Il giornalismo triestino e la Conferenza di pace di Parigi del 1946

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Tra i pochi documenti accolti negli atti della Conferenza di pace di Parigi del 1946 a sostegno del diritto italiano sulla Venezia Giulia figura un opuscolo sulla storia del giornalismo triestino dal titolo Giornali e periodici di Trieste dal 1781 al 1946, edito a cura dell’Associazione della Stampa Giuliana. Si tratta di un libretto bibliografico contenente l’elenco di tutte le pubblicazioni periodiche che hanno visto la luce a Trieste dalla fine del Settecento al termine della Seconda Guerra Mondiale. L’introduzione, scritta in italiano, è stata tradotta in due lingue: inglese e francese. Destinatarie di questa “memoria” erano infatti le potenze vincitrici, prime fra tutte Stati Uniti, Regno Unito e Francia.
L’intento dichiarato era
quello di dimostrare l’italianità della città, contro le pretese annessionistiche jugoslave. Con la forza dei numeri, l’Associazione della Stampa Giuliana argomentava che Trieste “è sempre stata, com’è oggi, una città squisitamente italiana, nella vita degli affari come in quella della cultura”. Infatti, stando a un prospetto statistico inserito nell’opera, delle 691 testate pubblicate a Trieste, 618 erano in lingua italiana. Seguivano i giornali in lingua slovena o serbo-croata (43), tedesca (19), greca (5), francese (5) e inglese (1).
Politica e storiografia formano un inestricabile groviglio nelle rivendicazioni territoriali sulla regione giuliana, sia da parte italiana che da parte slava. Questo documento, stampato in un numero limitatissimo di copie, ne è una lampante dimostrazione.
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“Perchè la guerra?”, carteggio Albert Einstein – Sigmund Freud (1932)

Nel 1932 la Società delle Nazioni invitò lo scienziato Albert Einstein ad interloquire con una persona di suo gradimento su un tema da lui scelto. Einstein non era un uomo della politica, ma nel corso della sua vita manifestò sempre saldi convincimenti di natura pacifista. Non deve dunque stupire che nel raccogliere l’invito avanzatogli abbia scelto di discutere la seguente questione: “esiste un modo per liberare gli uomini dalla guerra?”. Come destinatario di una domanda tanto impegnativa decise di rivolgersi al padre della psicanalisi, il dottor Sigmund Freud, nella convinzione che questi, dall’alto della sua “vasta conoscenza della vita istintiva umana”, potesse far “qualche luce sul problema”. All’approccio idealista di Einstein, Freud sembra opporre un certo qual scetticismo, basato essenzialmente sulla constatazione che nell’uomo esiste da sempre una pulsione alla violenza e alla distruzione, anche se poi arriva a concludere che “tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra”.

La lettera di Albert Einstein

EinsteinCaro signor Freud,

La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: c’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? […] Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.
Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro […] Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.
L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto un’occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.
Tuttavia l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda: com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.
Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé?
Una sola risposta si impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.
Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? […]
So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

La risposta di Sigmund Freud

freudCaro signor Einstein,

Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito prontamente […]
Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà […]
I conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte […] Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.
Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità […] La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni – le leggi – e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.
Con ciò, penso, tutto l’essenziale è già stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni […]
Anche all’interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell’umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell’una parte ad opera dell’altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell’agognata pace “eterna”, poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente […] Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione – i singoli Stati – gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un’istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell’umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l’autorità (cioè l’influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l’altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l’hanno pur svolta. L’idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l’aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un’autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt’altra direzione. C’è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.
Posso ora procedere a commentare un’altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni? Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire – da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, – e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.
Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto […]
Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E’ assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione […] Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.
Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non avere un effetto benefico […]
Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri […]
Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.
L’abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell’innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E’ triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.
Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E’ meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un’indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità […]
Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo. Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà. Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo Sigmund Freud


Il testo integrale delle due lettere è reperibile al seguente link: http://www.iisf.it/discorsi/einstein/carteggio.htm

La Spoon River del Montello. Il Cimitero di guerra inglese di Giavera

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Sabato scorso ho visitato il Cimitero di guerra inglese di Giavera del Montello (Treviso) che raccoglie le tombe di 417 soldati britannici morti in Italia durante la Prima guerra mondiale. Truppe inglesi affiancarono l’esercito italiano già a partire dall’aprile del 1917, ma solo dopo la rotta di Caporetto assunsero un ruolo di tutto rilievo prendendo posizione sul settore del fronte di Montello e dando il loro prezioso contributo alla difesa delle nuova linea che da nord seguiva il corso del fiume Piave. Si stima che in Italia siano morti 2.600 soldati ed aviatori britannici, in una guerra particolarmente sanguinosa che ha sempre visto le truppe di Sua Maestà lontane dal suolo patrio (basti pensare che centinaia di migliaia perirono in Francia, sul fronte occidentale).

Il cimitero di Giavera è indubbiamente un luogo singolare qui in Italia per stile, gusto artistico e modalità di commemorazione dei caduti. Progettato dall’architetto Sir Robert Lorimer, è attualmente curato dalla Commonwealth War Graves Commission (come tutti i cimiteri di guerra inglesi sparsi per il mondo). Ci si arriva attraverso un breve sentiero ornato da ulivi e magnolie. La completa immersione nel paesaggio collinare del Montello conferisce a tutto il complesso un carattere di quiete ed armonia. All’ingresso due iscrizioni – una in lingua inglese e l’altra in italiano – ricordano che “il suolo di questo cimitero è stato donato dal popolo italiano per l’eterno riposo dei soldati delle armi alleate caduti nella guerra del 1914-1915 e che qui sono onorati”. Poco avanti, oltre il cancello, si erge da terra una croce in pietra alta una decina di metri. Nelle sue immediate vicinanze, accanto ai cipressi, su un manto erboso e molto ben curato, si possono vedere le file delle tombe dei soldati inglesi.

Per ogni caduto c’è una lapide in marmo: molte di esse oltre allo stemma della divisione di appartenenza hanno inciso un pensiero dei cari del defunto in forma di epitaffio. Ne riporto solo alcuni dei tanti. “For God, King and Country”: per Dio, il Re e la Patria. “Gone but not forgotten”: andato, ma non dimenticato. “Beneath a foreign sky, in a hero’s grave he lies”: sotto un cielo straniero, in una tomba da eroe egli giace. ”Oh God, to thee I yield the gift you gavest, most precious, most divine, our dear guy”: oh Dio, ti restituisco il dono che mi hai fatto, il più prezioso, il più divino, il nostro caro ragazzo. “Flowers may wither, leaves may die; if others forget you, never will I”: i fiori possono appassire, le foglie possono morire; se altri ti dimenticheranno, io mai. “May some lovely hand gently place some flowers for me. His mother”: possa una mano amorevole posare gentilmente dei fiori per me. Sua madre.

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Avere davanti a me una piccola ‘Spoon River‘ in territorio italiano – per di più così vicina a casa mia – è stato senz’altro emozionante.

In fondo al complesso cimiteriale un’iscrizione recita: “Their name liveth for evermore”: il loro nome vive per sempre. Dal lato opposto, salendo degli scalini, si arriva a una piccola cappella, all’interno della quale è possibile firmare il visitor book e lasciare scritto un proprio pensiero.

Sono uscito dalla visita con un senso di pace misto ad ammirazione, secondo solo a quello provato al Sacrario militare di Redipuglia, peraltro totalmente diverso per dimensioni e stile. A Redipuglia sono rimasto impressionato dalla maestosità del monumento funebre e dal quel PRESENTE ripetuto centinaia di volte, a significare l’immortalità dell’anima dei caduti. Al cimitero inglese di Giavera ho sentito qualcosa di diverso: il luogo è molto più raccolto e le iscrizioni sulle tombe dei defunti danno maggior risalto alla storia individuale del singolo soldato rispetto all’idea di sacrificio collettivo.

Non posso fare a meno di complimentarmi con la gestione del cimitero da parte degli inglesi, che anche a migliaia di chilometri di distanza riescono ad assicurare uno stato impeccabile all’intero complesso.

