“Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, Paolo Rumiz

Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.

Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.

Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.

Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.

“La Favilla” di Francesco Hermet (1850-1852)

La Favilla di Francesco Hermet fu uno dei tanti giornali fioriti nell’epoca risorgimentale e stroncati dalla censura austriaca, che vi vedeva (a ragione) un pericoloso veicolo di idee liberali e nazionali. La principale battaglia di questo periodico, sorto a Trieste nel 1850 per iniziativa di un giovane assicuratore di origini armene, fu la reintroduzione dell’italiano come lingua d’insegnamento nelle scuole del capoluogo giuliano. All’epoca, infatti, nelle scuole di Trieste, tutti gli insegnamenti venivano impartiti in lingua tedesca.
L’articolo che segue è stato recentemente pubblicato a mio nome sui
Quaderni del Risorgimento (Serie n. 11), rivista periodica del Comitato di Treviso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.

1. La pressione germanizzatrice su Trieste tra Settecento e Ottocento

Alla metà dell’Ottocento Trieste ha ormai conquistato quella posizione di rilievo che avrebbe rivestito anche nei decenni successivi quale sbocco commerciale sul Mediterraneo di larga parte dell’Europa centrale. Dopo la stasi del periodo napoleonico sono sorti i grandi complessi economici: le Assicurazioni Generali nel 1831, il Lloyd Austriaco nel 1833 e la RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà) nel 1838. In questi anni la città giuliana è attraversata da un notevole cosmopolitismo, dove la prevalente italianità funge da elemento catalizzatore e unificatore delle varie nazionalità presenti1. Nondimeno, lo Stato asburgico mette in atto delle politiche che sembrano puntare a una progressiva erosione della dimensione italiana di Trieste, allo scopo di avvicinare sempre più l’antico comune al polo viennese. Emblematico al riguardo appare l’inserimento della città nella Confederazione germanica, un’associazione di Stati indipendenti di lingua e cultura tedesca alla quale ha aderito anche l’impero austriaco. Non tutti i territori asburgici sono compresi nella Confederazione: oltre all’Ungheria, ne sono esclusi il vecchio Stato da Mar veneziano (Istria veneta e Dalmazia), la Croazia, la Transilvania ed altre regioni storicamente estranee alla Germania. In verità Trieste accoglie solamente una piccola minoranza germanofona, composta per lo più da funzionari imperiali, da alcuni commercianti e dalle loro famiglie. La ragione della sua appartenenza alla federazione non è dunque di carattere nazionale. Il trattato istitutivo della Confederazione prevede che vi siano inglobate solo le realtà territoriali un tempo appartenute all’impero tedesco. Nemmeno questa condizione storica può però considerarsi realizzata per Trieste. Pertanto, quando l’Austria nell’aprile del 1818 deve motivare l’inclusione della città nella nuova compagine sovranazionale, si limita ad affermare la necessità di estendere la linea di difesa della Confederazione oltre le Alpi2. Una motivazione che per la verità suona come un semplice pretesto. Il reale intento, infatti, è quello di legare ulteriormente il capoluogo giuliano sia all’impero che al mondo germanico, i quali consideravano Trieste una loro legittima e irrinunciabile propaggine3.

Un simile disegno sembrerebbe confermato da alcuni tentativi di germanizzazione della città, che pur non giungendo mai a una vera e propria snazionalizzazione rappresentarono però un’evidente forzatura in senso centralista. Già nel 1786 l’imperatore Giuseppe II aveva decretato l’uso esclusivo del tedesco nei tribunali di Trieste e del Friuli orientale a partire dal 1789. Il decreto non ebbe mai concreta applicazione, dapprima per ragioni di oggettiva impossibilità (giudici e avvocati parlavano tutti l’italiano e pochi conoscevano il tedesco) e in seguito, dopo il 1791, per la morte dell’imperatore: il suo successore Leopoldo II fu convinto dal comune ad abolire il decreto4.

Altro caso, ben più scottante e destinato a trascinarsi per lunga parte del XIX secolo, fu quello della lingua dell’insegnamento nelle scuole. Nel 1776 il governo di Vienna soppresse la secolare scuola del comune gestita dai gesuiti e istituì la prima scuola elementare pubblica, ordinando l’insegnamento in tedesco. Durante la dominazione napoleonica fu introdotto in città il liceo italiano, il quale però venne abolito al ritorno dell’Austria in favore di un ginnasio in lingua tedesca. Nulla mutò nei successivi decenni, nonostante le petizioni avanzate dalla rappresentanza politica della città – l’i.r. Magistrato politico economico – nel 1824, 1825, 1833 e 1834. Quando nel settembre del 1848 la commissione municipale triestina, composta da membri di diverse nazionalità, chiese che la lingua d’istruzione nelle scuole pubbliche elementari e nel ginnasio fosse quella italiana, in quanto “lingua naturale del paese, da tutti intesa e generalmente parlata”, la risposta del governo fu che Trieste non era città italiana, ma “mista”. Il dispaccio ministeriale aggiungeva poi, non senza ipocrisia, che una volta date le scuole agli italiani si sarebbe dovuto darle anche agli altri popoli, “perché altrimenti si sarebbe fatta un’opera di forzata italianizzazione”. Infine, concludeva il ministero, chi l’avesse desiderato avrebbe sempre potuto iscrivere i propri figli al ginnasio di Capodistria, dove vigeva la didattica in lingua italiana5.

Fino agli anni Cinquanta dell’Ottocento, l’unica scuola superiore di Trieste ad impartire i propri insegnamenti in italiano era l’Accademia di Commercio e Nautica, i cui fondatori, all’evidenza, avevano compreso l’importanza vitale che la lingua di Dante rivestiva anche nel settore dell’economia e dei commerci cittadini6.

La conseguenza della politica intrapresa in materia dall’Austria fu quella di incentivare il ricorso ad insegnanti privati o l’iscrizione presso scuole di città limitrofe, come la già citata Capodistria.

In questo scenario, un giornale di Trieste intraprese a suo danno una coraggiosa lotta di stampa per ripristinare l’italiano come lingua d’insegnamento nelle scuole della città: alludiamo alla Favilla di Francesco Hermet, patriota e futuro capo dell’irredentismo triestino. Questo audace periodico, sorto poco dopo le agitazioni del biennio rivoluzionario 1848-49 e successivamente soppresso dalla censura nel 1852, fu una riedizione dell’omonimo giornale fondato nel 1836 ad opera di Antonio Madonizza e stampato fino al 1846. Vediamo brevemente quale fu la vicenda di questa prima edizione e come ispirò Hermet nella sua opera.

2. La prima edizione della Favilla (1836-1846)

Nata come iniziativa individuale di un aspirante avvocato istriano, La Favilla costituisce una delle principali imprese letterarie dell’Ottocento triestino7. Nel 1836 il giovane Antonio Madonizza8, praticante nello studio di Domenico Rossetti9, ottiene il permesso da parte dell’imperial-regio governo del Litorale di pubblicare un giornale letterario. Gli iniziali sospetti del direttore della polizia Call, che aveva etichettato Madonizza come “un giovane d’animo esaltato e facilmente eccitabile”, sono superati dal parere favorevole del governatore Weingarten, che acconsente alla pubblicazione del periodico10. A Trieste non esiste ancora un giornale di questo tipo, per cui si prende spunto da realtà vicine. La Favilla, che esce per la prima volta il 31 luglio 1836 con il motto dantesco “Poca favilla, gran fiamma seconda11, affida il suo articolo di presentazione al veneziano Luigi Carrer, direttore del Gondoliere, il quale riempie la prima pagina di metafore sulla “fiamma” che la rivista avrebbe potuto generare nei suoi lettori. Nonostante la scrupolosa censura di Call, gli articoli conservano traccia dell’influsso liberale e romantico dell’epoca. L’abbandono del fondatore Madonizza, nel frattempo sposatosi e tornato nella sua Capodistria, non sancisce la fine dell’impresa, che passa anzi in mani altrettanto giovani e capaci. La penna viene dapprima ceduta a Giovanni Orlandini, che esorta alla collaborazione Antonio Somma, Antonio Gazzoletti e soprattutto Francesco Dall’Ongaro12, il principale ispiratore del giornale nel post-Madonizza. In questa seconda fase il periodico cresce di importanza ed aumenta la propria diffusione, anche per merito della direzione di Pacifico Valussi, che subentra a Giovanni Orlandini in qualità di editore.

I favillatori non sono tutti triestini, anzi, ma condividono passioni, ideali e un saldo rapporto di amicizia. Usano trovarsi nelle osterie dell’antico centro storico,in un clima di festa, dove fra una partita e l’altra si decide l’impaginazione del giornale13. La polizia triestina dedica diversi rapporti alla loro attività. In una nota del 1839, ad esempio, si legge che il giornale avrebbe alimentato le simpatie per l’Italia fra le classi più benestanti di Trieste, fornendo loro un mezzo per manifestare le proprie idee liberali. Altrove, i favillatori sono accusati di seguire un preoccupante indirizzo, e più precisamente di diffondere lo spirito “di un malintenzionato liberalismo e di una falsa nazionalità italiana14. Nonostante tutto, la pubblicazione è consentita dalla presenza di governatori più benevoli della polizia triestina (prima Weingarten e poi il conte Stadion).

La fine arriva il 31 dicembre 1846, dopo la bellezza di undici annate (una rarità per l’epoca). Mancano i capitali per proseguire e a darne l’annuncio è Francesco Dall’Ongaro, in un articolo dal tono solenne e commosso. Il giornale accusato di italofilia e di eccessi liberali termina così la sua corsa, lasciando tuttavia un segno nel sentimento nazionale della città e nella sua storia letteraria15.

3. La Favilla di Francesco Hermet (1850-1852)

Tra la prima edizione della Favilla e quella di Hermet corrono solamente quattro anni, ma nel frattempo molto è cambiato. La tempesta quarantottesca è giunta anche a Trieste, sebbene con forza decisamente attutita rispetto a centri come Milano e Venezia. Nel capoluogo giuliano infatti non si registrano colpi di mano o insurrezioni, ma vi è indubbiamente del movimento, a partire dal mondo della carta stampata. Una volta promulgata la costituzione a Vienna, Trieste assiste a un gran fiorire di giornali: tra il 1848 e il 1849 vedono la luce una quarantina di fogli diversi. Ben pochi tuttavia sopravvivono al giro di vite imposto dal ritorno della censura. Dal 1850 al 1859 solo due giornali escono regolarmente in città senza incontrare ostacoli: l’Osservatore Triestino, che per non sparire dalla circolazione dedica le proprie colonne esclusivamente ai commerci, ai trasporti e alle assicurazioni, e Il Diavoletto, un periodico umoristico di stampo filoasburgico che aveva sempre combattuto per far trionfare la reazione austriaca16. A ben vedere, rispetto ai tempi precedenti il 1848, la legislazione austriaca in tema di censura non si è fatta molto più stringente. Tuttavia, da un lato le autorità si sono irrigidite, ricorrendo a tutti gli strumenti in loro possesso per attuare un controllo severo e capillare della stampa; dall’altro lato, le correnti liberate dal Quarantotto hanno irrobustito la coscienza liberale e nazionale di molti giovani, i quali, fra le strettoie della censura, si adoperano in tutti i modi possibili per esprimere i propri ideali, nella speranza di risvegliare ed influenzare l’opinione pubblica.

