dall’arretratezza diffusa dell’economia locale, spinsero molte famiglie a cercare fortuna in qualsiasi luogo offrisse loro la speranza di un lavoro e di una sistemazione più dignitosa di quella goduta nella terra natale, e ciò non solo all’estero ma anche all’interno dei confini nazionali. Queste aspirazioni di miglioramento degli standard di vita crearono una forte mobilità interna che il regime fascista si propose di regolare nei minimi dettagli sfruttandola a vantaggio di grandi lavori pubblici e bonifiche. Lo spostamento di migliaia di contadini da zone ad alta crescita demografica (come il Veneto) a terre quasi disabitate (come quelle soggette a bonifica) servì anche ad arginare il fenomeno della migrazione nelle grandi città, fortemente osteggiato dal fascismo che vedeva nella vita urbana, secondo le parole di Mussolini, “la causa di effetti negativi sulla salute, la moralità, la fecondità della popolazione, sulla crescita e sanità fisica”. Meglio dunque la creazione di nuovi borghi e città interamente popolati da famiglie rurali che vi potessero infondere il proprio spirito anziché smarrirlo trasferendosi in metropoli come Milano, Torino o Roma. Un’Italia rurale rappresentava altresì una prospettiva più rassicurante di un’Italia industrializzata coi suoi agguerriti movimenti operai, ben organizzati e difficilmente controllabili. Secondo il regime serviva anche eliminare “la schiavitù del pane straniero” e avviare il Paese a una nuova politica agraria che mettesse sempre più terreni a disposizione dell’agricoltura. La cosiddetta “battaglia del grano” aveva bisogno dunque di un piano di estensione delle zone produttive, e la bonifica di vasti territori paludosi si rivelava utile allo scopo.

lavori bonificaAgli inizi degli anni ’20 del secolo scorso il Paese contava ancora diverse zone dove a causa della fitta presenza di acquitrini e pozze d’acqua stagnante si moriva di malaria, specialmente lungo il Tirreno (Maremma, Agro Romano, Agro Pontino) e l’Adriatico (laguna veneta, foce del Po). Le paludi erano infatti l’habitat ideale di una particolare zanzara del genere anopheles, che tramite la puntura trasmetteva un protozoo chiamato plasmodium, responsabile della malattia. Nel 1924 ben 4.040 italiani morirono di malaria e i numeri degli anni precedenti non sono molto diversi. Fra i territori martoriati l’Agro Pontino era sicuramente il più esteso. A causa di questa sua piaga, per circa duemila anni rimase quasi interamente disabitato. Nessuna strada lo percorreva. Johann Wolfang Goethe lo aveva definito il “pestilento stagno. Solo poche migliaia di persone vi stanziavano prima delle opere di bonifica e comunque non vi rimanevano mai tutto l’anno: i cosiddetti lestraioli (così chiamati perché vivevano all’interno di poverissime capanne in giunco dette lestre) abbandonavano infatti l’Agro Pontino all’arrivo della bella stagione, che coincideva con il ritorno delle zanzare anopheles. Lo stile di vita dei lestraioli era poco più che primitivo: questi individui vivevano raccogliendo rane e sanguisughe da rivendere sul mercato romano, oppure praticavano la caccia o l’allevamento di pecore.
Fu anche per porre fine a questo stato miserevole di cose che si progettarono le grandi opere di bonifica. I contadini provenienti dal Veneto ma anche dal Friuli e dalla Romagna non andarono semplicemente ad infittire la numerosa manodopera necessaria a questi lavori di scavo e prosciugamento delle paludi. A partire dagli anni ’30 molti di loro, dopo essere stati accuratamente selezionati dal Commissariato per la migrazione e la colonizzazione interna, si trasferirono nei territori recentemente appoderati per lavorare la terra e popolare i nuovi borghi che via via andavano formandosi. La prospettiva era quella di divenire proprietari di un pezzo di terra e di un’abitazione, oltre che quella di migliorare la propria condizione sociale. Ciò nonostante, le condizioni di vita che si presentarono a questi emigranti interni non furono affatto semplici: il duro lavoro imposto e l’aspetto del tutto sconosciuto della nuova sistemazione rendevano la prima permanenza a dir poco traumatica. Anche il rapporto con i locali non fu inizialmente positivo. Si registrava infatti da ambedue le parti una reciproca diffidenza basata non solo su pregiudizi campanilistici, ma anche su opposte fedi politiche: i coloni veneti erano in gran parte fascisti e ammiratori del Duce, mentre i locali erano tendenzialmente socialisti. “Fu la disgrazia comune, la guerra – spiega Annibale Folchi nel suo “Agro Pontino. Nelle corti dell’Onc” – a fondere i dolori e le storie dei coloni e dei locali, che si ritrovarono uniti poi nella rimozione delle macerie per ricostruire casa e lavoro”.