Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.
Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.
Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.
Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.
La Favilla di Francesco Hermet fu uno dei tanti giornali fioriti nell’epoca risorgimentale e stroncati dalla censura austriaca, che vi vedeva (a ragione) un pericoloso veicolo di idee liberali e nazionali. La principale battaglia di questo periodico, sorto a Trieste nel 1850 per iniziativa di un giovane assicuratore di origini armene, fu la reintroduzione dell’italiano come lingua d’insegnamento nelle scuole del capoluogo giuliano. All’epoca, infatti, nelle scuole di Trieste, tutti gli insegnamenti venivano impartiti in lingua tedesca. L’articolo che segue è stato recentemente pubblicato a mio nome sui Quaderni del Risorgimento (Serie n. 11), rivista periodica del Comitato di Treviso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano.
1. La pressione germanizzatrice su Trieste tra Settecento e Ottocento
Alla metà dell’Ottocento Trieste ha ormai conquistato quella posizione di rilievo che avrebbe rivestito anche nei decenni successivi quale sbocco commerciale sul Mediterraneo di larga parte dell’Europa centrale. Dopo la stasi del periodo napoleonico sono sorti i grandi complessi economici: le Assicurazioni Generali nel 1831, il LloydAustriaco nel 1833 e la RAS (Riunione Adriatica di Sicurtà) nel 1838. In questi anni la città giuliana è attraversata da un notevole cosmopolitismo, dove la prevalente italianità funge da elemento catalizzatore e unificatore delle varie nazionalità presenti1. Nondimeno, lo Stato asburgico mette in atto delle politiche che sembrano puntare a una progressiva erosione della dimensione italiana di Trieste, allo scopo di avvicinare sempre più l’antico comune al polo viennese. Emblematico al riguardo appare l’inserimento della città nella Confederazione germanica, un’associazione di Stati indipendenti di lingua e cultura tedesca alla quale ha aderito anche l’impero austriaco. Non tutti i territori asburgici sono compresi nella Confederazione: oltre all’Ungheria, ne sono esclusi il vecchio Stato da Mar veneziano (Istria veneta e Dalmazia), la Croazia, la Transilvania ed altre regioni storicamente estranee alla Germania. In verità Trieste accoglie solamente una piccola minoranza germanofona, composta per lo più da funzionari imperiali, da alcuni commercianti e dalle loro famiglie. La ragione della sua appartenenza alla federazione non è dunque di carattere nazionale. Il trattato istitutivo della Confederazione prevede che vi siano inglobate solo le realtà territoriali un tempo appartenute all’impero tedesco. Nemmeno questa condizione storica può però considerarsi realizzata per Trieste. Pertanto, quando l’Austria nell’aprile del 1818 deve motivare l’inclusione della città nella nuova compagine sovranazionale, si limita ad affermare la necessità di estendere la linea di difesa della Confederazione oltre le Alpi2. Una motivazione che per la verità suona come un semplice pretesto. Il reale intento, infatti, è quello di legare ulteriormente il capoluogo giuliano sia all’impero che al mondo germanico, i quali consideravano Trieste una loro legittima e irrinunciabile propaggine3.
Un simile disegno sembrerebbe confermato da alcuni tentativi di germanizzazione della città, che pur non giungendo mai a una vera e propria snazionalizzazione rappresentarono però un’evidente forzatura in senso centralista. Già nel 1786 l’imperatore Giuseppe II aveva decretato l’uso esclusivo del tedesco nei tribunali di Trieste e del Friuli orientale a partire dal 1789. Il decreto non ebbe mai concreta applicazione, dapprima per ragioni di oggettiva impossibilità (giudici e avvocati parlavano tutti l’italiano e pochi conoscevano il tedesco) e in seguito, dopo il 1791, per la morte dell’imperatore: il suo successore Leopoldo II fu convinto dal comune ad abolire il decreto4.
Altro caso, ben più scottante e destinato a trascinarsi per lunga parte del XIX secolo, fu quello della lingua dell’insegnamento nelle scuole. Nel 1776 il governo di Vienna soppresse la secolare scuola del comune gestita dai gesuiti e istituì la prima scuola elementare pubblica, ordinando l’insegnamento in tedesco. Durante la dominazione napoleonica fu introdotto in città il liceo italiano, il quale però venne abolito al ritorno dell’Austria in favore di un ginnasio in lingua tedesca. Nulla mutò nei successivi decenni, nonostante le petizioni avanzate dalla rappresentanza politica della città – l’i.r. Magistrato politico economico – nel 1824, 1825, 1833 e 1834. Quando nel settembre del 1848 la commissione municipale triestina, composta da membri di diverse nazionalità, chiese che la lingua d’istruzione nelle scuole pubbliche elementari e nel ginnasio fosse quella italiana, in quanto “lingua naturale del paese, da tutti intesa e generalmente parlata”, la risposta del governo fu che Trieste non era città italiana, ma “mista”. Il dispaccio ministeriale aggiungeva poi, non senza ipocrisia, che una volta date le scuole agli italiani si sarebbe dovuto darle anche agli altri popoli, “perché altrimenti si sarebbe fatta un’opera di forzata italianizzazione”. Infine, concludeva il ministero, chi l’avesse desiderato avrebbe sempre potuto iscrivere i propri figli al ginnasio di Capodistria, dove vigeva la didattica in lingua italiana5.
Fino agli anni Cinquanta dell’Ottocento, l’unica scuola superiore di Trieste ad impartire i propri insegnamenti in italiano era l’Accademia di Commercio e Nautica, i cui fondatori, all’evidenza, avevano compreso l’importanza vitale che la lingua di Dante rivestiva anche nel settore dell’economia e dei commerci cittadini6.
La conseguenza della politica intrapresa in materia dall’Austria fu quella di incentivare il ricorso ad insegnanti privati o l’iscrizione presso scuole di città limitrofe, come la già citata Capodistria.
In questo scenario, un giornale di Trieste intraprese a suo danno una coraggiosa lotta di stampa per ripristinare l’italiano come lingua d’insegnamento nelle scuole della città: alludiamo alla Favilla di Francesco Hermet, patriota e futuro capo dell’irredentismo triestino. Questo audace periodico, sorto poco dopo le agitazioni del biennio rivoluzionario 1848-49 e successivamente soppresso dalla censura nel 1852, fu una riedizione dell’omonimo giornale fondato nel 1836 ad opera di Antonio Madonizza e stampato fino al 1846. Vediamo brevemente quale fu la vicenda di questa prima edizione e come ispirò Hermet nella sua opera.
2. La prima edizione della Favilla (1836-1846)
Nata come iniziativa individuale di un aspirante avvocato istriano, La Favilla costituisce una delle principali imprese letterarie dell’Ottocento triestino7. Nel 1836 il giovane Antonio Madonizza8, praticante nello studio di Domenico Rossetti9, ottiene il permesso da parte dell’imperial-regio governo del Litorale di pubblicare un giornale letterario. Gli iniziali sospetti del direttore della polizia Call, che aveva etichettato Madonizza come “un giovane d’animo esaltato e facilmente eccitabile”, sono superati dal parere favorevole del governatore Weingarten, che acconsente alla pubblicazione del periodico10. A Trieste non esiste ancora un giornale di questo tipo, per cui si prende spunto da realtà vicine. La Favilla, che esce per la prima volta il 31 luglio 1836 con il motto dantesco “Poca favilla, gran fiamma seconda”11, affida il suo articolo di presentazione al veneziano Luigi Carrer, direttore del Gondoliere, il quale riempie la prima pagina di metafore sulla “fiamma” che la rivista avrebbe potuto generare nei suoi lettori. Nonostante la scrupolosa censura di Call, gli articoli conservano traccia dell’influsso liberale e romantico dell’epoca. L’abbandono del fondatore Madonizza, nel frattempo sposatosi e tornato nella sua Capodistria, non sancisce la fine dell’impresa, che passa anzi in mani altrettanto giovani e capaci. La penna viene dapprima ceduta a Giovanni Orlandini, che esorta alla collaborazione Antonio Somma, Antonio Gazzoletti e soprattutto Francesco Dall’Ongaro12, il principale ispiratore del giornale nel post-Madonizza. In questa seconda fase il periodico cresce di importanza ed aumenta la propria diffusione, anche per merito della direzione di Pacifico Valussi, che subentra a Giovanni Orlandini in qualità di editore.