3.1 Francesco Hermet

Francesco Hermet conosce bene il giornalismo per essersi formato proprio nella Favilla di Madonizza e Dall’Ongaro. Nato a Vienna il 30 novembre 1811 da una famiglia armeno-cattolica di ceto benestante, discendente da ugonotti francesi emigrati in Persia e poi tornati in Europa, Hermet mostra fin da giovane una vivace passione per le lettere e la politica, nonostante la necessità lo porti a lavorare prima come corrispondente per le Assicurazioni Generali e poi come agente di commercio. In una memoria stesa in tarda età, definirà gli appuntamenti serali con i favillatori come le ore più belle e gradite della sua vita17. La miccia dei suoi ideali politici era stata accesa qualche anno prima dai moti del 1830 e da un singolare incontro avvenuto l’anno successivo con alcuni prigionieri politici polacchi, i quali si trovavano a Trieste in attesa di essere trasferiti in America.

Il giovane patriota balza agli onori della cronaca nel 1848, quando Trieste deve eleggere due deputati da inviare alla Dieta di Francoforte, organo assembleare della Confederazione germanica. Per ragioni di censo, egli si trova compreso tra i cittadini aventi diritto al voto. I candidati del governo, Karl Ludwig von Bruck (fondatore del Lloyd austriaco) e Friedrich Moritz von Burger (futuro governatore del Litorale), passerebbero facilmente se non fosse per la strenua opposizione di Hermet, che chiede con fermezza l’elezione di rappresentanti triestini in luogo dei due austriaci proposti. Il suo intervento sortisce l’effetto di sospendere la seduta e di rinviarla al giorno successivo al Teatro Corti (di cui è proprietario). I candidati di Vienna passano ugualmente, ma Hermet riesce nel suo duplice intento di protestare contro l’aggregazione di Trieste alla Confederazione germanica e di suscitare “un po’ di risveglio nella vita pubblica”. Cercherà di dare un seguito a questi episodi, fondando un’associazione di stampo politico, la Società dei Triestini, la quale raccoglie adesioni importanti, ma è costretta a chiudere i battenti per l’incalzare della reazione. Hermet si determina dunque a dare voce ai propri ideali in altro modo, tornando al giornalismo. Nasce così il progetto di riportare in vita il periodico in cui egli stesso era cresciuto e che tanto aveva significato per il liberalismo triestino.

3.2 La prima annata (1850): la questione della lingua e la censura della polizia

L’11 settembre 1850 esce il primo numero della nuova Favilla, con il sottotitolo “Giornale di cose patrie e varietà” e il consueto motto “Poca favilla, gran fiamma seconda”. Ne è redattore il tipografo vicentino Camillo Lustro, secondo l’usanza invalsa all’epoca di non esporre direttamente il fondatore del periodico. Il giornale ricorda il suo predecessore anche nella foggia: due colonne per pagina, nessuna illustrazione. Si tratta di un bisettimanale di quattro facciate, in uscita il mercoledì e la domenica e che fin dal suo debutto annuncia espressamente di volersi occupare di vicende cittadine (“cose patrie”) e varietà (in primis teatro e letteratura). Più precisamente, la nuova Favilla si propone di seguire le riunioni del consiglio comunale, l’amministrazione della giustizia nei tribunali triestini e, ovviamente, le lettere, “tenendo desto l’amore per la lingua e la letteratura nazionale”.

Di particolare interesse appare la spiegazione del nome del giornale. Invece di un semplice richiamo alla precedente edizione della Favilla, la prima pagina del nuovo periodico di Hermet pone l’accento sulla necessità di alimentare e ravvivare presso la popolazione la “scintilla” dell’amore per il vero e la conoscenza. “Questo titolo, di modesto bensì, ma pur vastissimo significato, ci permetterà d’occuparci della educazione morale e civile del popolo, della sua istruzione e del miglioramento delle sue condizioni, delle pubbliche istituzioni esistenti tra noi, delle belle lettere, delle belle arti, dei pubblici trattenimenti”. Per quanto nello stesso articolo di presentazione il giornale rifugga espressamente dalla politica, si capisce che quello della Favilla non è un programma puramente culturale. Invero, i cenni alle lettere e alle arti sembrano un escamotage atto ad evitare eccessivi sospetti da parte delle autorità austriache, le quali nutrono una forte diffidenza verso ogni nuova iniziativa editoriale, tendendo a scorgevi un fine antigovernativo o addirittura sovversivo. Nel caso della rinata Favilla, il dichiarato interesse per l’incivilimento del popolo e la sua istruzione, come si vedrà a breve, annuncia un diffuso impegno sul versante della difesa dei diritti nazionali.

Nel 1850” racconta Francesco Hermet “fondai un foglio politico che usciva due volte per settimana, ed era intitolato La Favilla. Nei primi tempi vi collaboravano egregie persone tanto di qui quanto del Veneto, dell’Istria e del Goriziano. Queste però dovettero ben presto ritirarsi dinnanzi ai rigori della reazione, che incalzava sempre più…”. Per una migliore comprensione degli eventi, occorre considerare il periodo storico in cui Hermet tentava la sua avventura nel giornalismo, guardando sia alla situazione generale dell’impero austriaco che a quella triestina.

Quanto all’Austria, il decennio intercorrente tra la fine della rivoluzione del 1848 e il 1859-60 è contraddistinto da una politica di tipo neo-assolutista. L’esigenza di mantenere l’integrità territoriale dell’impero, seriamente messa a rischio dalle rivolte italiane e ungheresi, e la parallela necessità di fronteggiare richieste politiche sempre più pressanti, spingono il giovane imperatore Francesco Giuseppe ad optare per un sistema di governo che accentri maggiormente i poteri nelle sue mani. Si torna dunque – o meglio, si regredisce – alla monarchia assoluta, cancellando gran parte delle libertà precedentemente riconosciute dalla costituzione del 1848, a cominciare dalla stampa, la quale diventa oggetto di restrizioni e controlli sempre più serrati ad opera della polizia.

Quanto a Trieste, la città gode di misure più favorevoli rispetti ai principali centri del limitrofo Lombardo-Veneto, ancora soggetto allo stato d’assedio. Nel capoluogo giuliano viene mantenuto provvisoriamente il comando supremo della marina, dopo che gli eventi del 1848 avevano destituito Venezia dalla sua posizione centrale nella Kriegsmarine asburgica. Al contempo, come contropartita per il tepore mostrato di fronte alle sirene liberali degli anni precedenti, Trieste viene dotata di un nuovo statuto che ricostituisce, con certe limitazioni, la vecchia autonomia municipale18. Al consiglio comunale viene dato il carattere quasi parlamentare di dieta provinciale e nel settembre del 1850 si tengono le elezioni dei suoi membri. La rinata Favilla fa la sua comparsa proprio in questi giorni. Il secondo numero di domenica 15 settembre, infatti, si trova a commentare gli esiti della recente tornata elettorale, dove i due schieramenti, liberale e filogovernativo, si sono pressoché equivalsi, con una leggera prevalenza del secondo sul primo. Bastano poche righe dell’articolo che campeggia in prima pagina per capire che La Favilla sarà essenzialmente un giornale d’opposizione, che vigilerà sull’attività del nuovo consiglio a difesa del “sentimento nazionale” della città, “negletto, ottuso e imbastardito” dalle precedenti amministrazioni.

Nel quarto numero del 22 settembre viene affrontata per la prima volta la questione della lingua d’insegnamento nel ginnasio, con l’augurio che la neoeletta rappresentanza municipale decida di battersi per la causa. Nel sesto numero del 29 settembre si riporta la notizia dell’aiuto economico offerto dai triestini alle vittime di una recente alluvione nel bresciano, un gesto interpretato non solo come una manifestazione di pietà, ma anche come espressione di un sentimento “che porta irresistibilmente a fraternizzare coloro che hanno comune il cielo, il linguaggio, i costumi e la storia… Questa occasione dissuada una volta quei tali i quali vorrebbero tuttavia render per sempre straniera Trieste all’Italia”. Nel settimo numero del 2 ottobre viene apertamente contestata la decisione delle autorità di proibire la distribuzione in città della Concordia di Torino, giornale piemontese con cui La Favilla aveva esercitato il cambio. In queste prime uscite, pur mantenendo un registro prudente, Hermet non pare curarsi molto delle opinioni di chi potrebbe metterlo a tacere. Il che, come vedremo, non rimarrà senza conseguenze.

L’articolo d’apertura del 13 ottobre, intitolato Polemica, è una delle più appassionate difese della nazionalità di Trieste che si rinvengono nel periodico. In questo pezzo viene aspramente criticato un corrispondente del Lloyd di Vienna, il quale, nell’affrontare la questione della lingua d’insegnamento nelle scuole pubbliche triestine, aveva negato con decisione l’italianità della città, definendo quest’ultima un “microcosmo” di tutta l’Austria e bollando come puramente accidentale e convenzionale il fatto che la lingua italiana fosse la più diffusa in città.

Ecco la replica: “No, signor corrispondente, e voi tutti o signori del Lloyd di Vienna o di Trieste, noi cinquantamila triestini non parliamo l’italiano né per accidente né per convenzione; lo parliamo perché è cosa nostra, propriamente nostra… E questo preziosissimo tesoro della nostra nazionalità e della lingua nostra noi lo teniam caro e caro lo terremo e ci stringeremo ad esso e lo porteremo in trionfo e non lo abbandoneremo giammai, a dispetto della tricolore germanica che un dì si volle inalberare sul nostro castello, a dispetto del bastardo sistema d’istruzione che si vorrebbe tuttora conservato…”.

Significativamente, nello stesso numero il periodico è costretto a pubblicare una nota della polizia, dove si dà atto di un’indagine avviata presso la Procura di Stato nei confronti della redazione del giornale per un’asserita violazione della normativa in materia di stampa. Oggetto della contestazione è un articolo della precedente settimana, dove viene messa in dubbio la correttezza dell’operato della polizia nella gestione dell’ordine pubblico.

Questo non impedisce tuttavia alla Favilla di mantenere la sua impostazione polemica e patriottica, specialmente sulla questione della lingua. Nuovo bersaglio, nel numero 15 del 30 ottobre, è la germanizzazione della marina austriaca, a seguito del trasferimento del comando supremo da Venezia a Trieste. La rivoluzione veneziana del biennio 1848-49 costrinse l’Austria a “de-venetizzare” la marina, fino ad allora ufficialmente nota come “austro-veneta” e da quel momento in avanti chiamata semplicemente “austriaca”. Il cambiamento, tuttavia, non fu solo nel nome: negli equipaggi, infatti, il tedesco venne elevato al rango di lingua ufficiale, al punto tale che, secondo una corrispondenza dell’Osservatore triestino del 1850, dai bastimenti non si udiva più una parola d’italiano. La Favilla trae spunto da questa testimonianza – vera o falsa che fosse – per affermare che germanizzare la marina equivaleva a snaturarla: “L’Austria … se non venga un nuovo cataclisma universale a cambiar la sua forma topografica, non può aver altra marina che italiana, perché non ha altro mare che italiano, non ha altre coste che italiane, non ha altri naviganti che italiani, non ha altri cantieri, altri arsenali, altri porti che italiani”.

Il 3 novembre il periodico di Hermet inserisce in prima pagina una poesia dal titolo La popolana triestina, i cui versi, leggeri ma pungenti, ribadiscono lo stretto legame tra la città e la lingua italiana, esecrando ogni avverso tentativo di snazionalizzazione. Eccone il testo:

Giovinetta, che lingua sai parlare?”

Son di Trieste e parlo l’italiana –

Ma se ti fanno slava diventare

O ti vorran della nazion germana,

A che ti gioverà, fanciulla bella,

La tua nativa italica favella?”

