“Bella e perduta. Canto dell’Italia garibaldina”, Paolo Rumiz

Nel 2010, avvicinandosi il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, lo scrittore triestino Paolo Rumiz (già autore, fra gli altri, di Come cavalli che dormono in piedi) decide di intraprendere un tour dell’Italia con tricolore e camicia rossa. Nonostante sotto il petto senta battere “un cuore mitteleuropeo di matrice austroungarica, teoricamente non compatibile con quello delle camicie rosse”, Rumiz prova sdegno per gli insulti a Garibaldi tanto frequenti in quegli anni, anche da parte della politica, e si determina così a lanciare la sua personale provocazione. Nel corso del viaggio, che parte dalla sua Trieste, annota reazioni, dialoghi, impressioni e pensieri, tratti sia da comuni cittadini che da personaggi più in vista (come il collega Andrea Camilleri), dai quali emerge un quadro composito del Paese, che al mito di Garibaldi sembra rispondere ora con rassegnazione, ora con speranza, manifestando così la propria altalenante salute morale.

Il libro non va preso per ciò che non è, ovvero un testo di storia. L’intento non è quello di confutare le bufale sul Generale o di ribadire la realtà storica, ma di soffiare sulla patina di polvere che riveste l’eroe col poncho, riscoprendone la forza vitale e la capacità unificante, ancora vivi nell’immaginario collettivo nazionale.

Assieme all’entusiasmo e alla nostalgia per un’Italia “allo stato nativo, carica di ardore e di meravigliose utopie”, tra le pagine del libro affiora l’amarezza per gli ideali traditi, per l’ingratitudine e le umiliazioni subite dallo stesso Garibaldi fin dai primi anni dell’unità nazionale. Tristi eventi, non isolati o fine a se stessi, bensì anticipatori di un Paese realizzato soltanto a metà e incapace di riscattarsi dalle sue ataviche mancanze.

Al netto di alcuni svarioni storiografici e di qualche ingenuo abbocco alla vulgata neoborbonica, rimane decisamente apprezzabile l’interpretazione dello spirito garibaldino per quello che fu il suo tratto romantico, rivoluzionario, unificatore, appassionato, di giustizia sociale e di difesa degli ultimi.

“L’assedio di Vienna”, John Stoye

Chiunque abbia visitato Vienna si sarà probabilmente imbattuto in una delle tante lapidi commemorative della vittoria sui turchi nel 1683, quando le truppe ottomane arrivarono fin sotto le mura della città, rischiando di stravolgere l’assetto geopolitico dell’epoca e, chissà, forse anche il corso della storia. Esistono svariate fonti sull’argomento. Fra quelle contemporanee, una delle più autorevoli è senz’altro L’assedio di Vienna dello storico inglese John Stoye, scritto nel 1964 e pubblicato in Italia dalla casa editrice il Mulino nel 2009. L’impostazione del libro è di puro stampo accademico. Normalmente, le storie di una battaglia sono storie politico-diplomatiche e, ovviamente, militari. Il saggio di Stoye non si distanzia dal genere, toccando punte di precisione e accuratezza storica veramente notevoli, mancando però, almeno in parte, sotto altri aspetti. Vedremo più avanti quali. Partiamo intanto dai fatti.

L’evento fu indubbiamente epocale: la mancata conquista da parte dei turchi della capitale asburgica nel 1683 segnò da un lato la fine della fase espansiva dell’impero ottomano e dall’altro l’ascesa dell’Austria come potenza sovranazionale esercitante la propria influenza sull’Europa centro-orientale. L’aspetto che più mi ha colpito nella lettura del saggio è stato l’atteggiamento delle varie corti europee di fronte all’attacco turco che puntava dritto al cuore del continente. In generale, l’Europa di allora non sembrava vedere negli ottomani un pericolo comune, anzi, c’era chi calcolava di trarre dei benefici dalla loro azione, come la Francia del Re Sole, nemico dichiarato dell’Austria. La città di Vienna, esattamente come Costantinopoli due secoli prima, fu lasciata quasi sola di fronte all’esercito del sultano, guidato in questa occasione dal gran visir Kara Mustafa. Lo stesso imperatore Leopoldo d’Asburgo, appresa la notizia dell’imminente assedio, ritenne opportuno abbandonare la capitale assieme alla sua corte. A soccorrere gli austriaci nel momento del bisogno furono alcune valenti truppe inviate dai principi elettori tedeschi e soprattutto l’esercito del re di Polonia, Giovanni Sobieski. Legato all’Austria da un trattato firmato l’anno precedente, che prevedeva un reciproco obbligo d’intervento nel caso di attacco proveniente da Istanbul, il sovrano polacco fu spinto a soccorrere l’alleato anche da altre ragioni. Innanzitutto, occorreva consolidare il suo potere a livello interno, avversato da una parte non indifferente della nobiltà del suo Paese. Quale chance migliore, dunque, se non una guerra contro l’odiato nemico ottomano? La vera necessità, tuttavia, era evitare di avere il turco alle porte di Cracovia. Caduta Vienna, il sultano si sarebbe sicuramente diretto verso la Polonia e questo, logicamente, valeva più di ogni altra motivazione. Difesa (preventiva) della patria, dunque. Ma non solo. La cattolicissima Varsavia era infatti fiera di ergersi a baluardo della cristianità contro l’invasore islamico, raccogliendo in tal senso non solo le suppliche dell’Asburgo, ma anche i calorosi appelli di papa Innocenzo XI.

La tattica offensiva dei turchi, che per poco non si rivelò efficace, era quella di costruire dei cunicoli sotterranei fino ai bastioni delle mura viennesi, piazzando al loro termine delle mine che una volta esplose avrebbero dovuto creare una breccia nel sistema difensivo avversario. Trincerati nella loro cerchia muraria, i cittadini di Vienna possedevano viveri e beni di prima necessità per circa quattro mesi, ma le modalità d’attacco ottomane rischiavano di far capitolare la città molto prima. Un rapido aiuto esterno era dunque quanto mai vitale per le sorti della capitale austriaca. La colonna di soccorso arrivò nei pressi di Vienna il 12 settembre, dopo circa due mesi di assedio. La battaglia infuriò per una giornata, ma alla fine le truppe tedesche e polacche ebbero la meglio sui soldati del gran visir, il cui errore principale fu quello di non predisporre un serio meccanismo di difesa per l’esercito assediante. Kara Mustafa, infatti, sottovalutando le capacità di resistenza del nemico, aveva diretto tutti i suoi sforzi alla conquista di Vienna, senza cautelarsi in vista dell’arrivo delle armate cristiane.

L’intera vicenda, a partire dai suoi antefatti, viene esaminata scrupolosamente dall’autore, il quale dedica particolare attenzione alle intricate trame diplomatiche dell’epoca nonché alla formazione e ai movimenti delle truppe accorse in sostegno dell’Austria. John Stoye, tuttavia, preferisce spendere poche parole sui veri protagonisti dell’assedio, ovvero i turchi e i viennesi. La sua idea, evidentemente, è che le sorti del conflitto si siano decise altrove, vale a dire negli scambi fra le corti interessate e nell’organizzazione militare del contrattacco. In quest’ottica, la resistenza degli abitanti di Vienna e lo spirito con cui i turchi tentarono vanamente di conquistare la città passano in secondo piano. Ad ogni modo, un maggiore interesse a come venne vissuto l’assedio dai suoi attori principali avrebbe sicuramente offerto un’opera più completa. In parte, probabilmente, si sarebbe scivolati dal piano storico a quello delle “memorie”, ovvero a rappresentazioni soggettive dell’evento. Si sarebbe dovuto ricorrere, infatti, agli scritti di qualche cittadino viennese o al diario di un soldato turco, cioè a fonti storicamente meno affidabili. Un tentativo di ricostruzione in tal senso sarebbe stato comunque apprezzabile. Per il resto, il saggio, anche grazie alla sua sintesi, rimane senz’altro consigliabile a chiunque abbia solamente sentito parlare dell’assedio di Vienna e desideri approfondire l’argomento.