“Ritorneranno”, Giani Stuparich

RitornerannoLo scrittore Giani Stuparich nasce a Trieste nel 1891, sotto l’impero austro-ungarico. Nel 1915, allo scoppio della guerra tra Italia ed Austria, sceglie assieme al fratello Carlo di arruolarsi come volontario per l’esercito italiano.
Il suo romanzo Ritorneranno (1941) trae spunto da queste vicende personali per raccontare la storia di una famiglia triestina dove tre giovani fratelli – Marco, Sandro e Alberto Vidali – decidono di lasciare la propria città natale ed unirsi alle truppe italiane, mentre il padre Domenico viene chiamato alle armi dall’Austria per combattere in Galizia contro l’esercito russo. L’incrollabile speranza nel loro ritorno consente alla madre Carolina e alla figlia Angela di vivere meno dolorosamente la lunghissima attesa a Trieste. “Ritorneranno” è il motivo che risuona più spesso in casa Vidali, dove la ricomposizione della famiglia finisce per confondersi con l’agognata redenzione di Trieste all’Italia.
Gli affetti familiari e l’amor di patria sono il filo conduttore dell’intero racconto. La trama tiene sospeso il lettore e riesce a farlo vibrare della tensione, dell’attesa e delle ansie dei protagonisti senza mai scadere nella retorica. La cornice all’interno della quale si delineano gli eventi è quella dolorosa e lacerante della guerra, illustrata nel corso del romanzo in tutti i suoi aspetti, compresi quelli più contraddittori: desiderata ardentemente come il mezzo necessario per conquistare la libertà e l’indipendenza, essa infatti finisce inevitabilmente per palesare anche il suo volto cruento, feroce, sanguinario, spesso distante dalla dimensione ideale dei protagonisti. “Egli poteva misurare la differenza del sentimento con cui ora tornava per la seconda volta al fuoco, da quello con cui vi era andato la prima volta. Canto abbandono, passione: il cuore era inebriato. E come lui, i suoi fratelli. Adesso invece l’animo pacato, spoglio di illusioni, il cuore quasi inerte”. Stuparich non esalta la guerra, pur essendo stato un volontario. Tuttavia Ritorneranno non può essere considerato propriamente un romanzo “contro” la guerra: rimane infatti salda la concezione del dovere insita nell’impegno bellico, così come l’indispensabilità dell’attaccamento verso la propria nazione e della lealtà verso i compagni. Tornare insieme a casa, a Trieste, e tornare da vincitori: è questo il desiderio che, malgrado tutto, malgrado gli aspetti disumani e tristi della guerra, animerà per l’intero corso della storia i fratelli Vidali.
Gran parte del romanzo è dedicata all’attesa delle due donne della famiglia, la stessa vissuta da milioni di madri, mogli, sorelle e fidanzate di quel periodo: lunga, logorante, sfibrante. Quasi infinita. Turbata spesso da lutti altrui, che sembrano presagire il proprio, e agitata così tante volte da impetuosi attacchi di nostalgia e malinconia.
Questo doppio filone narrativo consente al lettore di immedesimarsi in entrambi i drammi, quello più terribile dei soldati al fronte e quello comunque tormentato delle donne rimaste sole nelle loro case, ad attendere il ritorno dei loro cari.
Ritorneranno è infine un elogio del quotidiano, delle cose semplici, di tutte quelle piccole realtà che normalmente sembrano non aver alcun peso, ma che in tempo di guerra sono il desiderio più forte ed autentico di chiunque le abbia viste allontanarsi, forse per sempre.

“Per la pace perpetua”, Immanuel Kant

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Nel 1795 il filosofo tedesco Immanuel Kant immagina un progetto politico che possa permettere all’umanità di raggiungere definitivamente l’obiettivo della pace. Il suo saggio Per la pace perpetua risente profondamente degli sconvolgimenti internazionali del tempo – primi fra tutti la rivoluzione americana e quella francese – e dei principi liberali e repubblicani che li ispirarono. L’intero testo infatti è fortemente permeato dagli stessi ideali illuministici di libertà, uguaglianza giuridica dei cittadini e sovranità popolare che si ritrovano anche nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e nella Costituzione statunitense. Ed è proprio dal modello americano che Kant trae spunto per teorizzare una federazione universale di popoli come condizione primaria e necessaria per la fine di ogni guerra.

Una caratteristica fondamentale dell’opera è la pretesa da parte del suo autore dell’attuabilità del disegno politico-giuridico in essa enunciato. Non siamo dunque di fronte a un testo utopico, non almeno nelle intenzioni di Kant, che crede fermamente nella realizzazione di una pace mondiale secondo i metodi da lui indicati. A ciò contribuisce sicuramente una convinzione radicata fra gli intellettuali del suo tempo e giunta con successo fino ai giorni nostri, vale a dire quella di un’umanità in continuo progresso rispetto al passato, sotto ogni punto di vista: morale, sociale, economico e giuridico. In uno scenario simile nulla è precluso all’uomo, nemmeno la pace “perpetua”: se essa non è ancora realtà è solo perché il progresso umano non è arrivato al punto da garantirla, ma prima o poi, inevitabilmente, la conseguirà.