Mia madre m’insegnò poiché son nata

A dirle madre ed a pregare Iddio

In questa lingua che ho sempre parlata

Alle amiche, ai parenti e all’amor mio;

E se ignoro la slava e la germana,

Se parlo l’italian, sono italiana.

Non credo così crudi i forestieri

Ch’hanno fra noi ricetto e che ospitiamo

Da volerci rapir lingua e pensieri

E l’amore di tutto ciò che amiamo;

Poichè è retaggio che da Dio sol viene

La lingua e la nazion cui s’appartiene.

Dal tempio di San Giusto ai lazzaretti,

I canti dei fanciulli che ascoltiamo,

Le preghiere dei nostri poveretti,

Le lapidi che ai morti noi ponghiamo,

Non palesa abbastanza ad ogni estrano

Che il popol a Trieste è italiano?

Che se una parte degli abitatori

Di queste a noi limitrofe campagne,

Se poveri ed ignari agricoltori

Parlan strane favelle e discompagne;

Ha Trieste e l’adriatica riviera

Itala lingua e civiltà primiera

Nello stesso numero, il giornale risponde alle critiche di chi lo definisce antitedesco, replicando di non avere in odio la Germania, ma di lottare “contro l’invasione e il predominio dell’elemento germanico in terra che germanica non è”.

Il tema caldo resta dunque quello della lingua e dell’identità nazionale, un binomio inscindibile per la redazione della Favilla, che dopo alcune pubblicazioni torna a battere sulla questione dell’insegnamento. Nell’articolo Istruzione pubblica del numero 18 si evidenzia infatti l’assurdità di costringere i ragazzi triestini a dei corsi pre-universitari in tedesco, quando quelli universitari (presso l’ateneo di Padova) si svolgono in lingua italiana. Analoghi concetti vengono espressi nel numero 23 del 27 novembre, dove si proclama a chiare lettere: “Noi domandiamo che a Trieste la lingua d’insegnamento in tutte le pubbliche scuole sia esclusivamente la italiana, unendovi però lo studio obbligatorio della lingua tedesca”. Il 1° dicembre si osa ancora di più: in prima pagina viene citata una voce secondo la quale il governo di Vienna avrebbe comunicato alla Luogotenenza del Litorale la volontà di mantenere il tedesco come lingua d’insegnamento del ginnasio. Il pezzo, dal titolo Una cattiva nuova!, è un latente attacco al governo austriaco, nonché un invito alla popolazione a protestare contro quello che viene definito un “danno” alla cittadinanza triestina. Per la Procura di Trieste è davvero troppo. Il giorno successivo viene ordinata la sospensione del giornale, colpevole di aver espresso considerazioni di natura politica quando si sarebbe dovuto limitare a trattare di “cose patrie e varietà”. Alla redazione è imposto il pagamento di una salatissima cauzione, che all’epoca doveva essere versata da tutti i giornali che avessero voluto affrontare argomenti politici. Hermet e i suoi soci si trovano pertanto a un bivio: pagare la somma richiesta, tenendo in vita la rivista, o sparire dal mondo della carta stampata dopo nemmeno tre mesi di pubblicazione.

3.3 La seconda e la terza annata (1851-52). I processi penali a Francesco Hermet e collaboratori e la chiusura del giornale

Occorrono alcune settimane per raccogliere l’importo della cauzione, ma alla fine, anche grazie al generoso aiuto di molti abbonati, l’obiettivo viene raggiunto. Il giornale torna dunque in libreria19 il 9 febbraio 1851, con un formato più grande e un nuovo sottotitolo: da “Giornale di cose patrie e varietà” si passa infatti a “Giornale di politica e cose patrie20. Almeno inizialmente, la redazione decide di perseverare nelle proprie battaglie, insistendo per l’istituzione di un ginnasio italiano in città. A tale argomento, specialmente nei primi mesi del 1851, vengono dedicati diversi articoli dal tono risoluto e accorato. Il pagamento della cauzione, tuttavia, non è un lasciapassare per la piena libertà d’espressione, che di fatto, in regime di censura, non può esistere. Paradossalmente, nonostante il nuovo status di giornale politico, La Favilla è costretta ad osservare una linea editoriale più accorta. Dopo le ammonizioni e la sospensione dell’anno precedente, infatti, la polizia triestina alza inevitabilmente il livello di guardia. E non è l’unica a farlo: il maresciallo Radetzky arriva addirittura a vietare la distribuzione del giornale nel Regno Lombardo-Veneto21. A preoccupare il vecchio comandante, probabilmente, non era tanto la diffusione delle idee patriottiche e liberali agitate dalla Favilla, quanto il fatto che simili idee circolassero pure a Trieste: i sudditi veneti e lombardi avrebbero potuto trarne il convincimento che la città giuliana non fosse poi così fedele alla corona, contrariamente a quella che allora era un’opinione diffusa, specie negli ambienti conservatori e filoasburgici.

In termini di vendite, il veto alla diffusione nel Lombardo-Veneto rappresenta un freno non indifferente all’azione del foglio, il quale cerca di tenersi in piedi finché i fondi e le circostanze lo permettono. I grattacapi, tuttavia, non si fanno attendere. Nel novembre 1851, ad esempio, il giornale riceve un’ammonizione scritta dal Luogotenente del Litorale Franz Wimpffen. Il tenore delle contestazioni rivolte ad Hermet e a suoi è decisamente indicativo del clima di oppressione vigente all’epoca. La redazione della Favilla, infatti, viene richiamata per “la tendenza perseverante” a destare “malcontento col presente ordine delle cose”, “infondate inquietudini” e “diffidenza nelle misure del governo22. L’anno della stretta contro il giornale è però il 1852, quando la Procura di Trieste intenta un processo politico a Francesco Hermet con l’accusa di ingiurie verso il sovrano. L’incriminazione è dovuta a un articolo inserito nel numero 122 del 21 gennaio, tratto a sua volta da un pezzo pubblicato sul Corriere Italiano, giornale in lingua italiana che si stampava a Vienna con sostegno e finanziamento governativi. Il passaggio contestato è la notizia di un discorso pronunciato a New York dal patriota ungherese Kossuth, il quale si era riferito genericamente ai sovrani europei con l’appellativo infamante di “despoti”. La redazione della Favilla viene pertanto accusata di aver ingiuriato l’imperatore d’Austria, offendendo il rispetto a lui dovuto. Dapprima viene incolpato e convocato il nuovo redattore responsabile del foglio, Giovanni Battista Pagani, il quale però se la cava indicando Francesco Hermet quale autore dell’articolo. Nessun avvocato accetta la difesa di Hermet, probabilmente per paura. Davanti al magistrato, il patriota triestino sostiene la sua innocenza in modo singolare, con argomentazioni argute e osservazioni sarcastiche, come egli stesso racconta nelle proprie memorie23: “Il giudice istruttore era un nostro triestino il consigliere Ravasini, degno galantuomo. I miei mezzi di difesa consistevano nel foglio originale del Corriere Italiano e nel vocabolario della lingua italiana del Bazzarini. Dettai oltre a dieci pagine di roba facendo ridere a crepapelle il mio giudice che mi diceva: “la diga, la diga, la vada avanti, bello, bello!”. Erano canzonature sulla circostanza abbastanza bizzarra di un giornale incriminato che il Governo pagava e sul significato del vocabolo “despota” che il Bazzarini decifrava: “dignità dell’impero greco”, sul titolo assunto e dato comunemente dallo czar di autocrate di tutte le Russie, su quello prediletto del Sultano, Padiscià, cioè “Re dei Re”, e finalmente ciò che in senso giuridico riuscì decisivo, feci cenno della patente sovrana del dicembre 1851, con cui l’imperatore aveva dichiarato di riassumere in sé tutti i poteri dello Stato. L’esito di questa difesa fatta a modo mio fu soddisfacentissimo. La procura desistette dal processo e nel decreto di desistenza si pregava la redazione di non far cenno dell’avvenimento sul giornale24.

La vicenda giudiziaria si conclude favorevolmente ad Hermet, ma rappresenta un campanello d’allarme che non può essere ignorato, al pari delle nuove ammonizioni che giungono dalla Luogotenenza e, soprattutto, delle pene che vengono invece comminate il 17 agosto 1852 a carico di due collaboratori del giornale, Camillo Lustro e Filippo Lodoletti. Con il riconoscimento di violazioni della legge sulla stampa, il primo è condannato a otto giorni di arresto e a una multa di venti fiorini, il secondo a dieci giorni di arresto, inaspriti da due digiuni. La rivista, dopo aver assunto un profilo più grigio e rinunciatario, è pertanto costretta a chiudere, come ricorda lo stesso Hermet: “Il giornale si ridusse ad una semplice cronaca, ma anche questa non garbava per quanto fosse innocua, ed avute le tre ammonizioni che in quel tempo erano richieste per far morire i giornali di morte violenta, esso soggiacque all’inevitabile suo destino…25.

Il liberalismo triestino smette dunque di avere una voce nel mondo della stampa ed invano, negli anni immediatamente successivi, avrebbe cercato di recuperarla. Tutti i tentativi in tal senso vengono soffocati dalla polizia, dalla Procura di Stato e dalla Luogotenenza, le quali agiscono pressappoco alla stessa maniera: contestazioni formali, interrogatori, perquisizioni domiciliari, processi politici, fin a quando il redattore del giornale politicamente scomodo non desiste o addirittura non fugge dalla città per evitare arresti o maggiori complicazioni, come accaduto nel 1859 a Demetrio Livaditi e Leone Fortis, responsabili del giornale satirico-umoristico La Ciarla26.

Dal canto suo, Francesco Hermet preferisce uscire dai riflettori per qualche anno, tornando ad occuparsi quasi esclusivamente della sua professione di assicuratore. Non si tratta tuttavia di un ritiro dalla vita pubblica. Nel 1861 viene infatti eletto in consiglio comunale, ovvero nello stesso organo politico che un decennio prima si era proposto di seguire scrupolosamente dalle colonne del suo periodico. Nei panni di consigliere, prosegue la sua campagna per l’introduzione dell’italiano come lingua d’insegnamento e, in seguito, per l’apertura di un’università italiana a Trieste. Ma è soltanto una parte dell’impegno civico da lui profuso: a mero titolo esemplificativo, citiamo la sua elezione nel 1869 a deputato del Consiglio dell’Impero e la fondazione, sempre sul finire degli anni Sessanta, di un nuovo giornale di stampo liberale e nazionale, Il Cittadino.

Francesco Hermet muore a Trieste il 16 febbraio 1883.

In tarda età, ricordando il processo subito ai tempi della Favilla, poteva affermare con soddisfazione e senso di rivincita: “Nello stadio del processo inquisitorio ebbi campo d’ispezionare la cosidetta fedina politica, che mi concerneva. Dopo il solito “incensurato” questa letteralmente suonava: “Fanatico partigiano della sognata indipendenza italiana”. Nè io era un fanatico né l’indipendenza italiana era un sogno. Ma ciò, che era vero in quell’epoca e lo è anche adesso, è che io, con tutte le forze dell’animo mio desiderava si realizzassero le aspirazioni degli italiani nutrite da 10 secoli. E ciò è avvenuto.27

Giovanni Pistolato

NOTE

1 Per un’introduzione sul clima sociale, politico ed economico della Trieste risorgimentale, si consigliano i seguenti testi: Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982, pag. 18 e ss.; a cura di Grazia Tatò, Trieste, Gorizia e l’Unità d’Italia, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Stella Arti Grafiche, Trieste, 2012.