“Cos’è il supermercato”, articolo Domenica del Corriere 19 ottobre 1958

Questo interessante articolo di costume apparso sulla Domenica del Corriere del 19 ottobre 1958 (n. 42) descrive una delle grandi novità dell’epoca: il supermercato. Arrivato dagli Stati Uniti nel dopoguerra e comparso inizialmente nelle principali città italiane, verso la fine degli anni Cinquanta il supermercato annunciava di diffondersi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, vincendo lo scetticismo di quanti credevano che questa modalità di vendita non potesse attecchire in Italia. La vastità dell’offerta, il prodotto preconfezionato, l’assenza di un commesso con cui trattare quantità e prezzo sono le più rilevanti innovazioni portate dal supermercato, il quale si presenta subito come una “lusinga irresistibile” per i consumatori italiani. Non manca tuttavia l’altra faccia della medaglia: il supermercato – ci avverte l’articolista – è anche una grande trappola ingegnata per farci spendere quando in realtà non ne avremmo bisogno.

“Cos’è il supermercato” (articolo di Marisa Mazzini, disegno di Ugo Guarino)

Supermercato” è quel negozio di alimentari e drogheria dove i clienti si servono da sé. E’ una invenzione americana. In Italia per ora esistono supermercati a Milano, Roma, Salerno. Se ne aprirà presto uno a Napoli. Negozi-pilota a semi “self-service” o a “self service” completo o anche di tipo tradizionale, ma con “vendita visiva”, si aprono ad Arezzo e Macerata in questi mesi. Già ne esistono a Milano, Vicenza, Treviso, Padova, Bologna e Genova.

Il supermercato è la soluzione moderna del “mercato” di generi alimentari e di drogheria, il riassunto di cinque o sei negozi: macelleria, latteria, pescheria, drogheria e fruttivendolo. Un sistema nuovo di fornirsi e di vendere: il self-service, cioè l’acquisto che si fa senza commesso. Il prodotto preconfenzionato e prezzato.

Supermercato, lusinga irresistibile. La signora un po’ snob, spingendo il carrello per la lunga corsia del supermercato si sente “tanto America”, il marito che ha la moglie al mare si sente finalmente a suo agio, la massaia, dimenticate le abitudini per la curiosità, pensa quanto può risparmiare e ritorna.

Quando, alcuni anni fa, si cominciò a parlare di supermercato, e di self service, ci fu chi disse, aggiornata la frase: “e ora inventateci i clienti. Saran cose che piacciono in America. Noi non siamo macchine per comprare. Chi rinuncia a tirare sul prezzo?”.
Individualisti come siamo, accontentarci non è facile. In Italia si producono 170 tipi di pasta, per fare il primo esempio sottomano. Il supermercato però non ci “pianifica”. A partire dai più piccoli, 400 metri quadri, ai più grandi, 800 metri quadri, i supermercati vendono dai 1200 ai 2500 articoli. Una vera città del consumo. Ampio è quindi il campo delle preferenze e delle scelte. Diversi, l’uno dall’altro, i clienti.

All’apertura di un supermercato milanese c’era una ressa da “prima”. Un incaricato regolava l’accesso. Sulle “gondole”, banchi che stanno in mezzo al negozio, come le loro omonime del mare, la prima abbondante suggestione offerta dai coloratissimi prodotti di richiamo, divertenti e inutili, i prodotti “civetta”. Irresistibile nei trasparenti vasi di vetro, il più incredibile stock di marmellate, frutta sciroppata, macedonia. Affollata la cassa, dove sostavano, in attesa del controllo, massaie e carrelli. Ognuna dava un’occhiata nel carrello dell’altra trovando un alibi per il suo così pieno. Una donna, nell’uscire, rifaceva a fatica la somma di numeri. Era la prima volta. Vinta, con fiducia del conto esatto, del prodotto di marca, dell’igiene e della conservazione, perfetta l’ultima perplessità, sarebbe ritornata.
Una volta entrata nel labirinto del supermercato, data la prima diffidente occhiata, comincia la curiosità. Tanto vedere non costa niente. Tutto contribuisce a farlo credere. Invece non è proprio così.

Una recente inchiesta americana ha messo in luce cose insospettate. La gente non acquista perché ha veramente bisogno di una cosa, ma perché una cose le piace. In una parola, la vendita è affidata all’istinto compulsivo: è emozionale. Stabilito questo fatto, psicologi e maghi della pubblicità si allearono per far comprare anche le cose inutili, per creare nuovi bisogni, accrescendo le suggestioni visive, rendendo più bello ogni oggetto, colorandolo, dando al colore una potente carica ipnotica. L’imballaggio divenne una scienza.
Abolita la “conta dei nasi”, ovvero la ricerca dei gusti del pubblico attraverso la statistica, si cercò di “emozionare” gli oggetti, di farli “vedere”. Da questo momento la lista della spesa cominciò a comprendere voci impreviste. Un bel giorno, da una inchiesta fatta dalla Dupont, risultò che solo una donna su cinque entrava al supermercato con la lista della spesa in mano. Tutte le massaie però, con lista o senza, trovavano il modo di riempire il loro carrello. Che cosa stava succedendo? La relazione rispose: sette acquisti su dieci sono provocati da un impulso momentaneo. Senza avvedersene (ogni prodotto dice “prendimi”) tutte le donne compravano di più. Si trattava di stabilire la ragione delle scelte e a ragione delle preferenze. L’acquisto di cibi aromatici o dall’odore pungente o degli oggetti resi “voluttari” dal colore rappresenta il novanta per cento degli acquisti totali.
Una massaia americana, alla quale si chiese perché aveva comprato una data conserva, rispose ingenuamente: “perché mi piace la scatola”.

Un detersivo, appena lanciato sul mercato, era stato presentato in tre diverse confezioni per sondare le reazioni del pubblico: astuccio blu, giallo e giallo-blu. Solo l’ultimo ebbe successo. Ma lo straordinario della cosa sta nel fatto che le risposte furono concordi: “la scatola gialla rovina la biancheria, il detersivo della scatola blu è molto scadente”.
I colori che fanno vendere sono il rosso e il blu. Il rosso impressiona le donne, il blu gli uomini.
Il Color Research Institute, specializzato nelle confezioni di richiamo, prima di lanciare un prodotto nella città campione, lo sottopone a un preventivo test oculare, per accertare il grado di attrazione.
Nei supermercati italiani è però raro che i prodotti possano creare una massa di colore. Poichè il supermercato vende senza commessi, i prodotti devono raccomandarsi da soli. Però sarebbe controproducente, almeno per il momento, non includere le marche tradizionali ormai ampiamente reclamizzate dal tradizionale imballaggio.

