“Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, Paolo Rumiz

Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.

Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.

Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.

Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.

“Alto tradimento. Il processo contro Pietro Fortunato Calvi e correi (1853-1855)”, Alessandro Sacco

Esistono diverse ricerche dedicate al patriota veneto Pietro Fortunato Calvi, nato nel 1817 a Briana di Noale (Venezia) e resosi celebre nel 1848 per la guida del Cadore contro le truppe austriache. La biografia recentemente firmata dal professor Alessandro Sacco e pubblicata da Cierre Edizioni (2018) si distingue dalle precedenti per due aspetti: la restrizione del campo d’indagine agli ultimi anni di vita di Calvi – che coincidono con il fallito tentativo rivoluzionario nel bellunese nel 1853 e la conseguente condanna a morte per “alto tradimento” – e il ricorso ai verbali dell’inquisizione austriaca (i cosiddetti “costituti”) come fonte privilegiata per la ricostruzione degli eventi. Con riferimento a questo secondo aspetto, l’autore osserva che “una parte importante della vita di Calvi, dei suoi compagni – come di tanti patrioti – ci sarebbe ignota se non ci venisse narrata dai protocolli delle inquisizioni e dei processi”. Il carattere segreto delle cospirazioni risorgimentali, infatti, imponeva una comunicazione quasi esclusivamente orale di informazioni, fatti e persone coinvolte nelle trame anti-austriache, le quali dunque, il più delle volte, ci sono note nella misura in cui le autorità asburgiche ne vennero a conoscenza, avviando le indagini del caso. D’altro canto, le memorie stese dai protagonisti di quell’epoca, pur non rare, sono spesso redatte anni dopo lo svolgimento dei fatti, e in diversi casi risultano viziate da intenti agiografici, cioè di esaltazione acritica di un determinato personaggio o evento storico. Le carte austriache, al contrario, stante la maniacale attenzione per il dettaglio da parte degli organi inquirenti e la maggiore vicinanza temporale agli eventi, ci offrono un quadro tendenzialmente più fedele alla verità storica (sia pur con qualche distinguo, come vedremo). Di tale circostanza dava atto un grande studioso di processi intentati contro i patrioti risorgimentali, Alessandro Luzio, che nella sua opera dedicata al celebre processo Pellico-Maroncelli, intitolava il capitolo introduttivo La sincerità degli atti officiali austriaci e scriveva: “La procedura segreta austriaca, così funesta per i patrioti, avvinghiati nelle sue spire, può dirsi provvidenziale per lo storico, che – mercé quella congerie opprimente di costituti, di verbali, di rapporti, di note – è oggi in grado di ricostruire perfettamente le drammatiche lotte giudiziarie dei liberali italiani con gli inquisitori dell’ I. R. Governo”1.

Un limite, a dire il vero, lo incontrano anche gli atti processuali asburgici: non sempre, infatti, i patrioti interrogati erano sinceri nelle loro risposte. Tra i due estremi dell’accusato che “cantava” tutto e di quello che – nonostante le fustigate, le minacce di condanna a morte e le false promesse di libertà – si trincerava in un ostinato silenzio, negando ogni accusa2, vi era un’ampia zona grigia di patrioti che messi alle strette raccontavano parecchio, omettendo tuttavia diversi elementi e prestando particolare attenzione a non pregiudicare altre persone, specialmente se non coinvolte nel processo. In questa zona grigia si situa indubbiamente anche Calvi. Catturato in Trentino con una gran mole di documenti compromettenti (come la corrispondenza con Mazzini e Kossuth), il patriota di Noale si reputò perduto fin da principio e ritenne inutile confutare o nascondere circostanze rese evidenti dalle carte sequestrategli. Nell’interrogatorio del 18 ottobre 1853 (riportato per intero nel libro di Sacco), Calvi rispose puntualmente alle domande del commissario, fornendo una discreta quantità di informazioni, almeno finché si trattava di nomi e persone residenti in Piemonte o comunque fuori dall’Austria. Viceversa, quando le domande cominciarono a piegare sui suoi appoggi in Veneto, il patriota ribatté senza fronzoli: “… io non aveva nessuna relazione, non era diretto a nessuno, ed anche se lo fossi stato non lo direi, perché sarebbe un’infamia”. E ancora: “Io che non ho temuto le baionette austriache non posso nemmeno temere quelle misure di rigore che la Giustizia dice di poter contro di me attivare, qualora continuassi a voler mantenere il silenzio riguardo agli altri miei compagni”. La Corte non poté che prenderne atto, descrivendo Calvi come un uomo dal “temperamento serio ed altiero ed indole ferma; sostenuto e che sente molto l’onore, indifferente per la sua sorte, non avendo mai dimostrato il menomo turbamento, recandosi piuttosto a vanto le sue prestazioni per la rivoluzione e quindi ben lontano dallo spiegare pentimento e ravvedimento”. Colpisce infine, per l’aderenza al ritratto eroico dipinto dalla storiografia risorgimentale (o “ufficiale”, come preferiscono definirla i suoi detrattori), quanto scritto da mano asburgica nella relazione alla sua condanna a morte, tenutasi a Mantova il 4 luglio 1855: “Il condannato dimostrò negli ultimi minuti grande pacatezza d’animo, e montò il patibolo con fermezza e coraggio, senza dirigere parola al pubblico”.

Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, consiglio – oltre alla lettura del testo di Sacco – la consultazione dei verbali del processo, disponibili al seguente link: https://edizioni.cierrenet.it/wp-content/uploads/2018/06/costituti-per-sito.pdf

1 Alessandro Luzio, “Il processo Pellico-Maroncelli secondo gli atti officiali segreti”, Tipografia Editrice L. F. Cogliati, Milano, 1903, pagina 8.

2 Un celebre esempio di questo secondo tipo di patriota fu il trevigiano Luigi Pastro, coinvolto nel grande processo tenutosi a Mantova tra il 1852 e il 1853 contro diversi cospiratori mazziniani del Lombardo – Veneto, passati poi alla storia come “martiri di Belfiore” (dal luogo dove si tennero le esecuzioni capitali). Per il suo tenace rifiuto a ogni sorta di confessione, Pastro ottenne l’appellativo di “eroe del silenzio”. Anni più tardi, stese le proprie memorie del processo nel libro “Ricordi di prigione”.

