“Cos’è il supermercato”, articolo Domenica del Corriere 19 ottobre 1958

Questo interessante articolo di costume apparso sulla Domenica del Corriere del 19 ottobre 1958 (n. 42) descrive una delle grandi novità dell’epoca: il supermercato. Arrivato dagli Stati Uniti nel dopoguerra e comparso inizialmente nelle principali città italiane, verso la fine degli anni Cinquanta il supermercato annunciava di diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vincendo lo scetticismo di quanti credevano che questa modalità di vendita non potesse attecchire in Italia. La vastità dell’offerta, il prodotto preconfezionato, l’assenza di un commesso con cui trattare quantità e prezzo sono le più rilevanti innovazioni portate dal supermercato, il quale si presenta subito come una “lusinga irresistibile” per i consumatori italiani. Non manca tuttavia l’altra faccia della medaglia: il supermercato – ci avverte l’articolista – è anche una grande trappola ingegnata per farci spendere quando in realtà non ne avremmo bisogno.

“Cos’è il supermercato” (articolo di Marisa Mazzini, disegno di Ugo Guarino)

Supermercato” è quel negozio di alimentari e drogheria dove i clienti si servono da sé. E’ una invenzione americana. In Italia per ora esistono supermercati a Milano, Roma, Salerno. Se ne aprirà presto uno a Napoli. Negozi-pilota a semi “self-service” o a “self service” completo o anche di tipo tradizionale, ma con “vendita visiva”, si aprono ad Arezzo e Macerata in questi mesi. Già ne esistono a Milano, Vicenza, Treviso, Padova, Bologna e Genova.

Il supermercato è la soluzione moderna del “mercato” di generi alimentari e di drogheria, il riassunto di cinque o sei negozi: macelleria, latteria, pescheria, drogheria e fruttivendolo. Un sistema nuovo di fornirsi e di vendere: il self-service, cioè l’acquisto che si fa senza commesso. Il prodotto preconfenzionato e prezzato.

Supermercato, lusinga irresistibile. La signora un po’ snob, spingendo il carrello per la lunga corsia del supermercato si sente “tanto America”, il marito che ha la moglie al mare si sente finalmente a suo agio, la massaia, dimenticate le abitudini per la curiosità, pensa quanto può risparmiare e ritorna.

Quando, alcuni anni fa, si cominciò a parlare di supermercato, e di self service, ci fu chi disse, aggiornata la frase: “e ora inventateci i clienti. Saran cose che piacciono in America. Noi non siamo macchine per comprare. Chi rinuncia a tirare sul prezzo?”.
Individualisti come siamo, accontentarci non è facile. In Italia si producono 170 tipi di pasta, per fare il primo esempio sottomano. Il supermercato però non ci “pianifica”. A partire dai più piccoli, 400 metri quadri, ai più grandi, 800 metri quadri, i supermercati vendono dai 1200 ai 2500 articoli. Una vera città del consumo. Ampio è quindi il campo delle preferenze e delle scelte. Diversi, l’uno dall’altro, i clienti.

All’apertura di un supermercato milanese c’era una ressa da “prima”. Un incaricato regolava l’accesso. Sulle “gondole”, banchi che stanno in mezzo al negozio, come le loro omonime del mare, la prima abbondante suggestione offerta dai coloratissimi prodotti di richiamo, divertenti e inutili, i prodotti “civetta”. Irresistibile nei trasparenti vasi di vetro, il più incredibile stock di marmellate, frutta sciroppata, macedonia. Affollata la cassa, dove sostavano, in attesa del controllo, massaie e carrelli. Ognuna dava un’occhiata nel carrello dell’altra trovando un alibi per il suo così pieno. Una donna, nell’uscire, rifaceva a fatica la somma di numeri. Era la prima volta. Vinta, con fiducia del conto esatto, del prodotto di marca, dell’igiene e della conservazione, perfetta l’ultima perplessità, sarebbe ritornata.
Una volta entrata nel labirinto del supermercato, data la prima diffidente occhiata, comincia la curiosità. Tanto vedere non costa niente. Tutto contribuisce a farlo credere. Invece non è proprio così.