Altra novità, almeno per l’Italia, è il self-service, “io mi servo da sola”. Solo una trentina di persone, comprese quelle addette alla confezione, formano il piccolo drappello dei venditori. Ed anche in questa apparente lusinga, dell’”entrate e guardate”, sta la chiave psicologica che apre abbondantemente i portafoglio del cliente. L’Italia, ultima arrivata, è al primo posto nella tecnica del self-service. Al pane, però, almeno per il nostro gusto di italiani, almeno, è irrimediabilmente negata una confezione standard.

Poichè l’esigenza della vita moderna è quella di far presto, il supermercato è il negozio di oggi, che offre la possibilità di comprare, col minimo spreco di tempo, tutto quanto occorre e soprattutto abolisce la “coda”.
Quanto tempo occorre per girare un supermercato? Pochissimi secondi, esattamente dieci. Però se ci riuscite siete bravi: mille lusinghe vi fermano ad ogni passo. E fermarsi significa comprare. Quindi lo scopo è quello di trattenere il cliente, di lasciargli sempre qualcosa da cercare. Per questo i banchi “seri” sono posti dietro i prodotti-civetta, in fondo al negozio, ampiamente reclamizzati dalla luce. Se carne, pasta, detersivi, olio, sapone, riso, frutta fresca, zucchero, sono messi troppo a portata di mano, diventa estremamente facile comprare solo le cose indispensabili, ed andar via. Invece sulla strada dell’uscita si frappongono, tra il cliente e la libertà, le “trappole del superfluo”.
Profusione di cioccolata, dolciumi di ogni tipo, salse, pop corn, germogli di grano per il tipo salutista, crakers che non ingrassano di un grammo, creme da spalmare sul pane, torte e sottaceti, caviale e coca-cola.
Non si trascura il comfort, offerto dall’aria condizionata, da una leggera musica di fondo, da un dispositivo per tenere il bambino davanti al carrello della mamma.

Ad ogni Paese, ad ogni città il suo supermercato. I nostri supermercati sono certamente diversi da quelli americani, dove, per esempio, c’è l’usanza di fare la spesa una volta la settimana, per l’enorme abbondanza di frigoriferi. Novantacinque donne su cento lo posseggono. I supermercati americani sorgono in periferia, e davanti vi è un grande parcheggio di macchine perché tutti comprano moltissimo. In Svezia, precisamente a Stoccolma, vi è un supermercato di prodotti di lusso. In Svizzera, come già a Milano, i supermercati sono collocati nei sotterranei dei grandi magazzini.
In Italia, dove i supermercati sono una novità di questi ultimi cinque anni, essi sono ancora “arroccati”, in numero limitato, nelle grandi città. Milano ne possiede sette e arriverà ai dieci alla fine di questo anno. I primi sono stati istituiti a Roma. Anche una città del sud, Salerno, ha il suo supermercato. Se però non tutte le città si possono giovare di questa nuova maniera di vendere, nelle città di provincia si stanno sviluppando negozi pilota a self-service o a semi self-service, per sondare, nel luogo, la possibilità di aprire un supermercato. Così si è fatto a Genova, a Bologna, a Cesena, dove è stato aperto un supermercato sperimentale durante la Fiera. Un sondaggio nell’opinione pubblica dei consumatori e dei visitatori di questo supermercato dimostrativo ha dato risultati interessanti. Intanto si è rilevato che, almeno in provincia, vi è tendenza a fare gli acquisti in generi alimentari giornalmente. Il grande interesse è rilevabile dall’affluenza di visitatori: diecimila al giorno.

Interrogati i visitatori sul maggior pregio che trovavano nel supermercato, 264 su 285 intervistati risposero di preferirlo per il self-service, altri perché il supermercato vende tutti i generi alimentari, altri per la celerità del servizio, o per la possibilità di scelta, più ampia che nel negozio, o per il prezzo minore, reso possibile dalla entità delle vendite, o per l’igiene, o per i prezzi fissi, o per la disposizione delle merci. La più grande attrazione è stato lo scatolame.
Pur essendo altissima, 83 per cento, la percentuale di persone che, nella zona di Cesena, hanno mostrato tendenza a servirsi dallo stesso negozio di alimentari, centrale o periferico o mercato rionale, il 33 per cento dichiarò che avrebbe visitato abitualmente il supermercato, il 53 per cento qualche volta. Solo il 14 per cento si mostrò decisamente contrario.
Nonostante questi dati, relativi alla città di Cesena, non sia “moltiplicabili”, essi servono ad indicare chiaramente che i supermercati trovano terreno favorevole nella città e nella provincia”.

“Il povero musicante”, Franz Grillparzer

Il povero musicante (conosciuto anche come Il povero suonatore) è uno dei pochissimi testi in prosa lasciatoci dal grande poeta austriaco Franz Grillparzer (1791-1872). Le prime pagine del libro – ambientato nella Vienna dell’Ottocento – sono dedicate a una meravigliosa festa popolare che si teneva in piena estate sulle rive del Danubio: la sagra di Santa Brigida. L’incipit è veramente una chicca: alla maniera elegante degli scrittori dell’epoca, ci viene offerto lo sguardo su una realtà paradisiaca, da paese dei balocchi. Nella festa di Santa Brigida, infatti, danza, vino, buoni bocconi e fuochi d’artificio danno vita a un’atmosfera incantata, quasi surreale, dove non esistono differenze sociali e tutte le sofferenze sono dimenticate. Il quadro è dei più idilliaci, una vera esaltazione della gioia di vivere viennese. Tutto sembra apparecchiato per una storia allegra e spensierata, quando il nostro autore finisce per concentrarsi su un particolare dal sapore amaro: un povero, anziano violinista che dietro al suo vecchio leggio suona sempre la stessa inconsistente melodia, suscitando l’ilarità dei presenti, i quali non lo degnano neppure di un’elemosina. Il suo contegno estremamente dignitoso e alcune parole in latino stimolano però la curiosità di un passante, che vi intravede il segno di un trascorso ben più nobile di quell’esistenza oscura. Dalla conversazione tra i due scaturisce il vero racconto, quello della gioventù del povero suonatore e di un amore perduto anni addietro per inettitudine e ingenuità.
Pagina dopo pagina, si delinea una malinconica novella sentimentale, dalle sfumature fiabesche, dove affiorano alcuni dei temi tipici di questo genere letterario: un padre dispotico, un’educazione dura e severa, una quotidianità grigia e insieme a tutto questo una promessa di redenzione, anzi due: la musica e una ragazza. La ragazza purtroppo resta un miraggio, e la musica, senza amore, assume i connotati di una lamentosa e nostalgica rievocazione.
Il protagonista del libro è a sua volta un personaggio ricorrente nella produzione letteraria austriaca di fine impero: un uomo riservato, umile, dai modi signorili ma decisamente poco pragmatico. Un personaggio che con alcune modifiche e un’indagine psicologica molto più accentuata sarebbe poi entrato anche nella nostra letteratura grazie all’opera di Italo Svevo: l’inetto. Contraddistinto da una deprimente incapacità di vivere e da un costante timore per l’azione, l’inetto è generalmente una persona animata da buoni valori e propositi, ma che a causa di un’irrimediabile inconcludenza finisce ai margini della sua stessa vita, rimanendone spettatore impotente.
Nell’opera di Grillparzer questa caratterizzazione acquisisce dei tratti forse esagerati, ai limiti del patetico. Come sempre in questi casi, occorre tenere a mente il gusto e la morale dell’epoca, dove la rinuncia e l’umiliazione di sé (entro una certa misura) potevano ricordare la figura di un santo o comunque quella di un buon cristiano.
Tradotto in italiano dal germanista Ervino Pocar, Il povero musicante di Grillparzer è stato stampato per anni dalla Mondadori. Al momento l’unica edizione in commercio è quella della Passigli (sempre con la traduzione di Pocar).