2 Sigismondo Bonfiglio, Italia e Confederazione germanica: studi documentati di diritto diplomatico storico e razionale intorno alle pretensioni germaniche sul versante meridionale delle Alpi, Paravia, Torino-Milano, 1863; Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Edizioni Lint, Trieste, 1976, vol. II, pag. 300. Si tenga presente che l’appartenenza di Trieste alla Confederazione germanica rimase ignota alla cittadinanza fino al 1848. Alcune interessanti fonti sulla Confederazione germanica e sulla sua fredda accoglienza a Trieste e in Istria sono contenute in Francesco Salata, Il diritto dell’Italia su Trieste e l’Istria: documenti, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1915.

3 Lo storico Attilio Tamaro cita un rapporto imperiale del 1718 – di poco precedente alla proclamazione del porto franco – nel quale si esprime l’intenzione di fare di Trieste “eine Tür von Teuschland”, una porta della Germania (Attilio Tamaro, op. cit., vol. II, pag. 175). Si tratta di un riflesso della cosiddetta “politica dei valichi” perseguita già nel Medioevo dai sovrani tedeschi, che dal X secolo avevano cercato di tenersi una strada aperta verso l’Italia (Gioacchino Volpe, Albori della nazione italiana, in Momenti di storia italiana, Vallecchi, Firenze, 1952, pp. 35-38; Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Editori Laterza, Roma, 2002, pp. 85 e 144). Trieste rimase un obiettivo geopolitico tedesco fino alla Seconda guerra mondiale: dopo l’8 settembre 1943, la Germania istituì la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (comprendente il Friuli, la Venezia Giulia e Lubiana) in vista di una sua futura annessione al Reich.

4 Attilio Tamaro, op. cit., vol. II, pag. 178 e ss.

5 Un interessante excursus storico sulle scuole pubbliche di Trieste dalle origini fino alla metà dell’Ottocento si trova nel verbale della decima seduta pubblica del consiglio municipale di Trieste tenutasi il 18 febbraio 1862, consultabile in Verbali della Delegazione Municipale di Trieste, Tipografia del Lloyd Austriaco, Trieste, 1865, pag. 3 e ss. L’episodio della richiesta avanzata dai triestini nel 1848 è riportato anche da Bernardo Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Treves-Zanichelli, Trieste, 1924, pag. 485.

6 Aldo Tassini, La difesa della lingua materna nell’insegnamento, contesa dall’Austria, nella Rassegna Storica del Risorgimento, 1951, pag. 667 e ss.

7 Sull’argomento, cfr. Cesare Pagnini, I giornali di Trieste. Dalle origini al 1959, Centro Studi, Milano, 1959, pag. 63 e ss.; Giovanni Quarantotto, Le origini e i primordi del giornale letterario triestino La Favilla, nell’Archeografo Triestino, Trieste, III serie, vol. X, 1923, pp. 169-237; Giuseppe Caprin, Tempi andati. Pagine della vita triestina (1830-1848), Stabilimento Artistico- Tipografico G. Caprin edit., Trieste, 1891, pag. 79 e ss.; Giorgio Negrelli, Una rivista borghese nell’Austria metternichiana, nella Rassegna Storica del Risorgimento, 1978; Giorgio Negrelli, La Favilla (1836-1846). Pagine scelte della rivista, Del Bianco Editore, Udine, 1985.

8 Antonio Madonizza nacque a Capodistria l’8 febbraio 1806 e si laureò in legge a Padova, esercitando la professione di avvocato prima a Trieste e poi nella sua città natale. Si dedicò anche alla politica, venendo eletto come deputato all’Assemblea costituente di Vienna nel 1848. Nel 1867, a più di trent’anni di distanza dalla fondazione della Favilla, Madonizza si tuffò nuovamente nel giornalismo, comparendo tra gli ideatori della rivista La Provincia dell’Istria. Morì a Parenzo il 1° settembre 1880 (sulla figura di Madonizza, cfr. Giorgio Negrelli, voce Madonizza Antonio, in Österreichisches Biographisches Lexikon, 1972, pp. 402-403).

9 Domenico Rossetti fu una delle più eminenti personalità triestine tra il Settecento e l’Ottocento. Nato il 19 marzo 1774, si dedicò fin da giovane alla vita pubblica della propria città, alla promozione di svariate attività culturali e alla sua professione, l’avvocatura. Nel 1810 fondò la Società del Gabinetto di Minerva, la più importante associazione culturale cittadina, alla quale affiancò una rivista storiografica, l’Archeografo Triestino, pubblicata ancora oggi. Morì a Trieste il 29 novembre 1842 (sulla figura di Rossetti, cfr. Simone Volpato, voce Domenico Rossetti De Scander, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, volume 88, 2017).

10 Giovanni Quarantotto, La Favilla e la polizia austriaca, nell’Archeografo Triestino, Trieste, III serie, vol. XVI (1930-31), pp. 199-214.

11Poca favilla gran fiamma seconda” è un verso del primo canto del Paradiso di Dante. Esso sta a significare che anche dalle piccole azioni (“poca favilla”) possono scaturire grandi eventi (“gran fiamma seconda”). La frase, divenuta proverbiale, viene citata il più delle volte come monito a considerare attentamente le possibili conseguenze della propria condotta. In questo caso, tuttavia, il significato è palesemente augurale. Lo stesso motto verrà ripreso nel 1850 da Francesco Hermet nella nuova edizione del giornale.

12 Alla figura di Francesco Dall’Ongaro è dedicato l’articolo di Domenico Rossi Francesco Dall’Ongaro, patriota mazziniano. Il percorso politico, civile, letterario e rivoluzionario, pubblicato nel numero 10 dei Quaderni del Risorgimento a cura dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Treviso, pagg. 42-62.

13 Cesare Pagnini, op. cit., pag. 73.

14 Giovanni Quarantotto, op. cit., pag. 211.

15 I numeri di questa prima edizione della Favilla sono consultabili online tramite l’emeroteca digitale della Biblioteca Nazionale Austriaca all’indirizzo https://anno.onb.ac.at/

16 Sul tema della censura e della stampa in Austria dopo il 1848, cfr. Cesare Pagnini, op. cit., pag. 87 e ss., e Giovanni Pistolato, “A Trieste, mia città natale”. Storia dello scrittore Demetrio Livaditi e del giornale triestino La Ciarla, Editrice Storica, Treviso, 2018, pag. 73 e ss.

17 Le memorie di Francesco Hermet che si citeranno di qui in seguito sono tratte da Marino Szombathely, Le memorie autobiografiche di Francesco Hermet, nella Porta Orientale, Febbraio 1933, Anno III, Fasc. 2. Per tutte le altre informazioni biografiche, la fonte di riferimento è Michele Gottardi, voce Francesco Hermet in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 61, 2004.

18 Roberto Spazzali, L’Unità d’Italia a Trieste, città dell’impero asburgico (1861-1919) in Trieste, Gorizia e l’Unità d’Italia, a cura di Grazia Tatò, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Stella Arti Grafiche, Trieste, 2012, pag. 15 e ss.

19 Al tempo non erano ancora diffuse le edicole e la legge austriaca in materia di stampa vietava la vendita a mezzo strilloni. Solo i librai muniti dell’apposita licenza potevano distribuire i periodici.

20 Sempre nella prima pagina di questo numero, viene pubblicato integralmente il testo del provvedimento di sospensione precedentemente adottato dalla Procura di Stato.

21 Cesare Pagnini, Dei giornali triestini del decennio di preparazione ed in particolare della Ciarla, nella Rassegna storica del Risorgimento, 1952, n. 4, pag. 700.

22 La Favilla, numero 103 del 16 novembre 1851. Il testo dell’ammonizione è pubblicato in prima pagina per ordine dell’autorità.

23 Marino Szombathely, op. cit., pp. 108-109.

24 Riferimenti al processo si trovano nelle seguenti opere: Cesare Pagnini, I giornali di Trieste dalle origini al 1959, Centro Studi, Milano, 1959, pp. 165-166; Nereo Salvi, Fonti e documenti per la storia dell’irredentismo giuliano. I processi politici dal 1850 al 1860, nell’Archeografo Triestino, Trieste, serie III, vol. XXXIII (1960-61), pp. 119-121; Giuseppe Stefani, Cavour e la Venezia Giulia. Contributo alla storia del problema adriatico durante il Risorgimento, Le Monnier, Firenze, 1955, pag. 72.

25 I numeri della Favilla di Francesco Hermet (1850-1852) sono conservati presso la Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste. L’ultimo numero uscito è il 184 del 25 agosto 1852, pubblicato a circa una settimana di distanza dalle condanne di Lustro e Lodoletti.

26 Giovanni Pistolato, op. cit.

27 Francesco Hermet, Ai miei elettori! Lettera aperta, Tipografia di G. Balestra & C., Trieste, 1879.

“Il povero musicante”, Franz Grillparzer

Il povero musicante (conosciuto anche come Il povero suonatore) è uno dei pochissimi testi in prosa lasciatoci dal grande poeta austriaco Franz Grillparzer (1791-1872). Le prime pagine del libro – ambientato nella Vienna dell’Ottocento – sono dedicate a una meravigliosa festa popolare che si teneva in piena estate sulle rive del Danubio: la sagra di Santa Brigida. L’incipit è veramente una chicca: alla maniera elegante degli scrittori dell’epoca, ci viene offerto lo sguardo su una realtà paradisiaca, da paese dei balocchi. Nella festa di Santa Brigida, infatti, danza, vino, buoni bocconi e fuochi d’artificio danno vita a un’atmosfera incantata, quasi surreale, dove non esistono differenze sociali e tutte le sofferenze sono dimenticate. Il quadro è dei più idilliaci, una vera esaltazione della gioia di vivere viennese. Tutto sembra apparecchiato per una storia allegra e spensierata, quando il nostro autore finisce per concentrarsi su un particolare dal sapore amaro: un povero, anziano violinista che dietro al suo vecchio leggio suona sempre la stessa inconsistente melodia, suscitando l’ilarità dei presenti, i quali non lo degnano neppure di un’elemosina. Il suo contegno estremamente dignitoso e alcune parole in latino stimolano però la curiosità di un passante, che vi intravede il segno di un trascorso ben più nobile di quell’esistenza oscura. Dalla conversazione tra i due scaturisce il vero racconto, quello della gioventù del povero suonatore e di un amore perduto anni addietro per inettitudine e ingenuità.
Pagina dopo pagina, si delinea una malinconica novella sentimentale, dalle sfumature fiabesche, dove affiorano alcuni dei temi tipici di questo genere letterario: un padre dispotico, un’educazione dura e severa, una quotidianità grigia e insieme a tutto questo una promessa di redenzione, anzi due: la musica e una ragazza. La ragazza purtroppo resta un miraggio, e la musica, senza amore, assume i connotati di una lamentosa e nostalgica rievocazione.
Il protagonista del libro è a sua volta un personaggio ricorrente nella produzione letteraria austriaca di fine impero: un uomo riservato, umile, dai modi signorili ma decisamente poco pragmatico. Un personaggio che con alcune modifiche e un’indagine psicologica molto più accentuata sarebbe poi entrato anche nella nostra letteratura grazie all’opera di Italo Svevo: l’inetto. Contraddistinto da una deprimente incapacità di vivere e da un costante timore per l’azione, l’inetto è generalmente una persona animata da buoni valori e propositi, ma che a causa di un’irrimediabile inconcludenza finisce ai margini della sua stessa vita, rimanendone spettatore impotente.
Nell’opera di Grillparzer questa caratterizzazione acquisisce dei tratti forse esagerati, ai limiti del patetico. Come sempre in questi casi, occorre tenere a mente il gusto e la morale dell’epoca, dove la rinuncia e l’umiliazione di sé (entro una certa misura) potevano ricordare la figura di un santo o comunque quella di un buon cristiano.
Tradotto in italiano dal germanista Ervino Pocar, Il povero musicante di Grillparzer è stato stampato per anni dalla Mondadori. Al momento l’unica edizione in commercio è quella della Passigli (sempre con la traduzione di Pocar).