Gli articoli preliminari

Il progetto politico kantiano si divide in più parti: gli Articoli preliminari, gli Articoli definitivi, due Supplementi e un’Appendice. Negli Articoli preliminari troviamo enunciati sei principi internazionali che gli Stati dovrebbero far propri per evitare i conflitti. Non è erroneo ritenere che gran parte di essi siano ancora attuali:

1. “Nessun trattato di pace deve essere ritenuto tale se stipulato con la tacita riserva di argomenti per una guerra futura”

In questo caso infatti non si avrebbe una pace, che per definizione è duratura, ma una semplice tregua.

2. “Nessuno Stato indipendente deve poter essere acquistato da un altro mediante eredità, scambio, compera o donazione”

Di tutte i sei articoli preliminari è sicuramente il meno attuale, ma al tempo di Kant era frequente che interi stati fossero acquistati o ceduti come un qualsiasi oggetto. Ciò era dovuto a una concezione feudataria del potere statale, dove il territorio di un Paese era concepito come proprietà del sovrano e non invece come spazio storico, culturale e sociale di un’intera comunità nazionale.

3. “Col tempo gli eserciti permanenti devono essere aboliti”

Per Kant gli eserciti permanenti (cioè quelli armati, addestrati e spesso disposti ai confini dello Stato anche in tempo di pace) sono una minaccia continua per gli altri Stati.

4. “Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di conflitti esterni dello Stato”

Cercare finanziamenti per eventuali guerre future non fa che aumentarne la probabilità.

5. “Nessuno Stato si deve intromettere con la forza nella costituzione di un altro Stato”

In questo articolo troviamo espresso quello che da qualche decennio a questa parte siamo soliti chiamare “principio di autodeterminazione dei popoli”. Kant pone tuttavia un’eccezione, che suona attualissima: “Non si può dire lo stesso quando uno stato, per discordie interne, fosse diviso in due parti, ognuna delle quali rappresentasse in sé un singolo stato che accampasse pretese sul tutto; dove il portare aiuto a uno di loro da parte di uno Stato esterno non può considerarsi come intromissione nella costituzione dell’altro (poiché altrimenti v’è anarchia)”.

6. “Nessuno Stato in guerra deve permettersi atti di ostilità tali da rendere impossibile la reciproca fiducia nella pace futura”

Anche la guerra deve avere le sue regole, altrimenti si risolverebbe in uno sterminio totale dove l’unica pace possibile sarebbe quella “basata sul grande cimitero del genere umano”.

Gli articoli definitivi

Le sei condizioni appena enunciate non sono tuttavia sufficienti a garantire la pace perpetua fra i popoli. Infatti, a tal fine è necessario che i singoli Stati assumano una determinata costituzione al loro interno, quella repubblicana, e che improntino i loro rapporti verso l’esterno seguendo non la divisione ma l’unione mediante una lega di popoli, ovvero una federazione di Stati liberi.
Riguardo al primo punto, precisando che col termine “repubblica” Kant intende non tanto un governo senza re, quanto quello che noi oggi intendiamo per “democrazia” (cioè l’opposto di una forma di governo dispotica), nel primo articolo definitivo si afferma che solo una costituzione repubblicana fondata sulla libertà dei cittadini e sulla loro eguaglianza può prevenire efficacemente interventi militari del proprio Stato: “se si richiede il consenso ai cittadini per decidere se la guerra debba o no debba essere fatta, niente di più naturale del pensare che, dovendo far ricadere su di sé tutta la calamità della guerra, essi ci penseranno sopra a lungo prima di iniziare un gioco così malvagio”. Kant aggiunge che la forma di governo deve necessariamente essere rappresentativa, perché altrimenti il regime diventerebbe dispotico e violento e non potrebbe più essere considerato repubblicano.
Il secondo articolo definitivo può probabilmente considerarsi il cuore del progetto kantiano e insieme il punto più ambizioso e di più difficile realizzazione: “il diritto internazionale deve fondarsi su una federazione di stati liberi”. Riprendendo la teoria contrattualistica di Hobbes, Kant argomenta che come gli individui, per garantire la propria sicurezza ed incolumità, sono usciti dallo stato di natura per approdare a una forma di vita civile costituendosi in Stato, così anche gli Stati per allontanare da sé il rischio della guerra devono darsi leggi comuni ed unirsi in una lega di popoli. E’ opportuno sottolineare che Kant non pensa a un gigantesco Stato unico dove tutte le peculiarità nazionali siano appiattite: il suo ideale è quello di una federazione universale, dove ciascuno stato conservi le proprie leggi, in una forma di governo possibilmente repubblicana (primo articolo definitivo). Egli tuttavia è anche consapevole del fatto che gli Stati sono restii a cedere porzioni della propria sovranità e dunque afferma che all’idea di una repubblica universale può essere sostituita “il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più estesa che respinga la guerra e freni il torrente delle tendenze ostili e contrarie al diritto, anche se con il costante pericolo della sua rottura”.
Il terzo articolo definitivo affronta il tema dell’ospitalità dello straniero che intenda stabilirsi momentaneamente sul territorio altrui. Premesso che il commercio e il libero scambio tra i popoli riduce sensibilmente il rischio di guerre, perché due o più popoli in stretti legami economici saranno incentivati a conservare un buon rapporto e a non spezzarlo con le armi, lo straniero deve essere pacificamente accolto sul suolo nazionale: “sino a quando se ne sta pacificamente al suo posto, non va trattato da nemico”. Ciascun uomo infatti gode di un diritto “di comune possesso della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono rassegnarsi a coesistere”.

