“Il ritorno del padre” e “L’isola”, Giani Stuparich

luzinUn marinaio dal carattere burbero ritorna alla propria casa dopo anni di lunga assenza. Ad attenderlo c’è un bambino, che trepida all’idea di rivedere suo padre. Molto tempo più tardi quello stesso bambino, divenuto uomo, accetta di accompagnare il genitore anziano e malato nell’ultimo viaggio verso l’isola della sua giovinezza.

Il ritorno del padre (1933) e L’isola (1942) sono due amabili racconti dal forte sapore autobiografico di Giani Stuparich, uno dei protagonisti della felice stagione letteraria triestina del secolo scorso. Il rapporto con la figura paterna è delineato in entrambi i testi con rara delicatezza ed estrema sensibilità. La vicenda del padre e del figlio, fotografata prima nell’età dell’infanzia e poi nel momento del doloroso distacco, è un richiamo alla ciclicità della vita, nonché alla mutevolezza degli affetti familiari. Perché se uno soltanto è il padre, sentimenti e rapporti di forza evolvono a seconda del tempo e dei contesti, fino a giungere a un capovolgimento delle posizioni.

Per i loro numerosi e reciproci rimandi, i due racconti formano di fatto un dittico, rendendo obbligata una lettura congiunta. Lo stesso Stuparich, del resto, decise di porli rispettivamente all’inizio e alla fine di una raccolta dei propri scritti edita da Einaudi nel 1961, suggerendo così la loro intima connessione. Grazie alla casa editrice Quodlibet (che li ha recentemente ristampati) oggi è nuovamente possibile apprezzare queste due piccole perle della nostra letteratura.

“Materada”, Fulvio Tomizza

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Dal mare veniva su un po’ di tramontana e portava con sé il profumo della terra appena arata: profumo di terra rossa, che non se ne trova un altro eguale”

Oggetto di desiderio e di privazione, la terra è la grande protagonista di Materada, un romanzo di frontiera ambientato nell’Istria del dopoguerra, da poco assegnata alla Jugoslavia. Qui, in un paesino di campagna (Materada), si consuma l’amara storia dei fratelli Coslovich, Francesco e Berto, due contadini che pur avendo trascorso l’intera vita al servizio dello zio non ricevono nulla in eredità, se non una terra appena confiscata dal nuovo regime comunista. Caduti nell’imbroglio, i due faranno il possibile per ottenere quanto gli spetta, ma dovranno chiedersi fino a quale punto sono disposti a spingersi per avere giustizia.
Sullo sfondo
di questa intricata trama familiare si staglia lo sconsolato quadro di un’Istria che giorno per giorno va svuotandosi, con le strade piene di camion traballanti di povere masserizie diretti verso Trieste. Pochi, infatti, scorgono un futuro roseo in quella terra martoriata e dimenticata dal mondo, in cui usurpazioni pubbliche e private si intrecciano e dove i torti arrivano come fendenti non solo dai nuovi dominatori, ma da tanti compaesani che in una situazione precaria e bizzarra rispetto al passato preferiscono guardare unicamente al proprio particolare. La rassegnazione raggiunge quasi tutti, compresi gli spiriti più forti, e l’Italia, anche se non tornerà mai più, è troppo vicina per non rappresentare una tentazione agli occhi di chiunque desideri trascorrere una vita diversa.
Inserita in questo contesto, la vicenda della famiglia Coslovich, con il suo carico di ingiustizie ed egoismi, è a ben vedere una parabola del più ampio dramma che attanaglia la povera gente di Materada e delle altre città dell’Istria, dove l’unico modo per non rimanere schiacciati dalle iniquità della storia è partire, lasciare alle spalle i luoghi di una vita (e con essi la terra, la casa, la giovinezza), nella speranza di trovare fortuna altrove.
Il libro contiene pagine di commovente poesia, come quando il protagonista Francesco, in fila al municipio per consegnare la domanda di espatrio, immagina come avrebbe potuto essere la vita sua e dei suoi figli a Materada, o come in uno degli episodi finali in cui gli esuli, impastata la voce di vino, esorcizzano il dolore per la partenza in canti alla città e alla gioventù ormai passata.
Se alcuni passaggi di
Materada fanno brillare gli occhi, tuttavia, non è certo per una retorica più o meno alta (di cui il romanzo appare in realtà privo), ma piuttosto per l’abilità narrativa di Tomizza nel trasmettere con realismo la tragedia dell’esule, stretto tra affetti ancestrali e necessità di vivere, e chiamato infine alla dolorosa e ineludibile scelta.