Conversazioni di Nassau William Senior con Daniele Manin (I parte)

Tra il 1848 e il 1852 l’economista inglese Nassau William Senior ebbe modo di conversare a Parigi con alcuni rilevanti personaggi dell’epoca, fra cui il patriota italiano Daniele Manin, protagonista dell’insurrezione veneziana del 1848-49. Manin si trovava a Parigi a seguito del suo esilio decretato dall’Austria nel 1849. Le conversazioni di Nassau Sr sono state trascritte in due volumi pubblicati dalla figlia nel 1878 sotto il titolo di Conversations with M. Thiers, M. Guizot and other distinguished persons during the second empire. I dialoghi con Manin, che presentano alcuni spunti interessanti sia sul ‘48 veneziano sia sulle prospettive del movimento nazionale italiano, sono riportati in lingua inglese, nonostante si fossero presumibilmente tenuti in francese.

Non esistendo una versione italiana del testo, ho tradotto dall’originale i passi più rilevanti. Nel dialogo che segue, Manin e Nassau Sr discutono inizialmente degli effetti della dottrina politica dell’eguaglianza, senza risparmiare critiche a quella che era comunque da loro considerata un’innovazione positiva. Dal canto suo, Nassau Sr afferma che “la proclamazione dell’uguaglianza, l’abolizione dei privilegi, il livellamento delle piccole aristocrazie – alcune regnanti, altre nobili, altre commerciali, altre ancora ecclesiastiche o municipali – che in passato costellavano l’Europa può anche essere stata una benedizione, ma non sotto tutti i punti di vista. Ha distrutto tutti quei piccoli nodi di resistenza che tenevano sotto scacco le grandi autorità centrali. Ha cancellato le ambizioni e le rivalità locali che favoriscono la nascita di grandi uomini anche in piccole comunità”.

Manin concorda, affermando a sua volta che “l’uguaglianza non ha generato libertà. Forse l’ha diminuita. Allo stesso tempo, ha probabilmente ridotto tutto il precedente carico di oppressione. Prima del 1789 il sovrano aveva molti meno poteri, ma i signori locali ne avevano molti più di ora. E dal momento che questi erano centinaia, il popolo, inteso come massa distinta dall’aristocrazia, ci ha probabilmente guadagnato”.

Segue a questo punto una domanda di Nassau Sr, che riguarda da vicino Venezia, il Veneto e gli effetti portati in queste terre dal ridimensionamento dell’antica aristocrazia lagunare.

Senior – In termini politici, qual è stato il guadagno e la perdita nei territori veneziani?

Manin – Il nobile veneziano è sempre stato oppresso, prima dal Consiglio dei Dieci1 ed ora dalla polizia austriaca. Tuttavia si è sempre consolato al pensiero di essere parte integrante del potere costituito. Una compensazione ancora maggiore l’ha avuta nel sentirsi uno degli attori principali di un’illustre compagine che è stata potente e gloriosa per più di un millennio. Occorre tenere presente, ad ogni modo, che a Venezia c’è sempre stato poco spazio per la libertà individuale o per la gloria del singolo. La città ha compiuto grandi imprese, ma ha generato pochi uomini di alto spessore. La gelosia di Venezia sembra aver costretto i suoi eroi a desiderare l’oblio più che il successo personale. Ma il popolo era felice e soddisfatto sotto il suo potere. Anche le città della terraferma – nonostante versassero in una situazione che definiremmo penosa, ovvero la soggezione a un’aristocrazia lontana – ricordano con nostalgia il dominio veneziano. Venezia consentiva loro di trattare i propri affari sotto un Podestà2, che gli veniva inviato ogni anno. Le tassava parecchio, le proteggeva, di fatto le trattava come voi trattate le vostre colonie. Quando l’Austria se ne andrà non lascerà nulla di simile.

Senior – E che cosa contestate maggiormente all’Austria?

Manin – La nostra principale contestazione è che gli austriaci sono tedeschi, mentre i veneti sono italiani, e questi popoli sono divisi da una totale antipatia. Noi li reputiamo inferiori quanto a intelligenza, morale, civiltà e coraggio; in breve, sotto ogni aspetto, esclusa la forza bruta3. Li disprezziamo tanto quanto gli inglesi disprezzano gli irlandesi. Se voi foste governati dagli irlandesi, li odiereste tanto quanto noi odiamo gli austriaci. Sentiamo inoltre che il loro dominio viene da un mero furto, come quello che potrebbe commettere un mercante di schiavi quando acquista un nero strappato dalla sua terra. L’Austria non ci ha mai sconfitti in battaglia, non ha mai avuto alcuno scontro diretto con noi e quindi non ha nessun diritto su di noi. La Francia ritenne opportuno conquistarci solo perché era forte e noi eravamo deboli. Ma non voleva tenerci, così ci ha venduti all’Austria. Qualcosa di simile alla cessione della California.

Questo è la base della nostra opposizione al dominio austriaco.

Andando nello specifico, contestiamo la massiccia coscrizione che ogni anno ci priva dei nostri migliori contadini, rovinando la loro gioventù sotto un cielo tedesco, con un’uniforme tedesca e sotto un bastone tedesco. Contestiamo l’alta tassazione, i cui proventi sono tutti devoluti a finalità che non ci riguardano. Le entrate pubbliche di un Paese libero o indipendente sono una semplice porzione del reddito di tutti gli uomini impiegati dal governo centrale per il bene comune. I duecento milioni che Lombardia e Veneto inviano ogni anno a Vienna servono a pagare e mantenere i quattrocentomila uomini che tengono a bada l’Ungheria e la Galizia. Venezia è un porto franco, ma le città della terraferma lamentano che i loro commerci e consumi sono limitati da tassi proibitivi imposti per permettere a pochi miserabili artigiani boemi e tirolesi di trascinare un’attività ormai al collasso e per nulla remunerativa.

Contestiamo la preclusione di ogni carriera per i nostri giovani. Contestiamo che tutte le questioni attinenti al governo e all’amministrazione della nostra terra siano affidate a stranieri, che solitamente non conoscono la nostra lingua e che disprezzano sempre i nostri costumi. Sopra ogni cosa, contestiamo l’amministrazione della giustizia.

Senior – Credevo che l’amministrazione della giustizia nei domini dell’Austria fosse specchiata, per quanto severa.

Manin – Non è specchiata. Non potrebbe nemmeno esserlo, considerato che gli stipendi corrisposti a chi se ne occupa sono così bassi da impedire di viverci. E anche se fosse amministrata con onestà, le leggi resterebbero comunque intollerabili. In tutte le cause penali viene applicata la vecchia procedura inquisitoria tedesca; una procedura di cui non si sa nulla eccetto quello che si legge negli annali della Santa Inquisizione – un tribunale ingiustamente additato di aver dato inizio a un un sistema che nei fatti esisteva da tempo e che poi gli è sopravvissuto. Secondo questo sistema un uomo viene processato in sua assenza; non conosce l’accusa rivoltagli contro; non sa da chi venga o chi siano i testimoni. Tutto ciò che il tribunale gli dice è che deve essere consapevole della sua colpa e confessare. Ottenere una confessione è il trionfo di qualsiasi magistrato austriaco; e ogni mezzo di tortura morale, le torture fisiche di anni di prigionia, il cibo insufficiente e talvolta le percosse sono sovente usati per costringere l’accusato a confessare. Quanto alla giustizia civile, le complicazioni sono innumerevoli, le spese e i ritardi infiniti; le prove sono tutte scritte. Il giudice, un tedesco, raramente le capisce, spesso non le legge neppure, e una causa trascinata avanti per anni costringe le parti, ormai esauste, a un compromesso.

Circourt4 – E’ significativo che l’Austria si sia sempre premurata di impiegare italiani in Germania e tedeschi in Italia, arrecando pressapoco lo stesso danno ad entrambi i popoli.

Senior – Qual era il vero obiettivo dell’insurrezione veneziana?

Manin – Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri Stati italiani. Avremmo comunque accettato di divenire parte di un unico grande regno comprendente tutta l’Italia5.

Se Carlo Alberto si fosse presentato in modo disinteressato; se non avesse condotto una guerra personale per l’ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto null’altro che la cacciata dei barbari dall’Italia, consentendo agli italiani di occuparsi in autonomia dei propri affari, oggi penso che avrebbe anche potuto farcela. Ma le mie speranze svanirono non appena si volle annettere Milano. L’intero carattere della guerra era mutato. Kossuth, e successivamente il ministro di Ferdinando in Ungheria, poterono denunciare l’invasione piemontese come un insidioso tentativo di derubare l’Austria nel pieno della sua debolezza rivoluzionaria. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli si allarmarono. Videro che il Piemonte stava usando il pretesto di una guerra di liberazione per condurre una guerra di ambizione e conquista. Per ultimo, il popolo italiano perse il suo entusiasmo e ogni speranza. I piemontesi hanno fatto di Carlo Alberto un santo. Loro, forse, possono perdonargli il male compiuto; il resto d’Italia no.

1 Organo della Repubblica di Venezia costituito nel 1310 e durato fino al 1797. Era deputato a vigilare sulla sicurezza dello Stato.

2 In italiano nel testo.

3 Quelle di Manin sono parole dure, certamente più vicine al nazionalismo che al patriottismo romantico. Ad ogni modo, si consideri la condizione personale di quest’uomo, che dagli austriaci subì prima il carcere e poi l’esilio in Francia. Si conti peraltro che proprio nel viaggio verso Parigi perse sua moglie Teresa, vittima del colera. Il rancore di Manin verso l’Austria ne uscì esacerbato.

4 Adolphe de Circourt (1801-1879), diplomatico e storico francese presente alla conversazione tra Manin e Nassau Sr.

5 Questa dichiarazione ricorre spesso negli articoli di chi intende dimostrare una presunta estraneità del Veneto al movimento risorgimentale. Esiste infatti un filone minoritario, più vicino alla politica contemporanea che alla storiografia, secondo cui la rivoluzione veneziana del ‘48 avrebbe mirato unicamente alla restaurazione della repubblica veneta, difettando di qualsiasi ideale unitario. Senza elencare le innumerevoli fonti contrarie (per le quali non basterebbe un intero volume) e volendo soffermarsi unicamente sulla dichiarazione di Manin, è sufficiente osservare che:

a) non si parla di una repubblica veneta del tutto indipendente, ma confederata agli altri Stati italiani, quindi con una dieta e una costituzione comuni e una politica estera e militare condivisa;

b) nel 1848, la prospettiva di una confederazione italiana era rivoluzionaria rispetto agli ultimi 1300 anni di storia, che avevano sempre visto una penisola politicamente frammentata; in altri termini, parlare di confederazione all’epoca (differentemente da quanto accadrebbe oggi) significava auspicare una forma di unità e coesione nazionale, a parziale discapito degli interessi locali;

c) in ogni caso, non viene scartata l’ipotesi di un Stato italiano unito e centralizzato, per di più monarchico.