Conversazioni di Nassau William Senior con Daniele Manin (I parte)

Tra il 1848 e il 1852 l’economista inglese Nassau William Senior ebbe modo di conversare a Parigi con alcuni rilevanti personaggi dell’epoca, fra cui il patriota italiano Daniele Manin, protagonista dell’insurrezione veneziana del 1848-49. Manin si trovava a Parigi a seguito del suo esilio decretato dall’Austria nel 1849. Le conversazioni di Nassau Sr sono state trascritte in due volumi pubblicati dalla figlia nel 1878 sotto il titolo di Conversations with M. Thiers, M. Guizot and other distinguished persons during the second empire. I dialoghi con Manin, che presentano alcuni spunti interessanti sia sul ‘48 veneziano sia sulle prospettive del movimento nazionale italiano, sono riportati in lingua inglese, nonostante si fossero presumibilmente tenuti in francese.

Non esistendo una versione italiana del testo, ho tradotto dall’originale i passi più rilevanti. Nel dialogo che segue, Manin e Nassau Sr discutono inizialmente degli effetti della dottrina politica dell’eguaglianza, senza risparmiare critiche a quella che era comunque da loro considerata un’innovazione positiva. Dal canto suo, Nassau Sr afferma che “la proclamazione dell’uguaglianza, l’abolizione dei privilegi, il livellamento delle piccole aristocrazie – alcune regnanti, altre nobili, altre commerciali, altre ancora ecclesiastiche o municipali – che in passato costellavano l’Europa può anche essere stata una benedizione, ma non sotto tutti i punti di vista. Ha distrutto tutti quei piccoli nodi di resistenza che tenevano sotto scacco le grandi autorità centrali. Ha cancellato le ambizioni e le rivalità locali che favoriscono la nascita di grandi uomini anche in piccole comunità”.

Manin concorda, affermando a sua volta che “l’uguaglianza non ha generato libertà. Forse l’ha diminuita. Allo stesso tempo, ha probabilmente ridotto tutto il precedente carico di oppressione. Prima del 1789 il sovrano aveva molti meno poteri, ma i signori locali ne avevano molti più di ora. E dal momento che questi erano centinaia, il popolo, inteso come massa distinta dall’aristocrazia, ci ha probabilmente guadagnato”.

Segue a questo punto una domanda di Nassau Sr, che riguarda da vicino Venezia, il Veneto e gli effetti portati in queste terre dal ridimensionamento dell’antica aristocrazia lagunare.

Senior – In termini politici, qual è stato il guadagno e la perdita nei territori veneziani?

Manin – Il nobile veneziano è sempre stato oppresso, prima dal Consiglio dei Dieci1 ed ora dalla polizia austriaca. Tuttavia si è sempre consolato al pensiero di essere parte integrante del potere costituito. Una compensazione ancora maggiore l’ha avuta nel sentirsi uno degli attori principali di un’illustre compagine che è stata potente e gloriosa per più di un millennio. Occorre tenere presente, ad ogni modo, che a Venezia c’è sempre stato poco spazio per la libertà individuale o per la gloria del singolo. La città ha compiuto grandi imprese, ma ha generato pochi uomini di alto spessore. La gelosia di Venezia sembra aver costretto i suoi eroi a desiderare l’oblio più che il successo personale. Ma il popolo era felice e soddisfatto sotto il suo potere. Anche le città della terraferma – nonostante versassero in una situazione che definiremmo penosa, ovvero la soggezione a un’aristocrazia lontana – ricordano con nostalgia il dominio veneziano. Venezia consentiva loro di trattare i propri affari sotto un Podestà2, che gli veniva inviato ogni anno. Le tassava parecchio, le proteggeva, di fatto le trattava come voi trattate le vostre colonie. Quando l’Austria se ne andrà non lascerà nulla di simile.

Senior – E che cosa contestate maggiormente all’Austria?

Manin – La nostra principale contestazione è che gli austriaci sono tedeschi, mentre i veneti sono italiani, e questi popoli sono divisi da una totale antipatia. Noi li reputiamo inferiori quanto a intelligenza, morale, civiltà e coraggio; in breve, sotto ogni aspetto, esclusa la forza bruta3. Li disprezziamo tanto quanto gli inglesi disprezzano gli irlandesi. Se voi foste governati dagli irlandesi, li odiereste tanto quanto noi odiamo gli austriaci. Sentiamo inoltre che il loro dominio viene da un mero furto, come quello che potrebbe commettere un mercante di schiavi quando acquista un nero strappato dalla sua terra. L’Austria non ci ha mai sconfitti in battaglia, non ha mai avuto alcuno scontro diretto con noi e quindi non ha nessun diritto su di noi. La Francia ritenne opportuno conquistarci solo perché era forte e noi eravamo deboli. Ma non voleva tenerci, così ci ha venduti all’Austria. Qualcosa di simile alla cessione della California.

Questo è la base della nostra opposizione al dominio austriaco.

Andando nello specifico, contestiamo la massiccia coscrizione che ogni anno ci priva dei nostri migliori contadini, rovinando la loro gioventù sotto un cielo tedesco, con un’uniforme tedesca e sotto un bastone tedesco. Contestiamo l’alta tassazione, i cui proventi sono tutti devoluti a finalità che non ci riguardano. Le entrate pubbliche di un Paese libero o indipendente sono una semplice porzione del reddito di tutti gli uomini impiegati dal governo centrale per il bene comune. I duecento milioni che Lombardia e Veneto inviano ogni anno a Vienna servono a pagare e mantenere i quattrocentomila uomini che tengono a bada l’Ungheria e la Galizia. Venezia è un porto franco, ma le città della terraferma lamentano che i loro commerci e consumi sono limitati da tassi proibitivi imposti per permettere a pochi miserabili artigiani boemi e tirolesi di trascinare un’attività ormai al collasso e per nulla remunerativa.

Contestiamo la preclusione di ogni carriera per i nostri giovani. Contestiamo che tutte le questioni attinenti al governo e all’amministrazione della nostra terra siano affidate a stranieri, che solitamente non conoscono la nostra lingua e che disprezzano sempre i nostri costumi. Sopra ogni cosa, contestiamo l’amministrazione della giustizia.

Senior – Credevo che l’amministrazione della giustizia nei domini dell’Austria fosse specchiata, per quanto severa.

Manin – Non è specchiata. Non potrebbe nemmeno esserlo, considerato che gli stipendi corrisposti a chi se ne occupa sono così bassi da impedire di viverci. E anche se fosse amministrata con onestà, le leggi resterebbero comunque intollerabili. In tutte le cause penali viene applicata la vecchia procedura inquisitoria tedesca; una procedura di cui non si sa nulla eccetto quello che si legge negli annali della Santa Inquisizione – un tribunale ingiustamente additato di aver dato inizio a un un sistema che nei fatti esisteva da tempo e che poi gli è sopravvissuto. Secondo questo sistema un uomo viene processato in sua assenza; non conosce l’accusa rivoltagli contro; non sa da chi venga o chi siano i testimoni. Tutto ciò che il tribunale gli dice è che deve essere consapevole della sua colpa e confessare. Ottenere una confessione è il trionfo di qualsiasi magistrato austriaco; e ogni mezzo di tortura morale, le torture fisiche di anni di prigionia, il cibo insufficiente e talvolta le percosse sono sovente usati per costringere l’accusato a confessare. Quanto alla giustizia civile, le complicazioni sono innumerevoli, le spese e i ritardi infiniti; le prove sono tutte scritte. Il giudice, un tedesco, raramente le capisce, spesso non le legge neppure, e una causa trascinata avanti per anni costringe le parti, ormai esauste, a un compromesso.