Accordo tra morale e politica

Dopo aver rivendicato con orgoglio il diritto dei filosofi ad essere ascoltati dagli Stati per evitare la guerra, nonostante ciò possa per questi ultimi rivelarsi umiliante, Kant affronta il difficile tema della discordanza che in molti casi può darsi tra morale e politica, con tutte le implicazioni negative che ne possono derivare per il mantenimento della pace. Il riferimento è all’operato di tutti quegli uomini politici che badando esclusivamente al proprio tornaconto o alla potenza della nazione di appartenenza attuano prevaricazioni e prepotenze su altri Stati, finendo così per far prevalere le ragioni del potere su quelle della pace. La soluzione può essere una sola: il primato della morale e del diritto sulla politica: “il diritto deve essere sacro per l’uomo, anche se questo può costare grossi sacrifici al potere dominante […] ; ogni politica deve piegare le ginocchia davanti alla morale, e solo così si può sperare di giungere, sebbene lentamente, a un grado in cui risplenderà durevolmente”. Come valutare però se una determinata politica è compatibile con la morale? Kant propone il criterio della pubblicità del diritto, ossia: quando il proposito di una determinata azione può essere confessata pubblicamente senza che da ciò ne derivi alcun rischio per la pace, allora tale azione può sicuramente considerarsi priva di qualsiasi marchio di immoralità.

“Lo scontro delle civiltà”, Samuel P. Huntington

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Dopo i fatti internazionali degli ultimi giorni, ritorna prepotentemente d’attualità un saggio politico scritto nel 1993 da un professore della Harvard, Samuel Phillips Huntington, dal titolo “Lo scontro delle civiltà”. La tesi portante dell’opera (successivamente aggiornata ed ampliata nel 1996) è che gli uomini, dopo la caduta del Muro e la fine della guerra fredda, non si definiscono più in base a un’ideologia politica, ma cercano la propria identità nella loro cultura di riferimento o, per meglio dire, nella civiltà d’appartenenza:

Nel mondo post-guerra fredda le principali divisioni tra i vari popoli non sono di carattere ideologico, politico o economico, bensì culturale

Vi è dunque a livello globale un rinnovato attaccamento alle proprie radici, alla lingua, alla religione, ai costumi nazionali, e la conseguenza di questo fenomeno è inevitabile: alla rivalità tra superpotenze si va sostituendo “lo scontro delle civiltà”. In particolare Samuel Huntington scorge un pericolo nelle pretese universalistiche dell’Occidente, perché esse finiranno per metterlo sempre più in conflitto con le altre civiltà, prime fra tutte “l’Islam e la Cina”.
L’opera di Huntington è stata scritta in un periodo sicuramente poco propizio a questo genere di previsioni: dopo la caduta del Muro infatti vi era una sorta di convinzione generale nel progresso dell’umanità, in particolare nel superamento di ogni elemento di conflittualità tra le nazioni. L’Occidente, col suo modello politico ed economico, aveva trionfato sul comunismo e il mondo intero si preparava ad abbracciare la democrazia, il progresso, la pace e i diritti umani, in un contesto di modernizzazione incalzante, dove le nuove tecnologie avrebbero finalmente condotto l’umanità fuori dalle tenebre dell’arretratezza e dell’ignoranza e le avrebbero garantito un benessere fino ad allora mai raggiunto.