“Mendel dei libri”, Stefan Zweig

zweig

Siamo ai primi del ‘900 e a un tavolino del caffè Gluck di Vienna siede quotidianamente Jakob Mendel, “persona senza eguali e uomo leggendario”, capace di scovare il libro più strano nella più sperduta libreria antiquaria esistente. Non c’è volume che sfugga alla sua conoscenza enciclopedica, maturata in decenni di maniacale lettura, l’unica attività a cui abbia dedicato la propria esistenza. Oltre ai libri, però, Mendel non sa nulla del mondo ed è proprio questo innaturale distacco a giocargli un terribile scherzo, da cui non sarà più in grado di riprendersi, divenendo l’ombra di se stesso.
Pubblicato nel 1929,
Mendel dei libri è il racconto di un uomo travolto dalla Storia, la metafora di un mondo che inconsapevolmente viaggia spedito verso la propria fine, lasciando dietro di sé solo un ricordo sfocato. Una novella malinconica, dal sapore amaro, esempio di una celebre letteratura austriaca successiva alla Grande Guerra, capeggiata da Stefan Zweig e Joseph Roth, orfani della “belle epoque” asburgica.

“La corsa per Trieste”, Geoffrey Cox

coxNell’aprile del 1945, mentre la guerra contro la Germania nazista è ad un passo dalla conclusione, una colonna di mezzi militari alleati sfreccia per le strade del Veneto e del Friuli, gettata in avanti a capofitto verso la città di Trieste.

Si tratta della Seconda divisione di fanteria neozelandese, guidata dal generale Bernard Freyberg e “venuta in Italia dagli antipodi del mondo” dopo aver calcato le polverose strade della Grecia e le ardenti sabbie di El Alamein. Essa costituiva in quell’angolo d’Italia l’avanguardia dell’esercito anglo-americano che risalendo le valli del Po aveva sbaragliato le ultime difese dei soldati della Wermacht.

Una volta giunta in Friuli, la divisione neozelandese non ebbe più come obiettivo quello di sconfiggere le truppe tedesche, ormai in pieno disfacimento, bensì arrivare il prima possibile a Trieste, dove si stava precipitando anche la Quarta Armata Jugoslava, determinata ad occupare la città per incorporarla nella Repubblica Jugoslava del Maresciallo Tito.

La Venezia Giulia, assieme alla Boemia, era l’unica zona d’Europa in cui gli Alleati non avevano stabilito in anticipo una netta linea di demarcazione. Gli Jugoslavi puntavano quindi a prendere il possesso della regione per mettere il mondo davanti al fatto compiuto.

La marcia a ritmi serrati dei soldati “kiwi” (così chiamati per il nome di uno strano uccello senza ali che vive solo in Nuova Zelanda) e la delicatissima situazione politico-militare che essi si trovarono ad affrontare una volta arrivati nel capoluogo giuliano formano l’oggetto de La corsa per Trieste (titolo originale: The race for Trieste), un interessantissimo reportage di Sir Geoffrey Cox, all’epoca Capo del Servizio Informazioni della sua divisione e, in quanto tale, testimone oculare privilegiato di quegli eventi.

Da buon anglosassone, Cox ci ha lasciato una descrizione dei fatti lineare, asciutta ed equilibrata. Il suo libro, pubblicato per la prima volta nel 1977, rappresenta tutt’oggi una delle principali fonti storiche sull’inquieto dopoguerra triestino.

La corsa per Trieste non è un diario militare, ma una rivisitazione ragionata degli episodi che videro per protagonisti i soldati neozelandesi, alla luce dei successivi sviluppi della politica internazionale e del contenuto di alcune significative comunicazioni tra il primo ministro inglese Winston Churchill, il presidente statunitense Harry Truman e il feldmaresciallo Harold Alexander, comandante supremo delle forze alleate nel Mediterraneo.

Lo sfondamento delle linee tedesche

La narrazione di Cox parte da lontano, dalle ultime battaglie combattute sugli argini dei fiumi della Romagna contro le truppe tedesche nei primi giorni dell’aprile 1945. Per un centinaio di pagine Trieste non viene neppure nominata. Del resto, la città giuliana non è ancora nel mirino dei comandi militari alleati. Si tratta senza dubbio della parte meno coinvolgente del libro: la fatidica “corsa” non è ancora iniziata e le vicende descritte sono quelle di una guerra di posizione che ricorda da vicino le battaglie della Grande Guerra. Nonostante ciò, anche in queste pagine è possibile rinvenire qualche informazione interessante, come il morale delle truppe alleate impegnate sul fronte italiano e la loro concezione del nemico, ormai prossimo alla capitolazione. Gli esiti del conflitto erano ormai evidenti a tutti, ma i soldati erano ancora costretti a combattere. Lo spreco di tante vite umane è alla radice di un sentimento di colpa che l’autore affida a queste parole:

Bisognava farsi forza e cercare nella propria memoria il ricordo dei campi di concentramento e delle camere a gas, e soprattutto dire a se stessi che se non fosse capitato ai Tedeschi, sarebbe toccato a noi, per soffocare nella propria coscienza la consapevolezza di star deturpando con un orrendo delitto quelle assolate distese verdi in quel pomeriggio d’aprile”

Simili considerazioni si trovano anche in un altro passaggio, dove Cox racconta di un mattina in cui gli fu chiesto un parere sull’opportunità di bombardare il paese di Budrio per ostacolare la ritirata dei Tedeschi:

Davanti a noi, nelle loro case e nelle cantine, stavano nascosti e sgomenti gli Italiani di questa cittadina anonima, che non fu mai protagonista di grandi eventi storici né nel passato, né nel presente. Ebbene, noi in quel momento dovevamo decidere se la distruzione delle loro case rientrava nel nostro piano di distruzione del nemico. Laggiù, sui campi d’aviazione, i bombardieri medi erano gravidi di bombe, pronti a partire. Aspettavano solo che un nostro segnale indicasse loro l’obiettivo. Avevamo cinque minuti di tempo

Il bombardamento non ebbe luogo, ma il dilemma davanti al quale si trovò Cox la dice lunga sul genere di guerra che venne ingaggiato in quegli anni e spiega perché nel 1945 l’Europa fosse ridotta a un cumulo di macerie.
A seguito di un pesante attacco sferrato sulle rive del fiume Senio, le truppe alleate riuscirono a sfondare la linea difesa dai Tedeschi. Proseguirono quindi verso il Po, attraverso la pianura romagnola. Lungo il cammino trovarono ancora degli ostacoli, ma la breccia ormai era stata aperta:
a quel punto la marcia alleata poteva essere solo rallentata, non fermata.

Il rapporto con i partigiani italiani

A partire da questo momento l‘azione degli anglo-americani si intrecciò con quella di alcuni gruppi partigiani, che nel frattempo erano insorti contro i Tedeschi e avevano preso il controllo di diversi centri cittadini. Stando al racconto di Geoffrey Cox, il rapporto che i suoi connazionali strinsero con i partigiani fu inizialmente improntato a una certa diffidenza. Fino ad allora, infatti, la divisione neozelandese aveva avuto scarse opportunità di contatto con il movimento partigiano in Italia e si era pertanto abbandonata ai tipici pregiudizi anti-italiani:

La maggioranza dei nostri soldati non aveva motivo di aspettarsi che questi Italiani fossero molto diversi da quelli conosciuti nel deserto: spacconi, esibizionisti, talvolta coraggiosi, ma tal l’altra addirittura riluttanti a sostenere una battaglia pro-forma. Con la tipica mentalità semplicistica che si tende ad assumere in guerra, i soldati neozelandesi generalizzavano ritenendo quell’atteggiamento un difetto nazionale degli Italiani, senza prendere in considerazione alcun’altra spiegazione. Non pensavano, per esempio, che gli Italiani non ci mettevano il cuore in quella guerra, e non avevano alcun incentivo a combattere a fianco dei Tedeschi – che detestavano – contro gli Inglesi, cui si sentivano, invece, legati da tradizionale amicizia

A tali pregiudizi si aggiungeva la constatazione che nel il tipo di guerra condotto fin a quel momento i partigiani italiani non avevano potuto offrire alcun valido aiuto. Essi, infatti, operando come meri sabotatori dietro le linee nemiche, non erano certo nelle condizioni di collaborare alla distruzione dei settori più fortificati dei Tedeschi. Tutto questo portava i Neozelandesi a considerare la loro azione come quella di “bande di ragazzi esaltati, spesso più dannosi che utili”. Solo gli eventi successivi mutarono questo atteggiamento di riluttanza. Negli ultimi giorni della guerra, infatti, la macchina messa in moto dai partigiani si rivelò decisamente efficace, tanto che i soldati “kiwi” dovettero ricredersi: “Senza l’aiuto dei partigiani che conquistarono i ponti sui vari fiumi e canali, impedendone la distruzione, ogni nostro passo in avanti sarebbe stato molto più lento e faticoso”. E ancora: “I partigiani nella zona di Padova catturarono più di 15.000 prigionieri tedeschi, e ne uccisero 497, nel corso di poche ma intense battaglie […] Non si può certo negare che l’opera svolta dai partigiani fosse imponente”. Man mano che risalivano la pianura padana, gli anglo-americani si imbattevano sempre più frequentemente in paesi e villaggi già liberati dai partigiani. Ancora prima di arrivare a Padova, essi si resero conto di avere ottime possibilità di giungere velocemente a Trieste, addirittura prima degli Jugoslavi: “Da quel momento la nostra avanzata attraverso Padova e verso il Piave rientrava in una nuova direttiva: l’obiettivo non era più semplicemente sconfiggere i Tedeschi, ma possibilmente prevenire gli Jugoslavi nella presa di Trieste. Si iniziava la corsa per Trieste”.

Abbiamo infilato il piede nella porta”

La questione di Trieste stava molto a cuore a Winston Churchill, il quale vedeva in questo angolo nord-orientale dell’Adriatico l’accesso ad una più ampia influenza su parte dell’Europa centrale. Egli riteneva inoltre che nella futura contesa tra l’Italia e la Jugoslavia per il possesso della città sarebbe stato più saggio sostenere gli Italiani, al fine di creare una frattura tra loro e i comunisti e favorire amichevoli rapporti con gli Stati Uniti e l’Inghilterra. In un messaggio inviato il 27 aprile al presidente Harry Truman, il primo ministro inglese ricordava che il suo predecessore alla Casa Bianca “attribuì sempre enorme importanza a Trieste, che, egli pensava, sarebbe dovuta divenire un porto internazionale, uno sbocco sull’Adriatico per l’intera regione danubiana”. Infine concludeva: “Ciò che conta è arrivare a Trieste prima che la occupino i guerriglieri di Tito. Penso pertanto che non si debba attendere un sol minuto di più. Lo status definitivo di Trieste potrà essere deciso con comodo. Il possesso rappresenta i nove-decimi del diritto”.
Quando il generale Freyberg ricevette l’ordine di raggiungere Trieste non era ancora consapevole delle traversie che vi avrebbe incontrato; intuiva soltanto che “
la situazione era piuttosto imbarazzante, perché il Maresciallo Tito voleva portare la sua Armata Jugoslava a Trieste”. Anche i soldati neozelandesi erano all’oscuro di quello che li attendeva nella città giuliana. Un’anticipazione la ebbero tuttavia a Monfalcone, quando invece di trovare una folla esultante per il loro arrivo (come era accaduto a Mestre, a Padova e in molti paesi del Friuli) furono inghiottiti dall‘indifferenza generale di una città piena di bandiere jugoslave e di scritte inneggianti a Tito:

“Repentinamente l’atmosfera era cambiata del tutto. C’era una differenza, difficile da definirsi, ma palpabile, fra questa gente e queste strade, e quelle che avevamo incontrato allontanandoci dal Piave […] Ci sentivamo stranieri in un paese strano, come se passando l’Isonzo avessimo valicato una frontiera invisibile, ma tangibile. Ed in effetti era proprio così. Eravamo passati dall’Italia a quella che sarebbe diventata una “Terra di nessuno” fra l’Europa Occidentale e l’Europa Orientale. E come ogni Terra di nessuno era estremamente inospitale