Circourt4 – E’ significativo che l’Austria si sia sempre premurata di impiegare italiani in Germania e tedeschi in Italia, arrecando pressapoco lo stesso danno ad entrambi i popoli.

Senior – Qual era il vero obiettivo dell’insurrezione veneziana?

Manin – Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri Stati italiani. Avremmo comunque accettato di divenire parte di un unico grande regno comprendente tutta l’Italia5.

Se Carlo Alberto si fosse presentato in modo disinteressato; se non avesse condotto una guerra personale per l’ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto null’altro che la cacciata dei barbari dall’Italia, consentendo agli italiani di occuparsi in autonomia dei propri affari, oggi penso che avrebbe anche potuto farcela. Ma le mie speranze svanirono non appena si volle annettere Milano. L’intero carattere della guerra era mutato. Kossuth, e successivamente il ministro di Ferdinando in Ungheria, poterono denunciare l’invasione piemontese come un insidioso tentativo di derubare l’Austria nel pieno della sua debolezza rivoluzionaria. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli si allarmarono. Videro che il Piemonte stava usando il pretesto di una guerra di liberazione per condurre una guerra di ambizione e conquista. Per ultimo, il popolo italiano perse il suo entusiasmo e ogni speranza. I piemontesi hanno fatto di Carlo Alberto un santo. Loro, forse, possono perdonargli il male compiuto; il resto d’Italia no.

1 Organo della Repubblica di Venezia costituito nel 1310 e durato fino al 1797. Era deputato a vigilare sulla sicurezza dello Stato.

2 In italiano nel testo.

3 Quelle di Manin sono parole dure, certamente più vicine al nazionalismo che al patriottismo romantico. Ad ogni modo, si consideri la condizione personale di quest’uomo, che dagli austriaci subì prima il carcere e poi l’esilio in Francia. Si conti peraltro che proprio nel viaggio verso Parigi perse sua moglie Teresa, vittima del colera. Il rancore di Manin verso l’Austria ne uscì esacerbato.

4 Adolphe de Circourt (1801-1879), diplomatico e storico francese presente alla conversazione tra Manin e Nassau Sr.

5 Questa dichiarazione ricorre spesso negli articoli di chi intende dimostrare una presunta estraneità del Veneto al movimento risorgimentale. Esiste infatti un filone minoritario, più vicino alla politica contemporanea che alla storiografia, secondo cui la rivoluzione veneziana del ‘48 avrebbe mirato unicamente alla restaurazione della repubblica veneta, difettando di qualsiasi ideale unitario. Senza elencare le innumerevoli fonti contrarie (per le quali non basterebbe un intero volume) e volendo soffermarsi unicamente sulla dichiarazione di Manin, è sufficiente osservare che:

a) non si parla di una repubblica veneta del tutto indipendente, ma confederata agli altri Stati italiani, quindi con una dieta e una costituzione comuni e una politica estera e militare condivisa;

b) nel 1848, la prospettiva di una confederazione italiana era rivoluzionaria rispetto agli ultimi 1300 anni di storia, che avevano sempre visto una penisola politicamente frammentata; in altri termini, parlare di confederazione all’epoca (differentemente da quanto accadrebbe oggi) significava auspicare una forma di unità e coesione nazionale, a parziale discapito degli interessi locali;

c) in ogni caso, non viene scartata l’ipotesi di un Stato italiano unito e centralizzato, per di più monarchico.

Epidemie del passato

Non ci eravamo abituati, ma era già successo, lasciandosi dietro la stessa coda di polemiche.

Tempo fa, durante alcune mie ricerche, trovai questa prima pagina della Favilla, un elegante giornale triestino dell’Ottocento.

Il numero è del 16 ottobre 1850 (170 anni e una settimana fa), ma potrebbe essere scritto oggi, se non in Italia sicuramente in qualche altro Paese d’Europa o del mondo. All’epoca si era appena usciti da un’epidemia di colera e altre se ne temevano:

“Non traspirò nulla […] circa ai provvedimenti da prendersi onde tenere lontana la minacciante invasione del morbo indiano; solo si lesse un avviso della Commissione sanitaria che raccomanda al popolo alcune precauzioni dietetiche le mille volte ripetute e sempre inutilmente. Sta però bene che non si trascurino simili avvertimenti, e sarà meglio ancor quando sieno seguiti da misure di efficacia più pronta e sicura”

Poi un articolo dai toni piuttosto accesi, intitolato “POLEMICA“, dove la Favilla attacca frontalmente un altro giornale triestino, l’Osservatore (di stampo filo-austriaco), per una diversità di vedute sulla gestione dell’emergenza sanitaria da parte dell’amministrazione cittadina:

“Noi censurammo soltanto, ed in ciò persistiamo, il difetto totale di misure preventive atte ad arrestare l’invasione del morbo od almeno la sua maggiore diffusione. Che importa se una Commissione fu nominata sino dal giugno se sino al settembre essa non diede segni di vita?”.

“Ci basti riandare a quei mesi funesti in cui il male, latente in prima, scoppiava con violenza inusitata. Quali provvedimenti erano stati presi, quali misure preventive adottate?”

E poi, il solito vecchio augurio: “… parliamone, chè forse la sperienza del passato varrà a renderci più saggi per l’avvenire“.

“Autunno tedesco”, Stig Dagerman

tisk hostQuesta è la Germania, signor D., un cimitero bombardato”. Così nel 1946 un cittadino tedesco descrive il proprio Paese a Stig Dagerman, scrittore svedese inviato dal giornale Expressen per raccontare la situazione post-bellica nel vecchio Reich. Dagerman, all’epoca ventitreenne, realizza in poche settimane tredici articoli che verranno poi pubblicati a Stoccolma sotto l’emblematico titolo di Autunno tedesco (Tisk Höst). Un mondo di vinti e di emarginati popola le pagine di queste cronache, nelle quali viene esposto in modo lucido e conciso il dramma umano di un popolo afflitto dalla miseria, obbligato ad apprendere “l’arte di scendere in basso” per sbarcare il lunario. Se è vero che lo stesso disastro morale e materiale aveva colpito quasi tutti gli Stati europei, nel caso della Germania tutto ciò era visto come una giusta punizione, nella pretesa che il Paese imparasse dalla propria disgrazia. Si dimenticava però, come osserva Dagerman, che la fame e la guerra sono due pessime maestre: una pancia vuota non chiede democrazia, ma pane; le rovine e i figli caduti in battaglia non insegnano ad apprezzare la libertà, ma a convivere con la morte.

A scanso di equivoci, il discorso dell’autore (un convinto anarchico) non maschera simpatie per il regime passato, risultando piuttosto impregnato di una sincera compassione e di una genuina umanità. Il sottinteso legame che stringe le fila dei tredici articoli è una riflessione sulla sofferenza umana, che nella sua dimensione totalizzante conosce solo il presente, mettendo in secondo piano cause e colpe ed eliminando ogni orizzonte futuro. Secondo Dagerman, soltanto migliori condizioni di vita potevano consentire ai tedeschi di ragionare veramente sul proprio recente passato e di elaborare un avvenire che mettesse a proprio fondamento la democrazia.

Recentemente ristampato in Italia da Iperborea (2018), Autunno tedesco ricorda per certi versi la cosiddetta Trümmerliteratur (“letteratura delle macerie”), la quale, esattamente come il Neorealismo in Italia, si era diffusa in Germania per il bisogno di comunicare esperienze concrete vissute in anni drammatici, seguendo quel filo stretto che da sempre unisce la letteratura al dolore.

“A Trieste, mia città natale”, Giovanni Pistolato

2018-b9255Un vecchio taccuino e alcune carte inedite della polizia austriaca raccontano la storia di un uomo che per aver sfidato la censura fu costretto ad abbandonare la propria città.

Nella Trieste asburgica di metà Ottocento, un giovane scrittore di origini greche, Demetrio Livaditi, decise di fondare un giornale “che sotto il manto della letteratura tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria”.

La Ciarla uscì per poche decine di numeri, ma il tono dei suoi articoli allarmò le forze dell’ordine, che intervennero in più occasioni con multe, perquisizioni e sequestri. Le copie del giornale, fitte di allusioni contro Vienna,  andarono a ruba da quando cominciò a scrivervi Leone Fortis, un estroso e irriverente letterato nativo della comunità ebraica triestina.

Con questo libro l’autore ripercorre la movimentata storia della Ciarla e del suo fondatore, riportando così alla luce una delle pagine più ingiustamente dimenticate del Risorgimento di Trieste.

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Il volume “A Trieste, mia città natale” è disponibile al prestito presso le seguenti biblioteche:

  • Biblioteca Sormani di Milano
  • Biblioteca del Museo Civico del Risorgimento di Bologna
  • Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze
  • Biblioteca Universitaria di Padova
  • Biblioteca del Museo Nazionale del Risorgimento di Torino
  • Biblioteca Civica Attilio Hortis di Trieste
  • Biblioteca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste
  • Biblioteca dell’Archivio di Stato di Trieste
  • Biblioteca Comunale di Treviso
  • Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia
  • Biblioteca Marciana di Venezia

“Il mito asburgico”, Claudio Magris

mythIl mito asburgico è l’immagine di un’epoca felice e armoniosa, di “un pittoresco, sicuro e ordinato mondo di favola”, di un impero gaudente e cosmopolita, amministrato con diligenza dai suoi funzionari e guidato con paterna saggezza dal suo sovrano, l’imperatore Franz Joseph. Una rappresentazione che gode ancora oggi di vasta fortuna, nonostante il confronto con la storia ne riveli spesso la natura fittizia e illusoria, connessa direttamente “a una secolare tradizione asburgica di deformazione della realtà”. Nel Mito asburgico (1963) lo scrittore Claudio Magris analizza questo suggestivo tema culturale, esponendo con ricchezza di riferimenti letterari la sua origine, nonché i suoi motivi fondamentali. Il risultato finale non è soltanto un monumentale saggio sull’argomento, bensì un appassionante viaggio nella letteratura mitteleuropea a cavallo tra Ottocento e Novecento.

La genesi del mito

Il mito incontra la sua stagione più feconda dopo la caduta dell’aquila bicipite, quando alcuni talentuosi scrittori orfani della vecchia monarchia (Roth, Zweig ed altri), disorientanti dall’incalzare dei totalitarismi, volgono nostalgicamente lo sguardo al passato, rimpiangendo una sorta di età dell’oro perduta. Nondimeno, secondo Magris, la genesi del mito risale a molto tempo prima, ovvero agli inizi dell’Ottocento, quando Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero di Nazione Germanica, diventa Francesco I imperatore d’Austria. La rinuncia al titolo di Sacro Romano Imperatore, diretta conseguenza della sconfitta patita contro Napoleone ad Austerlitz (1805), costringe la dinastia Asburgo a trovare una diversa legittimazione del proprio potere. Sorge così l’ideale dell’impero sovranazionale, ovvero di più popoli uniti al sovrano da un vincolo paternalistico, quasi sentimentale. In prima battuta il mito riveste quindi una finalità squisitamente politica, fungendo da fondamento ideologico sul quale edificare la nuova monarchia asburgica, seriamente ridimensionata dalla caduta di un’istituzione millenaria e gloriosa come il Sacro Romano Impero. Il mito “letterario” nascerà qualche decennio più tardi, ma riprenderà tutti i motivi di quello “politico”, rinverdendoli e dando loro nuovo linfa.

Gli elementi del mito

I motivi fondamentali del mito asburgico sono molteplici. Il principale è indubbiamente quello sovranazionale. In contrapposizione all’ideale romantico di patria, che andava sempre più affermandosi in Europa, l’impero aveva eletto a proprio sostegno spirituale e ideologico un principio asseritamente superiore, in virtù del quale gli Asburgo sarebbero stati chiamati da Dio a governare su più genti. Nell’era degli Stati nazionali, definiti dallo scrittore ebreo Werfel come “unità demoniache”, l’appartenenza all’impero di tanti popoli diversi costituiva un motivo di vanto per la compagine asburgica, forse l’essenza stessa della sua civiltà. Questo ideale era condensato nel paterno “An Meine Völker!(“Ai miei popoli!”), pronunciato dall’imperatore Francesco Giuseppe, altro pilastro del mito. Figura nobile di vecchio saggio, “sommerso dal tempo e consapevole della fine vicina, chiuso nella solitudine come una vecchia quercia percossa dagli anni e dalle amarezze, l’imperatore sembra incarnare […] l’eroica mediocritas”. La monarchia austroungarica, all’epoca del suo crepuscolo, vive nella venerazione di quest’anziano sovrano, il cui ritratto pende pressoché ovunque: nelle case, nelle scuole, nelle chiese, nelle caserme, perfino nei bordelli. Franz Joseph rappresenta il “ferreo rigore e l’indefettibile fedeltà al posto assegnato”, la forza della tradizione, la costanza, la stabilità. Egli è il vertice dell’enorme piramide imperial-regia, dove tutti hanno la loro precisa collocazione, dal detentore della corona al più umile contadino della Galizia. Ogni buon suddito austriaco è consapevole del proprio ruolo all’interno della società e osserva quei vincoli di subalternità e obbedienza tramandati da generazioni che lo legano al padre, alla famiglia, alla chiesa e alla monarchia. Non a caso, come nota Magris, la più asburgica delle virtù è proprio la fedeltà, ovvero il ritrovare la propria essenza in un rapporto di subordinazione “che preserva dal disordine delle cose e dei sentimenti”. Questa virtù, tipicamente feudale, si trasferirà successivamente nella figura del burocrate, tanto cara alla letteratura austriaca. “Io non ho bisogno di dotti, ma soltanto di buoni impiegati”, disse un giorno l’imperatore Francesco I. Il burocrate, figura grigia ma al contempo umana e signorile, rappresenta il senso dell’ordine e della gerarchia, è una sorta di intermediario, “quasi come sacerdot[e], tra le cose del basso e quelle dell’alto”. La diligenza, la lealtà e l’attaccamento agli immobili valori del sistema austriaco ne fanno uno dei personaggi prediletti dei rievocatori del mito. Basti pensare, in proposito, al barone Franz von Trotta tratteggiato da Joseph Roth nella Marcia di Radetzky, o al Bancbano di Grillparzer: uomini che dirigono incessantemente i loro sforzi verso la tutela e la conservazione dello Stato, affrontando con dignitosa rassegnazione tutte le rinunce personali che ciò impone.

Tuttavia, quasi come compenso del sacrificio di sé per il bene supremo della monarchia, e come contropartita della mancanza di partecipazione politica, il suddito austriaco poteva alienarsi in una realtà mondana e sensuale, fatta di valzer, vino, caffè, donne e gioia di vivere. Si tratta senz’altro dell’aspetto più gaudente del mito asburgico, dove in maniera simile a quanto avviene nella Venezia del Settecento un “mondo morente si mette in maschera”, esorcizzando la fine ormai prossima con la musica, i balli e una leggerezza spensierata. L’edonismo, che ha per capitale naturale Vienna, si manifesta quasi come una necessità, ovvero quella dell’evasione dal reale per tuffarsi in un mondo fatato dove gira sempre il pollo allo spiedo e “un bicchiere e un cuore allegro sono i beni più grandi di questa terra”.

Ultimo elemento del mito, ma non per questo meno importante, è la cosiddetta “statica grandiosa”, o in altre parole, l’immobilismo. L’impero si avvicinava inevitabilmente a una bufera, che avrebbe decretato la sua fine. I suoi schemi culturali e ideologici erano contrari alla storia e non avrebbero potuto resistervi a lungo. Vi era dunque la convinzione diffusa, come scrisse Werfel, che “ogni passo, anche il più piccolo, era un passo nell’abisso”. La statica grandiosa altro non era dunque se non la rinuncia ad ogni dinamismo, l’ostinata e commovente conservazione dello status quo, l’imperativo categorico del non agire, perché ogni movimento poteva rivelarsi fatale. In termini culturali ciò si tradusse nel tendenziale rifiuto di ogni novità, in particolare di qualunque elemento potesse sapere di moderno. Sul piano politico, invece, questo atteggiamento si concretò essenzialmente nel tentativo di mantenere la pace, nella consapevolezza che la guerra avrebbe potuto spezzare il fragile equilibrio su cui si reggeva l’impero (come poi di fatto avvenne).

I rievocatori del mito

L’approccio al mito da parte degli scrittori austriaci appare tutt’altro che omogeneo. In primo luogo occorre distinguere due periodi, quello precedente alla Grande Guerra e quello successivo. Nel primo gli scrittori che aderiscono al mito narrano una realtà presente, che si manifesta ogni giorno sotto i loro occhi, sia pur nelle sue fasi finali (“Io sono un poeta delle cose ultime”, disse a tal proposito Franz Grillparzer). Nel secondo, invece, a dominare il campo sono la nostalgia e la memoria: la trasfigurazione del reale assume pertanto delle note più meste e malinconiche, tipiche dell’esule o del naufrago, che vivono nel ricordo della vita lasciata irrimediabilmente alle proprie spalle. Forse il vero mito è proprio quello di questi letterati, i quali, “balestrati nella nuova realtà sociale […] hanno cercato di capire il mondo di ieri, e ne hanno mitizzato le caratteristiche”. Significativamente, come osserva Magris, si tratta per lo più di scrittori ebrei, come Franz Werfel e Joseph Roth, che pubblicano la loro opera quando si va affermando o si è già affermato il nazismo e che, non potendo riconoscersi in alcun altro Paese, sono i veri eredi del tramontato impero, i custodi della sua anima.

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“Ballo al Palazzo Imperiale di Vienna”, Wilhelm Gause, 1900

La rievocazione della monarchia danubiana compiuta da quest’ultima generazione poggia principalmente sull’ideale dell’Austria felix, ma non mancano i casi in cui vengono messi a nudo gli aspetti più torbidi e opachi della società asburgica. Così Robert Musil nei Turbamenti del giovane Törless (1906) racconta le oscure vicende di un collegio militare dell’epoca, presagendo gli “irrazionalismi razzistici e misticheggianti che si sarebbero scatenati nell’Europa”. A sua volta Stefan Zweig, nel suo Mondo di ieri (1941), affianca la celebrazione dei bei tempi andati a pagine in cui vengono rivelate anche le ipocrisie e i perbenismi della civiltà mitteleuropea.

Una linea narrativa piuttosto equilibrata e al contempo affascinante è quella seguita da Joseph Roth, i cui romanzi appaiono tutti accomunati da una malinconica patina crepuscolare. La marcia di Radetzky (1932), che delinea la parabola discendente dell’impero attraverso la saga familiare dei Trotta, costituisce forse la vetta più alta raggiunta da questa letteratura. Qui i temi e i personaggi caratteristici del mito sono quasi interamente chiamati a raccolta, formando un complesso armonico dall’efficace impatto emotivo. Ad emergere non è tanto la vicenda dei Trotta, cui pure Roth partecipa con indubbia umanità, quanto piuttosto l’atmosfera di una civiltà debole e in progressivo disfacimento, giunta ormai al suo capolinea. La decadenza dell’Austria e il lento svanire delle sue antiche certezze trovano probabilmente in queste meravigliose pagine la loro migliore rappresentazione letteraria.

Il mito secondo Magris

L’opera di Claudio Magris non è certamente un’esaltazione del mito, ma piuttosto una sua approfondita e appassionata analisi, animata dal tentativo di individuare un filo conduttore a buona parte della letteratura austriaca moderna. Lo sguardo disincantato dell’autore ha portato molti a considerare il libro una demistificazione del mito stesso, quasi una sua demolizione. In effetti gli scrittori del filone “asburgico” risultano tutti smascherati nella rielaborazione dei tempi andati, ma ciò non significa che la loro opera non possa essere apprezzata con eguale intensità da una diversa prospettiva, più distaccata e consapevole, senza retorica o nostalgie ormai anacronistiche. Anche per questo motivo, a quasi sessant’anni dalla sua pubblicazione, Il mito asburgico rimane una lettura imprescindibile per gli amanti del genere.

“Le famiglie che hanno ‘fatto’ Trieste: i Livaditi”, articolo di Marco Pozzetto

L’articolo che segue, a firma dello storico Marco Pozzetto (1925-2006), è stato pubblicato nel 1981 sulla rivista mensile triestina La Bora (anno 5, n. 1 – dicembre 1980 – gennaio 1981).
Con una prosa briosa, l’autore ci descrive i capostipiti di un’antica famiglia di immigrati greci trapiantati a Trieste: i Livaditi. Estrosi e buontemponi, propensi al litigio, dediti al commercio ma anche alla bella vita, i Livaditi furono tra i principali esponenti della comunità greca triestina tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Nella parte finale dell’articolo, seppur con qualche imprecisione, viene tratteggiata la figura dello scrittore Demetrio (1833-1897), ultimo grande esponente della famiglia.

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Trieste, Via Mazzini (già Via Nuova) nella prima metà del Novecento.

“Allorché, verso l’anno 1773 le persecuzioni e le malversazioni esercitate dai Turchi verso i pacifici abitanti delle contrade greche raggiunsero il loro massimo grado, molti di questi si decisero a fuggire, e vennero a stabilirsi a Trieste…”. Tra questi anche “i tre fratelli Livaditi colla loro madre”, annota concisamente la cronaca greca.

Famiglia piuttosto anomala tra gli immigrati greci che, in particolare nella prima generazione, reputarono Trieste come una specie di “terra di conquista” in cui raggiungere con la massima fretta possibile posizioni preminenti nella attività più congeniali a ognuno: dalla bottega di tipo più o meno levantino alle posizioni direzionali o comunque preminenti nei vari settori del mondo economico; rimanevano loro poco tempo e voglia per le attività che oggi vengono definite del tempo libero. Per i Livaditi – Diamante (1744-1810), Stamati (1749-1812) e Michele (1752-1818) – questo schema è valido fino ad un certo punto; buontemponi, amanti del buon vivere, i tre fratelli riuscirono a portare a livello d’arte la propensione al litigio, famigliare o pubblico che fosse.

Al loro arrivo a Trieste Diamante aveva 29 anni, Michele 21; si misero in commercio la cui esatta natura è ancora sconosciuta. Probabilmente investivano i proventi negli stabili, raggiungendo un notevole benessere, ma non grandi ricchezze: evidentemente non furono posseduti dal demone della rivalsa. Amavano banchettare, con grande disappunto della madre che vollero eternare sul portale dell’opulenta casa di Via Mazzini 5, inaugurata nel 1800: la eternarono però nell’atto di mostrare la lingua a coloro che entrano…

Un grosso carteggio del Tribunale Commerciale e Marittimo conferma il curioso comportamento dei tre fratelli. Proprietari di un magazzino a Riborgo – demolito negli anni ’30 del nostro secolo – i Livaditi, ancora in unica ditta, aprirono una finestrucola sul confinante cortile magazzino di proprietà di Graziadio Isaia Minerbi, commerciante all’ingrosso. Probabilmente avevano bisogno della circolazione dell’aria per le merci, per cui non pensarono di accordarsi con il vicino. Questi, credendo ad uno sgarbo dei greci a lui, in quanto ebreo, decise di applicare l’antica regola del dente per dente… Forò infatti il muro, pressapoco sotto la finestrucola, infilando nel foro una trave di legno che sporgeva per un mezzo metro nel magazzino dei Livaditi e che forse aveva prodotto qualche piccolo danno alle mercanzie immagazzinate: tutte le operazioni venivano naturalmente eseguite durante la notte con la complicità delle tenebre. I Livaditi si rivolsero al Tribunale con una circoscritta denuncia per danni contro Minerbi, mobilitando scribani, traduttori, avvocati, né per dire il vero, Minerbi fu di meno; la causa si trascinò per due anni e in ogni udienza vennero portati argomenti nuovi, sempre più astratti e altrettanto inconsistenti. Alla fine il giudice esasperato convocò l’architetto Andrea Fister affinché eseguisse una perizia. Questi con gli aiutanti perse una mezza giornata davanti al muro incriminato cercando disperatamente, si può dire, i danni che non trovò; stese quindi la perizia di quattro pagine che concluse scrivendo di non capire quale fosse l’oggetto del contenzioso e che, secondo lui tecnico, “La lunga causa è dovuta al semplice gusto dei contendenti di litigare”, per cui a suo avviso la causa sarebbe da comporre pacificamente, cosa che il giudice accettò con notevole solerzia. Il documento finale, sulla carta ufficiale azzurra, porta le firme dei Livaditi parzialmente in caratteri greci, quella di Minerbi in splendida svolazzante calligrafica della scuola ebraica di Livorno, le firme di Fister, degli avvocati, dei traduttori, del giudice – con il sigillo del Tribunale – e infine, per presa visione, del Governatore in persona, il conte Pompeo Brigido…

Sono abbastanza curiosi anche i testamenti dei tre fratelli. Diamante che fu probabilmente considerato fino alla morte come capo-famiglia, lasciò 3.000 fiorini (90 milioni 1980) alla chiesa greca “nell’obbligo di fare tutto l’occorrente per il suo funerale”, 33.000 fiorini (990 milioni) variamente divisi tra le due figlie e la moglie e il resto ai quattro figli maschi; non sono riuscito ad appurare in cosa consistette “il resto”. A differenza del fratello, Stamati lasciò agli estranei qualche decina di fiorini, mentre la casa ed alcune botteghe andavano alla moglie e ai nove figli.
Complicatissimo e rivelatore infine il testamento di Michele: “… in primo luogo lascio al mio figlio Antonio, il primogenito, il magazzeno che oggi è occupato dallo Spezziere e l’altro che è occupato dal Barbiere… Gli lascio un debito di fiorini mille da pagare alla Nazione quando li ricercano, e se non li ricercano da pagare l’interesse, senza nessuna contrarietà perché ha debito la casa. Camere non gli lascio, perché si era comportato male verso di lui genitori, ma lo lascio in libertà, se Dio gli da stato d’averne autorità di alzare un appartamento e di tenere cinque camere e un pezzo di soffitta per li legni…”. Dopo l’altrettanto dettagliato elenco dei crediti e dei debiti riguardanti i beni da lasciare agli altri due tre figli, Michele Livaditi continua: “… lascio a Diamantula un terzo della casa detta Spitale che mi appartiene, e di pagare due mila che ha la casa nella di lei parte, ma se per caso di rendesse avanti di maritarsi, quello che ricavasse sia per essa e nient’altro che la benedizione di Dio, di non poter fare niente senza il permesso della madre e dei fratelli…”.

Linguaggio contorto, da cui però si ricava il fatto sconosciuto, ma di notevole importanza, che la “Nazione greca” rivestisse sistematicamente il ruolo di banchiere dei connazionali che avevano fornito la prova di correttezza commerciale; questa, che si sapeva essere stata una delle funzioni delle comunità ebraiche, dovrà pertanto essere estesa anche ai greci, almeno a quelli di Trieste, benché non ne faccia cenno Stefani nel suo libro sui Greci del Settecento, né le altre storie, ivi compresa quella ufficiale del 1882. La politica perseguita dalla “nazione” o con la terminologia del tardo Settecento, della “Banca della Nazione” spiega anche perché la percentuale del patrimonio immobiliare greco teresiano era di gran lunga superiore a quella che competerebbe alla percentuale dei greci residenti a Trieste.

Una novità è pure quella della originaria destinazione del Palazzo destinato attualmente a “Casa delle Aste” in piazza Goldoni e noto come Ospedale dei Greci; infatti, il testamento di Michele Livaditi lo assegna ai figli, come casa di abitazione.

La generazione successiva dei Livaditi comprendeva ben ventun membri tra maschi e femmine, ma nessuno che emergesse in modo particolare.

Un Diamante Livaditi (1833-1897), salvo errori figlio del semidiseredato Antonio1, quindi appartenente alla quarta generazione triestina, appare come personaggio piuttosto importante nella storia ottocentesca della città; nel 1857 fondò “La Ciarla”, giornale nazionalistico che venne soppresso dopo due anni per ordine della polizia. Terminata quell’esperienza, nel 1859 Livaditi assieme ad Attilio Hortis diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana2; Tamaro lo annovererà tra i volontari garibaldini. Si dedicò anche alla letteratura con ottime traduzioni dal greco: pubblicò le “Operette morali” che furono definite di tipo leopardiano e un “Galateo letterario”. Sono stati verosimilmente i meriti politico-letterari del Diamante Livaditi il pretesto per destinare una via cittadina ai “Livaditi, antica famiglia triestina”.

Marco Pozzetto

Note di Giovanni Pistolato

1 Il suo nome era Demetrio, non Diamante, come erroneamente indicato dall’articolista. Demetrio Livaditi era figlio di Alessandro, commerciante greco nato a Trieste nel 1797.

2 Altra imprecisione: Demetrio Livaditi non diresse la sezione triestina della Società Nazionale Italiana dopo la chiusura della Ciarla, ma nel periodo della sua pubblicazione (il giornale infatti era strettamente legato all’attività segreta della Società). Suo collaboratore fu l’avvocato Arrigo Hortis, capo del locale partito liberal-nazionale, e non il figlio Attilio (nato solamente nel 1850).