Una recente inchiesta americana ha messo in luce cose insospettate. La gente non acquista perché ha veramente bisogno di una cosa, ma perché una cose le piace. In una parola, la vendita è affidata all’istinto compulsivo: è emozionale. Stabilito questo fatto, psicologi e maghi della pubblicità si allearono per far comprare anche le cose inutili, per creare nuovi bisogni, accrescendo le suggestioni visive, rendendo più bello ogni oggetto, colorandolo, dando al colore una potente carica ipnotica. L’imballaggio divenne una scienza.
Abolita la “conta dei nasi”, ovvero la ricerca dei gusti del pubblico attraverso la statistica, si cercò di “emozionare” gli oggetti, di farli “vedere”. Da questo momento la lista della spesa cominciò a comprendere voci impreviste. Un bel giorno, da una inchiesta fatta dalla Dupont, risultò che solo una donna su cinque entrava al supermercato con la lista della spesa in mano. Tutte le massaie però, con lista o senza, trovavano il modo di riempire il loro carrello. Che cosa stava succedendo? La relazione rispose: sette acquisti su dieci sono provocati da un impulso momentaneo. Senza avvedersene (ogni prodotto dice “prendimi”) tutte le donne compravano di più. Si trattava di stabilire la ragione delle scelte e a ragione delle preferenze. L’acquisto di cibi aromatici o dall’odore pungente o degli oggetti resi “voluttari” dal colore rappresenta il novanta per cento degli acquisti totali.
Una massaia americana, alla quale si chiese perché aveva comprato una data conserva, rispose ingenuamente: “perché mi piace la scatola”.

Un detersivo, appena lanciato sul mercato, era stato presentato in tre diverse confezioni per sondare le reazioni del pubblico: astuccio blu, giallo e giallo-blu. Solo l’ultimo ebbe successo. Ma lo straordinario della cosa sta nel fatto che le risposte furono concordi: “la scatola gialla rovina la biancheria, il detersivo della scatola blu è molto scadente”.
I colori che fanno vendere sono il rosso e il blu. Il rosso impressiona le donne, il blu gli uomini.
Il Color Research Institute, specializzato nelle confezioni di richiamo, prima di lanciare un prodotto nella città campione, lo sottopone a un preventivo test oculare, per accertare il grado di attrazione.
Nei supermercati italiani è però raro che i prodotti possano creare una massa di colore. Poichè il supermercato vende senza commessi, i prodotti devono raccomandarsi da soli. Però sarebbe controproducente, almeno per il momento, non includere le marche tradizionali ormai ampiamente reclamizzate dal tradizionale imballaggio.

Altra novità, almeno per l’Italia, è il self-service, “io mi servo da sola”. Solo una trentina di persone, comprese quelle addette alla confezione, formano il piccolo drappello dei venditori. Ed anche in questa apparente lusinga, dell’”entrate e guardate”, sta la chiave psicologica che apre abbondantemente i portafoglio del cliente. L’Italia, ultima arrivata, è al primo posto nella tecnica del self-service. Al pane, però, almeno per il nostro gusto di italiani, almeno, è irrimediabilmente negata una confezione standard.

Poichè l’esigenza della vita moderna è quella di far presto, il supermercato è il negozio di oggi, che offre la possibilità di comprare, col minimo spreco di tempo, tutto quanto occorre e soprattutto abolisce la “coda”.
Quanto tempo occorre per girare un supermercato? Pochissimi secondi, esattamente dieci. Però se ci riuscite siete bravi: mille lusinghe vi fermano ad ogni passo. E fermarsi significa comprare. Quindi lo scopo è quello di trattenere il cliente, di lasciargli sempre qualcosa da cercare. Per questo i banchi “seri” sono posti dietro i prodotti-civetta, in fondo al negozio, ampiamente reclamizzati dalla luce. Se carne, pasta, detersivi, olio, sapone, riso, frutta fresca, zucchero, sono messi troppo a portata di mano, diventa estremamente facile comprare solo le cose indispensabili, ed andar via. Invece sulla strada dell’uscita si frappongono, tra il cliente e la libertà, le “trappole del superfluo”.
Profusione di cioccolata, dolciumi di ogni tipo, salse, pop corn, germogli di grano per il tipo salutista, crakers che non ingrassano di un grammo, creme da spalmare sul pane, torte e sottaceti, caviale e coca-cola.
Non si trascura il comfort, offerto dall’aria condizionata, da una leggera musica di fondo, da un dispositivo per tenere il bambino davanti al carrello della mamma.