“Trieste nei miei ricordi”, Giani Stuparich

Giani-Stuparich-600x800Immaginate di essere seduti al bar di un’incantevole città in riva all’Adriatico. Non molto distante da voi siede Umberto Saba, mentre attorniato da un piccolo gruppo di amici si avvicina festosamente all’entrata Italo Svevo. Affascinante, no?

Ditelo voi se non è vero: che cosa venivate a cercare quassù? La bellezza d’un golfo azzurro sotto il Carso cilestrino? Forse anche questo; ma soprattutto venivate per quei triestini che vi davano affidamento d’opere e d’ingegni nel campo dell’arte. Quassù era la nuova Italia

È la stagione magica e forse irripetibile di Trieste quella che Giani Stuparich rievoca malinconicamente nelle sue memorie del 1947, subito dopo la guerra, in un tempo di “disperata umiliazione”, quando al termine del funesto periodo della dominazione nazista i triestini videro rispondere al loro anelito di libertà “prima coi quarantacinque giorni dell’occupazione jugoslava, poi con quella angloamericana, infine col dono beffardo del Territorio Libero e la mutilazione dell’Istria”. In un’ora in cui “speranze e delusioni s’alternavano” e “i cittadini camminavano per le strade smarriti, avviliti, guardando da ogni parte, se non fosse per sopraggiungere qualche sorpresa che li scotesse o li annientasse per sempre”, lo scrittore decide di prendere la penna in mano e di raccontare l’età fortunata della sua città, “non come chi cerchi di consolarsi d’un passato felice, ma come uno che frughi in anni considerati perduti, per vedere se non fosse rimasto qualcosa di positivo, di cui far tesoro nella miseria e nell’avvilimento presenti”. Nata con questi intenti, Trieste nei miei ricordi (pubblicata nel 1948 da Garzanti e oggi non più in commercio) è l’autobiografia letteraria di uno dei protagonisti della felice generazione di scrittori triestini della prima metà del secolo scorso; una rievocazione nostalgica del vissuto personale dell’autore, indissolubilmente legato alle alterne vicende storiche di una città non comune.
Ripercorrendo alcune delle sue più significative esperienze, dall’insegnamento al liceo al giornalismo, dall’amicizia con alcuni dei suoi concittadini più celebri all’elaborazione e alla pubblicazione delle proprie opere letterarie, Stuparich ci offre un prezioso scorcio della vita e soprattutto dell’anima di Trieste, paradigma contraddittorio dei “mirabili impasti” di cui personalità di diverse nazioni sono stati capaci e, al contempo, di ciò a cui possono condurre le cieche ambizioni e la violenza degli uomini.