I favillatori non sono tutti triestini, anzi, ma condividono passioni, ideali e un saldo rapporto di amicizia. Usano trovarsi nelle osterie dell’antico centro storico,in un clima di festa, dove fra una partita e l’altra si decide l’impaginazione del giornale13. La polizia triestina dedica diversi rapporti alla loro attività. In una nota del 1839, ad esempio, si legge che il giornale avrebbe alimentato le simpatie per l’Italia fra le classi più benestanti di Trieste, fornendo loro un mezzo per manifestare le proprie idee liberali. Altrove, i favillatori sono accusati di seguire un preoccupante indirizzo, e più precisamente di diffondere lo spirito “di un malintenzionato liberalismo e di una falsa nazionalità italiana”14. Nonostante tutto, la pubblicazione è consentita dalla presenza di governatori più benevoli della polizia triestina (prima Weingarten e poi il conte Stadion).
La fine arriva il 31 dicembre 1846, dopo la bellezza di undici annate (una rarità per l’epoca). Mancano i capitali per proseguire e a darne l’annuncio è Francesco Dall’Ongaro, in un articolo dal tono solenne e commosso. Il giornale accusato di italofilia e di eccessi liberali termina così la sua corsa, lasciando tuttavia un segno nel sentimento nazionale della città e nella sua storia letteraria15.
3. La Favilla di Francesco Hermet (1850-1852)
Tra la prima edizione della Favilla e quella di Hermet corrono solamente quattro anni, ma nel frattempo molto è cambiato. La tempesta quarantottesca è giunta anche a Trieste, sebbene con forza decisamente attutita rispetto a centri come Milano e Venezia. Nel capoluogo giuliano infatti non si registrano colpi di mano o insurrezioni, ma vi è indubbiamente del movimento, a partire dal mondo della carta stampata. Una volta promulgata la costituzione a Vienna, Trieste assiste a un gran fiorire di giornali: tra il 1848 e il 1849 vedono la luce una quarantina di fogli diversi. Ben pochi tuttavia sopravvivono al giro di vite imposto dal ritorno della censura. Dal 1850 al 1859 solo due giornali escono regolarmente in città senza incontrare ostacoli: l’Osservatore Triestino, che per non sparire dalla circolazione dedica le proprie colonne esclusivamente ai commerci, ai trasporti e alle assicurazioni, e Il Diavoletto, un periodico umoristico di stampo filoasburgico che aveva sempre combattuto per far trionfare la reazione austriaca16. A ben vedere, rispetto ai tempi precedenti il 1848, la legislazione austriaca in tema di censura non si è fatta molto più stringente. Tuttavia, da un lato le autorità si sono irrigidite, ricorrendo a tutti gli strumenti in loro possesso per attuare un controllo severo e capillare della stampa; dall’altro lato, le correnti liberate dal Quarantotto hanno irrobustito la coscienza liberale e nazionale di molti giovani, i quali, fra le strettoie della censura, si adoperano in tutti i modi possibili per esprimere i propri ideali, nella speranza di risvegliare ed influenzare l’opinione pubblica.
3.1 Francesco Hermet
Francesco Hermet conosce bene il giornalismo per essersi formato proprio nella Favilla di Madonizza e Dall’Ongaro. Nato a Vienna il 30 novembre 1811 da una famiglia armeno-cattolica di ceto benestante, discendente da ugonotti francesi emigrati in Persia e poi tornati in Europa, Hermet mostra fin da giovane una vivace passione per le lettere e la politica, nonostante la necessità lo porti a lavorare prima come corrispondente per le Assicurazioni Generali e poi come agente di commercio. In una memoria stesa in tarda età, definirà gli appuntamenti serali con i favillatori come le ore più belle e gradite della sua vita17. La miccia dei suoi ideali politici era stata accesa qualche anno prima dai moti del 1830 e da un singolare incontro avvenuto l’anno successivo con alcuni prigionieri politici polacchi, i quali si trovavano a Trieste in attesa di essere trasferiti in America.
Il giovane patriota balza agli onori della cronaca nel 1848, quando Trieste deve eleggere due deputati da inviare alla Dieta di Francoforte, organo assembleare della Confederazione germanica. Per ragioni di censo, egli si trova compreso tra i cittadini aventi diritto al voto. I candidati del governo, Karl Ludwig von Bruck (fondatore del Lloyd austriaco) e Friedrich Moritz von Burger (futuro governatore del Litorale), passerebbero facilmente se non fosse per la strenua opposizione di Hermet, che chiede con fermezza l’elezione di rappresentanti triestini in luogo dei due austriaci proposti. Il suo intervento sortisce l’effetto di sospendere la seduta e di rinviarla al giorno successivo al Teatro Corti (di cui è proprietario). I candidati di Vienna passano ugualmente, ma Hermet riesce nel suo duplice intento di protestare contro l’aggregazione di Trieste alla Confederazione germanica e di suscitare “un po’ di risveglio nella vita pubblica”. Cercherà di dare un seguito a questi episodi, fondando un’associazione di stampo politico, la Società dei Triestini, la quale raccoglie adesioni importanti, ma è costretta a chiudere i battenti per l’incalzare della reazione. Hermet si determina dunque a dare voce ai propri ideali in altro modo, tornando al giornalismo. Nasce così il progetto di riportare in vita il periodico in cui egli stesso era cresciuto e che tanto aveva significato per il liberalismo triestino.
3.2 La prima annata (1850): la questione della lingua e la censura della polizia
L’11 settembre 1850 esce il primo numero della nuova Favilla, con il sottotitolo “Giornale di cose patrie e varietà” e il consueto motto “Poca favilla, gran fiamma seconda”. Ne è redattore il tipografo vicentino Camillo Lustro, secondo l’usanza invalsa all’epoca di non esporre direttamente il fondatore del periodico. Il giornale ricorda il suo predecessore anche nella foggia: due colonne per pagina, nessuna illustrazione. Si tratta di un bisettimanale di quattro facciate, in uscita il mercoledì e la domenica e che fin dal suo debutto annuncia espressamente di volersi occupare di vicende cittadine (“cose patrie”) e varietà (in primis teatro e letteratura). Più precisamente, la nuova Favilla si propone di seguire le riunioni del consiglio comunale, l’amministrazione della giustizia nei tribunali triestini e, ovviamente, le lettere, “tenendo desto l’amore per la lingua e la letteratura nazionale”.
Di particolare interesse appare la spiegazione del nome del giornale. Invece di un semplice richiamo alla precedente edizione della Favilla, la prima pagina del nuovo periodico di Hermet pone l’accento sulla necessità di alimentare e ravvivare presso la popolazione la “scintilla” dell’amore per il vero e la conoscenza. “Questo titolo, di modesto bensì, ma pur vastissimo significato, ci permetterà d’occuparci della educazione morale e civile del popolo, della sua istruzione e del miglioramento delle sue condizioni, delle pubbliche istituzioni esistenti tra noi, delle belle lettere, delle belle arti, dei pubblici trattenimenti”. Per quanto nello stesso articolo di presentazione il giornale rifugga espressamente dalla politica, si capisce che quello della Favilla non è un programma puramente culturale. Invero, i cenni alle lettere e alle arti sembrano un escamotage atto ad evitare eccessivi sospetti da parte delle autorità austriache, le quali nutrono una forte diffidenza verso ogni nuova iniziativa editoriale, tendendo a scorgevi un fine antigovernativo o addirittura sovversivo. Nel caso della rinata Favilla, il dichiarato interesse per l’incivilimento del popolo e la sua istruzione, come si vedrà a breve, annuncia un diffuso impegno sul versante della difesa dei diritti nazionali.
“Nel 1850” racconta Francesco Hermet “fondai un foglio politico che usciva due volte per settimana, ed era intitolato La Favilla. Nei primi tempi vi collaboravano egregie persone tanto di qui quanto del Veneto, dell’Istria e del Goriziano. Queste però dovettero ben presto ritirarsi dinnanzi ai rigori della reazione, che incalzava sempre più…”. Per una migliore comprensione degli eventi, occorre considerare il periodo storico in cui Hermet tentava la sua avventura nel giornalismo, guardando sia alla situazione generale dell’impero austriaco che a quella triestina.