Ad ogni Paese, ad ogni città il suo supermercato. I nostri supermercati sono certamente diversi da quelli americani, dove, per esempio, c’è l’usanza di fare la spesa una volta la settimana, per l’enorme abbondanza di frigoriferi. Novantacinque donne su cento lo posseggono. I supermercati americani sorgono in periferia, e davanti vi è un grande parcheggio di macchine perché tutti comprano moltissimo. In Svezia, precisamente a Stoccolma, vi è un supermercato di prodotti di lusso. In Svizzera, come già a Milano, i supermercati sono collocati nei sotterranei dei grandi magazzini.
In Italia, dove i supermercati sono una novità di questi ultimi cinque anni, essi sono ancora “arroccati”, in numero limitato, nelle grandi città. Milano ne possiede sette e arriverà ai dieci alla fine di questo anno. I primi sono stati istituiti a Roma. Anche una città del sud, Salerno, ha il suo supermercato. Se però non tutte le città si possono giovare di questa nuova maniera di vendere, nelle città di provincia si stanno sviluppando negozi pilota a self-service o a semi self-service, per sondare, nel luogo, la possibilità di aprire un supermercato. Così si è fatto a Genova, a Bologna, a Cesena, dove è stato aperto un supermercato sperimentale durante la Fiera. Un sondaggio nell’opinione pubblica dei consumatori e dei visitatori di questo supermercato dimostrativo ha dato risultati interessanti. Intanto si è rilevato che, almeno in provincia, vi è tendenza a fare gli acquisti in generi alimentari giornalmente. Il grande interesse è rilevabile dall’affluenza di visitatori: diecimila al giorno.

Interrogati i visitatori sul maggior pregio che trovavano nel supermercato, 264 su 285 intervistati risposero di preferirlo per il self-service, altri perché il supermercato vende tutti i generi alimentari, altri per la celerità del servizio, o per la possibilità di scelta, più ampia che nel negozio, o per il prezzo minore, reso possibile dalla entità delle vendite, o per l’igiene, o per i prezzi fissi, o per la disposizione delle merci. La più grande attrazione è stato lo scatolame.
Pur essendo altissima, 83 per cento, la percentuale di persone che, nella zona di Cesena, hanno mostrato tendenza a servirsi dallo stesso negozio di alimentari, centrale o periferico o mercato rionale, il 33 per cento dichiarò che avrebbe visitato abitualmente il supermercato, il 53 per cento qualche volta. Solo il 14 per cento si mostrò decisamente contrario.
Nonostante questi dati, relativi alla città di Cesena, non sia “moltiplicabili”, essi servono ad indicare chiaramente che i supermercati trovano terreno favorevole nella città e nella provincia”.

“L’inglese non cancelli la nostra identità”, Claudio Magris

In questo articolo pubblicato sul Corriere della Sera (25 luglio 2012) lo scrittore triestino Claudio Magris affronta lo spinoso tema dell’insegnamento in lingua inglese nelle nostre università. Il caso ero scoppiato nel 2012 quando il Senato Accademico del Politecnico di Milano aveva stabilito l’inglese come unica lingua delle lauree di secondo livello e dei dottorati di ricerca (delibera bocciata un anno fa dal Tar della Lombardia, in quanto considerata lesiva della libertà degli studenti e dei docenti).
La riflessione di Magris supera il semplice campo della linguistica: la questione infatti è prima di tutto culturale e sociale: “La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni”. Conoscere adeguatamente l’inglese è necessario – sopratutto per le nuove generazioni – ma la lingua madre non va  marginalizzata perché “implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa”.

magris claudio

L’università in inglese pericolo per l’italiano 


Alberto Sordi redivivo smette di fare l’attore e diventa rettore universitario, sottosegretario o ministro dell’Istruzione o qualcosa del genere, sempre comunque nell’ambito dell’insegnamento superiore e della cultura. Del suo glorioso passato di attore conserva soltanto una parte, quella memorabile del romano de Roma che, nel film di Steno Un americano a Roma , cerca – ma invano – di sostituire spaghetti e vini dei Castelli con hamburger e Coca-Cola.

