Le immense foreste dell’antica Europa, dal Ramo d’Oro (J.G. Frazer)

Nella sua opera monumentale Il ramo d’oro, l’antropologo J. G. Frazer ricorda a un certo punto quanto fossero vaste le foreste che coprivano l’Europa nell’antichità. Gli lasciamo la parola.

“Nella storia religiosa della razza ariana europea il culto degli alberi ha avuto una parte importante. Nulla di più naturale, poiché agli albori della storia l’Europa era coperta di un’immensa foresta primigenia, dove le sparse radure devono essere sembrate delle isolette in un oceano di verde.

Fino al secolo I AC, la selva Ercinia si estendeva dal Reno verso oriente per un’immensa e sconosciuta distanza; alcuni Germani, interrogati da Cesare, avevano viaggiato per due mesi attraverso di essa senza trovarne la fine. Quattro secoli più tardi fu visitata dall’imperatore Giuliano, e la solitudine, l’oscurità e il silenzio della foresta, sembra facessero una profonda impressione sul suo sensibile temperamento; egli dichiarò che non conosceva nulla di simile in tutto l’Impero romano.

In Inghilterra le selve del Kent, del Surrey e del Sussex sono i resti della grande foresta di Anderida che ricopriva tutto il sud-est dell’isola. A ovest sembra che si estendesse fino ad unirsi con un’altra foresta che andava dall’Hampshire al Devon. Nel regno di Enrico II i cittadini di Londra andavano ancora a caccia al toro selvatico e al cinghiale nella selva di Hampstead. Sin sotto gli ultimi Plantageneti, le foreste regali ammontavano a sessantotto. Nella foresta di Arden si diceva che fino ai tempi moderni uno scoiattolo potesse andare da un albero all’altro per tutta la lunghezza del Warwickshire.

Gli scavi di antichi villaggi di palafitte nella valle del Po hanno mostrato che molto tempo prima del sorgere e probabilmente della fondazione di Roma, il nord dell’Italia era tutto coperto da fitte selve di olmi e di castagni e specialmente di querce. L’archeologia è qui confermata dalla storia, perché le opere degli scrittori classici contengono molte allusioni a foreste italiche ora scomparse. Fino al secolo IV a.c., Roma era divisa dall’Etruria centrale dalla temuta foresta del Cimino che Livio paragona alle selve della Germania. Nessun mercante, se vogliamo credere allo storico romano, era mai penetrato nella sua inaccessibile solitudine”.

Violet Gibson, la squilibrata che sparò a Mussolini

Pochi conoscono la storia di Violet Gibson, un’aristocratica inglese che nel 1926 tentò di uccidere Mussolini. Mentre il duce era in Piazza Campidoglio a Roma in mezzo alla folla, la donna sparò un colpo d’arma da fuoco, mancandolo per pochissimi centimetri. Il proiettile infatti sfiorò il naso di Mussolini, ferendolo e causandogli una copiosa perdita di sangue. Il giorno dopo il duce si presentò in visita ufficiale in Libia col naso bendato, come mostrano diverse foto.

La donna fu sottratta a fatica dal tentativo di linciaggio della folla, e venne subito arrestata.  Le indagini non furono mai in grado di chiarire il movente del delitto. La pista del complotto è stata sondata, ma non ha portato ad alcun risultato. Le dichiarazioni della Gibson furono contraddittorie e non aiutarono a risolvere il caso. Le perizie psichiatriche la dichiararono insana di mente, motivo per il quale venne chiusa per sei mesi in un manicomio di Roma, durante le indagini. Alla fine, il Tribunale speciale per la difesa dello Stato dichiarò la donna incapace di intendere e di volere ed emise sentenza di non luogo a procedere. Violet Gibson venne subito trasferita in Inghilterra, e lì finì in un altro ospedale psichiatrico, a Northampton, dove morì nel 1956.

Violet Gibson, in una foto dell’epoca

L’attentato della Gibson salì agli onori della cronaca i giorni immediatamente successivi, ma poi i giornali fecero cadero il silenzio. Venne esaltata la forza e l’invulnerabilità del Duce, che “coraggioso” continuava a presentarsi in pubblico nonostante i pericoli. L’attentato venne usato a fini di propaganda, e fu uno dei tanti pretesti per emanare le famose “fascistissime leggi”.