Quanto all’Austria, il decennio intercorrente tra la fine della rivoluzione del 1848 e il 1859-60 è contraddistinto da una politica di tipo neo-assolutista. L’esigenza di mantenere l’integrità territoriale dell’impero, seriamente messa a rischio dalle rivolte italiane e ungheresi, e la parallela necessità di fronteggiare richieste politiche sempre più pressanti, spingono il giovane imperatore Francesco Giuseppe ad optare per un sistema di governo che accentri maggiormente i poteri nelle sue mani. Si torna dunque – o meglio, si regredisce – alla monarchia assoluta, cancellando gran parte delle libertà precedentemente riconosciute dalla costituzione del 1848, a cominciare dalla stampa, la quale diventa oggetto di restrizioni e controlli sempre più serrati ad opera della polizia.
Quanto a Trieste, la città gode di misure più favorevoli rispetti ai principali centri del limitrofo Lombardo-Veneto, ancora soggetto allo stato d’assedio. Nel capoluogo giuliano viene mantenuto provvisoriamente il comando supremo della marina, dopo che gli eventi del 1848 avevano destituito Venezia dalla sua posizione centrale nella Kriegsmarine asburgica. Al contempo, come contropartita per il tepore mostrato di fronte alle sirene liberali degli anni precedenti, Trieste viene dotata di un nuovo statuto che ricostituisce, con certe limitazioni, la vecchia autonomia municipale18. Al consiglio comunale viene dato il carattere quasi parlamentare di dieta provinciale e nel settembre del 1850 si tengono le elezioni dei suoi membri. La rinata Favilla fa la sua comparsa proprio in questi giorni. Il secondo numero di domenica 15 settembre, infatti, si trova a commentare gli esiti della recente tornata elettorale, dove i due schieramenti, liberale e filogovernativo, si sono pressoché equivalsi, con una leggera prevalenza del secondo sul primo. Bastano poche righe dell’articolo che campeggia in prima pagina per capire che La Favilla sarà essenzialmente un giornale d’opposizione, che vigilerà sull’attività del nuovo consiglio a difesa del “sentimento nazionale” della città, “negletto, ottuso e imbastardito” dalle precedenti amministrazioni.
Nel quarto numero del 22 settembre viene affrontata per la prima volta la questione della lingua d’insegnamento nel ginnasio, con l’augurio che la neoeletta rappresentanza municipale decida di battersi per la causa. Nel sesto numero del 29 settembre si riporta la notizia dell’aiuto economico offerto dai triestini alle vittime di una recente alluvione nel bresciano, un gesto interpretato non solo come una manifestazione di pietà, ma anche come espressione di un sentimento “che porta irresistibilmente a fraternizzare coloro che hanno comune il cielo, il linguaggio, i costumi e la storia… Questa occasione dissuada una volta quei tali i quali vorrebbero tuttavia render per sempre straniera Trieste all’Italia”. Nel settimo numero del 2 ottobre viene apertamente contestata la decisione delle autorità di proibire la distribuzione in città della Concordia di Torino, giornale piemontese con cui LaFavilla aveva esercitato il cambio. In queste prime uscite, pur mantenendo un registro prudente, Hermet non pare curarsi molto delle opinioni di chi potrebbe metterlo a tacere. Il che, come vedremo, non rimarrà senza conseguenze.
L’articolo d’apertura del 13 ottobre, intitolato Polemica, è una delle più appassionate difese della nazionalità di Trieste che si rinvengono nel periodico. In questo pezzo viene aspramente criticato un corrispondente del Lloyd di Vienna, il quale, nell’affrontare la questione della lingua d’insegnamento nelle scuole pubbliche triestine, aveva negato con decisione l’italianità della città, definendo quest’ultima un “microcosmo” di tutta l’Austria e bollando come puramente accidentale e convenzionale il fatto che la lingua italiana fosse la più diffusa in città.
Ecco la replica: “No, signor corrispondente, e voi tutti o signori del Lloyd di Vienna o di Trieste, noi cinquantamila triestini non parliamo l’italiano né per accidente né per convenzione; lo parliamo perché è cosa nostra, propriamente nostra… E questo preziosissimo tesoro della nostra nazionalità e della lingua nostra noi lo teniam caro e caro lo terremo e ci stringeremo ad esso e lo porteremo in trionfo e non lo abbandoneremo giammai, a dispetto della tricolore germanica che un dì si volle inalberare sul nostro castello, a dispetto del bastardo sistema d’istruzione che si vorrebbe tuttora conservato…”.
Significativamente, nello stesso numero il periodico è costretto a pubblicare una nota della polizia, dove si dà atto di un’indagine avviata presso la Procura di Stato nei confronti della redazione del giornale per un’asserita violazione della normativa in materia di stampa. Oggetto della contestazione è un articolo della precedente settimana, dove viene messa in dubbio la correttezza dell’operato della polizia nella gestione dell’ordine pubblico.
Questo non impedisce tuttavia alla Favilla di mantenere la sua impostazione polemica e patriottica, specialmente sulla questione della lingua. Nuovo bersaglio, nel numero 15 del 30 ottobre, è la germanizzazione della marina austriaca, a seguito del trasferimento del comando supremo da Venezia a Trieste. La rivoluzione veneziana del biennio 1848-49 costrinse l’Austria a “de-venetizzare” la marina, fino ad allora ufficialmente nota come “austro-veneta” e da quel momento in avanti chiamata semplicemente “austriaca”. Il cambiamento, tuttavia, non fu solo nel nome: negli equipaggi, infatti, il tedesco venne elevato al rango di lingua ufficiale, al punto tale che, secondo una corrispondenza dell’Osservatore triestino del 1850, dai bastimenti non si udiva più una parola d’italiano. La Favilla trae spunto da questa testimonianza – vera o falsa che fosse – per affermare che germanizzare la marina equivaleva a snaturarla: “L’Austria … se non venga un nuovo cataclisma universale a cambiar la sua forma topografica, non può aver altra marina che italiana, perché non ha altro mare che italiano, non ha altre coste che italiane, non ha altri naviganti che italiani, non ha altri cantieri, altri arsenali, altri porti che italiani”.
Il 3 novembre il periodico di Hermet inserisce in prima pagina una poesia dal titolo La popolana triestina, i cui versi, leggeri ma pungenti, ribadiscono lo stretto legame tra la città e la lingua italiana, esecrando ogni avverso tentativo di snazionalizzazione. Eccone il testo:
“Giovinetta, che lingua sai parlare?”
Son di Trieste e parlo l’italiana –
“Ma se ti fanno slava diventare
O ti vorran della nazion germana,
A che ti gioverà, fanciulla bella,
La tua nativa italica favella?”
Mia madre m’insegnò poiché son nata
A dirle madre ed a pregare Iddio
In questa lingua che ho sempre parlata
Alle amiche, ai parenti e all’amor mio;
E se ignoro la slava e la germana,
Se parlo l’italian, sono italiana.
Non credo così crudi i forestieri
Ch’hanno fra noi ricetto e che ospitiamo
Da volerci rapir lingua e pensieri
E l’amore di tutto ciò che amiamo;
Poichè è retaggio che da Dio sol viene
La lingua e la nazion cui s’appartiene.
Dal tempio di San Giusto ai lazzaretti,
I canti dei fanciulli che ascoltiamo,
Le preghiere dei nostri poveretti,
Le lapidi che ai morti noi ponghiamo,
Non palesa abbastanza ad ogni estrano
Che il popol a Trieste è italiano?
Che se una parte degli abitatori
Di queste a noi limitrofe campagne,
Se poveri ed ignari agricoltori
Parlan strane favelle e discompagne;
Ha Trieste e l’adriatica riviera
Itala lingua e civiltà primiera
Nello stesso numero, il giornale risponde alle critiche di chi lo definisce antitedesco, replicando di non avere in odio la Germania, ma di lottare “contro l’invasione e il predominio dell’elemento germanico in terra che germanica non è”.