“Cos’è il supermercato”, articolo Domenica del Corriere 19 ottobre 1958

Questo interessante articolo di costume apparso sulla Domenica del Corriere del 19 ottobre 1958 (n. 42) descrive una delle grandi novità dell’epoca: il supermercato. Arrivato dagli Stati Uniti nel dopoguerra e comparso inizialmente nelle principali città italiane, verso la fine degli anni Cinquanta il supermercato annunciava di diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vincendo lo scetticismo di quanti credevano che questa modalità di vendita non potesse attecchire in Italia. La vastità dell’offerta, il prodotto preconfezionato, l’assenza di un commesso con cui trattare quantità e prezzo sono le più rilevanti innovazioni portate dal supermercato, il quale si presenta subito come una “lusinga irresistibile” per i consumatori italiani. Non manca tuttavia l’altra faccia della medaglia: il supermercato – ci avverte l’articolista – è anche una grande trappola ingegnata per farci spendere quando in realtà non ne avremmo bisogno.

“Cos’è il supermercato” (articolo di Marisa Mazzini, disegno di Ugo Guarino)

Supermercato” è quel negozio di alimentari e drogheria dove i clienti si servono da sé. E’ una invenzione americana. In Italia per ora esistono supermercati a Milano, Roma, Salerno. Se ne aprirà presto uno a Napoli. Negozi-pilota a semi “self-service” o a “self service” completo o anche di tipo tradizionale, ma con “vendita visiva”, si aprono ad Arezzo e Macerata in questi mesi. Già ne esistono a Milano, Vicenza, Treviso, Padova, Bologna e Genova.

Il supermercato è la soluzione moderna del “mercato” di generi alimentari e di drogheria, il riassunto di cinque o sei negozi: macelleria, latteria, pescheria, drogheria e fruttivendolo. Un sistema nuovo di fornirsi e di vendere: il self-service, cioè l’acquisto che si fa senza commesso. Il prodotto preconfenzionato e prezzato.

Supermercato, lusinga irresistibile. La signora un po’ snob, spingendo il carrello per la lunga corsia del supermercato si sente “tanto America”, il marito che ha la moglie al mare si sente finalmente a suo agio, la massaia, dimenticate le abitudini per la curiosità, pensa quanto può risparmiare e ritorna.

Quando, alcuni anni fa, si cominciò a parlare di supermercato, e di self service, ci fu chi disse, aggiornata la frase: “e ora inventateci i clienti. Saran cose che piacciono in America. Noi non siamo macchine per comprare. Chi rinuncia a tirare sul prezzo?”.
Individualisti come siamo, accontentarci non è facile. In Italia si producono 170 tipi di pasta, per fare il primo esempio sottomano. Il supermercato però non ci “pianifica”. A partire dai più piccoli, 400 metri quadri, ai più grandi, 800 metri quadri, i supermercati vendono dai 1200 ai 2500 articoli. Una vera città del consumo. Ampio è quindi il campo delle preferenze e delle scelte. Diversi, l’uno dall’altro, i clienti.

All’apertura di un supermercato milanese c’era una ressa da “prima”. Un incaricato regolava l’accesso. Sulle “gondole”, banchi che stanno in mezzo al negozio, come le loro omonime del mare, la prima abbondante suggestione offerta dai coloratissimi prodotti di richiamo, divertenti e inutili, i prodotti “civetta”. Irresistibile nei trasparenti vasi di vetro, il più incredibile stock di marmellate, frutta sciroppata, macedonia. Affollata la cassa, dove sostavano, in attesa del controllo, massaie e carrelli. Ognuna dava un’occhiata nel carrello dell’altra trovando un alibi per il suo così pieno. Una donna, nell’uscire, rifaceva a fatica la somma di numeri. Era la prima volta. Vinta, con fiducia del conto esatto, del prodotto di marca, dell’igiene e della conservazione, perfetta l’ultima perplessità, sarebbe ritornata.
Una volta entrata nel labirinto del supermercato, data la prima diffidente occhiata, comincia la curiosità. Tanto vedere non costa niente. Tutto contribuisce a farlo credere. Invece non è proprio così.

Una recente inchiesta americana ha messo in luce cose insospettate. La gente non acquista perché ha veramente bisogno di una cosa, ma perché una cose le piace. In una parola, la vendita è affidata all’istinto compulsivo: è emozionale. Stabilito questo fatto, psicologi e maghi della pubblicità si allearono per far comprare anche le cose inutili, per creare nuovi bisogni, accrescendo le suggestioni visive, rendendo più bello ogni oggetto, colorandolo, dando al colore una potente carica ipnotica. L’imballaggio divenne una scienza.
Abolita la “conta dei nasi”, ovvero la ricerca dei gusti del pubblico attraverso la statistica, si cercò di “emozionare” gli oggetti, di farli “vedere”. Da questo momento la lista della spesa cominciò a comprendere voci impreviste. Un bel giorno, da una inchiesta fatta dalla Dupont, risultò che solo una donna su cinque entrava al supermercato con la lista della spesa in mano. Tutte le massaie però, con lista o senza, trovavano il modo di riempire il loro carrello. Che cosa stava succedendo? La relazione rispose: sette acquisti su dieci sono provocati da un impulso momentaneo. Senza avvedersene (ogni prodotto dice “prendimi”) tutte le donne compravano di più. Si trattava di stabilire la ragione delle scelte e a ragione delle preferenze. L’acquisto di cibi aromatici o dall’odore pungente o degli oggetti resi “voluttari” dal colore rappresenta il novanta per cento degli acquisti totali.
Una massaia americana, alla quale si chiese perché aveva comprato una data conserva, rispose ingenuamente: “perché mi piace la scatola”.

Un detersivo, appena lanciato sul mercato, era stato presentato in tre diverse confezioni per sondare le reazioni del pubblico: astuccio blu, giallo e giallo-blu. Solo l’ultimo ebbe successo. Ma lo straordinario della cosa sta nel fatto che le risposte furono concordi: “la scatola gialla rovina la biancheria, il detersivo della scatola blu è molto scadente”.
I colori che fanno vendere sono il rosso e il blu. Il rosso impressiona le donne, il blu gli uomini.
Il Color Research Institute, specializzato nelle confezioni di richiamo, prima di lanciare un prodotto nella città campione, lo sottopone a un preventivo test oculare, per accertare il grado di attrazione.
Nei supermercati italiani è però raro che i prodotti possano creare una massa di colore. Poichè il supermercato vende senza commessi, i prodotti devono raccomandarsi da soli. Però sarebbe controproducente, almeno per il momento, non includere le marche tradizionali ormai ampiamente reclamizzate dal tradizionale imballaggio.

Altra novità, almeno per l’Italia, è il self-service, “io mi servo da sola”. Solo una trentina di persone, comprese quelle addette alla confezione, formano il piccolo drappello dei venditori. Ed anche in questa apparente lusinga, dell’”entrate e guardate”, sta la chiave psicologica che apre abbondantemente i portafoglio del cliente. L’Italia, ultima arrivata, è al primo posto nella tecnica del self-service. Al pane, però, almeno per il nostro gusto di italiani, almeno, è irrimediabilmente negata una confezione standard.

Poichè l’esigenza della vita moderna è quella di far presto, il supermercato è il negozio di oggi, che offre la possibilità di comprare, col minimo spreco di tempo, tutto quanto occorre e soprattutto abolisce la “coda”.
Quanto tempo occorre per girare un supermercato? Pochissimi secondi, esattamente dieci. Però se ci riuscite siete bravi: mille lusinghe vi fermano ad ogni passo. E fermarsi significa comprare. Quindi lo scopo è quello di trattenere il cliente, di lasciargli sempre qualcosa da cercare. Per questo i banchi “seri” sono posti dietro i prodotti-civetta, in fondo al negozio, ampiamente reclamizzati dalla luce. Se carne, pasta, detersivi, olio, sapone, riso, frutta fresca, zucchero, sono messi troppo a portata di mano, diventa estremamente facile comprare solo le cose indispensabili, ed andar via. Invece sulla strada dell’uscita si frappongono, tra il cliente e la libertà, le “trappole del superfluo”.
Profusione di cioccolata, dolciumi di ogni tipo, salse, pop corn, germogli di grano per il tipo salutista, crakers che non ingrassano di un grammo, creme da spalmare sul pane, torte e sottaceti, caviale e coca-cola.
Non si trascura il comfort, offerto dall’aria condizionata, da una leggera musica di fondo, da un dispositivo per tenere il bambino davanti al carrello della mamma.

Ad ogni Paese, ad ogni città il suo supermercato. I nostri supermercati sono certamente diversi da quelli americani, dove, per esempio, c’è l’usanza di fare la spesa una volta la settimana, per l’enorme abbondanza di frigoriferi. Novantacinque donne su cento lo posseggono. I supermercati americani sorgono in periferia, e davanti vi è un grande parcheggio di macchine perché tutti comprano moltissimo. In Svezia, precisamente a Stoccolma, vi è un supermercato di prodotti di lusso. In Svizzera, come già a Milano, i supermercati sono collocati nei sotterranei dei grandi magazzini.
In Italia, dove i supermercati sono una novità di questi ultimi cinque anni, essi sono ancora “arroccati”, in numero limitato, nelle grandi città. Milano ne possiede sette e arriverà ai dieci alla fine di questo anno. I primi sono stati istituiti a Roma. Anche una città del sud, Salerno, ha il suo supermercato. Se però non tutte le città si possono giovare di questa nuova maniera di vendere, nelle città di provincia si stanno sviluppando negozi pilota a self-service o a semi self-service, per sondare, nel luogo, la possibilità di aprire un supermercato. Così si è fatto a Genova, a Bologna, a Cesena, dove è stato aperto un supermercato sperimentale durante la Fiera. Un sondaggio nell’opinione pubblica dei consumatori e dei visitatori di questo supermercato dimostrativo ha dato risultati interessanti. Intanto si è rilevato che, almeno in provincia, vi è tendenza a fare gli acquisti in generi alimentari giornalmente. Il grande interesse è rilevabile dall’affluenza di visitatori: diecimila al giorno.

Interrogati i visitatori sul maggior pregio che trovavano nel supermercato, 264 su 285 intervistati risposero di preferirlo per il self-service, altri perché il supermercato vende tutti i generi alimentari, altri per la celerità del servizio, o per la possibilità di scelta, più ampia che nel negozio, o per il prezzo minore, reso possibile dalla entità delle vendite, o per l’igiene, o per i prezzi fissi, o per la disposizione delle merci. La più grande attrazione è stato lo scatolame.
Pur essendo altissima, 83 per cento, la percentuale di persone che, nella zona di Cesena, hanno mostrato tendenza a servirsi dallo stesso negozio di alimentari, centrale o periferico o mercato rionale, il 33 per cento dichiarò che avrebbe visitato abitualmente il supermercato, il 53 per cento qualche volta. Solo il 14 per cento si mostrò decisamente contrario.
Nonostante questi dati, relativi alla città di Cesena, non sia “moltiplicabili”, essi servono ad indicare chiaramente che i supermercati trovano terreno favorevole nella città e nella provincia”.

Conversazioni di Nassau William Senior con Daniele Manin (I parte)

Tra il 1848 e il 1852 l’economista inglese Nassau William Senior ebbe modo di conversare a Parigi con alcuni rilevanti personaggi dell’epoca, fra cui il patriota italiano Daniele Manin, protagonista dell’insurrezione veneziana del 1848-49. Manin si trovava a Parigi a seguito del suo esilio decretato dall’Austria nel 1849. Le conversazioni di Nassau Sr sono state trascritte in due volumi pubblicati dalla figlia nel 1878 sotto il titolo di Conversations with M. Thiers, M. Guizot and other distinguished persons during the second empire. I dialoghi con Manin, che presentano alcuni spunti interessanti sia sul ‘48 veneziano sia sulle prospettive del movimento nazionale italiano, sono riportati in lingua inglese, nonostante si fossero presumibilmente tenuti in francese.

Non esistendo una versione italiana del testo, ho tradotto dall’originale i passi più rilevanti. Nel dialogo che segue, Manin e Nassau Sr discutono inizialmente degli effetti della dottrina politica dell’eguaglianza, senza risparmiare critiche a quella che era comunque da loro considerata un’innovazione positiva. Dal canto suo, Nassau Sr afferma che “la proclamazione dell’uguaglianza, l’abolizione dei privilegi, il livellamento delle piccole aristocrazie – alcune regnanti, altre nobili, altre commerciali, altre ancora ecclesiastiche o municipali – che in passato costellavano l’Europa può anche essere stata una benedizione, ma non sotto tutti i punti di vista. Ha distrutto tutti quei piccoli nodi di resistenza che tenevano sotto scacco le grandi autorità centrali. Ha cancellato le ambizioni e le rivalità locali che favoriscono la nascita di grandi uomini anche in piccole comunità”.