Samuel Huntington tuttavia non crede fin dall’inizio al modello di un unico mondo armonioso, che giudica “troppo distante dalla realtà”. I concetti fondamentali sui quali insiste più volte sono i seguenti:

1) i valori e i modelli istituzionali che l’Occidente ritiene necessari per la pace e l’integrazione globale non sono universali, ma esclusivamente suoi e quindi a serio rischio di incompatibilità presso le altre civiltà. Ad esempio:

“La cultura islamica spiega in gran parte il mancato successo della democrazia in quasi tutto il mondo musulmano”

2) modernizzazione non è sinonimo di occidentalizzazione: il fatto che il mondo si stia pian piano adeguando al progresso tecnologico non comporta affatto il successo del modello occidentale presso le altre civiltà, le quali possono benissimo mantenere la propria cultura anche modernizzandosi. Basti pensare agli estremisti islamici: non sono certo fermi ai tempi della sciabola, e si servono ampiamente delle tecnologie occidentali per perseguire i propri scopi.

Samuel Huntington dunque, già nel 1993, delinea con profondo disincanto lo scenario mondiale attuale. A suo parere, la possibilità di scongiurare una guerra globale tra opposte civiltà “dipende dalla disponibilità dei governanti del mondo ad accettare la natura ‘a più civiltà’ dei quadro politico mondiale e a cooperare alla sua preservazione”. Resta la domanda: si tratta di una prospettiva davvero possibile?

“Una nazione allo sbando”, Elena Aga Rossi

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L’otto settembre del ’43 è una data spartiacque nella storia del nostro Paese: l’armistizio con gli anglo-americani segna infatti in modo indelebile non solo il corso della guerra ma anche gli anni immediatamente a seguire, aprendo la strada al nuovo ordine politico che si sarebbe poi instaurato in Italia a conflitto concluso e che conosciamo ancora oggi. Eppure, molti testi di storia dedicano soltanto poche righe a questo evento epocale, come se non avesse alcuna importanza indagare l’intreccio di situazioni che portò alla scelta di uscire dalla guerra condotta fino a quel momento assieme alla Germania. Le modalità della resa italiana e in particolare il pessimo comportamento della dirigenza politica e militare di allora sembrano aver interessato poco i nostri storici, nonostante abbiano avuto un impatto devastante sulla società italiana del tempo.

Non si può dimenticare infatti che gli italiani nel settembre del ’43 assistettero impotenti alla dissoluzione del proprio Stato, delle sue istituzioni e del suo esercito: l’Italia cessava di essere un Paese indipendente e sovrano, poiché i suoi destini erano ormai esclusivamente nelle mani di eserciti stranieri (quello tedesco e quelli alleati) che da Nord a Sud ne occupavano il territorio. I nostri soldati venivano lasciati senza ordini precisi, finendo così alla mercé dei tedeschi, desiderosi di vendicare il “tradimento” italiano. L’ignobile fuga da Roma del re, istituzione simbolo dell’unità nazionale fin dai tempi del Risorgimento, aggravò un quadro di per sé già drammatico per una popolazione ormai priva di punti di riferimento. Come ne uscì il nostro sentimento patriottico da una simile tragedia? Benedetto Croce nel suo diario scrisse: “Sono stato sveglio per alcune ore, tra le 2 e le 5, sempre fisso nel pensiero che tutto quanto le generazioni italiane avevano da un secolo a questa parte costruito politicamente, economicamente e moralmente è distrutto, irrimediabilmente“.

