Maestri ed insegnanti

Alberto_Manzi_-_Non_è_mai_troppo_tardi“Insegnare” deriva dal latino in-signare, vale a dire imprimere un segno, incidere, fissare. L’arte dell’insegnamento consiste infatti nel trasmettere conoscenze e concetti in modo tale che rimangano ben scolpiti nella mente di chi li apprende. Non si tratta affatto un’abilità comune perché richiede un’ottima capacità comunicativa, in particolare nel catturare l’attenzione di chi ascolta, toccandone le corde interiori e stimolando pensiero ed immaginazione.
Il termine “maestro” ha anch’esso un’origine latina: da magister, composto di magis- (più) e -ter (suffisso comparativo), può tranquillamente essere tradotto con “maggiore”, “il più grande”. Il maestro dunque è essenzialmente un capo – o un’autorità – che ha guadagnato la sua posizione tramite l’erudizione in un determinato campo del sapere. Grazie al suo grado di conoscenza maggiore egli si pone come un esempio, indica una strada da seguire, costituisce in definitiva un modello da emulare. Chiunque infatti abbia avuto un buon maestro avrà senz’altro sentito il desiderio di assomigliargli, di avvicinarsi alle sue competenze e al suo sapere.

Nulla dies sine linea

nulladiessinelinea

Nulla dies sine linea” è un motto latino che letteralmente significa “nessun giorno senza una linea“. La frase fu attribuita dallo scrittore romano Plinio il Vecchio (Naturalis Historia, XXXV, 36) al pittore greco Apelle, vissuto nel IV secolo a.C., il quale non lasciava passare una sola giornata della propria vita senza tracciare almeno una linea delle sue opere, al fine di mantenere l’esercizio e di raggiungere il più alto livello possibile nella sua arte.
Nulla dies sine linea” sta dunque a significare la necessità dell’abnegazione e della costanza nel perseguimento dei propri obiettivi e nel perfezionamento delle proprie doti.

La passione

PaoloFrancescaGradara[1]Il termine passione è usato comunemente in senso positivo, come sinonimo di amore (che nella nostra cultura è quanto di meglio possa capitare nella vita di una persona). In altre situazioni assume un valore neutro, come quando viene utilizzato nel suo significato di passatempo o di particolare inclinazione a qualche attività: “quali sono le tue passioni?” è la domanda che tutti quanti ci siamo sentiti fare almeno qualche volta durante una nuova conoscenza o un colloquio di lavoro.

Forse ci si dimentica però che la parola passione nasce con un significato ben diverso. Dal latino patire, la passione è infatti prima di tutto una sofferenza fisica o dell’animo, qualcosa da cui si è schiacciati e che si è costretti proprio malgrado a subire. Non a caso il termine passivo condivide la stessa origine.

Nel mondo antico, anche per l’influsso della morale stoica, la passione era percepita come qualcosa di nocivo per l’animo: “le passiones diventano irrequietezza, quell’essere mosso e agitato senza direzione che distrugge la calma del saggio. La parola passio riceve così un senso accentuamente peggiorativo: ogni stato di irrequietezza e di agitazione provocato dalle cose del mondo va evitato per quanto possibile; compito del saggio è di non incontrare il mondo, almeno interiormente, di non farsi turbare da esso, di essere impassibile*. Riflettendoci con un po’ di attenzione, è davvero complesso trovare un’opera letteraria dell’antichità dove la passione non dispieghi i suoi effetti distruttivi: si pensi all’Iliade e alla guerra tra Troiani e Achei scatenata dall’amore di Elena per Paride; all’odio cieco di Achille causato dalla morte dell’amato Patroclo; o al travolgente sentimento di Didone per Enea nel più celebre poema di Virgilio; e ancora, all’ira di Medea che divorata dalla gelosia per Giasone arriva ad uccidere i due figli da lui avuti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. In tutti questi casi la passione si presenta come una perturbazione dell’animo portatrice di sventure e di violenza.

Con l’avvento del Cristianesimo, la parola mantiene la sua accezione negativa di dolore e sofferenza, con particolare riferimento al Cristo e alla sua passione. Sant’Agostino definisce passio come motus animi contra rationem, moto interiore contrario alla ragione. Rimane dunque ferma l’idea greco-romana di una forza impetuosa e travolgente che minaccia di allontanare l’uomo dalla felicità e di spezzare i delicati equilibri che sorreggono la sua vita. Anche nelle opere letterarie del Medio-Evo infatti la passione conosce quasi solo esiti tragici: è il caso dell’amore tra Paolo e Francesca, a cui Dante dedica un canto della Divina Commedia, o della struggente storia di Tristano e Isotta, di origini celtiche, ma anche del tradimento di Ginevra, moglie di re Artù, col cavaliere Lancillotto. Che dire poi del dolore cantato nella poesia dei trovatori per la donna amata?