Manin concorda, affermando a sua volta che “l’uguaglianza non ha generato libertà. Forse l’ha diminuita. Allo stesso tempo, ha probabilmente ridotto tutto il precedente carico di oppressione. Prima del 1789 il sovrano aveva molti meno poteri, ma i signori locali ne avevano molti più di ora. E dal momento che questi erano centinaia, il popolo, inteso come massa distinta dall’aristocrazia, ci ha probabilmente guadagnato”.

Segue a questo punto una domanda di Nassau Sr, che riguarda da vicino Venezia, il Veneto e gli effetti portati in queste terre dal ridimensionamento dell’antica aristocrazia lagunare.

Senior – In termini politici, qual è stato il guadagno e la perdita nei territori veneziani?

Manin – Il nobile veneziano è sempre stato oppresso, prima dal Consiglio dei Dieci1 ed ora dalla polizia austriaca. Tuttavia si è sempre consolato al pensiero di essere parte integrante del potere costituito. Una compensazione ancora maggiore l’ha avuta nel sentirsi uno degli attori principali di un’illustre compagine che è stata potente e gloriosa per più di un millennio. Occorre tenere presente, ad ogni modo, che a Venezia c’è sempre stato poco spazio per la libertà individuale o per la gloria del singolo. La città ha compiuto grandi imprese, ma ha generato pochi uomini di alto spessore. La gelosia di Venezia sembra aver costretto i suoi eroi a desiderare l’oblio più che il successo personale. Ma il popolo era felice e soddisfatto sotto il suo potere. Anche le città della terraferma – nonostante versassero in una situazione che definiremmo penosa, ovvero la soggezione a un’aristocrazia lontana – ricordano con nostalgia il dominio veneziano. Venezia consentiva loro di trattare i propri affari sotto un Podestà2, che gli veniva inviato ogni anno. Le tassava parecchio, le proteggeva, di fatto le trattava come voi trattate le vostre colonie. Quando l’Austria se ne andrà non lascerà nulla di simile.

Senior – E che cosa contestate maggiormente all’Austria?

Manin – La nostra principale contestazione è che gli austriaci sono tedeschi, mentre i veneti sono italiani, e questi popoli sono divisi da una totale antipatia. Noi li reputiamo inferiori quanto a intelligenza, morale, civiltà e coraggio; in breve, sotto ogni aspetto, esclusa la forza bruta3. Li disprezziamo tanto quanto gli inglesi disprezzano gli irlandesi. Se voi foste governati dagli irlandesi, li odiereste tanto quanto noi odiamo gli austriaci. Sentiamo inoltre che il loro dominio viene da un mero furto, come quello che potrebbe commettere un mercante di schiavi quando acquista un nero strappato dalla sua terra. L’Austria non ci ha mai sconfitti in battaglia, non ha mai avuto alcuno scontro diretto con noi e quindi non ha nessun diritto su di noi. La Francia ritenne opportuno conquistarci solo perché era forte e noi eravamo deboli. Ma non voleva tenerci, così ci ha venduti all’Austria. Qualcosa di simile alla cessione della California.

Questo è la base della nostra opposizione al dominio austriaco.

Andando nello specifico, contestiamo la massiccia coscrizione che ogni anno ci priva dei nostri migliori contadini, rovinando la loro gioventù sotto un cielo tedesco, con un’uniforme tedesca e sotto un bastone tedesco. Contestiamo l’alta tassazione, i cui proventi sono tutti devoluti a finalità che non ci riguardano. Le entrate pubbliche di un Paese libero o indipendente sono una semplice porzione del reddito di tutti gli uomini impiegati dal governo centrale per il bene comune. I duecento milioni che Lombardia e Veneto inviano ogni anno a Vienna servono a pagare e mantenere i quattrocentomila uomini che tengono a bada l’Ungheria e la Galizia. Venezia è un porto franco, ma le città della terraferma lamentano che i loro commerci e consumi sono limitati da tassi proibitivi imposti per permettere a pochi miserabili artigiani boemi e tirolesi di trascinare un’attività ormai al collasso e per nulla remunerativa.

Contestiamo la preclusione di ogni carriera per i nostri giovani. Contestiamo che tutte le questioni attinenti al governo e all’amministrazione della nostra terra siano affidate a stranieri, che solitamente non conoscono la nostra lingua e che disprezzano sempre i nostri costumi. Sopra ogni cosa, contestiamo l’amministrazione della giustizia.

Senior – Credevo che l’amministrazione della giustizia nei domini dell’Austria fosse specchiata, per quanto severa.

Manin – Non è specchiata. Non potrebbe nemmeno esserlo, considerato che gli stipendi corrisposti a chi se ne occupa sono così bassi da impedire di viverci. E anche se fosse amministrata con onestà, le leggi resterebbero comunque intollerabili. In tutte le cause penali viene applicata la vecchia procedura inquisitoria tedesca; una procedura di cui non si sa nulla eccetto quello che si legge negli annali della Santa Inquisizione – un tribunale ingiustamente additato di aver dato inizio a un un sistema che nei fatti esisteva da tempo e che poi gli è sopravvissuto. Secondo questo sistema un uomo viene processato in sua assenza; non conosce l’accusa rivoltagli contro; non sa da chi venga o chi siano i testimoni. Tutto ciò che il tribunale gli dice è che deve essere consapevole della sua colpa e confessare. Ottenere una confessione è il trionfo di qualsiasi magistrato austriaco; e ogni mezzo di tortura morale, le torture fisiche di anni di prigionia, il cibo insufficiente e talvolta le percosse sono sovente usati per costringere l’accusato a confessare. Quanto alla giustizia civile, le complicazioni sono innumerevoli, le spese e i ritardi infiniti; le prove sono tutte scritte. Il giudice, un tedesco, raramente le capisce, spesso non le legge neppure, e una causa trascinata avanti per anni costringe le parti, ormai esauste, a un compromesso.

Circourt4 – E’ significativo che l’Austria si sia sempre premurata di impiegare italiani in Germania e tedeschi in Italia, arrecando pressapoco lo stesso danno ad entrambi i popoli.

Senior – Qual era il vero obiettivo dell’insurrezione veneziana?

Manin – Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri Stati italiani. Avremmo comunque accettato di divenire parte di un unico grande regno comprendente tutta l’Italia5.