Il libro di Elena Aga Rossi “Una nazione allo sbando – 8 settembre 1943” (edito da Il Mulino) descrive gli eventi e i personaggi che portarono all’armistizio con gli Alleati. La principale fonte dell’opera è costituita da documenti d’archivio inglesi, americani e italiani. Il periodo analizzato dalla scrittrice è quello dei famosi “quarantacinque giorni” che passarono dalla deposizione di Mussolini all’otto settembre, nei quali la classe politica e militare italiana cercò infruttuosamente un accordo per uscire dalla guerra con gli Alleati, inflessibili nell’applicazione del principio della resa incondizionata (‘se volete arrendervi, dovete farlo alle nostre condizioni’). Il terrore che i tedeschi potessero venire a sapere di queste trattative e il desiderio di conservare comunque l’onore nei loro confronti segnarono le mosse dei vertici italiani, i quali, nonostante stessero per firmare un armistizio con gli angloamericani, non predisposero  alcuna misura per proteggere il Paese da una prevedibilissima invasione nazista.
Emerge dunque un quadro caratterizzato dall’incapacità decisionale e dalla debolezza della nostra classe dirigente, in particolare del capo del governo Pietro Badoglio, di cui l’autrice scrive:

“Taylor pretese di parlare con Badoglio e si fece portare a casa del maresciallo, che stava tranquillamente dormendo. Apparso in pigiama davanti ai suoi ospiti, Badoglio si limitò a confermare le affermazioni di Carboni. Per due volte, nei due momenti più tragici della nostra storia recente, la notte di Caporetto e la notte tra il 7 e l’8 settembre del 1943, le sorti del nostro Paese sono state affidate a Badoglio e in entrambi i casi Badoglio andò a dormire

Dopo l’annuncio dell’armistizio, la nazione fu abbandonata a se stessa: il re, il governo e molti generali preferirono salvare la propria pelle piuttosto che difendere il loro Paese dall’inevitabile reazione degli ormai ex-alleati. Ai primi momenti di felicità e commozione per l’uscita dell’Italia dalla guerra seguì quasi immediatamente la tragedia dell’invasione tedesca, a cui i militari non erano stati minimamente preparati. La maggior parte si fece disarmare senza opporre resistenza nella speranza di tornare subito a casa (cosa che non accadde: furono spediti nei campi di internamento in Germania), altri invece – spinti da un sentimento di onore militare – si rifiutarono di lasciare le armi e diedero vita ad accese lotte contro i soldati della Wermacht: la più celebre di tutte è sicuramente quella che si svolse in Grecia, a Cefalonia, e che vide come protagonista la divisione Acqui del generale Gandin. Infine, una parte decise di continuare la guerra al fianco della Germania, aderendo così alla Repubblica Sociale di Mussolini.

Seguirono due anni di lotta cruenta, che lasciarono segni incancellabili nella nostra storia nazionale. Il modo in cui quella drammatica situazione fu gestita dalla nostra classe dirigente mise l’Italia in pessima luce agli occhi di tutto il mondo. Da una parte gli Alleati si aspettavano un Paese maggiormente capace di fornire un contributo nella lotta ai tedeschi. Lo sfacelo delle istituzioni e dell’esercito italiano non esisteva neppure nelle loro peggiori previsioni. D’altra parte le forze dell’Asse (la Germania in particolare) ci consideravano ormai dei “traditori” che avevano lasciato vilmente il campo proprio nel momento della difficoltà.

Le domande principali che ci si può porre riguardo all’otto settembre sono le seguenti: l’armistizio con gli angloamericani era davvero inevitabile? I nostri vertici politici e militari potevano agire in modo diverso prima e dopo il suo annuncio? Perché mostrarono tanta incompetenza in un momento così grave della nostra storia? E ancora: quello dell’Italia fu un vero tradimento nei confronti della Germania o è possibile individuare delle scusanti? Era veramente praticabile da parte dell’Italia un capovolgimento di fronte contro i vecchi alleati?

Tutti quesiti a cui l’opera di Elena Aga Rossi cerca di dare una risposta, guardando la vicenda da diverse angolature, senza pregiudizi ideologici e con l’ausilio di una mole ragguardevole di documenti e fonti storiche.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

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Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Seconda guerra mondiale: scenari alternativi per l’Italia

L’Italia, come tutti sanno, ha perduto la seconda guerra mondiale. In questo articolo però ho voluto immaginare quali avrebbero potuto essere le modificazioni territoriali in caso di esiti differenti. Gli scenari che ho preso in considerazione sono tre: la vittoria della guerra da parte del nazifascismo nel ’41; la vittoria della Germania dopo l’armistizio italiano; la vittoria degli Alleati senza l’armistizio italiano.