“La condanna dell’Italia nel trattato di pace”, Attilio Tamaro

IMG_8687Circa un anno fa, frugando tra i libri usati di una bancarella alla ricerca di qualcosa che attirasse la mia attenzione, mi sono imbattuto in un volume di inizio anni ’50, con una copertina rigida rossa e circa trecento facciate ingiallite. Titolo: La condanna dell’Italia nel trattato di pace. Autore: Attilio Tamaro (bisnonno della più celebre scrittrice Susanna Tamaro). Di cosa parlava?
È storia nota che l’Italia, dopo aver perso la seconda guerra mondiale, abbandonò la monarchia per la repubblica e adottò una nuova costituzione: si tratta di eventi epocali nella vicenda della nostra nazione sui quali, com’è normale che sia, esiste una bibliografia sterminata. Invece, ben poco è stato scritto e quasi nulla sappiamo del trattato di pace che l’Italia sottoscrisse da Paese sconfitto il 10 febbraio 1947 a Parigi, o meglio, ricordiamo soltanto la perdita dell’Istria e delle colonie in Africa, e qualcuno forse rammenterà pure la frase con cui Alcide De Gasperi aprì il proprio discorso alla Conferenza di Parigi: “sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”. Eppure negli anni immediatamente successivi alla guerra il trattato di pace e il suo contenuto interessarono parecchio l’opinione pubblica italiana, soprattutto per la questione di Trieste, città dall’altissimo valore simbolico dopo la guerra ‘15-‘18 e il cui destino appariva più che mai incerto. In generale, diversi nostri illustri rappresentanti spesero parole dalle quali traspariva una forte delusione per un trattato che per come andava formandosi appariva vendicativo, oltremodo lesivo degli interessi nazionali italiani ed ingiustamente umiliante, dal momento che sembrava non tenere in minimo conto la cobelligeranza iniziata nell’autunno del 1943 e l’apporto del movimento partigiano alla causa alleata. A tal proposito, il socialista ed antifascista Gaetano Salvemini scrisse: “Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli Italiani avessero continuato a battersi disperatamente fino all’ultimo momento ai servizi di Hitler […] Le clausole territoriali del Trattato di pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia […]. Il Trattato di pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui aggrava in permanenza il popolo italiano”.
1946.08.10 - dg a parigiLo stesso De Gasperi, allora capo del governo, in un telegramma inviato il primo agosto 1946 a Pietro Nenni, ministro degli Esteri in pectore, espresse tutto il suo rammarico con queste parole: “Ieri sera al Consiglio dei Ministri il trattato è stato considerato come puramente punitivo e tale che, se non modificato, ritiensi inaccettabile” (entrambe le citazioni, sia di Salvemini che di De Gasperi, sono riportate da Ernesto Galli della Loggia nel suo interessante saggio La morte della patria). Parole di dura condanna furono pronunciate un anno più tardi anche dal filosofo antifascista Benedetto Croce davanti all’Assemblea Costituente in sede di ratifica del trattato (qui potete leggere il testo integrale del suo intervento).
Tuttavia, nonostante la disapprovazione di ampie frange della politica e dell’opinione pubblica nazionale, l’Italia – convinta di non avere alternative e soprattutto ansiosa di chiudere una pagina buia della propria storia – ratificò il trattato di pace, il quale già a partire dagli anni immediatamente successivi scivolò pian piano nel dimenticatoio. Per quale motivo? Semplice: le mutate condizioni internazionali – con la sopravvenuta necessità per gli Usa di avere nel nostro Paese una valida difesa a ridosso del blocco sovietico – avrebbero condotto alla revisione di molte clausole originariamente previste, col risultato di ridurre significativamente la complessiva portata sanzionatoria del testo, specialmente sotto il profilo economico-militare, mentre sul piano territoriale si registrava il ritorno nei confini italiani della città di Trieste (ottobre 1954).

Ho dovuto dilungarmi su questi aspetti perché diversamente non si sarebbe compresa la mia curiosità per un libro simile: La condanna dell’Italia nel trattato di pace è forse l’unica opera dell’epoca interamente dedicata al tema, in un quadro storiografico generale che si è disinteressato della questione, ritenendola poco rilevante alla luce degli sviluppi successivi.
Il piglio polemico dell’autore, facilmente riconoscibile dal titolo, riporta al diffuso e trasversale clima di recriminazioni che precedettero la firma del documento. Il taglio dell’opera è decisamente di tipo nazionalista: Attilio Tamaro, diplomatico e storiografo triestino, era stato infatti prima un irredentista e poi un sostenitore del regime di Mussolini, almeno fino al 1943, anno in cui venne espulso dal partito fascista per la sua contrarietà alle leggi razziali.
La sua vasta conoscenza del diritto internazionale e le affermate competenze nel campo storiografico ne fanno comunque un commentatore qualificato, dalla cui opera (con i dovuti distinguo e le necessarie cautele) è possibile comprendere molte delle criticità del trattato di pace per come venne prima formulato e poi ratificato.Antonio Meli Lupi
Volendo sintetizzare al massimo il contenuto del libro, che sostanzialmente è un vigoroso attacco al trattato, descritto come un ingiusto diktat delle potenze vincitrici contro il nostro Paese, Tamaro se la prende in particolare con la miopia degli Alleati, i quali, nulla opponendo alle mutilazioni territoriali alla frontiera orientale italiana richieste da jugoslavi e russi, non solo avrebbero commesso un torto alla storia delle popolazioni di quelle regioni, ma avrebbero anche colpevolmente ignorato l’importanza strategica della Venezia Giulia in un ipotetico conflitto armato contro il blocco sovietico. L’effettiva smilitarizzazione dell’Italia e le pesanti clausole economiche, oltre ad umiliare ingiustamente un Paese che a partire dal 1943 aveva collaborato con gli eserciti alleati, esponevano la penisola al rischio di un’invasione da Oriente dalle conseguenze imprevedibili per tutto il blocco democratico-occidentale. In quanto triestino, Tamaro dedica buona parte del suo saggio alla critica di quelle disposizioni che privano l’Italia della sovranità sul capoluogo giuliano e accusa le potenze vincitrici di aver indebitamente avvantaggiato la Jugoslavia, nonostante la sua popolazione si fosse dimostrata tutt’altro che anti-tedesca nel corso del conflitto.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