Se Carlo Alberto si fosse presentato in modo disinteressato; se non avesse condotto una guerra personale per l’ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto null’altro che la cacciata dei barbari dall’Italia, consentendo agli italiani di occuparsi in autonomia dei propri affari, oggi penso che avrebbe anche potuto farcela. Ma le mie speranze svanirono non appena si volle annettere Milano. L’intero carattere della guerra era mutato. Kossuth, e successivamente il ministro di Ferdinando in Ungheria, poterono denunciare l’invasione piemontese come un insidioso tentativo di derubare l’Austria nel pieno della sua debolezza rivoluzionaria. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli si allarmarono. Videro che il Piemonte stava usando il pretesto di una guerra di liberazione per condurre una guerra di ambizione e conquista. Per ultimo, il popolo italiano perse il suo entusiasmo e ogni speranza. I piemontesi hanno fatto di Carlo Alberto un santo. Loro, forse, possono perdonargli il male compiuto; il resto d’Italia no.

1 Organo della Repubblica di Venezia costituito nel 1310 e durato fino al 1797. Era deputato a vigilare sulla sicurezza dello Stato.

2 In italiano nel testo.

3 Quelle di Manin sono parole dure, certamente più vicine al nazionalismo che al patriottismo romantico. Ad ogni modo, si consideri la condizione personale di quest’uomo, che dagli austriaci subì prima il carcere e poi l’esilio in Francia. Si conti peraltro che proprio nel viaggio verso Parigi perse sua moglie Teresa, vittima del colera. Il rancore di Manin verso l’Austria ne uscì esacerbato.

4 Adolphe de Circourt (1801-1879), diplomatico e storico francese presente alla conversazione tra Manin e Nassau Sr.

5 Questa dichiarazione ricorre spesso negli articoli di chi intende dimostrare una presunta estraneità del Veneto al movimento risorgimentale. Esiste infatti un filone minoritario, più vicino alla politica contemporanea che alla storiografia, secondo cui la rivoluzione veneziana del ‘48 avrebbe mirato unicamente alla restaurazione della repubblica veneta, difettando di qualsiasi ideale unitario. Senza elencare le innumerevoli fonti contrarie (per le quali non basterebbe un intero volume) e volendo soffermarsi unicamente sulla dichiarazione di Manin, è sufficiente osservare che:

a) non si parla di una repubblica veneta del tutto indipendente, ma confederata agli altri Stati italiani, quindi con una dieta e una costituzione comuni e una politica estera e militare condivisa;

b) nel 1848, la prospettiva di una confederazione italiana era rivoluzionaria rispetto agli ultimi 1300 anni di storia, che avevano sempre visto una penisola politicamente frammentata; in altri termini, parlare di confederazione all’epoca (differentemente da quanto accadrebbe oggi) significava auspicare una forma di unità e coesione nazionale, a parziale discapito degli interessi locali;

c) in ogni caso, non viene scartata l’ipotesi di un Stato italiano unito e centralizzato, per di più monarchico.

Epidemie del passato

Non ci eravamo abituati, ma era già successo, lasciandosi dietro la stessa coda di polemiche.

Tempo fa, durante alcune mie ricerche, trovai questa prima pagina della Favilla, un elegante giornale triestino dell’Ottocento.

Il numero è del 16 ottobre 1850 (170 anni e una settimana fa), ma potrebbe essere scritto oggi, se non in Italia sicuramente in qualche altro Paese d’Europa o del mondo. All’epoca si era appena usciti da un’epidemia di colera e altre se ne temevano:

“Non traspirò nulla […] circa ai provvedimenti da prendersi onde tenere lontana la minacciante invasione del morbo indiano; solo si lesse un avviso della Commissione sanitaria che raccomanda al popolo alcune precauzioni dietetiche le mille volte ripetute e sempre inutilmente. Sta però bene che non si trascurino simili avvertimenti, e sarà meglio ancor quando sieno seguiti da misure di efficacia più pronta e sicura”

Poi un articolo dai toni piuttosto accesi, intitolato “POLEMICA“, dove la Favilla attacca frontalmente un altro giornale triestino, l’Osservatore (di stampo filo-austriaco), per una diversità di vedute sulla gestione dell’emergenza sanitaria da parte dell’amministrazione cittadina:

“Noi censurammo soltanto, ed in ciò persistiamo, il difetto totale di misure preventive atte ad arrestare l’invasione del morbo od almeno la sua maggiore diffusione. Che importa se una Commissione fu nominata sino dal giugno se sino al settembre essa non diede segni di vita?”.

“Ci basti riandare a quei mesi funesti in cui il male, latente in prima, scoppiava con violenza inusitata. Quali provvedimenti erano stati presi, quali misure preventive adottate?”

E poi, il solito vecchio augurio: “… parliamone, chè forse la sperienza del passato varrà a renderci più saggi per l’avvenire“.

“Nazionalisti e patrioti”, Maurizio Viroli

viroliDedicato alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi, Nazionalisti e patrioti (2019) è un breve saggio di Maurizio Viroli sulla differenza che corre tra i due concetti e sulla necessità di contrastare gli attuali sovranismi con il linguaggio proprio del patriottismo repubblicano, definito come “una preziosa risorsa per far rinascere la coscienza civile degli italiani”. Se da un lato, infatti, il nazionalismo insegna ad amare la propria terra più delle altre e a disprezzare o odiare gli altri popoli, il patriottismo, dal canto suo, esorta all’impegno per la libertà politica e la giustizia sociale, nel convincimento che “la nostra lealtà e il nostro affetto devono andare alla patria intesa come libera repubblica di cittadini che hanno uguali diritti e uguali doveri”.

Nella storia italiana, l’ideale repubblicano di patria conobbe un vasto successo durante il Risorgimento grazie alle figure di Mazzini e Garibaldi, ma a dominare la successiva scena politica fu il nazionalismo, che raggiunse il proprio apice durante il ventennio fascista. A testimonianza della profonda differenza tra le due ideologie, l’autore cita alcune voci critiche levatesi durante il fascismo contro il patriottismo ottocentesco. Il giurista Alfredo Rocco, ad esempio, affermò che “il nazionalismo degli uomini del nostro Risorgimento non fu che mezzo per attuare il liberalismo e la democrazia”, mentre Giovanni Gentile condannò il patriottismo mazziniano per aver coltivato l’assurda idea che fine della patria è l’umanità. Conferme della cesura tra l’amor di patria risorgimentale e il nazionalismo delle camicie nere giunsero anche dal fronte opposto. Benedetto Croce infatti osservò che l’Italia delle guerre d’indipendenza, pur combattendo contro l’Austria, aveva tra i suoi motti “Ripassin l’Alpi e tornerem fratelli”, e aggiunse:Il nazionalismo odierno non è quel vecchio e sano patriottismo con sfondo umano e cristiano; ma è decadentismo letterario esasperato”.