Se l’Italia avesse vinto la guerra probabilmente avrebbe ottenuto la Corsica e il Nizzardo dalla Francia, Malta dall’Inghilterra, la Dalmazia e Lubjana dalla Jugoslavia e Corfù dalla Grecia. Questi del resto erano i piani di Mussolini, che con l’entrata in guerra sperava di costruire la cosiddetta ‘Grande Italia’, ampliando ulteriormente anche i possedimenti coloniali in Africa a scapito dei francesi (Tunisia) e degli Inglesi (Egitto). Credo si possa escludere invece la possibilità che l’Italia annettesse al proprio territorio anche l’Albania (già controllata dal ’39) e la Grecia o parte consistente di essa: si tratta di regioni che gli irredentisti non hanno mai considerato italiane, e che dunque tutt’al più sarebbe entrate sotto il controllo italiano, conservando una loro (parvente) autonomia.

Questo era forse lo scenario meno probabile. L’Italia nel settembre del ’43 firma l’armistizio con gli Alleati: qui ipotizziamo una vittoria tedesca della guerra. Cosa ne sarebbe stato del nostro Paese? Sicuramente sarebbe rimasto fascista e avrebbe cambiato forma di governo, da monarchia a repubblica. Ma soprattutto sarebbe diventato uno Stato satellite del Terzo Reich, e a causa della sua resa incondizionata al nemico nel ’43 avrebbe subito forti menomazioni territoriali a vantaggio della Germania. In questa ricostruzione i tedeschi annettono al Reich il Sud-Tirolo, Trento, Belluno, il Friuli e l’intera Venezia Giulia. Si tratta di territori che la Germania aveva effettivamente annesso dopo l’occupazione dell’Italia, e che dunque, in caso di sconfitta degli Alleati, sarebbero sicuramente rimasti sotto la sua sovranità.

E’ presumibile che se l’Italia non avesse chiesto l’armistizio nel ’43 (preferendo terminare la guerra al fianco dei tedeschi) avrebbe subito un trattamento più severo a conflitto concluso. Si può ipotizzare una soluzione identica a quella adottata con la Germania, e cioè: perdita di territori a favore degli Alleati e divisione in due del Paese. In questa ricostruzione, l’Italia cede alla Francia la Valle d’Aosta, Briga e Tenda e alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia (Gorizia e Trieste comprese). Al Nord viene costituita la Repubblica Democratica Italiana, uno Stato socialista sotto il controllo sovietico (a causa della maggiore vicinanza geografica al blocco orientale.) Al Sud invece rimane il Regno d’Italia, sotto il controllo statunitense; lo Stato non cambia forma di governo e resta una monarchia dato l’appoggio della maggior parte dei cittadini meridionali al Re, come dimostrato dal referendum del ’46.

“Alla sera”, Ugo Foscolo

Alla sera venne pubblicata da Foscolo nei primi mesi del 1803 ad apertura di una raccolta di undici sonetti, ed è certamente una delle più celebri composizioni di tutta la letteratura italiana ottocentesca.

La poesia esprime il sentimento di pace e di distacco dal presente che l’autore prova nel contemplare la sera, immagine della morte e del nulla. La morte in particolare (concepita in termini rigorosamente materialistici ed atei) porta Foscolo a riflettere circa la vanità e la relatività delle cose umane: il poeta vaga coi propri pensieri in una dimensione totalmente distaccata sia dal tempo storico, sia dalla propria esperienza personale, e di conseguenza tutto quanto gli sembra privo di una reale importanza. Questa cognizione delle cose porta la pace nel cuore del poeta, che lontano dalla preoccupazioni e dalle insoddisfazioni di tutti i giorni, può finalmente provare il piacere della spensieratezza. La pace della sera rendo muto qualsiasi rancore e qualsiasi infelicità che il poeta coltiva dentro di sé; paradossalmente il nulla, che è uno dei principali motivi di paura per l’Uomo, diventa sinonimo di quiete e tranquillità.

tramonto

Forse perché della fatal quïete
tu sei l’immago a me sì cara vieni
o sera! E quando ti corteggian liete
le nubi estive e i zeffiri sereni,

e quando dal nevoso aere inquïete
tenebre e lunghe all’universo meni
sempre scendi invocata, e le secrete
vie del mio cor soavemente tieni.

Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge
questo reo tempo, e van con lui le torme

delle cure onde meco egli si strugge;
e mentre io guardo la tua pace, dorme
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge.