“Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), A. M. Alberton

119._Finch___Ven_50cb01b90aa66Con un canestro de orae e con quatro canonae / Vegnirà Garibaldi a ste palae“, è quello che canta un ragazzo per le strade di Venezia prima di essere arrestato dalla polizia austriaca (A. Pilot, Venezia dal 1851 al 1866, p. 453 – 454). Altri giovani veneti non si limitano a cantare, ma durante le guerre d’indipendenza, spinti anche dalla fama del Generale, passano il confine e si arruolano come volontari. “I dati raccolti da Cavalletto indicavano in circa 20.000 i volontari provenienti dal Veneto nel biennio 1859-60, 15.000 dei quali entrano a far parte dell’esercito della Lega dell’Italia centrale, mentre 5.000 raggiungono Garibaldi nell’Italia meridionale” e per la guerra del 1866 lo zaratino Carlo Tivaroni sostiene di “non eccedere affermando che [i veneti] erano due terzi” dei circa 38.000 arruolati nel Corpo dei Volontari Italiani. Davanti a questi numeri è lecito domandarsi che cosa rappresentasse Garibaldi per i veneti negli anni del Risorgimento e quanto abbia influito la sua figura sull’affermazione e la diffusione degli ideali di unità nazionale in Veneto.

In un periodo di rinascita dei localismi e di contestazione del Risorgimento, parlare di garibaldini veneti e di garibaldinismo in Veneto può suonare quasi un’eresia“: così esordisce Angela Maria Alberton nel suo “Finché Venezia salva non sia”. Esuli e garibaldini veneti nel Risorgimento (1848 – 1866), ed è quanto mai difficile darle torto, anche se, stranamente, l’argomento da lei approfondito non ha mai conosciuto una trattazione completa ed esauriente, nemmeno in periodi politicamente e culturalmente più favorevoli agli ideali che hanno animato le vicende risorgimentali. Infatti gli storici che in passato si sono occupati del volontariato garibaldino nelle province venete hanno concentrato la propria analisi o su periodi circoscritti o su singole città, ma nessuno ha mai provato a dare una descrizione generale del fenomeno, in modo da ricomprendere tutta la regione veneta e l’intero arco temporale che va dalla prima guerra d’indipendenza (1848) all’annessione del Veneto al Regno d’Italia (1866).

Il principale merito che va riconosciuto all’autrice del libro è dunque quello di aver tentato per prima una ricostruzione ad ampio respiro del garibaldinismo in Veneto, operazione sicuramente non semplice, dato il quadro diversificato ed articolato dell’argomento e il conseguente rischio di perdersi in questioni settoriali e specifiche.
Nonostante la complessità insita in questo lavoro di sintesi, la ricerca e la valorizzazione delle fonti trovano un felice ed originale esito nel saggio di A. M. Alberton, specialmente nell’approfondito capitolo sulle motivazioni che spinsero molti giovani veneti a farsi garibaldini, dall’assimilazione più o meno consapevole del discorso nazionale – non solo attraverso la letteratura, appannaggio di pochi, ma anche grazie ad altre espressioni artistiche più popolari, come canzoni e spettacoli di marionette – al desiderio di una migliore condizione economica e sociale, che si credeva potesse giungere con l’unificazione italiana. garibaldiniA queste molle se ne aggiunsero spesso delle altre, che riguardarono più da vicino le aspirazioni dei singoli: alcuni infatti videro nel volontariato garibaldino un trampolino di lancio o un’occasione per fare carriera nel mondo militare, altri vi furono spinti da un desiderio di avventura, dalla ricerca di forti emozioni o da un giovanile ed incosciente entusiasmo. Altri ancora sentirono il dovere morale di non sfigurare davanti alla figura paterna (come il veneziano Giorgio Manin, figlio di Daniele), oppure avvertirono il bisogno di guadagnare una maggiore stima ed affetto da parte di persone a loro care (come Luigi Cavalli, figlio illegittimo, che sul campo di battaglia cercò le attenzioni del padre naturale). Tutti però indistintamente subirono il fascino di Garibaldi, ne vennero quasi catturati, come se essere un suo soldato rappresentasse un onore e un motivo d’orgoglio particolare, che si aggiungeva a quello di combattere per la causa nazionale: “l’eroe di Marsala non rappresenta solo la perfetta incarnazione degli ideali e dei valori risorgimentali, ma è l’uomo d’azione per eccellenza, dotato di una forte carica carismatica”.