Secondo Viroli, il nazionalismo di oggi può essere vinto solo utilizzando gli schemi e le parole tipiche del patriottismo repubblicano, il qualeapprezza la culturale nazionale e i legittimi interessi, ma vuole elevare l’una e gli altri agli ideali del vivere libero e civile”. La sinistra, invece di esaltare una presunta patria europea separata da quella italiana, dovrebbe volgere lo sguardo verso la migliore tradizione risorgimentale e costruire un linguaggio repubblicano capace di sconfiggere il nazionalismo della destra.

Il saggio di Viroli è senza dubbio encomiabile nella sua parte più accademica, quando cerca di dare un preciso significato alle categorie del patriottismo e del nazionalismo, ponendone in risalto le abissali diversità. Seppur valido, risulta invece meno convincente nell’ultimo capitolo, quello politico, dove sviluppa la tesi che l’avanzata dell’ideologia sovranista sarebbe imputabile a un’erronea strategia della sinistra italiana, colpevole di aver lasciato alla destra il monopolio del discorso nazionale. Una lettura a mio parere solo in parte condivisibile, dal momento che sembra trascurare il carattere internazionale dell’ondata nazionalista. Infatti, il sovranismo ha messo radici anche in Paesi dove le sinistre sono storicamente più propense della nostra all’utilizzo di un linguaggio patriottico (Stati Uniti, Francia e Regno Unito, etc…) e ciò impone, all’evidenza, una riflessione politica capace di andare oltre ai nostri confini nazionali.

“Trieste”, Carlo Yriarte

yriarteNel 1874 il viaggiatore francese Yriarte passò per Trieste e colse l’occasione per raccogliere alcune note su quella singolare e variopinta città dell’impero asburgico. Il suo diario di viaggio, comprendente alcune memorie sull’Istria, fu pubblicato l’anno successivo a Milano da Emilio Treves, come parte di una più vasta collana di testi battezzata Il giro del mondo. Nel 2013 l’opera è stata presentata nuovamente al grande pubblico in una nuova veste editoriale curata dalla Biblioteca dell’Immagine di Pordenone. L’autore, esattamente come nel 1875, è indicato con il nome di “Carlo” in luogo del francese “Charles”. Il libro, a cui è stato dato semplicemente il titolo di Trieste, non include le memorie di viaggio sull’Istria, a cui è stata dedicata una seconda e diversa pubblicazione nel 2014.

Agli occhi del lettore odierno il testo presenta essenzialmente due motivi di interesse: raffigura Trieste nel periodo della sua massima ascesa e denota una crescente curiosità per una città che nei decenni successivi avrebbe assunto una valenza fondamentale nell’immaginario collettivo nazionale. Pertanto merita sicuramente di stare nella libreria di chiunque si ritenga appassionato a Trieste, ma con una precisazione: è un diario breve e quindi non esaustivo. Yriarte alterna pagine che denotano una spiccata capacità di osservazione ad altre che, pur ricche di dettagli, si avvicinano alla freddezza espositiva di una guida turistica. 

Il quarantotto triestino nei ricordi di Leone Fortis

Leone Fortis (1827-1898), giornalista e patriota triestino dell’Ottocento, ricorda le prime agitazioni del ‘48 nella sua città. Lo sguardo pieno d’ironia e la prosa frizzante, caratteristici di questo scrittore ormai dimenticato, lasciano trapelare alcune note di nostalgia per una gioventù lontana e un’epoca irripetibile. L’episodio raccontato, per certi versi esilarante, vede come protagonisti Fortis stesso – all’epoca ventenne – e un gruppo di giovani patrioti, i quali, udita la notizia delle prime rivolte scoppiate nell’impero, trascinano dietro a sè una folla di manifestanti e si dirigono verso la residenza del governatore di Trieste, Roberto Algravio di Salm. Il governatore, svegliato nel sonno, intimorito dalla massa radunatasi sotto il suo balcone, dichiara la costituzione con un giorno d’anticipo rispetto alla sua proclamazione ufficiale a Vienna. Tuttavia, nonostante questi primi eventi all’insegna della libertà e del patriottismo, Trieste successivamente si mostra tiepida, per non dire fredda, di fronte alle istanze liberal-nazionali oggetto di rivendicazione in quell’anno di rivolgimenti e tumulti. Frattanto Leone Fortis, deciso a dare il suo contributo alla causa italiana, abbandona la città natale per prestare servizio prima nella repubblica veneziana di Daniele Manin e poi in quella romana di Mazzini, Saffi e Armellini.

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Eravamo nel 48 – si figuri! Al principio del 48. – Si cantavano i cori dei Lombardi e del Nabucco – si gridava Viva Pio IX – ed era un grido rivoluzionario. Un fremito di vita nuova correva per le ossa e le vene della vecchia Europa, e la faceva trasalire sul suo letto dal lungo sonno infingardo. Metternich non si raccapezzava più – i suoi devoti perdevano la bussola più di lui. I giovani sentivano che era venuto il loro tempo. A Trieste v’erano due partiti di fronte – il partito italiano: tutti i giovani, – il partito austriaco: tutti i prudenti, i grossi negozianti, i ricchi banchieri, conservatori per calcolo, per necessità, per abitudine. – Si aspettavano le notizie di Milano e di Venezia – Non si sapeva proprio quali notizie si aspettassero – ma se ne aspettavano – si tendeva l’orecchio dalla parte di Vienna – per udir che?… non si sapeva – ma c’era per l’aria un vago rumore indistinto, come di un tuono in lontananza, un odore di uragano – che i giovani respiravano avidamente. – Tutto era dimostrazione – un mazzolino di fiori, un nastro, il modo di portare il cappello, un applauso in teatro, una strada prescelta del paesaggio. – Che tempi! che vita! che gioventù!

Gazzoletti, il povero Gazzoletti, era tutto con noi. – Anima di fuoco, cuor di poeta, – tutto entusiasmo, fede, speranza. Si sperava, e si credeva tanto allora – senza concretare mai né speranze, né fedi. Nel cartellone del teatro Grande era annunziata per quell’inverno la Disfida di Barletta del maestro Likle – un tedesco – su poesia di Gazzoletti – un italianone.

Il soggetto, il poeta ci rendevano sicuri del fatto nostro. Ci solleticava la idea di fare un maestro austriaco complice, anzi strumento di una dimostrazione italiana. – Dovevano cantarvi la Ponti – il tenore Graziani – il baritono Fiori – due giovani romagnoli, pieni di fuoco – e Achille Lorini. Chi non lo ha conosciuto a Milano, il Lorini? Vero tipo milanese – un po’ fanfarone – ma buon figliuolo. – Lorini era Prospero Colonna – Graziani Ettore Fieramosca – Fiori… non mi ricordo – uno degli italiani.

La sera della prova generale si era tutti in teatro – per istudiare il campo di battaglia dell’indomani. – Nessuno sentiva la musica. – Si conoscevano i tumulti, le agitazioni di Vienna e si commentavano in lungo e in largo, tirando gli oroscopi dell’avvenire. A un tratto uno mi dice: Se andassimo incontro al corriere di Vienna! – E’ come una parola d’ordine – ci alziamo tutti – e fuori dal teatro. – Si attraversa in massa serrata il Tergesteo.

– Perdoni!… cosa è il Tergesteo?

– E’ una specie di Galleria Vittorio Emanuele assai più piccola – divisa in grandi stanzone terrene, di convegno, di affari, di lettura, di giuoco, di caffè. – E’ il commercio triestino che si raduna colà – e ci riceve tutta la cittadinanza.

– Ho capito – prosegua.

– Proseguo – Per via c’ingrossiamo – ci trasciniamo dietro mezzo Trieste. – Dove si va? A far che? – Nessuno lo sa – pochi lo chiedono. – Si prende la via di Opcina – una via sul monte, per cui si andava a Vienna, allora che non c’era la ferrovia. – Pioveva – eravamo nel cuor della notte – una notte umida, fredda – si batteva i denti – e si guazzava nella mota sino al ginocchio. – Ma si stava lì – ad aspettare.

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Intanto eravamo diventati una valanga. – Quando Dio vuole, alle due, alle tre, si ode il rumore di un carrozzone. – Era il corriere di Vienna. – Finalmente! – Il postiglione che vede quella massa fitta di gente, arresta la carrozza. – Si apre lo sportello – il corriere esterrefatto balza fuori – capisce poco o nulla – parla a stento l’italiano. Lo s’interroga confusamente, tumultuariamente. – Che c’è di nuovo? – La costituzione? – la rivoluzione? – Il corriere risponde male, confuso, balbettando – nessuno lo ascolta – si grida: – è accordata la costituzione.Viva l’Italia! – viva la costituzione! viva la libertà! – e giù alla rincorsa per la china di Opcina, gridando il solito fuori i lumi che doveva essere la nota caratteristica del 48. E tutti ci ammassiamo di nuovo sotto il Palazzo del Governatore.

Era governatore un brav’uomo, molto insignificante, allampanato, timido, perplesso – un Algravio di Salm – cognome traditore, che si prestava ai più ameni e gastronomici bisticci.

Il pover’uomo è svegliato nel sonno, da queste grida che lo chiamano, che lo assordano. – Interroga, nessuna sa rispondergli. – Comincia anche in lui quella esterrefazione meravigliosa, fenomenale, che colpì in quell’epoca il governo austriaco, e tutti i suoi strumenti. Trasognato – mezzo spaventato – lo cacciano alla finestra – che si spalanca. – E’ interpellato da mille voci. – E’ vero che abbiamo la costituzione? – Che ne sapeva lui? – Non aveva avuto il tempo di leggere i dispacci da Vienna. – Risponde a caso – si tiene sulle generali. – Sì, sì, sì, tempestiamo noi dalla strada. – Era una domanda, una risposta, una minaccia, tutto insieme e tutto frammisto. Il povero Salm ondeggia e tentenna – Sì, sì, sì. – Si decide. – Sì, abbiamo la costituzione. – Un urrah spaventoso accoglie questa dichiarazione. Il Salm si accalora e vuol fare una perorazione di effetto. Triestini, grida alzando la voce con un erre pronunciatissimo, sclamiamo insieme Viva S.M. l’Imperatore che ci… che vi… sicuro, che vi accorda la libertà del pensiero! Uno scoppio d’ilarità omerica accoglie la notizia di questa graziosa concessione sovrana.

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Leone Fortis (1827-1898)

Per noi, ne avevamo abbastanza – ci spandiamo per la città, strepitando dei Viva di tutti i colori. I più tempestosi vanno al Tergesteo – la porta è chiusa. Si batte – sprepita – si scrolla l’uscio. La porta si spalanca – ci slanciamo alla stanza di lettura ove c’era un ritratto enorme del Principe di Metternich, in piedi, ritto, impettito, proprio in atto di dire che l’Italia non era che una espressione geografica. Il ritratto era sparito, – il signor De Bruck, allora direttore del Lloyd, aveva pensato a scongiurare la burrasca, – ed era lì pallido ma sereno, col suo sorriso leggermente ironico, quasi a riceverci.

Non ci occupiamo di lui e saltiamo sul tavolo – il tavolo dei giornali. – Arringhiamo la folla – noi, i più giovani, proclamiamo quel giorno festa nazionale – per nostro moto proprio – scriviamo queste due parole su tanti pezzetti di carta – dei popolani se ne impadroniscono e s’incaricano di affiggerli sulle porte di tutti i negozi. – Eravamo padroni del campo; i conservatori, gli austriaci, i prudenti, si erano rintanati. – Non dubitate, che sbucarono fuori a loro tempo.

Intanto fuori bandiere e coccarde – bandiere tricolori, s’intende, – coccarde di tutte le dimensioni, enormi, colossali, monumentali.

In poche ore la coccarda l’avevano tutti sul petto – compreso, per quella giornata, l’Algravio di Salm… E ecco come la costituzione fu proclamata a Trieste 24 ore prima che fosse accordata a Vienna. Per fortuna di quel povero Salm, a Vienna avevano altro pel capo”.

 – Tratto dalle Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas), Fratelli Treves Editori, Milano, 1877, pagg. 23-27 –

“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.

Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.

Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…

Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…

Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli.
Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.

Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.

Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.

La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.

