“L’Italia e i suoi invasori”, Girolamo Arnaldi

L'Italia e i suoi invasori

Per una sorta di legge del contrappasso, l’Italia che con Roma nell’antichità aveva dominato gran parte del mondo allora conosciuto, a partire dal V secolo cominciò ad essere conquistata da popoli stranieri, che spesso invasero il suo territorio non solo per raccogliere quanti più beni e ricchezze potevano, ma anche per rimanere e mettere radici. “Se per un italiano […] ‘l’Italia è un’illusione, anzi un miraggio, un oggetto del desiderio’, sta di fatto che, per gli stranieri, l’Italia è stata per secoli, sciaguratamente per noi, un desiderio soddisfatto”.
L’Italia e i suoi invasori (Editori Laterza, 2004), scritto dall’esperto di storia medievale Girolamo Arnaldi, è un appassionante libro di divulgazione storica sul rapporto tra italiani e stranieri dalla caduta dell’Impero romano d’occidente allo sbarco delle truppe anglo-americane in Sicilia durante la seconda guerra mondiale. Mille e cinquecento anni di storia del nostro Paese sono così ripercorsi dalla penna dell’autore secondo un’originale chiave di lettura, che permette di valutare tanto i contributi positivi che dall’esterno sono arrivati alla cultura e all’identità nazionale italiana, quanto le origini di molti mali che ancora oggi ci attanagliano. In particolare risulta evidente fin dai tempo del Medioevo la mancanza di una concordia nazionale tale da consentire la difesa di interessi comuni contro aggressioni e ingerenze straniere.

Andrea Palladio “padre dell’architettura statunitense”

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La notizia non è recente perché risale al 2010, ma l’ho appresa solo in questi giorni e ho pensato che meritasse una menzione, anche perché qui in Italia se n’è parlato davvero poco. A seguito del cinquecentesimo anniversario dalla nascita dell’architetto Andrea Palladio, il Congresso degli Stati Uniti d’America ha approvato all’unanimità la concurrent resolution n. 259 del 6 dicembre 2010 con la quale ha riconosciuto ufficialmente il celebre artista italiano come il padre all’architettura statunitense. Sono diversi infatti i monumenti americani ispirati allo stile dell’architetto nato nel 1508 a Padova: il più celebre è indubbiamente la Casa Bianca, ma si possono citare anche Monticello, il Campidoglio statunitense e il Jefferson Memorial. La risoluzione afferma che “gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione […] riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio” e arriva addirittura a definire i Quattro Libri dell’Architettura (il trattato di Palladio) “la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta” che “ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale”.
Di seguito pubblico la traduzione in italiano del testo ufficiale della risoluzione. Per visualizzare invece il testo originale in inglese potete cliccare qui.

111° Congresso degli Stati Uniti d’America

Risoluzione concertata

Considerato che nel 2008 ricorreva il 500° anniversario della nascita dell’architetto italiano Andrea Palladio;

Considerato che Andrea Palladio nacque a Padova come Andrea di Pietro il 30 novembre 1508;

Considerato che Palladio, nato di umili origini, fece pratica da scalpellino nei primi anni della sua vita;

Considerato che sotto la protezione del conte Giangiorgio Trissino (1478-1550), Palladio studiò architettura, ingegneria, topografia e scienze militari quando aveva circa venticinque anni;

Considerato che nel 1540 il conte Trissino lo ribattezzò “Palladio”, un riferimento alla sapienza di Pallade Atena così come alla forma italiana del nome dello scrittore romano del IV secolo, Rutilius Taurus Aemilianus Palladius;

Considerato che i progetti di Palladio per opere pubbliche, chiese, palazzi e ville sono reputati fra gli esiti architettonici più rilevanti del Rinascimento italiano;

Considerato che l’insieme degli edifici tuttora esistenti di Palladio è inserito nella World Heritage List dell’UNESCO;