Il tema caldo resta dunque quello della lingua e dell’identità nazionale, un binomio inscindibile per la redazione della Favilla, che dopo alcune pubblicazioni torna a battere sulla questione dell’insegnamento. Nell’articolo Istruzione pubblica del numero 18 si evidenzia infatti l’assurdità di costringere i ragazzi triestini a dei corsi pre-universitari in tedesco, quando quelli universitari (presso l’ateneo di Padova) si svolgono in lingua italiana. Analoghi concetti vengono espressi nel numero 23 del 27 novembre, dove si proclama a chiare lettere: “Noi domandiamo che a Trieste la lingua d’insegnamento in tutte le pubbliche scuole sia esclusivamente la italiana, unendovi però lo studio obbligatorio della lingua tedesca”. Il 1° dicembre si osa ancora di più: in prima pagina viene citata una voce secondo la quale il governo di Vienna avrebbe comunicato alla Luogotenenza del Litorale la volontà di mantenere il tedesco come lingua d’insegnamento del ginnasio. Il pezzo, dal titolo Una cattiva nuova!, è un latente attacco al governo austriaco, nonché un invito alla popolazione a protestare contro quello che viene definito un “danno” alla cittadinanza triestina. Per la Procura di Trieste è davvero troppo. Il giorno successivo viene ordinata la sospensione del giornale, colpevole di aver espresso considerazioni di natura politica quando si sarebbe dovuto limitare a trattare di “cose patrie e varietà”. Alla redazione è imposto il pagamento di una salatissima cauzione, che all’epoca doveva essere versata da tutti i giornali che avessero voluto affrontare argomenti politici. Hermet e i suoi soci si trovano pertanto a un bivio: pagare la somma richiesta, tenendo in vita la rivista, o sparire dal mondo della carta stampata dopo nemmeno tre mesi di pubblicazione.
3.3 La seconda e la terza annata (1851-52). I processi penali a Francesco Hermet e collaboratori e la chiusura del giornale
Occorrono alcune settimane per raccogliere l’importo della cauzione, ma alla fine, anche grazie al generoso aiuto di molti abbonati, l’obiettivo viene raggiunto. Il giornale torna dunque in libreria19 il 9 febbraio 1851, con un formato più grande e un nuovo sottotitolo: da “Giornale di cose patrie e varietà” si passa infatti a “Giornale di politica e cose patrie”20. Almeno inizialmente, la redazione decide di perseverare nelle proprie battaglie, insistendo per l’istituzione di un ginnasio italiano in città. A tale argomento, specialmente nei primi mesi del 1851, vengono dedicati diversi articoli dal tono risoluto e accorato. Il pagamento della cauzione, tuttavia, non è un lasciapassare per la piena libertà d’espressione, che di fatto, in regime di censura, non può esistere. Paradossalmente, nonostante il nuovo status di giornale politico, LaFavilla è costretta ad osservare una linea editoriale più accorta. Dopo le ammonizioni e la sospensione dell’anno precedente, infatti, la polizia triestina alza inevitabilmente il livello di guardia. E non è l’unica a farlo: il maresciallo Radetzky arriva addirittura a vietare la distribuzione del giornale nel Regno Lombardo-Veneto21. A preoccupare il vecchio comandante, probabilmente, non era tanto la diffusione delle idee patriottiche e liberali agitate dalla Favilla, quanto il fatto che simili idee circolassero pure a Trieste: i sudditi veneti e lombardi avrebbero potuto trarne il convincimento che la città giuliana non fosse poi così fedele alla corona, contrariamente a quella che allora era un’opinione diffusa, specie negli ambienti conservatori e filoasburgici.
In termini di vendite, il veto alla diffusione nel Lombardo-Veneto rappresenta un freno non indifferente all’azione del foglio, il quale cerca di tenersi in piedi finché i fondi e le circostanze lo permettono. I grattacapi, tuttavia, non si fanno attendere. Nel novembre 1851, ad esempio, il giornale riceve un’ammonizione scritta dal Luogotenente del Litorale Franz Wimpffen. Il tenore delle contestazioni rivolte ad Hermet e a suoi è decisamente indicativo del clima di oppressione vigente all’epoca. La redazione della Favilla, infatti, viene richiamata per “la tendenza perseverante” a destare “malcontento col presente ordine delle cose”, “infondate inquietudini” e “diffidenza nelle misure del governo”22. L’anno della stretta contro il giornale è però il 1852, quando la Procura di Trieste intenta un processo politico a Francesco Hermet con l’accusa di ingiurie verso il sovrano. L’incriminazione è dovuta a un articolo inserito nel numero 122 del 21 gennaio, tratto a sua volta da un pezzo pubblicato sul Corriere Italiano, giornale in lingua italiana che si stampava a Vienna con sostegno e finanziamento governativi. Il passaggio contestato è la notizia di un discorso pronunciato a New York dal patriota ungherese Kossuth, il quale si era riferito genericamente ai sovrani europei con l’appellativo infamante di “despoti”. La redazione della Favilla viene pertanto accusata di aver ingiuriato l’imperatore d’Austria, offendendo il rispetto a lui dovuto. Dapprima viene incolpato e convocato il nuovo redattore responsabile del foglio, Giovanni Battista Pagani, il quale però se la cava indicando Francesco Hermet quale autore dell’articolo. Nessun avvocato accetta la difesa di Hermet, probabilmente per paura. Davanti al magistrato, il patriota triestino sostiene la sua innocenza in modo singolare, con argomentazioni argute e osservazioni sarcastiche, come egli stesso racconta nelle proprie memorie23: “Il giudice istruttore era un nostro triestino il consigliere Ravasini, degno galantuomo. I miei mezzi di difesa consistevano nel foglio originale del Corriere Italiano e nel vocabolario della lingua italiana del Bazzarini. Dettai oltre a dieci pagine di roba facendo ridere a crepapelle il mio giudice che mi diceva: “la diga, la diga, la vada avanti, bello, bello!”. Erano canzonature sulla circostanza abbastanza bizzarra di un giornale incriminato che il Governo pagava e sul significato del vocabolo “despota” che il Bazzarini decifrava: “dignità dell’impero greco”, sul titolo assunto e dato comunemente dallo czar di autocrate di tutte le Russie, su quello prediletto del Sultano, Padiscià, cioè “Re dei Re”, e finalmente ciò che in senso giuridico riuscì decisivo, feci cenno della patente sovrana del dicembre 1851, con cui l’imperatore aveva dichiarato di riassumere in sé tutti i poteri dello Stato. L’esito di questa difesa fatta a modo mio fu soddisfacentissimo. La procura desistette dal processo e nel decreto di desistenza si pregava la redazione di non far cenno dell’avvenimento sul giornale”24.
La vicenda giudiziaria si conclude favorevolmente ad Hermet, ma rappresenta un campanello d’allarme che non può essere ignorato, al pari delle nuove ammonizioni che giungono dalla Luogotenenza e, soprattutto, delle pene che vengono invece comminate il 17 agosto 1852 a carico di due collaboratori del giornale, Camillo Lustro e Filippo Lodoletti. Con il riconoscimento di violazioni della legge sulla stampa, il primo è condannato a otto giorni di arresto e a una multa di venti fiorini, il secondo a dieci giorni di arresto, inaspriti da due digiuni. La rivista, dopo aver assunto un profilo più grigio e rinunciatario, è pertanto costretta a chiudere, come ricorda lo stesso Hermet: “Il giornale si ridusse ad una semplice cronaca, ma anche questa non garbava per quanto fosse innocua, ed avute le tre ammonizioni che in quel tempo erano richieste per far morire i giornali di morte violenta, esso soggiacque all’inevitabile suo destino…”25.
Il liberalismo triestino smette dunque di avere una voce nel mondo della stampa ed invano, negli anni immediatamente successivi, avrebbe cercato di recuperarla. Tutti i tentativi in tal senso vengono soffocati dalla polizia, dalla Procura di Stato e dalla Luogotenenza, le quali agiscono pressappoco alla stessa maniera: contestazioni formali, interrogatori, perquisizioni domiciliari, processi politici, fin a quando il redattore del giornale politicamente scomodo non desiste o addirittura non fugge dalla città per evitare arresti o maggiori complicazioni, come accaduto nel 1859 a Demetrio Livaditi e Leone Fortis, responsabili del giornale satirico-umoristico La Ciarla26.