Un diario di viaggio: “Istria” di Carlo Yriarte

istriaNel 1875 lo scrittore francese Carlo Yriarte scrive di un suo lungo viaggio attraverso la costa dell’Adriatico che da Venezia lo porta a Trieste, in Istria, nel golfo del Quarnero e in Dalmazia. Avendo già letto il diario relativo al tragitto in Dalmazia (di cui ho dato una recensione qui) ed essendone rimasto soddisfatto, ho voluto procurarmi il resoconto del precedente passaggio in Istria, finendo così per fare il viaggio dell’autore al contrario.
Mi sono avvicinato a quest’opera con una curiosità ancora maggiore rispetto a quella precedente, perché in fondo l’Istria dell’800 era una terra vicinissima all’Italia per cultura, lingua e composizione etnica: gli italiani infatti erano netta maggioranza nei centri abitati e sulle coste, mentre gli slavi erano presenti soprattutto nelle campagne, che popolavano quasi interamente. L’idea di veder raccontata l’Istria di allora da un viaggiatore straniero mi attirava parecchio, perché credevo fosse una garanzia di imparzialità e di equidistanza tra le due diverse etnie della regione. Devo ammettere invece di essere andato incontro a una piccola delusione.
Yriarte infatti nella sua descrizione di persone, luoghi e situazioni è particolarmente attratto da tutto ciò che appare lontano dal mondo moderno e finisce dunque per illustrarci quasi solo la parte slava della popolazione, più pittoresca sia nell’abbigliamento che nella vita quotidiana rispetto alla parte italiana, che era invece totalmente somigliante a qualsiasi altra popolazione occidentale. Questa impostazione narrativa tuttavia lascia davvero a desiderare se si considera che gli italiani dell’Istria avevano anch’essi un antico e interessantissimo bagaglio di tradizioni, dialetti ed usanze: avrei senz’altro gradito leggerne un resoconto nel diario di Yriarte. L’incompletezza nella descrizione dei caratteri della popolazione locale è il vero limite dell’opera, che però presenta comunque qualche aspetto degno di nota. Infatti, oltre alla precisione e all’erudizione con cui l’autore ci descrive via via la storia delle città istriane e dei loro monumenti, all’inizio del diario e in un altro paio di passaggi troviamo l’amara conferma di uno scontro nazionale in atto fin da allora:

“E’ impossibile al viaggiatore straniero di non riconoscere l’antagonismo flagrante tra l’elemento italiano e quello slavo”

Già sotto il dominio asburgico dunque covavano in Istria quelle rivalità e quei dissapori nazionali che le sarebbero stati fatali negli anni a venire, specialmente dopo l’ultimo conflitto mondiale, da cui il tessuto etnico della piccola penisola adriatica è uscito completamente stravolto. Si tratta di un fatto confermato da molte altre fonti e attorno al quale una certa storiografia dovrebbe sicuramente riflettere.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

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Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, L’Italia e il confine orientale della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza è riuscita brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica né ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nell’esposizione delle vicende giuliane, con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

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Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Le etnie dell’Impero Austro-Ungarico

austria_hungary_1911

Questa carta inglese mostra le varie etnie dell’Impero Austro-Ungarico nel 1911, pochi anni prima della Grande Guerra. Per quanto riguarda gli italiani si può notare che:

1. erano predominanti nel Trentino ma non in Alto Adige;
2. abitavano le attuali province di Gorizia e di Trieste;
3. erano la maggioranza in tutta l’Istria occidentale (che era ed è tuttora la parte più densamente popolata della piccola penisola, essendo il resto del territorio per lo più montuoso).

Un dato curioso infine sono i nomi usati da questa carta inglese per talune città: mentre Venezia e Trento appaiono col loro nome anglicizzato (Venice e Trent), le grandi città della Venezia Giulia e della Dalmazia appaiono col loro nome italiano: Trieste, Fiume, Pola, Zara, Spalato, Ragusa e Cattaro. Nelle carte internazionali di oggi tutte queste città (tranne Trieste) sono indicate invece col loro nome croato: Rijeka, Pula, Zadar, Split, Dubrovnik e Kotor.