L’analisi si concentra poi su un fenomeno connesso a quello del volontariato garibaldino, l’emigrazione veneta, che vide molti giovani del Veneto trasferirsi in Piemonte (soprattutto nel biennio 1859-60) e che per le sue notevoli dimensioni preoccupò tanto il Regno di Sardegna quanto l’Austria. Anche qui la trattazione cerca di scavare in profondità, investigando le ragioni che portarono migliaia di ragazzi ad attraversare il confine italo-austriaco, con tutti i rischi del caso: la memorialistica e le testimonianze di molti personaggi dell’epoca descrivono un piccolo esodo che accanto alle più nobili motivazioni patriottiche e al rifiuto di prestare il servizio militare appena reso obbligatorio dall’Austria ha conosciuto anche ragioni di ordine puramente materiale, come la mancanza di lavoro e la crisi economica. E non sono mancati neppure quelli che hanno cercato solo di sfuggire a condanne penali per reati che nulla avevano a che vedere con la politica e gli ideali nazionali: “Il dovere di non confondere, per quanto sta in noi, la emigrazione onesta e veramente politica con falsi emigrati che abbandonarono le Provincie venete per sottrarsi alle conseguenze dannose dei loro reati, o che qua vennero per vivere a spese pubbliche e cercare fortuna, ci obbliga a non accordare il nostro patrocinio che agli emigrati veramente politici” (lettere tra il Comitato di sussidio dell’emigrazione veneta a Milano e il Comitato di Torino, 1863 – 1864).

Un interessante capitolo viene dedicato anche all’azione dei vari comitati segreti operanti in Veneto negli anni compresi tra l’armistizio di Villafranca e la terza guerra d’indipendenza: la maggior parte di essi si affidava principalmente al nome di Garibaldi e alla speranza che il Generale un giorno potesse ripetere in Veneto una seconda Marsala.

Infine, contro un’interpretazione riduttiva di quelle vicende, nelle ultime pagine viene affrontata la questione della partecipazione delle classi popolari venete al movimento nazionale, non tanto con l’intenzione di dare risposte definitive a un tema da sempre oggetto di dibattito, ma di “fornire alcuni spunti di riflessione che consentono di introdurre elementi di differenziazione e variazione in un quadro che si rivela tutt’altro che statico“.

“Il giorno del giudizio”, Salvatore Satta

sattaSalvatore Satta ci accompagna in Sardegna, nella Nuoro della sua giovinezza, a cavallo tra ottocento e novecento. Questa città – descritta come un autentico luogo dell’anima – si presenta a ben vedere come tante altre, coi suoi maestri, dottori, preti, avvocati, contadini, pastori, mercanti, muratori, i quali, al di là delle profonde divisioni sociali, hanno tutti in comune lo stesso problema, “quello di vivere, di comporre col [loro] essere lo straordinario e lugubre affresco di un paese che non ha motivo di esistere”.

Giunto ormai alla vecchiaia, dopo aver abbandonato la Sardegna per il “continente” ed aver girato l’Italia per anni, l’autore torna alla sua Nuoro per un giorno e decide di visitare il cimitero: si tratta di un’esperienza intensa e rievocativa, perché ogni tomba possiede un nome capace di parlargli e di riportargli alla mente i ricordi della sua infanzia. Ed è così che immagina di restituire voce alle tante anime dimenticate che un tempo avevano popolato il Corso, il caffè Tettamanzi, il quartiere contadino di Seuna, il villaggio dei pastori di San Pietro e tanti altri luoghi, i quali, col passare dei decenni, sono stati quasi del tutto svuotati della propria essenza.

Sento che la pace dei morti non esiste, che i morti sono sciolti da tutti i problemi, meno che da uno solo, quello di essere stati vivi

Ecco che scrivere della loro vita, raccontarla a coloro che non ne sono stati testimoni, significa prendere nelle mani un fardello, quello della memoria di chi è stato ed ora non è più, sperando che questo possa in qualche modo servire. I morti di Nuoro infatti hanno bisogno di qualcuno che li liberi dal loro tormento, lo stesso che ha segnato l’inutilità e l’inesorabile lentezza della loro vita, trascorsa dalla culla alla tomba nello stesso paese, secondo un ordine e dei ritmi così consolidati da apparire l’espressione di una legge divina, al punto che quasi nessuno si è mai azzardato a metterli in discussione, e quei pochi illusi che ci hanno provato hanno assaggiato loro malgrado il sapore amaro del fallimento.

L’ineluttabilità del destino torna ciclicamente nei vari episodi che scandiscono il romanzo, il quale però è soprattutto un libro sulla solitudine, quel male profondo e inguaribile che sembra affliggere tutti i personaggi che appaiono dall’inizio alla fine della narrazione, a partire dalla figura spenta e senza speranza di Donna Vincenza, madre di sette figli e moglie dell’austero e rispettabile notaio del paese, Don Sebastiano. Il giorno del giudizio è anche il sapiente racconto della loro famiglia, o meglio, di quella dell’autore, il quale trae spunto dalle vicende della propria casa per inserirle in un contesto cittadino dove a regnare sono la ripetitività dei gesti e l’insondabile significato dell’esistenza (ammesso che ve ne sia uno).

La narrazione manca di una vera trama, poiché segue il flusso dei ricordi dell’autore. Questo rende la lettura frammentata e a tratti difficile, ma è forse l’unico difetto di un libro che sa descrivere gli eventi della vita con poesia e disincanto al tempo stesso.

Dato alle stampe quattro anni dopo la morte del suo autore, Il giorno del giudizio è stata una vera e propria sorpresa editoriale: scritto da un affermato giurista di cui fino a prima erano stati pubblicati solo testi di diritto, è riuscito in breve tempo a raggiungere un notevole successo, al punto da essere salutato da molti come uno dei principali romanzi italiani degli ultimi decenni.