Dal canto suo, Francesco Hermet preferisce uscire dai riflettori per qualche anno, tornando ad occuparsi quasi esclusivamente della sua professione di assicuratore. Non si tratta tuttavia di un ritiro dalla vita pubblica. Nel 1861 viene infatti eletto in consiglio comunale, ovvero nello stesso organo politico che un decennio prima si era proposto di seguire scrupolosamente dalle colonne del suo periodico. Nei panni di consigliere, prosegue la sua campagna per l’introduzione dell’italiano come lingua d’insegnamento e, in seguito, per l’apertura di un’università italiana a Trieste. Ma è soltanto una parte dell’impegno civico da lui profuso: a mero titolo esemplificativo, citiamo la sua elezione nel 1869 a deputato del Consiglio dell’Impero e la fondazione, sempre sul finire degli anni Sessanta, di un nuovo giornale di stampo liberale e nazionale, Il Cittadino.
Francesco Hermet muore a Trieste il 16 febbraio 1883.
In tarda età, ricordando il processo subito ai tempi della Favilla, poteva affermare con soddisfazione e senso di rivincita: “Nello stadio del processo inquisitorio ebbi campo d’ispezionare la cosidetta fedina politica, che mi concerneva. Dopo il solito “incensurato” questa letteralmente suonava: “Fanatico partigiano della sognata indipendenza italiana”. Nè io era un fanatico né l’indipendenza italiana era un sogno. Ma ciò, che era vero in quell’epoca e lo è anche adesso, è che io, con tutte le forze dell’animo mio desiderava si realizzassero le aspirazioni degli italiani nutrite da 10 secoli. E ciò è avvenuto.”27
Giovanni Pistolato
NOTE
1 Per un’introduzione sul clima sociale, politico ed economico della Trieste risorgimentale, si consigliano i seguenti testi: Angelo Ara e Claudio Magris, Trieste. Un’identità di frontiera, Einaudi, Torino, 1982, pag. 18 e ss.; a cura di Grazia Tatò, Trieste, Gorizia e l’Unità d’Italia, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Stella Arti Grafiche, Trieste, 2012.
2 Sigismondo Bonfiglio, Italia e Confederazione germanica: studi documentati di diritto diplomatico storico e razionale intorno alle pretensioni germaniche sul versante meridionale delle Alpi, Paravia, Torino-Milano, 1863; Attilio Tamaro, Storia di Trieste, Edizioni Lint, Trieste, 1976, vol. II, pag. 300. Si tenga presente che l’appartenenza di Trieste alla Confederazione germanica rimase ignota alla cittadinanza fino al 1848. Alcune interessanti fonti sulla Confederazione germanica e sulla sua fredda accoglienza a Trieste e in Istria sono contenute in Francesco Salata, Il diritto dell’Italia su Trieste e l’Istria: documenti, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1915.
3 Lo storico Attilio Tamaro cita un rapporto imperiale del 1718 – di poco precedente alla proclamazione del porto franco – nel quale si esprime l’intenzione di fare di Trieste “eine Tür von Teuschland”, una porta della Germania (Attilio Tamaro, op. cit., vol. II, pag. 175). Si tratta di un riflesso della cosiddetta “politica dei valichi” perseguita già nel Medioevo dai sovrani tedeschi, che dal X secolo avevano cercato di tenersi una strada aperta verso l’Italia (Gioacchino Volpe, Albori della nazione italiana, in Momenti di storia italiana, Vallecchi, Firenze, 1952, pp. 35-38; Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Editori Laterza, Roma, 2002, pp. 85 e 144). Trieste rimase un obiettivo geopolitico tedesco fino alla Seconda guerra mondiale: dopo l’8 settembre 1943, la Germania istituì la Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico (comprendente il Friuli, la Venezia Giulia e Lubiana) in vista di una sua futura annessione al Reich.
4 Attilio Tamaro, op. cit., vol. II, pag. 178 e ss.
5 Un interessante excursus storico sulle scuole pubbliche di Trieste dalle origini fino alla metà dell’Ottocento si trova nel verbale della decima seduta pubblica del consiglio municipale di Trieste tenutasi il 18 febbraio 1862, consultabile in Verbali della Delegazione Municipale di Trieste, Tipografia del Lloyd Austriaco, Trieste, 1865, pag. 3 e ss. L’episodio della richiesta avanzata dai triestini nel 1848 è riportato anche da Bernardo Benussi, L’Istria nei suoi due millenni di storia, Treves-Zanichelli, Trieste, 1924, pag. 485.
6 Aldo Tassini, La difesa della lingua materna nell’insegnamento, contesa dall’Austria, nella Rassegna Storica del Risorgimento, 1951, pag. 667 e ss.
7 Sull’argomento, cfr. Cesare Pagnini, I giornali di Trieste. Dalle origini al 1959, Centro Studi, Milano, 1959, pag. 63 e ss.; Giovanni Quarantotto, Le origini e i primordi del giornale letterario triestino La Favilla, nell’Archeografo Triestino, Trieste, III serie, vol. X, 1923, pp. 169-237; Giuseppe Caprin, Tempi andati. Pagine della vita triestina (1830-1848), Stabilimento Artistico- Tipografico G. Caprin edit., Trieste, 1891, pag. 79 e ss.; Giorgio Negrelli, Una rivista borghese nell’Austria metternichiana, nella Rassegna Storica del Risorgimento, 1978; Giorgio Negrelli, La Favilla (1836-1846). Pagine scelte della rivista, Del Bianco Editore, Udine, 1985.
8 Antonio Madonizza nacque a Capodistria l’8 febbraio 1806 e si laureò in legge a Padova, esercitando la professione di avvocato prima a Trieste e poi nella sua città natale. Si dedicò anche alla politica, venendo eletto come deputato all’Assemblea costituente di Vienna nel 1848. Nel 1867, a più di trent’anni di distanza dalla fondazione della Favilla, Madonizza si tuffò nuovamente nel giornalismo, comparendo tra gli ideatori della rivista La Provincia dell’Istria. Morì a Parenzo il 1° settembre 1880 (sulla figura di Madonizza, cfr. Giorgio Negrelli, voce Madonizza Antonio, in Österreichisches Biographisches Lexikon, 1972, pp. 402-403).
9 Domenico Rossetti fu una delle più eminenti personalità triestine tra il Settecento e l’Ottocento. Nato il 19 marzo 1774, si dedicò fin da giovane alla vita pubblica della propria città, alla promozione di svariate attività culturali e alla sua professione, l’avvocatura. Nel 1810 fondò la Società del Gabinetto di Minerva, la più importante associazione culturale cittadina, alla quale affiancò una rivista storiografica, l’Archeografo Triestino, pubblicata ancora oggi. Morì a Trieste il 29 novembre 1842 (sulla figura di Rossetti, cfr. Simone Volpato, voce Domenico Rossetti De Scander, in Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani, volume 88, 2017).
10 Giovanni Quarantotto, La Favilla e la polizia austriaca, nell’Archeografo Triestino, Trieste, III serie, vol. XVI (1930-31), pp. 199-214.
11 “Poca favilla gran fiamma seconda” è un verso del primo canto del Paradiso di Dante. Esso sta a significare che anche dalle piccole azioni (“poca favilla”) possono scaturire grandi eventi (“gran fiamma seconda”). La frase, divenuta proverbiale, viene citata il più delle volte come monito a considerare attentamente le possibili conseguenze della propria condotta. In questo caso, tuttavia, il significato è palesemente augurale. Lo stesso motto verrà ripreso nel 1850 da Francesco Hermet nella nuova edizione del giornale.
12 Alla figura di Francesco Dall’Ongaro è dedicato l’articolo di Domenico Rossi Francesco Dall’Ongaro, patriota mazziniano. Il percorso politico, civile, letterario e rivoluzionario, pubblicato nel numero 10 dei Quaderni del Risorgimento a cura dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano – Comitato di Treviso, pagg. 42-62.
15 I numeri di questa prima edizione della Favilla sono consultabili online tramite l’emeroteca digitale della Biblioteca Nazionale Austriaca all’indirizzo https://anno.onb.ac.at/
16 Sul tema della censura e della stampa in Austria dopo il 1848, cfr. Cesare Pagnini, op. cit., pag. 87 e ss., e Giovanni Pistolato, “A Trieste, mia città natale”. Storia dello scrittore Demetrio Livaditi e del giornale triestino La Ciarla, Editrice Storica, Treviso, 2018, pag. 73 e ss.