Trieste era sempre più vicina. Qui, a differenza che altrove, i Tedeschi non si erano ancora arresi. Con la Quarta Armata Jugoslava del generale Drapŝin in rapido avvicinamento e le forze partigiane del IX Corpo sloveno pronte a scendere dalla foresta di Tarnova al primo segnale, la fazione filo-italiana della resistenza triestina rappresentata dal CLN decise di prendere l’iniziativa. Alle quattro del mattino del 30 aprile i partigiani italiani diedero dunque il via all’insurrezione e i loro comandanti riuscirono ad insediarsi nella Prefettura, imponendosi come governo provvisorio della città. Il giorno successivo gli Jugoslavi fecero il loro ingresso a Trieste, anticipando i Neozelandesi e scalzando il CLN dalle precarie posizioni di potere raggiunte. La lotta però non era finita: i Tedeschi infatti si difendevano ancora in alcune roccaforti, come il Castello e il Palazzo di Giustizia. Il pomeriggio del 2 maggio, mentre gli Jugoslavi erano impegnati ad affrontare le ultime resistenze tedesche, la divisione neozelandese entrò in città, accolta da folle eccitate ed esultanti: “Erano soprattutto Italiani che sventolavano il tricolore e ci salutavano in italiano. Si sentivano evidentemente sollevati dal nostro arrivo”. I Neozelandesi avevano perso la corsa per Trieste, ma possedevano ancora una carta importantissima da giocare: contribuire a scacciare definitivamente il tedesco e guadagnarsi così almeno una parte del merito per la liberazione della città. In effetti, sotto lo sguardo furibondo degli Jugoslavi, il grosso della guarnigione tedesca preferì arrendersi proprio alla divisione neozelandese. Con il loro scatto finale i soldati “kiwi” arrivarono giusto in tempo per raccogliere la resa germanica. Come commentò successivamente Churchill, si era riusciti ad infilare il piede nella porta proprio all’ultimo momento”.

Una pace ben strana”

Con la cacciata dei Tedeschi, la guerra a Trieste poteva dirsi conclusa. Essa, tuttavia, come annotò Cox, “aveva lasciato dietro di sé una pace ben strana”. Due eserciti stavano occupando la stessa città e se da un lato i Neozelandesi ammiravano sinceramente l’Armata partigiana di Tito, dall’altro lato non si poteva certo dire che il sentimento fosse ricambiato: il generale jugoslavo Arso Jovanovic, ad esempio, si disse decisamente adirato per l’improvvisa comparsa della seconda divisione neozelandese oltre l’Isonzo. I soldati jugoslavi non mostrarono un atteggiamento molto diverso, preferendo trincerarsi dietro “una barriera di riservatezza che scoraggiava qualsiasi tentativo di rapporto individuale nella Venezia Giulia”. Nel frattempo in città si era diffuso il terrore tra la popolazione italiana. L’amministrazione civile di Trieste era stata temporaneamente attribuita agli Jugoslavi, i quali praticarono fin da subito un massiccio numero di arresti e deportazioni. Presso il quartier generale dei Neozelandesi, fissato al Grand Hotel di Trieste, cominciò presto ad affluire una marea di delegazioni, fra cui i partigiani italiani del CLN, che protestavano “perché gli Jugoslavi non aggredivano e deportavano nell’interno della Jugoslavia solo gli ex-fascisti, ma arrestavano anche gli Italiani antifascisti che non volevano che la città diventasse jugoslava”.
Il 12 maggio furono esposti dei manifesti che preparavano il terreno per l’annessione di Trieste alla Jugoslavia, con lo status di città autonoma. Ogni altra soluzione, affermava il manifesto, “era semplicemente un piano manifesto od occulto, di coloro che erano di fatto fascisti”. Un’ordinanza della settimana precedente vietava ogni dimostrazione di sentimenti nazionali, di qualunque origine essi fossero, ma il divieto era inevitabilmente unilaterale. Infatti, mentre i tricolori italiani (privi di stella rossa al centro) erano possibile bersaglio del fuoco jugoslavo, la città era tranquillamente tappezzata di bandiere blu, bianche e rosse della Jugoslavia.
Non furono questi provvedimenti, comunque, a suscitare l’indignazione delle truppe alleate. Ciò che offendeva più di ogni altra cosa, secondo Cox, era la politica di spietata repressione di ogni forma di opposizione. Gli arresti su larga scala e le deportazioni indiscriminate raggiunsero un livello intollerabile: basti pensare che quando gli Alleati assunsero il controllo della città un mese più tardi c’erano ben duemila nomi nella lista delle persone scomparse nella sola Trieste. È vero, come ricorda l’autore, che gli Jugoslavi stavano uscendo da uno dei conflitti più cruenti della loro storia e che ricordandosi come erano stati trattati dagli Italiani ora li ripagavano con ugual moneta. Allo stesso tempo, però, in quel periodo di pace, per i soldati neozelandesi era evidente un fatto:

Gli Jugoslavi stavano facendo passare agli Italiani dei momenti davvero terribili, ed una nazione stava brutalmente calpestando un’altra. Di certo non tutti coloro che, piangendo, venivano al nostro campo parlando di mariti arrestati, erano fascisti […]. Molti erano, o si sentivano, Italiani, presi di mira solo perché volevano che la loro città, di sentimenti italiani, rimanesse all’Italia

A seguito di questi fatti i soldati alleati presero in simpatia la popolazione italiana e divennero invece fortemente ostili agli Jugoslavi. “Il Neozelandese” scrive Cox “si limitava a constatare che a Trieste c’era una maggioranza italiana e che c’erano Italiani in tutta la zona. Da ciò traeva la conclusione che gli Jugoslavi non avevano diritto di governare in quella terra. Il suo senso di giustizia subiva continuamente l’affronto di arresti arbitrari e di un’atmosfera raggelata dalla paura”.

Ci ricordano Hitler, Mussolini e il Giappone”

Su sollecitazione personale di Winston Churchill gli Americani decisero di entrare con forza nella questione triestina. Entrambe le parti avvertivano il rischio di un’espansione territoriale incontrollata da parte degli Jugoslavi, i quali non paghi di aver occupato l’Istria e Trieste erano sconfinati perfino in Carinzia, territorio già attribuito alla zona d’influenza occidentale con gli accordi di Yalta. Il presidente Truman esponeva così il suo pensiero:

Secondo me, non si tratta di schierarci da una parte o dall’altra in una controversia tra Italia e Jugoslavia […] Si tratta fondamentalmente di decidere se i nostri due Paesi intendono permettere ai nostri alleati di intraprendere un’incontrollata espansione territoriale o di perseguire tattiche che ci ricordano troppo da vicino quelle di Hitler e del Giappone. L’occupazione jugoslava di Trieste, punto chiave di quel territorio e sbocco vitale di buona parte dell’Europa centrale, avrebbe conseguenze che andrebbero ben oltre le aree direttamente interessate

Inglesi ed Americani ritenevano che il destino della Venezia Giulia andasse discusso al tavolo della pace. Nell’immediato si rendeva però necessario instaurare un Governo Militare Alleato sulla regione, che da un lato avrebbe assicurato alle truppe anglo-americane un collegamento ferroviario con l’Austria e dall’altro avrebbe posto un freno alle mire espansionistiche di Tito. Le trattative furono affidate al generale Morgan, ma la risposta jugoslava fu inizialmente un secco rifiuto: Tito infatti riteneva di aver conquistato sul campo quel territorio e si sentiva legittimato a rivendicarlo come parte integrante della Jugoslavia. Egli probabilmente pensava che Stalin sarebbe intervenuto in suo soccorso e anche per questo non esitò nel fare la voce grossa. Tuttavia commise un errore, poiché il dittatore sovietico mantenne sempre un prudente silenzio sulla questione triestina, non ritenendo opportuno creare motivi d’attrito con Americani ed Inglesi per il possesso una striscia di terra nell’alto Adriatico.
La situazione rischiava di divenire incandescente. Churchill scriveva al feldmaresciallo Alexander che se Tito persisteva nel suo rifiuto di porre le truppe jugoslave sotto il comando alleato o di ritirarsi dalla zona, ne sarebbe conseguito inevitabilmente un conflitto armato. I soldati neozelandesi a Trieste sapevano di questa eventualità e sul punto Cox annota: “Se fossero stati chiamati a combattere lo avrebbero fatto con sufficiente prontezza, non fosse altro per porre fine alle continue tensioni e alle incessanti persecuzioni che colpivano i civili intorno a loro”. Il 19 maggio il feldmaresciallo Alexander trasmetteva alle proprie truppe un comunicato durissimo contro gli Jugoslavi:

La nostra politica, enunciata pubblicamente, prevede che ogni cambiamento territoriale abbia luogo solo dopo approfondito esame e dopo esaurienti consultazioni e delibere dei vari Governi interessati. È comunque intenzione apparente del Maresciallo Tito imporre le sue pretese sulla Venezia Giulia e sul territorio intorno a Villaco e Klagenfurt con l’uso delle armi e con l’occupazione militare. Azioni del genere ci ricordano fin troppo da vicino Hitler, Mussolini e il Giappone. È per impedire azioni di questo tipo che noi abbiamo combattuto questa guerra… È nostro dovere tenere questi territori in amministrazione fiduciaria, finché la Conferenza della Pace non disporrà definitivamente il loro destino

Privo del sostegno sovietico ed esposto al pericolo di un conflitto armato contro le truppe alleate, Tito fu costretto a rivedere la propria posizione. Con gli accordi siglati a Belgrado il 9 giugno, la Venezia Giulia venne divisa in due distinte aree lungo la cosiddetta “linea Morgan”: Trieste, Gorizia, Monfalcone e Pola passarono sotto il controllo di un’amministrazione militare alleata, mentre il resto della regione (quasi tutta l’Istria e Fiume) rimaneva in mano alla Jugoslavia, in attesa delle determinazioni della Conferenza della Pace.
Così finì la lotta per Triestescrive Cox, ultimo campo di battaglia della Seconda guerra mondiale sul Fronte Mediterraneo, e primo capo di battaglia della Guerra Fredda”.

“Ricordo di Marie A.”, Bertolt Brecht

Nuvola

Un giorno di settembre, il mese azzurro,
tranquillo sotto un giovane susino
io tenni l’amor mio pallido e quieto
tra le mie braccia come un dolce sogno.
E su di noi nel bel cielo d’estate
c’era una nube ch’io mirai a lungo:
bianchissima nell’alto si perdeva
e quando riguardai era sparita.

E da quel giorno molte molte lune
trascorsero nuotando per il cielo.
Forse i susini ormai sono abbattuti:
Tu chiedi che ne è di quell’amore?
Questo ti dico: più non lo ricordo.
E pure certo, so cosa intendi.
Pure il suo volto più non lo rammento,
questo rammento: l’ho baciato un giorno.

Ed anche il bacio avrei dimenticato
senza la nube apparsa su nel cielo.
Questa ricordo e non potrò scordare:
era molto bianca e veniva giù dall’alto.
Forse i susini fioriscono ancora
e quella donna ha forse sette figli,
ma quella nuvola fiorì solo un istante
e quando riguardai sparì nel vento
.