L’idea di fare, nell’università italiana, dell’inglese la lingua unica e obbligatoria dell’insegnamento è una gag come quella scenetta di Sordi e ignora il monito della canzone di Carosone «Ma si nato in Italy».

È uno dei tanti episodi che dimostrano la tendenza odierna – vittoriosa in quasi tutti i campi – a stravolgere involontariamente problemi reali nella loro parodia. Che la conoscenza – una vera, reale conoscenza – della lingua inglese sia indispensabile per dedicarsi a qualsiasi tipo di studi e anche a quasi ogni lavoro è una realtà indiscutibile, chiara a tutti e non solo a quel nostro ex presidente del Consiglio che esortava a coltivare le tre I, Inglese Impresa Internet, dimenticandone peraltro una quarta, Italia. La scarsa conoscenza delle lingue straniere, soprattutto, ma non solo, della lingua parlata, è un antico e ancora non superato deficit della cultura italiana (molti anni fa Wolf Giusti mi raccontava come Benedetto Croce, che non aveva difficoltà a leggere e a tradurre Hegel o Goethe, se la cavasse piuttosto male se doveva ordinarsi un caffè). Questo grave deficit va assolutamente sanato ed è paradossale che misure ministeriali abbiano agito in senso contrario, come quando, durante il precedente governo italiano, furono aboliti i lettori di lingua straniera, indispensabili e insostituibili, per gli studenti, nell’apprendimento delle rispettive lingue.

È dunque necessario che scuole e università creino strutture atte a insegnare realmente le lingue straniere e in particolare ovviamente l’inglese, investendo in tale iniziativa buona parte delle loro energie e dei loro fondi, anziché considerare l’insegnamento e la conoscenza delle lingue straniere, com’è accaduto quasi sempre nelle facoltà umanistiche, materia di terza classe. È necessario richiedere, per il conseguimento di qualsiasi titolo e per il raggiungimento di qualsiasi traguardo scolastico o accademico, una reale conoscenza della lingua inglese.

Tutto ciò non implica affatto la necessità e l’opportunità di tenere le lezioni e i seminari – a parte i casi particolari di convegni e dibattiti con studiosi stranieri – in inglese anziché in italiano. Imporre l’uso dell’inglese nelle lezioni e nei corsi universitari indebolisce questi ultimi, perché in ogni campo – non solo in quello letterario – la lingua madre implica una creatività, una ricchezza di pensiero e di espressione, fondamentali in ogni percorso intellettuale e, prima ancora, nella vita stessa. Di questo passo, secondo la logica aberrante di tale bella pensata, si potrebbe abolire la letteratura italiana e imporre a tutti gli scrittori italiani di scrivere le loro poesie e i loro romanzi in inglese. L’insegnamento – tanto più quanto è più importante e significativo – s’inserisce nel tutto della vita, individuale e sociale. L’uso obbligatorio dell’inglese potrebbe dunque, secondo quella logica peregrina, venire esteso a tutte le espressioni fondamentali dell’esistenza, ai dibattiti parlamentari e ai comizi politici come alle effusioni verbali dell’intimità amorosa, che diventerebbe tanto più degna ed eroticamente stuzzicante se esternata nella lingua dei (momentanei) padroni del mondo. Fare l’amore in inglese, credetemi, è tutt’altra cosa; me l’ha detto un mio conoscente che lavora al consorzio agrario e che ha fatto uno stage in America.

La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni, simile a quella smania di «sbiancamento» (blanchissement) che grandi scrittori neri quali Glissant e Fanon hanno denunciato in molti discendenti di schiavi nei loro Paesi, le Antille francesi. Tale complesso contraddice lo spirito più profondo della cultura inglese, l’amore di libertà e di originalità, e dimentica che, come scriveva sul «Corriere» Saverio Vertone, in Inghilterra vivono gli inglesi, non gli anglofili.

Si deve certo imparare l’inglese, questa lingua straordinaria che, come è stato detto, è divenuta pure la «lingua dei senza patria», dei tanti esuli che gli sradicamenti della Storia hanno sparso nel mondo. Ma il suo primato non dovrebbe indurre a una succube soggezione. Non vorremmo che domani, ove fossero eventualmente mutati i rapporti di forza nel mondo, i docenti di Cantù o di Caserta fossero obbligati a tenere lezione in cinese, altra grande lingua di straordinaria ricchezza e poesia.

“Pertini? Sono altri i grandi d’Italia”, Indro Montanelli

Il 16 giugno 1997 Indro Montanelli dalle pagine del Corriere della Sera lanciava un duro attacco all’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Il celebre giornalista considerava l’ex partigiano un uomo onesto ma demagogico e di scarsa levatura sia intellettuale che politica.

montanelli(1)

Pertini? Sono altri i grandi d’Italia

Caro Montanelli, Rilevo con disappunto come la figura di Sandro Pertini sia stata rimossa dalla memoria degli italiani e dei loro degni rappresentanti politici. Solo il Corriere, se non sbaglio, gli ha dedicato ultimamente un servizio su Sette. Perche’ tutto cio’? Vorrei da lei inoltre un giudizio su quest’uomo che personalmente stimo degno di ben altra considerazione. Fabio Mazzacane, Pistoia

Caro Mazzacane, Lei ha bussato alla porta sbagliata. Dalla memoria degl’italiani sono stati rimossi gli Einaudi, i De Gasperi, i Saragat, i La Malfa, i Vanoni, che nella politica del nostro Paese hanno contato molto piu’ di Pertini. Il quale fu certamente un uomo onesto, coraggioso e coerente con le proprie idee (anche perche’ ne aveva pochissime). Ma le stesse qualita’ si possono attribuire anche a coloro che ho nominato e che vi aggiungevano quella di una sagacia politica, di cui Pertini fu sempre sprovvisto. Nel suo stesso partito non esercitava alcun peso, era considerato un “compagno” di tutto affidamento, ma bizzarro, imprevedibile e sempre pronto a qualche colpo di teatro. Nenni, che gli voleva bene, mi disse una volta: “Io non sono certamente un uomo di cultura e alla cultura non attribuisco, per un politico, una decisiva importanza. Ma qualcosa so, qualche libro l’ho letto, anche grazie a Mussolini quando mi mando’ al confino a Ponza. C’era anche Sandro. Lui, l’unica cosa che leggeva era L’Intrepido. Il resto del tempo lo passava a giocare a briscola o a scopa coi nostri guardiani. Alle nostre discussioni sul futuro dell’Italia e del partito non partecipava quasi mai, e quando lo faceva, era solo per invocare il popolo sulle barricate, per lui la politica era solo quella”. Lei mi chiedera’ come fece un uomo cosi’ sprovveduto a diventare Presidente della Repubblica. Lo divento’ appunto perche’ era sprovveduto, e come tale forniva buone garanzie di non interferenza agli uomini del potere vero, totalmente in mano ai partiti. Quello che forse nessuno aveva previsto, ma che si rivelo’ un particolare del tutto innocuo, era il suo demagogismo. Pertini aveva il fiuto del pubblico, e ne secondava alla perfezione tutti i vizi e vezzi. Dal video ogni tanto pronunziava terribili requisitorie contro la classe politica, come se lui non vi avesse mai appartenuto, come fece al momento del terremoto dell’Irpinia, quando accuso’ il parlamento di avere bocciato i disegni di legge per le misure di difesa in caso di emergenza, dimenticandosi che il Presidente della Camera che li aveva respinti era stato lui. Non perdeva occasione di dare spettacolo seguendo in lacrime tutti i funerali, baciando torme di bambini, e insomma toccando sempre quel tasto del patetico a cui noi italiani siamo particolarmente sensibili. I suoi alluvionali discorsi di Capodanno erano autentiche sceneggiate. Ma in sette anni di Presidenza, di sostanziale e sostanzioso fece poco o nulla. Della corruzione che dilagava (e dalla quale bisogna riconoscere non si lascio’ mai infettare), o non si accorse, o preferi’ non accorgersi. Comunque, un segno del suo passaggio al Quirinale non mi sembra che lo abbia lasciato. Ce lo ricordiamo come un brav’uomo pittoresco e un po’ folcloristico, che seppe far credere alla gente di essere un “diverso” dagli uomini politici, mentre invece era sempre stato uno di loro e non aveva mai vissuto d’altro che di politica. Non c’e’ da vergognarsi di avere avuto un Presidente come Pertini. Ma non vedo cosa ci sia da ricordarne.