17 Le memorie di Francesco Hermet che si citeranno di qui in seguito sono tratte da Marino Szombathely, Le memorie autobiografiche di Francesco Hermet, nella Porta Orientale, Febbraio 1933, Anno III, Fasc. 2. Per tutte le altre informazioni biografiche, la fonte di riferimento è Michele Gottardi, voce Francesco Hermet in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 61, 2004.
18 Roberto Spazzali, L’Unità d’Italia a Trieste, città dell’impero asburgico (1861-1919) in Trieste, Gorizia e l’Unità d’Italia, a cura di Grazia Tatò, Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, Stella Arti Grafiche, Trieste, 2012, pag. 15 e ss.
19 Al tempo non erano ancora diffuse le edicole e la legge austriaca in materia di stampa vietava la vendita a mezzo strilloni. Solo i librai muniti dell’apposita licenza potevano distribuire i periodici.
20 Sempre nella prima pagina di questo numero, viene pubblicato integralmente il testo del provvedimento di sospensione precedentemente adottato dalla Procura di Stato.
21 Cesare Pagnini, Dei giornali triestini del decennio di preparazione ed in particolare della Ciarla, nella Rassegna storica del Risorgimento, 1952, n. 4, pag. 700.
22La Favilla, numero 103 del 16 novembre 1851. Il testo dell’ammonizione è pubblicato in prima pagina per ordine dell’autorità.
24 Riferimenti al processo si trovano nelle seguenti opere: Cesare Pagnini, I giornali di Trieste dalle origini al 1959, Centro Studi, Milano, 1959, pp. 165-166; Nereo Salvi, Fonti e documenti per la storia dell’irredentismo giuliano. I processi politici dal 1850 al 1860, nell’Archeografo Triestino, Trieste, serie III, vol. XXXIII (1960-61), pp. 119-121; Giuseppe Stefani, Cavour e la Venezia Giulia. Contributo alla storia del problema adriatico durante il Risorgimento, Le Monnier, Firenze, 1955, pag. 72.
25 I numeri della Favilla di Francesco Hermet (1850-1852) sono conservati presso la Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste. L’ultimo numero uscito è il 184 del 25 agosto 1852, pubblicato a circa una settimana di distanza dalle condanne di Lustro e Lodoletti.
Non ci eravamo abituati, ma era già successo, lasciandosi dietro la stessa coda di polemiche.
Tempo fa, durante alcune mie ricerche, trovai questa prima pagina della Favilla, un elegante giornale triestino dell’Ottocento.
Il numero è del 16 ottobre 1850 (170 anni e una settimana fa), ma potrebbe essere scritto oggi, se non in Italia sicuramente in qualche altro Paese d’Europa o del mondo. All’epoca si era appena usciti da un’epidemia di colera e altre se ne temevano:
“Non traspirò nulla […] circa ai provvedimenti da prendersi onde tenere lontana la minacciante invasione del morbo indiano; solo si lesse un avviso della Commissione sanitaria che raccomanda al popolo alcune precauzioni dietetiche le mille volte ripetute e sempre inutilmente. Sta però bene che non si trascurino simili avvertimenti, e sarà meglio ancor quando sieno seguiti da misure di efficacia più pronta e sicura”
Poi un articolo dai toni piuttosto accesi, intitolato “POLEMICA“, dove la Favilla attacca frontalmente un altro giornale triestino, l’Osservatore (di stampo filo-austriaco), per una diversità di vedute sulla gestione dell’emergenza sanitaria da parte dell’amministrazione cittadina:
“Noi censurammo soltanto, ed in ciò persistiamo, il difetto totale di misure preventive atte ad arrestare l’invasione del morbo od almeno la sua maggiore diffusione. Che importa se una Commissione fu nominata sino dal giugno se sino al settembre essa non diede segni di vita?”.
“Ci basti riandare a quei mesi funesti in cui il male, latente in prima, scoppiava con violenza inusitata. Quali provvedimenti erano stati presi, quali misure preventive adottate?”
E poi, il solito vecchio augurio: “… parliamone, chè forse la sperienza del passato varrà a renderci più saggi per l’avvenire“.
Nel 1874 il viaggiatore francese Yriarte passò per Trieste e colse l’occasione per raccogliere alcune note su quellasingolare e variopinta città dell’impero asburgico. Il suo diario di viaggio, comprendente alcune memorie sull’Istria,fu pubblicato l’anno successivo a Milano daEmilio Treves, come parte di una più vasta collana di testi battezzata Il giro del mondo. Nel 2013 l’opera è stata presentata nuovamente al grande pubblico in una nuova veste editoriale curata dalla Biblioteca dell’Immagine di Pordenone. L’autore, esattamente come nel 1875, è indicato con il nome di “Carlo” in luogo del francese “Charles”. Il libro, a cui è stato dato semplicemente il titolo diTrieste, non include le memorie di viaggio sull’Istria, a cui è stata dedicata una seconda e diversa pubblicazione nel 2014.
Agli occhi del lettore odierno il testo presenta essenzialmente due motivi di interesse: raffigura Trieste nel periodo della sua massima ascesa e denota una crescente curiosità per una città che nei decenni successivi avrebbe assunto una valenzafondamentale nell’immaginario collettivo nazionale. Pertanto merita sicuramente di stare nella libreria di chiunque si ritenga appassionato a Trieste, ma con una precisazione:è un diario breve e quindi non esaustivo. Yriarte alterna pagine che denotano una spiccata capacità di osservazione ad altre che, pur ricche di dettagli, si avvicinano alla freddezza espositiva di una guida turistica.
Un marinaio dal carattere burbero ritorna alla propria casa dopo anni di lunga assenza. Ad attenderlo c’è un bambino, che trepida all’idea di rivedere suo padre. Molto tempo più tardi quello stesso bambino, divenuto uomo,accetta di accompagnare il genitore anziano e malato nell’ultimo viaggio verso l’isola della sua giovinezza.
Il ritorno del padre(1933) e L’isola(1942)sono dueamabili racconti dal forte sapore autobiografico di Giani Stuparich, uno dei protagonisti della felice stagione letteraria triestina del secolo scorso. Il rapporto con la figura paterna èdelineatoin entrambi i testi con rara delicatezza ed estrema sensibilità.La vicenda del padre e del figlio, fotografata prima nell’età dell’infanzia e poi nel momento del doloroso distacco, è un richiamo alla ciclicità della vita, nonché alla mutevolezza degli affetti familiari. Perché se uno soltanto è il padre, sentimenti e rapporti di forza evolvono a seconda del tempo e dei contesti, fino a giungere a un capovolgimento delle posizioni.
Per i loro numerosi e reciproci rimandi, i due racconti formano di fatto un dittico, rendendo obbligata una lettura congiunta. Lo stesso Stuparich, del resto, decise di porli rispettivamente all’inizio e alla fine di una raccolta dei propri scritti edita da Einaudi nel 1961, suggerendo così la loro intima connessione. Grazie alla casa editrice Quodlibet (che li ha recentemente ristampati) oggi è nuovamente possibile apprezzare queste due piccole perle della nostra letteratura.
Un vecchio taccuino e alcune carte inedite della polizia austriaca raccontano la storia di un uomo che per aver sfidato la censura fu costretto ad abbandonare la propria città.
Nella Trieste asburgica di metà Ottocento, un giovane scrittore di origini greche, Demetrio Livaditi, decise di fondare un giornale “chesotto il manto della letteratura tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria”.
La Ciarla uscì per poche decine di numeri, ma il tono dei suoi articoli allarmò le forze dell’ordine, che intervennero in più occasioni con multe, perquisizioni e sequestri. Le copie del giornale, fitte di allusioni contro Vienna, andarono a ruba da quando cominciò a scrivervi Leone Fortis, un estroso e irriverente letterato nativo della comunità ebraica triestina.
Con questo libro l’autore ripercorre la movimentata storia della Ciarla e del suo fondatore, riportando così alla luce una delle pagine più ingiustamente dimenticate del Risorgimento di Trieste.