(traduzione di Roberto Fentonani)

Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.
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“Il malato immaginario”, Molière

maladeimaginaireUltima commedia teatrale di Molière (1673), Il malato immaginario porta in scena la storia dell’ipocondriaco Argan, un uomo ricco e scorbutico che si crede affetto da ogni sorta di malattia e che non riesce a vivere lontano da medicine, clisteri e dottori. La sua ossessione per la medicina arriva al punto da fargli combinare un matrimonio tra sua figlia Angélique e il medico Thomas Diafoirus, in modo da garantirsi le prestazioni di quest’ultimo per il resto dei suoi giorni. La rappresentazione distorta della realtà di cui è vittima non prende solo il suo stato di salute, ma si proietta anche sui sentimenti che i suoi cari nutrono per lui. A un certo punto, su saggio consiglio della serva, decide di fare un esperimento: fingersi morto per ascoltare i discorsi di coloro che accoreranno al suo capezzale. Ecco che la morte (seppur simulata) è rivelatrice di ipocrisie, menzogne e insospettati sentimenti d’affetto.

Non c’è niente di meglio che mori’ pe’ capi’ la vita” dirà Alberto Sordi nei panni di Argan, in una celebre trasposizione cinematografica della commedia (1979, regia di Tonino Cervi).

I personaggi di Molière hanno poco di reale e molto di caricaturale. In altri termini, sono delle vere e proprie macchiette, i cui caratteri vengono esasperati all’inverosimile. Si tratta di una scelta artistica che va a pieno vantaggio della comicità, come si può intuire. Ad ogni modo, non ne risulta minimamente compromessa la capacità dell’opera di descrivere qualcosa che viceversa è estremamente reale, ovvero la dinamica universale dei sentimenti e dei comportamenti umani.

Per un tragico scherzo del destino, Molière morì proprio durante una delle repliche del Malato immaginario, mentre interpretava la parte del protagonista Argan.

Il passaggio tra Settecento e Ottocento a Treviso nelle memorie di Don Luigi De Gobbis (parroco di Monigo)

Chi non registra è un balordo
e, se li nostri maggiori così non avesser fatto,
il mondo sarebbe ancora fanciullo

(versi dal diario di Don Luigi De Gobbis)

La Biblioteca Comunale di Treviso conserva un manoscritto davvero prezioso sulla vita cittadina nel periodo compreso tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Si tratta del diario del parroco di Monigo Don Luigi De Gobbis (1754 – 1832), un documento rimasto pressoché sconosciuto fino a quando lo storico locale Giovanni Netto (1923 – 2007) non lo ha riesumato assegnandogli il meritato posto nella ricostruzione delle vicende trevigiane di quegli anni. Il diario è formato da ben quattro volumi, che testimoniano almeno mezzo secolo di storia della Marca, passando in rassegna sia gli snodi politici più rilevanti dell’epoca, sia una sfilza di eventi di scarso spessore storico, ma non per questo meno interessanti e gustosi alla lettura.

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Don Luigi De Gobbis nacque nella parrocchia del Duomo il 21 maggio 1754, quando Treviso era ancora un possedimento veneziano. La sua famiglia, benestante e molto numerosa, apparteneva al ceto mercantile della città. Il giovane parroco compì il proprio apprendistato sotto la guida dello zio Antonio, prete di Morgano. Successivamente, nel 1782, venne nominato curato di Melma (l’odierna Silea) e poi, a partire dal 1787, si insediò nella parrocchia di Monigo, che allora contava circa cinquecento fedeli, quasi tutti contadini. Da questa nuova sede non si sarebbe più spostato: vi rimase fino alla propria morte, per quasi 45 anni. Alla luce dei suoi scritti e del loro registro letterario, possiamo affermare che De Gobbis avesse ricevuto un’ottima istruzione. Le numerose citazioni tratte da libri e giornali dell’epoca dicono che aveva certamente una buona biblioteca e che si teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi della politica locale e nazionale. Le annotazioni quotidiane sui mutamenti climatici e sullo stato dei raccolti, nonché sui prezzi dei principali generi alimentari, testimoniano un carattere particolarmente pignolo e attento ai dettagli, compresi quelli più minuziosi. A quanto pare, il tempo per leggere e scrivere non doveva mancargli: dopo tutto, la piccola Monigo era una parrocchia decisamente tranquilla e per molte faccende si poteva pur sempre contare sul valido aiuto del cappellano Pezzoldi, originario del Friuli.

Quando De Gobbis divenne parroco di Monigo, non poteva certo immaginare che il mondo in cui aveva sempre vissuto fosse ormai agli sgoccioli. I primi sentori arrivarono nel 1793: tra un marzo “umido e piovoso” e “uno scarso raccolto di granoturco temporivo” ad agosto, il giovane sacerdote annotava gli incredibili fatti di Francia di cui aveva letto sui giornali: il re Luigi XVI e la consorte Maria Antonietta erano stati decapitati.

gallichetruppeTre anni più tardi, dopo un temporale notturno di fine giugno, scrive: “La notte del 29 venendo ai 30 caddero due fulmini tre passi lontano dalla mia canonica al dissopra della pergola dell’orto. A fulgure et tempestate libera nos Domine”. Ma la vera tempesta, il vero sconvolgimento, sarebbe arrivato pochi mesi dopo. Era l’esercito di un giovane ed ambizioso generale francese, il ventisettenne Napoleone Bonaparte. Le sue truppe erano dirette verso l’Austria, ma passarono per la terraferma veneta. De Gobbis accolse sconsolato la notizia: “Novembre 1796. Al primo del suddetto mese si videro per la prima volta alle porte della città di Treviso le truppe francesi che combattono contro le truppe imperiali [le truppe austriache, nda]. Per sì funesto accaduto la mia chiesa parrocchiale al dopo pranzo fu sempre chiusa, né si fecero le consuete solenni funzioni.

Quando la Francia si sconvolge
ne sente il mondo e danni e doglie”

Dal canto suo, la popolazione trevigiana non si dimostrò altrettanto rammaricata dell’evento, anzi. Sempre De Gobbis, infatti, scrive: “Accolsero con festa gli stranieri, danzarono nelle pubbliche piazze e s’illusero veramente che dovesse cominciare quei giorni una nuova età dell’oro”.

Nel marzo 1797, quando ormai la sopravvivenza della repubblica di Venezia appariva sempre più compromessa, il parroco dava segni di un’accresciuta preoccupazione nel suo diario. Egli temeva sopra ogni cosa che i principi rivoluzionari provenienti dalla Francia potessero dare un colpo fatale alla religione e all’amministrazione del culto.

Il 12 maggio 1797 l’antica repubblica lagunare cessava di esistere e De Gobbis ne dava conto con una nota di sarcasmo: “Maggio. Addì 12 Venezia non si arrese no, ma si gettò in seno alle, dolci e tante desiate dai felloni, gallicane generosissime truppe ed eserciti”.

Nel novembre dello stesso anno il prete di Monigo raccontava un episodio rivelatore dello stato di disordine in cui era caduta la città dopo l’arrivo delle truppe francesi. Infatti, per due notti consecutive venne assalito nella propria canonica da una banda di malfattori, che riuscì a scacciare con l’aiuto di qualche parrocchiano e … di alcune armi da fuoco: “Quei diavoli ritornarono per assalirmi, ma siccome nella precedente giornata feci provvista di copiose belliche munizioni, archibusi di grosso calibro e uomini in casa e giovani coraggiosi, così al primo sentore fecimo da molti balconi terribile incessante foco con fissette di polvere a palla, comperate dai soldati francesi impossessori di Treviso, di Venezia e di tutti gli stati della Veneta Repubblica, a tal grado che precipitosamente fuggirono gli assalitori, ripieni di pericolo e di spavento”. Infine, con toni quasi catastrofici, concludeva: “La giustizia non avea il suo corso a Treviso a motivo delle galliche truppe.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa
tanto direi di lor, che cominciar non oso

Tutto era disordine, anarchia, diurne e notturne somme vessazioni, insopportabili aggravi e militari requisizioni, calpestata la religione, odiati i sacri ministri, spogliate le chiese, distinti ed apprezzati gli empi, abbattuti i buoni, l’impudicizia in trionfo, in trono la più avanzata iniquità ed abbominazione”. E poco dopo, rimarcava: “Non est amicus noster qui bona nostra tollit”.

In esecuzione al trattato di Campoformio col quale la Francia cedeva la caduta repubblica veneta agli Asburgo, nel gennaio 1798 le prime truppe austriache facevano il loro ingresso a Treviso. Erano gli stessi avvenimenti di cui più tardi Ugo Foscolo scrisse: “Il sacrificio della patria è consumato: tutto è perduto e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”. Il nostro parroco, dal canto suo, era decisamente meno interessato a questioni di onore e patriottismo, e vedeva piuttosto nel nuovo governo della cattolica Austria una garanzia di stabilità, ordine e rispetto del culto, e con lui, a quanto pare, il resto dei trevigiani: “Alla mattina delli 16 suddetto partirono da Treviso le truppe francesi, et all’ore due pomeridiane entrarono gloriosamente fra gli evviva e gioia universale le truppe imperiali, a prender possesso della città. In tale lietissimo incontro furono date infinite feste pubbliche per tre giorni consecutivi, come pure in tutte le chiese di Treviso e della Diocesi, in ringraziamento a Sua Divina Maestà per sì felice avvenimento.

A nemico che fugge, ponti d’oro”

treviso__btv1b6500127wTuttavia, la città di Treviso (come il resto dei vecchi possedimenti veneziani) era destinata ad essere nuovamente rimpallata tra francesi ed austriaci, i quali se la scambiarono altre due volte negli anni seguenti. Le successive memorie di De Gobbis sono pertanto un alternarsi di invettive contro i francesi ed encomi agli austriaci, mentre il ricordo della repubblica veneziana, antico baluardo della “libertà italiana”, sembrava essersi tristemente perduto. Queste infatti sono le parole con cui il parroco di Monigo descriveva i festeggiamenti di Venezia per il compleanno dell’Imperatore d’Austria: “Febbraio 1803. Grandissimi spettacoli ed ecclesiastiche funzioni addì 12 furono in specialità a Venezia, ricordando la festa del giorno di nascita di S. M. Imp e Re nostro sovrano Francesco II. Pregando Sua Divina Maestà per la lunga conservazione dei suoi preziosi giorni e di quelli di tutta l’augusta famiglia”.

Lasciando in disparte gli avvenimenti politici dell’epoca, nelle pagine del parroco troviamo diversi spaccati di storia cittadina. Solo per citarne alcuni, abbiamo la tromba d’aria che si abbatté su Treviso nel 1805 (causando ingenti danni), l’istituzione del primo cimitero comunale (1809) e la visita del celebre scultore Antonio Canova, che fu accolta dal popolo con un entusiasmo e una gioia quasi incontenibili (1819). Vi sono poi narrati altri fatti, meno importanti per la città ma di sicuro interesse per la parrocchia di Monigo, come l’acquisto dal demanio delle statue che attualmente abbelliscono gli ingressi al sagrato della chiesa (1815).

Fonti:

– Diario di Don Luigi De Gobbis, conservato presso la Biblioteca Comunale di Treviso (sede Borgo Cavour). I quattro manoscritti (ms 1059, 1058, 1395 e 1396) sono stati recentemente restaurati e chiunque volesse prenderne visione li troverà in ottime condizioni.

Giovanni Netto, Mezzo secolo di vita trevigiana nel diario di Luigi De Gobbis arciprete di Monigo: 1786 – 1831, in Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso, N.s., n. 6 (1988/89), p. 7- 72.

– Mario Cutuli, Quando a Treviso si diceva “OUI!”, in Il liceo classico Antonio Canova. Due secoli di storia di un’istituzione scolastica, GMV Libri, Treviso, 2007, p. 25 – 37.