Considerato che il trattato di Palladio, “I Quattro Libri dell’Architettura”, è la più influente pubblicazione d’architettura mai prodotta e ha determinato gran parte dell’immagine architettonica della civiltà occidentale;

Considerato che “I Quattro Libri dell’Architettura” hanno costituito una fonte primaria della progettazione classica per molti architetti e costruttori negli Stati Uniti dall’epoca coloniale a oggi;

Considerato che Thomas Jefferson chiamò “I Quattro Libri dell’Architettura” di Palladio la “Bibbia” della pratica architettonica e adoperò i principi di Palladio fissando standard duraturi per l’architettura pubblica negli Stati Uniti e costruendo il proprio capolavoro, Monticello;

Considerato che gli edifici più rappresentativi della nostra Nazione, compresi il Campidoglio degli Stati Uniti e la Casa Bianca, riflettono l’influenza dell’architettura di Palladio attraverso il movimento anglo-palladiano che fiorì nel XVIII secolo;

Considerato che i pioneristici disegni di Palladio di ricostruzione e restituzione di antichi templi romani ne “I Quattro Libri dell’Architettura” fornirono ispirazione per molti dei grandi edifici classici americani dei secoli XIX e XX, nel periodo noto come il Rinascimento Americano;

Considerato che il Rinascimento Americano segnò l’apice della tradizione classica e arricchì gli Stati Uniti da una costa all’altra di innumerevoli opere architettoniche di dignità e bellezza intramontabili, incluso il John A. Wilson Building, sede governativa del District of Columbia;

Considerato che i monumenti architettonici americani ispirati sia direttamente sia indirettamente dagli scritti, dalle illustrazioni e dai progetti di Palladio formano una grande e inestimabile parte dell’eredità culturale della nostra Nazione;

Considerato che organizzazioni culturali, istituzioni educative, agenzie governative e molte altre realtà stanno celebrando questo speciale 500° anniversario, compresi il Comitato Nazionale Italiano Andrea Palladio 500, il Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio, Palladium Musicum, Inc., l’Istituto Italiano di Cultura e lo Institute of Classical Architecture and Classical America, come pure altre organizzazioni culturali italiane e italo-americane, come la Italian Heritage and Culture Committee of New York, Inc., e la Italian Cultural Society of Washington, DC, Inc., con un’ampia varietà di eventi diretti al grande pubblico, pubblicazioni, simposi, cerimonie di proclamazione e tributi al genio e all’eredità di Palladio;

Tutto ciò considerato ora, pertanto, è deliberato dalla Camera dei Rappresentanti, congiuntamente con il Senato, che il Congresso degli Stati Uniti d’America:

(1) riconosce il 500° anniversario della nascita di Andrea Palladio; (2) riconosce la sua immensa influenza sull’architettura degli Stati Uniti; e (3) esprime la propria gratitudine per l’arricchimento che la sua vita e la sua carriera hanno conferito all’ambiente costruito della Nazione americana.