La guerra a Treviso vista dal parroco di Monigo

Nel breve racconto dell’allora parroco di Monigo (Don Adamo Grespan) c’è tutto il dramma della guerra, vista dall’ottica di un uomo che non prende parte alle lotte civili che dilaniano il paese ma si limita a fare il possibile per aiutare i suoi poveri parrocchiani. Don Adamo descrive una Treviso di vinti e di vittime, a prescindere dall’appartenenza politica, ed è forse questo che rende il suo racconto più reale, più commovente.

Treviso, quasi rasa al suolo dal bombardamento aereo del 7 aprile, era deserta e i suoi abitanti dispersi nelle campagne o rifugiati in tuguri e avanzi di macerie. La desolazione!

La nazione era praticamente in mano dei Vescovi e dei Sacerdoti che si prodigavano per mettere pace tra i cittadini in lotta e difenderli dallo straniero; salvare le vite umane, insidiate dall’odio di parte, dalla fame, dal pericolo e dalle malattie.

In simili condizioni non si poteva pensare ad alcun piano di ricostruzione; solo a lenire le piaghe del povero popolo.

Il 1944 e la prima metà del 1945 passarono in mezzo a difficoltà incredibili. La vita religiosa si svolgeva a stento, ma la vita civile era quasi spenta.

Nella vecchia Casa parrocchiale e nelle sue adiacenze, si erano rifugiate, in ore diverse, le Scuole Medie della città. Il Liceo Classico nell’Archivio parrocchiale, le Magistrali Superiori nello studio del Parroco e nel salotto, le Medie nel granaio delle adiacenze.


A Monigo: la sede delle Brigate Nere

Il Comando delle Brigate Nere che aveva sede in città, fu portato a Monigo e si insediò nella Villa Cappelletto mettendo il terrore nella pacifica popolazione, poiché in questo luogo il Comando delle Brigate, teneva processi contro avversari politici, con torture e condanne a morte.

Nemico dei sacerdoti, perché accusati di tradimento della causa fascista, li sorvegliava e, qualunque sospetto contro di loro, poteva avere le più tragiche conseguenze. Nel febbraio 1945 alle ore 17 circa, mentre il parroco era in chiesa per le preghiere, sei militi delle Brigate Nere invasero la canonica, misero a soqquadro tutta la casa, poi si indirizzarono verso la chiesa per prelevare il parroco. Il cappellano disse: “Sig. Arciprete, ci sono militi armati di mitra…cercano Lei”. “Va bene” rispose “vengo subito”.

Il Parroco ebbe subito la sensazione della serietà della cosa, si rivolse al Signore nel Tabernacolo e recitò l’atto di dolore. Poi uscì dalla chiesa, salutò i militi che lo presero in mezzo a loro e lo accompagnarono in canonica dove era atteso dal Comandante. Salutò il Capo dalla faccia morbida e ferina che gli spianò il mitra dicendo: “Dica dove ha nascosto il cadavere di un nostro milito ucciso dai partigiani!”. Rispose il parroco calmo, ma preoccupato: “Cadavere qui in canonica? Nessuno lo ha portato! Loro sanno che noi sacerdoti i cadaveri non li teniamo in casa, ma li portiamo a seppellire in cimitero. Comunque di cadaveri in questi giorni non ne ho visti”. Si quietò il milite, poi fece una dissertazione sulla lotta politica in Italia alla quale il parroco rispose facendo appello alla concordia e alla pace.

“Ora mi segua!” disse il capo e condusse il parroco in Villa Cappelletto, dove lo attendeva il Comandante e fu introdotto nell’ufficio. L’Ufficiale guardò il sacerdote. Si alzò, venne incontro e salutò: “Complimenti, professore, s’accomodi, non mi riconosce?”. Il prete lo guardò e rispose: “No”. Aveva la barba bruno rossastra. “Io sono Girardi, suo vecchio scolaro alle Magistrali!”. Colpito, il parroco da questa rivelazione, disse: “Tu qui…Girardi! Come mai?”. Girardi si turbò e replicò con voce rotta da lacrime serrate alla gola: “Don Adamo, verrò…verrò io in casa sua e le spiegherò tutto”. E se ne andò, dando ordine ai subalterni di lasciar libero il prete.

Povero, sciagurato figliolo, aveva perduta tutta la famiglia sotto il bombardamento del sette aprile ed egli, impazzito dal dolore, si era arruolato nelle Brigate Nere per vendicarsi degli americani che gli avevano distrutta la famiglia. Attesi per vederlo…ma invano. Nell’aprile 1945 veniva catturato e ferito dai partigiani e moriva di setticemia all’Ospedale civile.

Don Adamo Grespan, parroco di Monigo