Un Diamante Livaditi (1833-1897), salvo errori figlio del semidiseredato Antonio1, quindi appartenente alla quarta generazione triestina, appare come personaggio piuttosto importante nella storia ottocentesca della città; nel 1857 fondò “La Ciarla”, giornale nazionalistico che venne soppresso dopo due anni per ordine della polizia. Terminata quell’esperienza, nel 1859 Livaditi assieme ad Attilio Hortis diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana2; Tamaro lo annovererà tra i volontari garibaldini. Si dedicò anche alla letteratura con ottime traduzioni dal greco: pubblicò le “Operette morali” che furono definite di tipo leopardiano e un “Galateo letterario”. Sono stati verosimilmente i meriti politico-letterari del Diamante Livaditi il pretesto per destinare una via cittadina ai “Livaditi, antica famiglia triestina”.

Marco Pozzetto

Note di Giovanni Pistolato

1 Il suo nome era Demetrio, non Diamante, come erroneamente indicato dall’articolista. Demetrio Livaditi era figlio di Alessandro, commerciante greco nato a Trieste nel 1797.

2 Altra imprecisione: Demetrio Livaditi non diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana dopo la chiusura della Ciarla, ma nel periodo della sua pubblicazione (il giornale infatti era strettamente legato all’attività segreta della Società). Suo collaboratore fu l’avvocato Arrigo Hortis, capo del locale partito liberal-nazionale, e non il figlio Attilio (nato solamente nel 1850).

“Le mie prigioni”, Silvio Pellico

Chi non ha mai sfogliato Le mie prigioni potrebbe pensare a un vecchio testo politico dalla prosa ammuffita e grondante di retorica, buono tutt’al più per chi si occupa di storia patria. Ebbene, nulla di tutto ciò. Certo, il capolavoro di Pellico è scritto in un italiano ottocentesco e la sua ambientazione non è attuale, ma dalle pagine di questo celebre libello emerge soprattutto un grande senso di umanità. Al cuore della trattazione, infatti, non stanno gli ideali politici del rivoluzionario, bensì i sentimenti del prigioniero, i suoi dolori, le sue speranze, il suo attaccamento alla vita.

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Nelle Mie prigioni Pellico racconta con stile asciutto e diretto il suo personale incubo iniziato nelle carceri di Milano e Venezia e terminato ai confini dell’Impero Austriaco, in Moravia, nella tetra fortezza dello Spielberg. L’accusa di affiliazione alla Carboneria lo spinge lentamente verso il baratro, mettendolo di fronte a una prova fisica e morale difficilissima. Dopo la condanna a quindici anni di carcere duro, lo scrittore vive con dignitosa rassegnazione e senza rancore un’esistenza ignobile segnata dalla solitudine e tormentata dalle malattie causate dall’ambiente malsano del carcere. Con sforzo enorme tenta di rimanere aggrappato al mondo, nella convinzione che il male inflittogli sia ordinato a un suo giovamento.

Confinato in una terra lontana che non gli appartiene, strappato dall’affetto dei propri cari, costretto in antri freddi, umidi e bui, con una catena al piede, un tavolaccio di legno per letto e un rancio da fame, Pellico può contare unicamente sulla propria immaginativa per non impazzire. Compone, filosofa, poeta e legge avidamente i pochissimi libri che gli vengono concessi. Cerca di imporsi una ferrea disciplina dello spirito e di scacciare dal cuore ogni forma di cinismo, risentimento e odio, comprendendo che finirebbero per peggiorare la sua esistenza.

Alla nuda cronaca degli anni di prigionia, la narrazione interseca un caldo dialogo interiore, un vivido discorso dell’anima dove affiorano ricordi di una vita perduta e maturano confortanti riflessioni sull’uomo e su Dio. La filosofia e la fede sono infatti le fiaccole che Pellico si sforza di tenere accese per impedire alle sue tenebre di parlargli e per nutrire di sostanza le interminabili giornate del prigioniero.

Fortunatamente, a donare un minimo di incoraggiamento e di colore ci sono anche delle presenze umane. La prigione è un mondo parallelo popolato di figure che di tanto in tanto spezzano il duro isolamento del carcerato: sono gli altri prigionieri, i secondini, i medici e chiunque altro per occasione entri in contatto con quel desolante cosmo di reietti e dimenticati. I personaggi che il protagonista incontra nell’arco della sua prigionia restano scolpiti nella mente e sono forse l’immagine più dolce che rimane al termine della lettura. C’è il mutolino, il bimbo senza parola che si affeziona a Pellico e torna a fargli visita davanti alle sbarre della cella di Milano; il povero e sprovveduto Maroncelli, carbonaro e amico di Silvio, protagonista dell’episodio più commovente della storia; l‘ingenua Zanze, figlia quindicenne del custode dei Piombi a Venezia, che rimane colpita dalla sventura dello scrittore e si intrattiene spesso a conversare con lui. Ma più di tutti resta impresso il vecchio caporale Schiller, carceriere di Pellico allo Spielberg, probabilmente la figura più nobile di tutto il racconto. Schiller è pur sempre un anello della catena oppressiva austriaca, ma l’autore lo descrive come un giusto che compatisce l’amaro destino dei prigionieri e fa tutto ciò che è in suo potere per alleviarne il dolore.

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Silvio Pellico e Piero Maroncelli condotti allo Spielberg (25-26 marzo 1822), A. Scibaldi, copia da C.F. Biscarra, olio su tela, 1938

Silvio Pellico cominciò a scrivere i propri ricordi di prigionia nel 1831, soltanto dopo la scarcerazione. L’opera uscì a Torino un anno più tardi ed ottenne un successo travolgente, tanto da diventare il libro italiano più letto nell’Ottocento. La censura non poté nulla contro un testo che si dichiarava espressamente apolitico e che in effetti non conteneva un solo attacco esplicito nei confronti dell’Austria. Nonostante ciò, come disse il cancelliere Metternich, esso arrecò più danno all’Impero di una battaglia perduta. La descrizione degli eventi infatti porta il lettore a solidarizzare con il prigioniero e a detestare i mandanti di tante inutili sofferenze. L’atto d’accusa, anche se non espresso, si legge tra le righe, risultando forse ancora più incisivo.

Le mie prigioni costituiscono in definitiva una splendida testimonianza, una lettura edificante a cui sarà utile andare non solo per approfondire una pagina importante della nostra storia nazionale, ma anche per conoscere l’esperienza di un uomo fuori dal comune, trovando nella sua abnegazione e nei suoi valori uno stimolo a superare ostilità e momenti bui.