Il volume “A Trieste, mia città natale” è disponibile al prestito presso le seguenti biblioteche:
Biblioteca Sormani di Milano
Biblioteca del Museo Civico del Risorgimento di Bologna
Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
Biblioteca Universitaria di Padova
Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino
Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste
Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste
Leone Fortis (1827-1898), giornalista e patriota triestino dell’Ottocento, ricorda le prime agitazioni del ‘48 nella sua città. Lo sguardo pieno d’ironia e la prosa frizzante, caratteristici di questo scrittore ormai dimenticato, lasciano trapelare alcune note di nostalgia per una gioventù lontana e un’epoca irripetibile. L’episodio raccontato, per certi versi esilarante, vede come protagonisti Fortis stesso – all’epoca ventenne – e un gruppo di giovani patrioti, i quali, udita la notizia delle prime rivolte scoppiate nell’impero, trascinano dietro a sè una folla di manifestanti e si dirigono verso la residenza del governatore di Trieste, Roberto Algravio di Salm. Il governatore, svegliato nel sonno, intimorito dalla massa radunatasi sotto il suo balcone, dichiara la costituzione con un giorno d’anticipo rispetto alla sua proclamazione ufficiale a Vienna. Tuttavia, nonostante questi primi eventi all’insegna della libertà e del patriottismo, Trieste successivamente si mostra tiepida, per non dire fredda, di fronte alle istanze liberal-nazionali oggetto di rivendicazione in quell’anno di rivolgimenti e tumulti. Frattanto Leone Fortis, deciso a dare il suo contributo alla causa italiana, abbandona la città natale per prestare servizio prima nella repubblica veneziana di Daniele Manin e poi in quella romana di Mazzini, Saffi e Armellini.
“Eravamo nel 48 – si figuri! Al principio del 48. – Si cantavano i cori dei Lombardi e del Nabucco – si gridava Viva Pio IX – ed era un grido rivoluzionario. Un fremito di vita nuova correva per le ossa e le vene della vecchia Europa, e la faceva trasalire sul suo letto dal lungo sonno infingardo. Metternich non si raccapezzava più – i suoi devoti perdevano la bussola più di lui. I giovani sentivano che era venuto il loro tempo. A Trieste v’erano due partiti di fronte – il partito italiano: tutti i giovani, – il partito austriaco: tutti i prudenti, i grossi negozianti, i ricchi banchieri, conservatori per calcolo, per necessità, per abitudine. – Si aspettavano le notizie di Milano e di Venezia – Non si sapeva proprio quali notizie si aspettassero – ma se ne aspettavano – si tendeva l’orecchio dalla parte di Vienna – per udir che?… non si sapeva – ma c’era per l’aria un vago rumore indistinto, come di un tuono in lontananza, un odore di uragano – che i giovani respiravano avidamente. – Tutto era dimostrazione – un mazzolino di fiori, un nastro, il modo di portare il cappello, un applauso in teatro, una strada prescelta del paesaggio. – Che tempi! che vita! che gioventù!
Gazzoletti, il povero Gazzoletti, era tutto con noi. – Anima di fuoco, cuor di poeta, – tutto entusiasmo, fede, speranza. Si sperava, e si credeva tanto allora – senza concretare mai né speranze, né fedi. Nel cartellone del teatro Grande era annunziata per quell’inverno la Disfida di Barletta del maestro Likle – un tedesco – su poesia di Gazzoletti – un italianone.
Il soggetto, il poeta ci rendevano sicuri del fatto nostro. Ci solleticava la idea di fare un maestro austriaco complice, anzi strumento di una dimostrazione italiana. – Dovevano cantarvi la Ponti – il tenore Graziani – il baritono Fiori – due giovani romagnoli, pieni di fuoco – e Achille Lorini. Chi non lo ha conosciuto a Milano, il Lorini? Vero tipo milanese – un po’ fanfarone – ma buon figliuolo. – Lorini era Prospero Colonna – Graziani Ettore Fieramosca – Fiori… non mi ricordo – uno degli italiani.
La sera della prova generale si era tutti in teatro – per istudiare il campo di battaglia dell’indomani. – Nessuno sentiva la musica. – Si conoscevano i tumulti, le agitazioni di Vienna e si commentavano in lungo e in largo, tirando gli oroscopi dell’avvenire. A un tratto uno mi dice: Se andassimo incontro al corriere di Vienna! – E’ come una parola d’ordine – ci alziamo tutti – e fuori dal teatro. – Si attraversa in massa serrata il Tergesteo.
– Perdoni!… cosa è il Tergesteo?
– E’ una specie di Galleria Vittorio Emanuele assai più piccola – divisa in grandi stanzone terrene, di convegno, di affari, di lettura, di giuoco, di caffè. – E’ il commercio triestino che si raduna colà – e ci riceve tutta la cittadinanza.
– Ho capito – prosegua.
– Proseguo – Per via c’ingrossiamo – ci trasciniamo dietro mezzo Trieste. – Dove si va? A far che? – Nessuno lo sa – pochi lo chiedono. – Si prende la via di Opcina – una via sul monte, per cui si andava a Vienna, allora che non c’era la ferrovia. – Pioveva – eravamo nel cuor della notte – una notte umida, fredda – si batteva i denti – e si guazzava nella mota sino al ginocchio. – Ma si stava lì – ad aspettare.
Intanto eravamo diventati una valanga. – Quando Dio vuole, alle due, alle tre, si ode il rumore di un carrozzone. – Era il corriere di Vienna. – Finalmente! – Il postiglione che vede quella massa fitta di gente, arresta la carrozza. – Si apre lo sportello – il corriere esterrefatto balza fuori – capisce poco o nulla – parla a stento l’italiano. Lo s’interroga confusamente, tumultuariamente. – Che c’è di nuovo? – La costituzione? – la rivoluzione? – Il corriere risponde male, confuso, balbettando – nessuno lo ascolta – si grida: – è accordata la costituzione. – Viva l’Italia! – viva la costituzione! viva la libertà! – e giù alla rincorsa per la china di Opcina, gridando il solito fuori i lumi che doveva essere la nota caratteristica del 48. E tutti ci ammassiamo di nuovo sotto il Palazzo del Governatore.
Era governatore un brav’uomo, molto insignificante, allampanato, timido, perplesso – un Algravio di Salm – cognome traditore, che si prestava ai più ameni e gastronomici bisticci.
Il pover’uomo è svegliato nel sonno, da queste grida che lo chiamano, che lo assordano. – Interroga, nessuna sa rispondergli. – Comincia anche in lui quella esterrefazione meravigliosa, fenomenale, che colpì in quell’epoca il governo austriaco, e tutti i suoi strumenti. Trasognato – mezzo spaventato – lo cacciano alla finestra – che si spalanca. – E’ interpellato da mille voci. – E’ vero che abbiamo la costituzione? – Che ne sapeva lui? – Non aveva avuto il tempo di leggere i dispacci da Vienna. – Risponde a caso – si tiene sulle generali. – Sì, sì, sì, tempestiamo noi dalla strada. – Era una domanda, una risposta, una minaccia, tutto insieme e tutto frammisto. Il povero Salm ondeggia e tentenna – Sì, sì, sì. – Si decide. – Sì, abbiamo la costituzione. – Un urrah spaventoso accoglie questa dichiarazione. Il Salm si accalora e vuol fare una perorazione di effetto. Triestini, grida alzando la voce con un erre pronunciatissimo, sclamiamo insieme Viva S.M. l’Imperatore che ci… che vi… sicuro, che vi accorda la libertà del pensiero! Uno scoppio d’ilarità omerica accoglie la notizia di questa graziosa concessione sovrana.
Leone Fortis (1827-1898)
Per noi, ne avevamo abbastanza – ci spandiamo per la città, strepitando dei Viva di tutti i colori. I più tempestosi vanno al Tergesteo – la porta è chiusa. Si batte – sprepita – si scrolla l’uscio. La porta si spalanca – ci slanciamo alla stanza di lettura ove c’era un ritratto enorme del Principe di Metternich, in piedi, ritto, impettito, proprio in atto di dire che l’Italia non era che una espressione geografica. – Il ritratto era sparito, – il signor De Bruck, allora direttore del Lloyd, aveva pensato a scongiurare la burrasca, – ed era lì pallido ma sereno, col suo sorriso leggermente ironico, quasi a riceverci.
Non ci occupiamo di lui e saltiamo sul tavolo – il tavolo dei giornali. – Arringhiamo la folla – noi, i più giovani, proclamiamo quel giorno festa nazionale – per nostro moto proprio – scriviamo queste due parole su tanti pezzetti di carta – dei popolani se ne impadroniscono e s’incaricano di affiggerli sulle porte di tutti i negozi. – Eravamo padroni del campo; i conservatori, gli austriaci, i prudenti, si erano rintanati. – Non dubitate, che sbucarono fuori a loro tempo.
Intanto fuori bandiere e coccarde – bandiere tricolori, s’intende, – coccarde di tutte le dimensioni, enormi, colossali, monumentali.
In poche ore la coccarda l’avevano tutti sul petto – compreso, per quella giornata, l’Algravio di Salm… E ecco come la costituzione fu proclamata a Trieste 24 ore prima che fosse accordata a Vienna. Per fortuna di quel povero Salm, a Vienna avevano altro pel capo”.
– Tratto dalle Conversazioni di Leone Fortis (Doctor Veritas), Fratelli Treves Editori, Milano, 1877, pagg. 23-27 –
“a Bianca,
nel cui costante pensiero le ho scritte,
dedico queste pagine, perché si meravigli,
e sorrida di tante fanciullaggini,
e provi forse un po’ di rimpianto”
Il segretodell’Anonimo Triestino (1961) è il racconto lucido e sofferto di un amore non confessato, che brucia nel profondo dell’animo senza mai venire alla superficie. Il protagonista della storia è Mino Zevi, un ragazzo timido, introverso e taciturno, abituato a nascondere i propri sentimenti e a vivere in disparte, limitandosi ad osservare e incamerare ogni movimento attorno a sé. Nulla sembra sfuggire al suo occhio, che riesce a cogliere anche il più lieve dei particolari, per trarne sempre qualche insegnamento. “Gran teorico della vita pratica”, come ama definirsi, Mino non è tuttavia in grado di tradurre in azione l’enorme mole di pensieri che affollano la sua mente, rimanendo un eterno incompiuto. Una volta iscritto al liceo conosce Bianca Sorani, se ne innamora perdutamente e trascorre lunghi anni ad ammirarla in segreto, logorandosi in un sentimentotanto acceso quanto inconfessabile. Ostaggio delle sue fantasie amorose, alle quali non sa dare né sfogo né spiegazione, Minofinisce per schiacciarsi da solo, cadendo vittima delle sue tortuosità psicologiche. Il suo scarso amor proprio, una costante paura del ridicolo e un’avvilente mancanza di coraggio gli impediscono il minimo avvicinamento alla ragazza, che resta penosamente lontana e inaccessibile. L’elemento fondamentale attorno al quale ruota la narrazione è l’inettitudine del protagonista, la sua incorreggibile debolezza di carattere che lo porta a riflettere a lungo, troppo a lungo, senza mai essere conseguente, restando inerte, trincerato nel suo silenzio. Come se ciò non bastasse, Mino pare talvolta illudersi che il suo immobilismo sia l’espressione di una rara ed encomiabile forza interiore: sono molti i passaggi del libro in cui l’incapacità di vivere viene trasfigurata in cosciente volontà di rinuncia e la rassegnazione alzata al rango di virtù. Sullo sfondo, frettolosamente accennata, emerge la Trieste della prima metà del Novecento, che fa da ambientazione a quasi tutta la vicenda, con ruolo quasi di comparsa. Il capoluogo giuliano viene descritto semplicemente come una città di mare, al punto da sembrare una scatola vuota, perfettamente interscambiabile con altre realtà ai fini della storia. La cosa tuttavia non deve stupire, poiché l’Anonimo sceglie come luogo privilegiato del suo discorso la mente del protagonista. La vera cifra triestina del romanzo sta invece nell’ispirazione palesemente sveviana delle sue pagine, che troviamo sia nella caratterizzazione della figura dell’inetto sia nell’indagine interiore svolta di continuo da Mino Zevi nella forma dell’autobiografia. Il taglio profondamente introspettivo dell’opera, assieme all’impronta di mistero conferita dal titolo e dall’anonimato dell’autore (da molti identificato nel triestino Giorgio Voghera), fanno di questo libro una lettura singolare, a tratti dolorosa, sicuramente segnante.
L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.
Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.
“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.
Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.
Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…
Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…
Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli.
Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.
Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.
Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.
La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.
Un Diamante Livaditi (1833-1897), salvo errori figlio del semidiseredato Antonio1, quindi appartenente alla quarta generazione triestina, appare come personaggio piuttosto importante nella storia ottocentesca della città; nel 1857 fondò “La Ciarla”, giornale nazionalistico che venne soppresso dopo due anni per ordine della polizia. Terminata quell’esperienza, nel 1859 Livaditi assieme ad Attilio Hortis diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana2; Tamaro lo annovererà tra i volontari garibaldini. Si dedicò anche alla letteratura con ottime traduzioni dal greco: pubblicò le “Operette morali” che furono definite di tipo leopardiano e un “Galateo letterario”. Sono stati verosimilmente i meriti politico-letterari del Diamante Livaditi il pretesto per destinare una via cittadina ai “Livaditi, antica famiglia triestina”.
Marco Pozzetto
Note di Giovanni Pistolato
1 Il suo nome era Demetrio, non Diamante, come erroneamente indicato dall’articolista. Demetrio Livaditi era figlio di Alessandro, commerciante greco nato a Trieste nel 1797.
2 Altra imprecisione: Demetrio Livaditi non diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana dopo la chiusura della Ciarla, ma nel periodo della sua pubblicazione (il giornale infatti era strettamente legato all’attività segreta della Società). Suo collaboratore fu l’avvocato Arrigo Hortis, capo del locale partito liberal-nazionale, e non il figlio Attilio (nato solamente nel 1850).
Siamo agli inizi del Novecento, fra i banchi del liceo classico “Dante” di Trieste. La giovane Edda Marty, figlia di padre austriaco e di madre slava, è la prima allieva ad ottenere il posto in una scuola maschile. Si iscrive all’ultimo anno, quello della maturità. Coraggiosa ed intelligente, anticonformista ed emancipata, la ragazza riesce a mostrare fin dall’inizio tutto il suo potenziale. Vorrebbe impostare un rapporto paritario con i nuovi compagni, ma questi, affascinati dalla sua tempra, finiscono per innamorarsene, facendola oggetto di una corte serrata e ricacciandola sempre, dunque, nella sua condizione di donna. Il turbamento per quella presenza femminile, così fiera e sensuale allo stesso tempo, non rimane senza conseguenze: oltre ad episodi di allegra spensieratezza, si verificano torbidevicende che lasciano un segno nell’animo di quei ragazzi, anticipando le preoccupazioni dell’età adulta.
Un anno di scuola di Giani Stuparich, uscito nel 1929 e recentemente ristampato da Quodlibet, è la coinvolgente storia dell’ultimo anno di liceo di una classe realmente esistita nella Trieste asburgica, alla vigilia Grande Guerra. I protagonisti del racconto, tutti legati da una solida amicizia, vivono intensamente i sentimenti e i contrasti emotivi della loro giovinezza, con spirito libero e sincero. L’atmosfera ovattata della scuola li tiene ancora al riparo dalle insidie del mondo, ma arriverà presto un’ora in cui Edda e i suoi compagni apprenderanno che “la vita ha una sua tragica serietà e che quei banchi di scuola erano un giocattolo di fronte ad essa”.
La penna di Stuparich – elegante nelle descrizioni ed estremamente efficace nella caratterizzazione dei personaggi – tratteggia un’adolescenza che da un lato appartiene ad altri tempi (si pensi alla galante discrezione con cui Giorgio corteggia e conquista Edda, dandole sempre del “lei”), ma dall’altro contiene tutti gli elementi tipici di quella stagione della vita, che si manifestano ciclicamente, ad ogni generazione. Ancora oggi è impossibile leggere Un anno di scuola senza sentirsi chiamati in causa, senza andare col pensiero a quella breve ma segnante fase della propria gioventù. Il libro di Stuparich è dunque un testo fortemente rievocativo, che come affermava anni fa una vecchia recensione “un giorno saremo andati a ricercare, per ritrovare i nostri diciott’anni, come furono o come avremmo voluto che fossero”.
Curiosità: Al racconto di Giani Stuparich è ispirata una mini-serie televisiva del 1977 prodotta dalla RAI e diretta da Franco Giraldi.