“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

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Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza è riuscita brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica né ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nell’esposizione delle vicende giuliane, con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

L’Italia come Venezia?

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“Ve lo ripeto: non si tratta di omicidio, ma di suicidio. Venezia si è uccisa. Ogni civiltà, ogni paese che non riesca più a trovare in sé le forze morali per reagire a grandi cambiamenti è destinata a soccombere.
(…) Nessuno che non sia suddito di Venezia o di qualsiasi altra sovranità di questa penisola può capire che la nostra indolenza è una forma di superbia estetica. Superbia, badate, non orgoglio… quello lo abbiamo perso da tempo…
Dio ha concesso agli italiani privilegi unici e di questa superiorità noi abbiamo prima goduto, poi abusato, e ora che non siamo più in grado di reggerci da soli, la superbia ci induce all’indolenza, perché sempre saremo satolli di bellezza”

(“Il Serenissimo Borghese”, Alberto Frappa Raunceroy)

Navigando sul web ho trovato questa citazione a mio parere attualissima anche se riferita a un contesto lontano da quello odierno: la caduta della Repubblica di Venezia.  Il 12 maggio 1797 – dopo secoli di indipendenza – cadeva la Serenissima, attaccata dal giovane generale francese Napoleone Bonaparte. La storiografia è sostanzialmente unanime nel riconoscere tra le principali cause della caduta di Venezia non solo la sua drammatica indolenza di fronte al nemico in avvicinamento ma soprattutto l’avanzato stato di decadenza economica e morale in cui versava ormai da tempo l’antica repubblica marinara. Ed è proprio qui che il parallelo con l’Italia di oggi sorge in me spontaneo. Mi domando: l’Italia farà la fine di Venezia?

“L’inglese non cancelli la nostra identità”, Claudio Magris

In questo articolo pubblicato sul Corriere della Sera (25 luglio 2012) lo scrittore triestino Claudio Magris affronta lo spinoso tema dell’insegnamento in lingua inglese nelle nostre università. Il caso ero scoppiato nel 2012 quando il Senato Accademico del Politecnico di Milano aveva stabilito l’inglese come unica lingua delle lauree di secondo livello e dei dottorati di ricerca (delibera bocciata un anno fa dal Tar della Lombardia, in quanto considerata lesiva della libertà degli studenti e dei docenti).
La riflessione di Magris supera il semplice campo della linguistica: la questione infatti è prima di tutto culturale e sociale: “La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni”. Conoscere adeguatamente l’inglese è necessario – sopratutto per le nuove generazioni – ma la lingua madre non va  marginalizzata perché “implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa”.

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L’università in inglese pericolo per l’italiano 


Alberto Sordi redivivo smette di fare l’attore e diventa rettore universitario, sottosegretario o ministro dell’Istruzione o qualcosa del genere, sempre comunque nell’ambito dell’insegnamento superiore e della cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte, quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano a Roma , cerca – ma invano – di sostituire spaghetti e vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola.

L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e obbligatoria dell’insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».

È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna – vittoriosa in quasi tutti i campi – a stravolgere involontariamente problemi reali nella loro parodia. Che la conoscenza – una vera, reale conoscenza – della lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere, soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario, come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli studenti, nell’apprendimento delle rispettive lingue.

È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente l’inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie e dei loro fondi, anziché considerare l’insegnamento e la conoscenza delle lingue straniere, com’è accaduto quasi sempre nelle facoltà umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua inglese.

Tutto ciò non implica affatto la necessità e l’opportunità di tenere le lezioni e i seminari – a parte i casi particolari di convegni e dibattiti con studiosi stranieri – in inglese anziché in italiano. Imporre l’uso dell’inglese nelle lezioni e nei corsi universitari indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo – non solo in quello letterario – la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro poesie e i loro romanzi in inglese. L’insegnamento – tanto più quanto è più importante e significativo – s’inserisce nel tutto della vita, individuale e sociale. L’uso obbligatorio dell’inglese potrebbe dunque, secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni fondamentali dell’esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi politici come alle effusioni verbali dell’intimità amorosa, che diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l’amore in inglese, credetemi, è tutt’altra cosa; me l’ha detto un mio conoscente che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.

La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo spirito più profondo della cultura inglese, l’amore di libertà e di originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.

Si deve certo imparare l’inglese, questa lingua straordinaria che, come è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e poesia.

Quando nascono i brogli

Andrea_Dandolo

‘Imbrogliare’, ‘imbroglio’, ‘imbroglione’ sono tutte parole che derivano – come si può facilmente intuire – da ‘broglio’, termine col quale oggi indichiamo la falsificazione dei voti e più in generale gli illeciti elettorali. Cosa significava però in origine ‘broglio’? Pochi lo sanno, ma la parola viene dalla voce dialettale veneziana brolo, letteralmente “giardino, cortile”.
Nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (uscito nel 1876), il letterato dalmata Niccolò Tommaseo spiega infatti che per “broglio” si intendeva inizialmente “il luogo pubblico dove la nobiltà suole adunarsi insieme per trattare l’un l’altro i propri negozi e chiedere i magistrati [cioè le cariche pubbliche]” e ricorda che “nell’antica Venezia tenevasi l’ambito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi. Da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio”.
Tommaseo precisa infine che con il passare del tempo, “broglio” andò sempre più significando per estensione “maneggio per ottenere qualcosa”. Tali erano avvertite infatti dal popolo le manovre dell’aristocrazia veneziana per spartirsi le cariche, prima fra tutte quella di Doge. Va detto che la preoccupazione più alta della politica veneziana fu per secoli quella di evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un solo individuo o di una sola famiglia. Si voleva allontanare a tutti i costi il rischio che Venezia divenisse una signoria, o ancora peggio una monarchia. Ecco che per preservare il carattere storicamente repubblicano della città lagunare e per garantire l’equilibrio fra i suoi principali esponenti si creò tra le nobili famiglie veneziane un complesso ma efficace sistema di gestione del potere e di spartizione delle cariche, fatto di scambi, favori, compromessi, reciproche rinunce, eccetera (oggi probabilmente si parlerebbe di “inciuci”).
La storica israeliana Dorit Raines spiega che “il continuo scambio di favori, politici e sociali, creava durante i secoli un insieme di comportamenti e di rituali, che venivano chiamati, almeno per il loro lato politico, broglio”. Prima delle votazioni al Palazzo Ducale si cercava insomma di creare “una lobby per ottenere un risultato sicuro nel procedimento elettorale”.
Curiosamente, la stessa parola inglese lobby ha un’origine davvero simile al veneziano “broglio”: come quest’ultimo indicava quel luogo pubblico dove l’aristocrazia veneziana si trovava per concordare anticipatamente i risultati delle votazioni, il termine lobby letteralmente significa “atrio, ingresso, corridoio”, in particolare, negli Stati Uniti, il corridoio per il pubblico al Congresso (il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati) e al Senato. Anche questo corridoio, come il ‘broglio’ veneziano, finì per diventare il centro di trattative e di maneggi tra la classe politica statunitense e i rappresentanti dei vari centri di potere del paese.
Tindaro Gatani osserva che dunque col passare del tempo “lobby cominciò ad indicare, per estensione, il gruppo o i gruppi organizzati di persone che, con le loro ‘manovre’ appunto ‘di corridoio’, sono in grado di influenzare le decisioni del governo e delle amministrazioni statali”.