In definitiva, la nostra attuale concezione di passione è ben lontana dal suo significato originario ed autentico di sofferenza. Non è affatto semplice però affermare cosa abbia condotto a questo radicale mutamento di senso del termine, accentuatosi in particolare nell’ultimo secolo, con una vastissima produzione letteraria, cinematografica e musicale tesa in gran parte a dipingere la passione amorosa non come qualcosa di distruttivo ma di nobile e gratificante.

* E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblica nella tarda antichità latina e nel Medioevo, Milano, 1970

“Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale”, curato da Tommaso Piffer

malghePorzus

…essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente” – Pier Paolo Pasolini

Il 7 febbraio del 1945, quando la guerra era ormai prossima alla conclusione, si consumò in Friuli quello che può considerarsi l’episodio più doloroso e controverso della Resistenza italiana: la strage alle malghe di Porzûs di venti partigiani della Brigata Osoppo, avvenuta non per mano delle autorità tedesche, ma di altri partigiani, un commando di GAP comunisti guidati da Mario Toffanin, detto “Giacca”. La vicenda, ancora oggi poco studiata ma oggetto di aspri dibattiti, storici e non, si colloca nel più ampio contesto del confine orientale italiano e più precisamente della contesa sulle terre del Friuli e della Venezia Giulia: dovevano rimanere italiane o diventare jugoslave? Le formazioni comuniste italiane – passate sotto il comando del IX Corpus sloveno – avevano sposato incondizionatamente le mire annessionistiche del nazionalismo jugoslavo, cosicché nel campo antifascista le formazioni Osoppo (di ispirazione cattolica e liberale) rimasero le uniche a difendere l’italianità di quelle terre, divenendo dunque un ostacolo sempre più ingombrante per il movimento partigiano facente capo a Tito, risoluto ad annettere quei territori alla nuova Jugoslavia comunista.
Il libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, curato da Tommaso Piffer ed edito da Il Mulino, approfondisce un tema scottante e a lungo tempo minimizzato dalla storiografia, perché capace più di ogni altro di compromettere l’immagine unitaria ed oleografica della nostra Resistenza. L’intento dell’opera, redatta con l’ausilio delle più recenti acquisizioni documentali in materia, non è quello di screditare un intero periodo storico, ma di dare attraverso un esame distaccato ed imparziale delle fonti il giusto risalto storico alla strage, costituendo essa la massima espressione della conflittualità interna al movimento partigiano italiano, in special modo al confine orientale, dove le frizioni ideologiche endogene all’antifascismo finirono per sovrapporsi con esiti tragici ad antiche rivendicazioni territoriali straniere, da taluni appoggiate per mera opportunità politica, oltre che per affinità ideologica.
Ad un tradizionale lettura storica che mette in luce unicamente il contrasto tra fascismo ed antifascismo, il saggio di Piffer oppone un’analisi più complessa, secondo la quale il predetto conflitto, di per sé evidente ed innegabile, si intrecciava con quello trilaterale tra fascismo, democrazia e comunismo, che in alcune zone ebbe “un’intensità non dissimile da quella tra le stesse forze antifasciste e il nazismo” e che nonostante ciò fu negletto dall’indagine storiografica del dopoguerra in quanto “la ricostruzione dell’identità democratica dell’Europa occidentale attorno al valore dell’antifascismo richiedeva inevitabilmente di mettere da parte la natura ambivalente del fronte che aveva sconfitto il nazismo”.
L’opera ha un respiro ampio, perché non circoscrive l’attenzione alla sola strage di Porzûs ma spazia dedicando diversi capitoli a temi di ordine più generale, propedeutici ad una corretta contestualizzazione dell’eccidio, come il rapporto tra il PCI di Togliatti e il maresciallo Tito, il fascino esercitato dal comunismo jugoslavo su quello italiano, le strategie adottate normalmente dalle formazioni partigiane comuniste italiane e le modalità adottate dal movimento partigiano jugoslavo per la presa del potere nel proprio Paese. Una trattazione a vasto raggio dunque che demolisce interamente la tesi per tanto tempo invalsa della strage “incidente”, isolata od opera di poche teste calde del mondo partigiano. Le responsabilità del PCI e della sua politica sul confine orientale (anti-nazionale o come minimo rinunciataria rispetto alle bramosie annessionistiche jugoslave) appaiono infatti evidenti, e dopo essere state a lungo oscurate emergono oggi come un nervo ancora scoperto per molti, non solo nel campo politico ma anche in quello storiografico, col risultato che la strada per chi intende gettare luce su quegli avvenimenti resta purtroppo impervia e in salita. Il libro di Piffer è senz’altro un eccellente punto di partenza in questo senso, un saggio obiettivo ed equilibrato che evitando abilmente le trappole del dibattito politico aiuta a comprendere con maggior chiarezza una delle più tristi ed oscure pagine della storia d’Italia.