“Il ritorno del padre” e “L’isola”, Giani Stuparich

luzinUn marinaio dal carattere burbero ritorna alla propria casa dopo anni di lunga assenza. Ad attenderlo c’è un bambino, che trepida all’idea di rivedere suo padre. Molto tempo più tardi quello stesso bambino, divenuto uomo, accetta di accompagnare il genitore anziano e malato nell’ultimo viaggio verso l’isola della sua giovinezza.

Il ritorno del padre (1933) e L’isola (1942) sono due amabili racconti dal forte sapore autobiografico di Giani Stuparich, uno dei protagonisti della felice stagione letteraria triestina del secolo scorso. Il rapporto con la figura paterna è delineato in entrambi i testi con rara delicatezza ed estrema sensibilità. La vicenda del padre e del figlio, fotografata prima nell’età dell’infanzia e poi nel momento del doloroso distacco, è un richiamo alla ciclicità della vita, nonché alla mutevolezza degli affetti familiari. Perché se uno soltanto è il padre, sentimenti e rapporti di forza evolvono a seconda del tempo e dei contesti, fino a giungere a un capovolgimento delle posizioni.

Per i loro numerosi e reciproci rimandi, i due racconti formano di fatto un dittico, rendendo obbligata una lettura congiunta. Lo stesso Stuparich, del resto, decise di porli rispettivamente all’inizio e alla fine di una raccolta dei propri scritti edita da Einaudi nel 1961, suggerendo così la loro intima connessione. Grazie alla casa editrice Quodlibet (che li ha recentemente ristampati) oggi è nuovamente possibile apprezzare queste due piccole perle della nostra letteratura.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

“George Gray”, Edgar Lee Masters

Non sempre siamo capaci di vivere la nostra vita con entusiasmo, così come non sempre siamo disposti a rischiare, a metterci in gioco e a provare strade nuove. Molto spesso infatti rimaniamo in disparte, ci defiliamo e anche quando ci si prospetta la possibilità di essere felici, ci tiriamo indietro intimoriti dai rischi. La paura di vivere è il filo conduttore della vita di molte persone. Questa poesia, per me splendida, è un monito a non concludere la propria esistenza col rimpianto di non aver vissuto.

Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione,

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porte, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio –

è una barca che anela al mare eppure lo teme.

spoonriver1

tratta dall’Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters