“Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale”, curato da Tommaso Piffer

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“…essendo stato richiesto a questi giovani, veramente eroici, di militare nelle file garibaldino-slave, essi si sono rifiutati dicendo di voler combattere per l’Italia e la libertà; non per Tito e il comunismo. Così sono stati ammazzati tutti, barbaramente” – Pier Paolo Pasolini

Il 7 febbraio del 1945, quando la guerra era ormai prossima alla conclusione, si consumò in Friuli quello che può considerarsi l’episodio più doloroso e controverso della Resistenza italiana: la strage alle malghe di Porzûs di venti partigiani della Brigata Osoppo, avvenuta non per mano delle autorità tedesche, ma di altri partigiani, un commando di GAP comunisti guidati da Mario Toffanin, detto “Giacca”. La vicenda, ancora oggi poco studiata ma oggetto di aspri dibattiti, storici e non, si colloca nel più ampio contesto del confine orientale italiano e più precisamente della contesa sulle terre del Friuli e della Venezia Giulia: dovevano rimanere italiane o diventare jugoslave? Le formazioni comuniste italiane – passate sotto il comando del IX Corpus sloveno – avevano sposato incondizionatamente le mire annessionistiche del nazionalismo jugoslavo, cosicché nel campo antifascista le formazioni Osoppo (di ispirazione cattolica e liberale) rimasero le uniche a difendere l’italianità di quelle terre, divenendo dunque un ostacolo sempre più ingombrante per il movimento partigiano facente capo a Tito, risoluto ad annettere quei territori alla nuova Jugoslavia comunista.
Il libro Porzûs. Violenza e Resistenza sul confine orientale, curato da Tommaso Piffer ed edito da Il Mulino, approfondisce un tema scottante e a lungo tempo minimizzato dalla storiografia, perché capace più di ogni altro di compromettere l’immagine unitaria ed oleografica della nostra Resistenza. L’intento dell’opera, redatta con l’ausilio delle più recenti acquisizioni documentali in materia, non è quello di screditare un intero periodo storico, ma di dare attraverso un esame distaccato ed imparziale delle fonti il giusto risalto storico alla strage, costituendo essa la massima espressione della conflittualità interna al movimento partigiano italiano, in special modo al confine orientale, dove le frizioni ideologiche endogene all’antifascismo finirono per sovrapporsi con esiti tragici ad antiche rivendicazioni territoriali straniere, da taluni appoggiate per mera opportunità politica, oltre che per affinità ideologica.
Ad un tradizionale lettura storica che mette in luce unicamente il contrasto tra fascismo ed antifascismo, il saggio di Piffer oppone un’analisi più complessa, secondo la quale il predetto conflitto, di per sé evidente ed innegabile, si intrecciava con quello trilaterale tra fascismo, democrazia e comunismo, che in alcune zone ebbe “un’intensità non dissimile da quella tra le stesse forze antifasciste e il nazismo” e che nonostante ciò fu negletto dall’indagine storiografica del dopoguerra in quanto “la ricostruzione dell’identità democratica dell’Europa occidentale attorno al valore dell’antifascismo richiedeva inevitabilmente di mettere da parte la natura ambivalente del fronte che aveva sconfitto il nazismo”.
L’opera ha un respiro ampio, perché non circoscrive l’attenzione alla sola strage di Porzûs ma spazia dedicando diversi capitoli a temi di ordine più generale, propedeutici ad una corretta contestualizzazione dell’eccidio, come il rapporto tra il PCI di Togliatti e il maresciallo Tito, il fascino esercitato dal comunismo jugoslavo su quello italiano, le strategie adottate normalmente dalle formazioni partigiane comuniste italiane e le modalità adottate dal movimento partigiano jugoslavo per la presa del potere nel proprio Paese. Una trattazione a vasto raggio dunque che demolisce interamente la tesi per tanto tempo invalsa della strage “incidente”, isolata od opera di poche teste calde del mondo partigiano. Le responsabilità del PCI e della sua politica sul confine orientale (anti-nazionale o come minimo rinunciataria rispetto alle bramosie annessionistiche jugoslave) appaiono infatti evidenti, e dopo essere state a lungo oscurate emergono oggi come un nervo ancora scoperto per molti, non solo nel campo politico ma anche in quello storiografico, col risultato che la strada per chi intende gettare luce su quegli avvenimenti resta purtroppo impervia e in salita. Il libro di Piffer è senz’altro un eccellente punto di partenza in questo senso, un saggio obiettivo ed equilibrato che evitando abilmente le trappole del dibattito politico aiuta a comprendere con maggior chiarezza una delle più tristi ed oscure pagine della storia d’Italia.

“L’Italia e il confine orientale”, Marina Cattaruzza

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Da qualche anno ormai si parla sempre più spesso delle complesse vicende che hanno coinvolto il confine orientale italiano, in particolar modo la città di Trieste (ma non solo). La nostra attenzione è catturata soprattutto dai fatti della Seconda guerra mondiale e al loro immediato seguito: la repressione attuata prima dal fascismo e poi dal nazismo, la lotta partigiana nella Venezia Giulia, la Risiera di San Sabba, le foibe e infine l’esodo degli italiani dalle terre passate alla Jugoslavia col Trattato di pace (1947).

Come spesso accade quando gli avvenimenti storici sono così vicini all’occhio di chi li guarda, non si riesce purtroppo ad analizzarli con quella serenità d’animo e con quel distacco emotivo che sarebbero invece necessari per una loro corretta comprensione. Nessuno oggi naturalmente si scalderebbe nel discutere delle guerre puniche o dello scontro tra guelfi e ghibellini nell’Italia medievale: si tratta evidentemente di vicende troppo distanti dal nostro attuale vissuto per accendere gli animi. Ma se si parla di guerre e stragi avvenute pochi decenni fa, con reduci e testimoni ancora in vita, ovviamente il discorso cambia e il confine tra attualità, politica e storia diviene terribilmente labile, anzi, in alcuni circostanze scompare del tutto. Questo è esattamente il caso delle tormentate e controverse vicende che si verificarono in Istria e nei ditorni di Trieste e Gorizia durante gli anni ’40: mi riferisco in particolare alle foibe e all’esodo, su cui attualmente il dibattito politico e storiografico è andato intensificandosi dopo quasi mezzo secolo di oblio.

Per quel che mi riguarda, ho avvicinato queste tematiche all’incirca due anni e mezzo fa, dopo aver letto per caso su internet una cronostoria dei principali avvenimenti che coinvolsero la città di Trieste dall’armistizio dell’8 settembre 1943 fino al 1954, anno del ritorno della città sotto la sovranità italiana. Mi accorsi subito di possedere scarse conoscenze su un argomento che però mi incuriosiva parecchio. Questo mi ha spronato a continuare la ricerca e a consultare diverse fonti, ed è così che recentemente mi sono imbattuto in quest’ottimo lavoro storiografico, “L’Italia e il confine orientale“ della professoressa triestina Marina Cattaruzza, edito da Il Mulino nel 2007.

Il proposito dell’autrice è sicuramente ambizioso: raccontare gli ultimi centocinquant’anni di una storia controversa e non condivisa – quella della Venezia Giulia – partendo dal Risorgimento fino alla tanto discussa istituzione della Giornata del Ricordo in Italia nel 2004, passando per la due guerre mondiali, l’impresa di Fiume, il fascismo, la costituzione del TLT, etc…

Bisogna riconoscere l’assoluta difficoltà della redazione di un’opera che rendesse conto in modo esauriente ma allo stesso tempo sintetico di un periodo così lungo, travagliato, poco conosciuto e ricco di sfumature contrastanti. La professoressa Cattaruzza è riuscita brillantemente nel suo intento, dando senz’altro dimostrazione di equilibrio e d’imparzialità. I fatti storici sono via via esposti dall’autrice secondo il loro nudo svolgimento, senza retorica né ideologia. Si legge tra le righe un’attenzione certosina nell’esposizione delle vicende giuliane, con la maggiore moderazione possibile. Questo è indubbiamente il principale merito dell’opera, ma non l’unico. Ve ne sono almeno altri due ai miei occhi: il primo consiste nella scelta di analizzare la vicenda del confine orientale a partire dall’epoca risorgimentale. Generalmente infatti la storiografia sul tema tralascia del tutto questa fase storica, preferendo iniziare dall’immediato primo dopoguerra, vale a dire dall’annessione italiana della Venezia Giulia avvenuta nel 1920 col trattato di Rapallo. Il torto principale di queste ricostruzioni storiografiche sta essenzialmente nel sottovalutare sia il legame ideale e storico tra irredentismo italiano e Risorgimento (approfondito invece in modo davvero soddisfacente dalla Cattaruzza) sia lo scontro tra gli opposti nazionalismi, italiano e slavo, che affonda le proprie radici proprio nell’epoca tardo-risorgimentale (aspetto questo invece meno curato dall’autrice, ma comunque messo in luce).

L’altro merito che bisogna riconoscere alla professoressa Cattaruzza sta nella particolare attenzione per le trattative diplomatiche che riguardarono il confine orientale, dal Patto di Londra (1915) al più recente Trattato di Osimo (1975). I vari accordi internazionali che interessarono la Venezia Giulia nel secolo scorso sono in quest’opera quasi sviscerati, analizzati nel loro progressivo sviluppo, dando così al lettore piena contezza degli interessi (sia nazionali che di parte) di volta in volta in gioco.

Il lavoro della professoressa Cattaruzza manca forse nella trattazione dei due temi più scottanti della recente storia giuliana: le foibe e l’esodo degli italiani. Le due vicende sono analizzate per sommi capi, probabilmente per la preoccupazione dell’autrice di non esporsi eccessivamente e di tenersi il più possibile al di sopra delle parti. Va detto comunque che l’ampia trattazione della resistenza guidata dal maresciallo Tito ed in particolare delle motivazioni che la ispirarono (non solo antifasciste, ma anche annessionistiche e nazionaliste) offrono comunque al lettore un quadro esauriente per comprendere adeguatamente il contesto in cui i suddetti tragici eventi si verificarono. Molto interessante a tal proposito è senz’altro la ricostruzione della progressiva delegittimazione della resistenza italiana non comunista nella Venezia Giulia.

Spunti a mio parere illuminanti si rinvengono infine nella riflessione dell’autrice sul difficile rapporto tra la Giornata del Ricordo (10 febbraio) e il “mito” della Resistenza.

Chiunque voglia approcciare o anche solo approfondire la conoscenza di quella terra travagliata e contesa che fu la Venezia Giulia del secolo scorso troverà sicuramente in quest’opera un riferimento prezioso.