Seneca: amicizia e opportunismo (Lettere morali a Lucilio)

Dovrei tornare a leggere più spesso Seneca. Le sue Epistulae morales ad Lucilium sono una vera e propria miniera di riflessioni gradevolissime. Il brano che cito oggi mostra quanto è forte il legame tra il motivo per il quale si è cercata un’amicizia e il destino di quest’ultima.

Qui se spectat et propter hoc ad amicitiam venit male cogitat. Quemadmodum coepit, sic desinet: paravit amicum adversum vincla laturum opem; cum primum crepuerit catena, discedet. Hae sunt amicitiae quas temporarias populus appellat; qui utilitatis causa adsumptus est tamdiu placebit quamdiu utilis fuerit. Hac re florentes amicorum turba circumsedet, circa eversos solitudo est, et inde amici fugiunt ubi probantur; hac re ista tot nefaria exempla sunt aliorum metu relinquentium, aliorum metu prodentium. Necesse est initia inter se et exitus congruant: qui amicus esse coepit quia expedit et desinet quia expedit.

Traduzione

Chi bada esclusivamente al proprio interesse e per questo si impegna in un’amicizia, sbaglia di grosso. Finirà come ha cominciato. Si è procurato un amico per avere in futuro qualcuno che lo aiuterà, un giorno, a liberarsi dalle catene, ma al primo sferragliare della catena, quello se ne andrà. Queste sono amicizie che la gente chiama opportunistiche: chi è stato preso come amico soltanto per tornaconto, sarà gradito finché sarà utile. Ecco perché uno stuolo di amici attornia quelli che godono di fiorente fortuna. Intorno a chi ha subito un rovescio regna la solitudine; ben presto gli amici se la squagliano, appena messi alla prova. Ecco perché ci sono tanti esempi scandalosi di persone che abbandonano gli amici per paura e di altri ancora che sempre per paura li tradiscono. Il principio e la fine saranno inevitabilmente coerenti: chi ha cominciato a essere amico perché gli conviene, cesserà anche di esserlo perché gli conviene.

tratto dalle Epistulae morales ad Lucilium, Liber primus, epistula IX, Seneca; la traduzione in italiano è di Fernando Solinas.

Divorzio

Il divorzio è stato bandito dall’occidente cristiano per secoli. Ma è interessante notare come in altre culture fosse ampiamente accettato e riconosciuto, tanto da fare del divieto occidentale-cristiano una pura eccezione.

La Torah (il sistema giuridico ebraico di fonte biblica) prevedeva il cosiddetto Ghet, ovvero il ripudio dell’uomo verso la moglie. Il passo dell’Antico testamento che lo legittimava è contenuto nel Deuteronomio:

“Quand’uno avrà preso una donna e sarà divenuto suo marito, se avvenga ch’ella poi non gli sia più gradita perché ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via di casa sua”

Anche la shari’a contempla il divorzio. In particolare la disciplina islamica (immutata nei secoli) è più liberale di quella giudaica, in quanto concede anche alla donna di sciogliere il vincolo, seppure in casi eccezionali e con limiti molto più stringenti.

Il diritto romano classico prevedeva repudium e divortium, a seconda che lo scioglimento del vincolo fosse rispettivamente unilaterale e bilaterale. Lo stesso diritto consuetudinario germanico non si distanziava da questo orientamento che, come si può notare, è comune a diverse culture, pur lontane e differenti tra loro.

Ci si potrebbe dunque chiedere: perchè il Cristianesimo ha bandito il divorzio? Sulla base di quale principio l’occidente cristiano ha previsto l’indissolubilità del matrimonio, visto che tutte le le altre culture precedenti o circostanti erano state dell’orientamento opposto?

La risposta si trova nel Vangelo di Matteo. Quando i farisei si avvicinano a Gesù Cristo per chiedergli se fosse lecito ripudiare in ogni caso la propria moglie, egli dà una risposta rivoluzionaria, che avrebbe creato diritto di lì ai successivi duemila anni (ricordiamo che fino al 1975 qui in Italia non era possibile divorziare).

Riporto integralmente il passaggio del Vangelo in questione (Matteo, 19, 3-9).

Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola”? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi». Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l’atto di ripudio e mandarla via?».  Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra commette adulterio».

“Ai miei tempi…”

Lo si sente dire spesso. “Una volta non era così”, “i giovani di oggi”, “ai miei tempi” e via dicendo. E’ un luogo comune abbastanza diffuso che una volta le cose andassero certamente meglio di ora: le nuove generazioni (nell’opinione della maggioranza) non sono mai migliori di quelle che le hanno precedute.

Si tratta di un’idea antica, la stessa sottesa nel famoso mito esiodeo dell’età dell’oro, ma anche nella Genesi, dove in principio tutto era perfetto: l’idea – cioè – che il presente sia peggiore del passato.

Cito un passo delle Nuvole di Aristofane, scritto all’incirca 2500 anni fa. Si tratta di un’esaltazione della propria generazione. Cambiamo i termini, ma non la sostanza dei rimproveri che vengono rivolti ancora oggi ai giovani.

“Vi dirò com’era l’educazione d’una volta, quando eravamo in voga io e le mie affermazioni di giustizia, quando la temperanza era norma. Tanto per cominciare guai se li sentivi aprir bocca; andavano a lezioni di musica, tutt’insieme quelli dello stesso quartiere, sfilando in bell’ordine, per strada, senza mantello, anche se nevicava fitto. Il maestro insegnava loro a cantare (e guai se accavallavano le cosce) canzoni tipo “Espugnatrice Pallade, tremenda” oppure “Di lungi un grido”, intonando l’armonia tramandata dagli avi. Se qualcuno di loro faceva il buffone o ci infilava un melisma come quelli che vanno di moda oggi, quelle melodie impossibili alla Frinide, si beccava un sacco di botte per oltraggio alle Muse. E a lezione di ginnastica, quando erano seduti, i ragazzi dovevano tenere le cosce ben unite per non mostrare nulla di tormentoso a chi stava di fronte”.

Nell’ordine, i giovani sono implicitamente accusati: di fare casino;  di essere disordinati; di non aver sopportazione per le intemperie; addirittura, di ascoltare cattiva musica (!); di dissacrare; e infine, di essere troppo disinibiti. Critiche assolutamente attuali.