“Ricordi di prigione”, Luigi Pastro

DSCN1300Circa due settimane fa, guardando tra i libri di casa, mi sono trovato tra le mani i Ricordi di prigione di un mio concittadino, Luigi Pastro, nato nel 1822 a Selva del Montello, nel trevigiano. Dato il mio interesse per la memorialistica ho iniziato subito a sfogliarne le pagine e devo ammettere che si è trattata di una piacevole scoperta. Il dottor Pastro – un giovane medico di provincia dalle umili origini – fu tra i protagonisti di un episodio del Risorgimento oggi dimenticato, ma che al tempo suscitò indignazione e commozione in tutta Europa: il processo di Mantova che dal 1852 al 1855 condannò alla morte per impiccagione diversi patrioti e rivoluzionari italiani che dopo il fallimento della prima guerra d’indipendenza avevano continuato ad opporsi alla presenza di un governo austriaco nel lombardo-veneto. La triste vicenda passò alla storia col nome di “martiri di Belfiore”, dal luogo di Mantova dove vennero eseguite le pene capitali. Pastro fu tra gli imputati di quel processo, e rinchiuso in isolamento per due anni nelle carceri di Venezia, Verona e Mantova si rifiutò sempre di confessare, nonostante le pressioni e gli abusi dei carcerieri e dell’autorità inquisitoria. Passò tutto il tempo del processo dietro le sbarre, con una catena al piede, in una cella spoglia, angusta e malsana, senza compagni di prigione, privato della possibilità di leggere, scrivere o intrattenersi in qualunque altra attività. Schiacciato dall’angoscia del suo incerto destino e dalla disperazione della solitudine, messo a durissima prova dai lunghi digiuni imposti e dalle precarie condizioni igieniche del carcere, che ne aggravarono seriamente lo stato di salute, il trevigiano Pastro dovette trovare per due anni il modo di sconfiggere il tempo, “il più fiero nemico del prigioniero”. Così tra sonetti improvvisati a voce e comunicazioni con vicini di cella realizzate grazie al “linguaggio del muro” (un codice dove ad un determinato colpo sul muro corrisponde una lettera dell’alfabeto) egli trascorse quelle penose ed interminabili giornate che lo dividevano dalla pronuncia della temuta sentenza.

Per il tema trattato, Ricordi di prigione rimanda senza dubbio al più celebre scritto di Silvio Pellico Le mie prigioni, e costituisce un’interessante pagina di storia locale e nazionale, impreziosita da valori come l’abnegazione, la dedizione agli amici e la fedeltà agli ideali di una vita.

“L’arte di amare”, Erich Fromm

arsamandiI più sono convinti che in materia di amore non ci sia proprio nulla da imparare: la vera difficoltà sta nell’individuare il soggetto da amare, la persona giusta, ma una volta che la si è trovata si crede che l’amore verrà da sé, spontaneamente, in modo del tutto naturale. Allo stesso tempo è invalsa l’idea secondo cui l’amore sia un evento casuale, qualcosa in cui imbattersi sia solo questione di fortuna.

Contrariamente a queste convinzioni radicate e diffuse, nel suo celebre saggio L’arte di amare (1956) il filosofo tedesco Erich Fromm sostiene che l’amore sia un’arte che richiede saggezza, umiltà e coraggio e che non possa in nessun caso essere disgiunta da specifiche qualità interiori maturate dall’individuo nel corso della sua esistenza. In altri termini: l’amore non è un caso, né qualcosa che si possa improvvisare, ma un’abilità ed insieme una condizione a cui si può veramente giungere solo dopo un lungo percorso di crescita interiore. Naturalmente non tutti sono capaci di amare, ma chiunque, con gli opportuni sforzi e sacrifici, può imparare.

Di certo l’opera di Fromm non è un manuale di seduzione e chiunque si appresti a leggerla con questa aspettativa ne rimarrà deluso. Obiettivamente alcuni suoi passaggi non sono di immediata comprensione, ma i numerosi riferimenti alla letteratura, alla psicologia e alla religione ne fanno senza dubbio un saggio di notevole interesse e spessore. Nonostante sia stato scritto ben sessant’anni fa, si può affermare che conservi intatta la propria attualità, specialmente laddove segnala quelle criticità della società occidentale che rendono complicata l’espressione di un vero amore (l’unico anacronismo è dato dalla totale assenza di riferimenti ai quegli strumenti della tecnologia come computer e cellulari che negli ultimi vent’anni hanno cambiato le nostre vite e quindi, in parte, anche le relazioni amorose).

Diverse riflessioni sul rapporto tra amore, vita e maturità del soggetto sono destinate a rimanere scolpite nella mente del lettore, che si troverà di fronte ad uno di quei libri che hanno l’encomiabile potere di influenzare incisivamente la prospettiva su un dato argomento, portando a mettere in discussione convincimenti dati fino a prima per certi ed indiscutibili.