Perché il diritto non è nato in Grecia

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In molti si sono domandati per quale ragione il diritto sia nato a Roma e non in Grecia. Può sembrare strano infatti che i greci – nonostante le alte vette raggiunte in altri campi come l’arte e la filosofia – non abbiano sviluppato per primi una scienza giuridica.
Ovviamente anche in Grecia vi erano delle leggi, come in ogni civiltà umana, mancava però un metodo, una scienza del diritto. Quella nacque solo a Roma. Il greco antico non conobbe alcuna parola per indicare il diritto o il giurista, una figura quest’ultima che di fatto non esisteva. Già, perché in Grecia c’erano filosofi, architetti, scultori, storici, medici ma non giuristi.
Sorge spontaneo chiedersi il motivo di questo vuoto nel mondo greco e quali condizioni resero invece possibile il decollo di una scienza giuridica a Roma. Il professor Emanuele Stolfi – nella sua “Introduzione allo studio dei diritti greci” (Giappiccheli, Torino, 2006) – fornisce una possibile spiegazione, che a suo parere va cercata nel diverso modo che i greci e i romani avevano di concepire il proprio rapporto con la divinità.

“Chi confronti i profili più risalenti dell’esperienza religiosa greca e romana coglie alcuni elementi distintivi di estremo interesse […]. In Grecia incontriamo una percezione del sacro che si lega a una formidabile inventiva mitologica e cosmogonica, che continuamente si alimenta di rivisitazioni, accumulazioni e connessioni, attingendo a fasi remote della propria storia e, al contempo, a strati sempre più profondi dell’interiorità umana, disseppellendo angosce e pulsioni: ma al fine di esorcizzarle nella conoscenza, non per gestirle o prevenirle tramite una rete di comportamenti prescritti e di atti rituali. Del resto, l’osservanza di questi ultimi non sarebbe mai in grado, da sola, di garantire il compiersi dell’effetto sperato: per quanto sia scrupolosa l’attenzione rivolta alla rivelazione del dio, nessun uomo potrà essere certo di non compiere ingiustizie, e correrà sempre il rischio di macchiarsi dei misfatti più atroci. Il caso di Edipo è emblematico: per sfuggire al compimento dell’oracolo di Delfi egli evita di tornare a Corinto, ma è proprio per scongiurare ogni rapporto con quelli che crede i suoi veri genitori, che in realtà egli si fa strumento del proprio destino, e si avvia verso l’uccisione del padre e le nozze incestuose con la madre[…].

Nessuna osservanza dei precetti divini e nessun compimento di gesti rituali può tenere indenne l’individuo dalla sciagura, se in tal senso spinge il destino, la volontà degli dei o gli atroci, oscuri meccanismi che a distanza di generazioni danno cadere sui figli o i nipoti le colpe dei padri e dei nonni […].

Il rapporto dei romani con le proprie divinità è non meno angoscioso: si tratta però di una forma di angoscia diversa. L’uomo romano arcaico non ha in pratica piena libertà in alcun suo gesto socialmente rilevante: perché esso vada a buon fine, ne scaturisca “magicamente” l’effetto voluto e non si susciti l’ira di un dio, occorre rispettare una procedura determinata, fissa e invariabile, stilizzazione di un comportamento che sia gradito alle divinità e si quindi formalizzando in rito. E’ quest’ultimo, dunque, l’elemento determinante nel vissuto della città in età monarchica e protorepubblicana: la stretta osservanza del rito garantisce stabilità e protezione altrimenti irreperibili, e a prassi rituali ci si affida per accostarsi alla divnità, ma anche per dichiarare la guerra, per trasferire la proprietà, per contrarre un matrimonio e persino per raccogliere le messi senza che si adirino le relative divinità.
Contrapporre mito greco e rito romano ha forse qualcosa di semplicistico, ma ci conduce – mi sembra – nella direzione giusta. E dietro quei due diversi stili di religiosità, non è difficile riconoscere i prodromi delle successive forme di razionalità laica a cui si darà vita da una parte e dall’altra: nel mondo greco, un impianto speculativo di grande profondità, che si costituisce come amore della conoscenza (philosophìa appunto) e ricerca del vero; a Roma, una tecnica che non mira al puro sapere né allo scavo nell’interiorità umana, ma a un disciplinamento minuzioso dei comportamenti sociali, che non porta mera conoscenza ma ordine pubblico e stabilità, anche nelle condotte che il potere politico non può soffermarsi a regolare”.