Repubblica o monarchia? Il voto nelle regioni

L’Italia che si presentò al voto nel giugno del 1946 per decidere tra monarchia e repubblica era un Paese diviso non solo dalle sue ultime vicissitudini belliche, ma anche da sensibilità politiche differenti che in parte possiamo riscontrare ancora oggi.

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Così la scelta tra monarchia e repubblica racconta prima di tutto un’Italia divisa tra Centro-Nord e Sud. I cittadini dell’Italia centro-settentrionale votarono in maggioranza per la repubblica (a Trento si registrò il dato più alto a livello nazionale: 85%). Quelli dell’Italia meridionale e insulare mostrarono invece un forte attaccamento alla corona sabauda, specialmente nella provincia di Napoli (dove la repubblica ottenne solo il 21,1% dei voti complessivi).

La differenza può essere spiegata prima di tutto con l’occhio rivolto ai fatti più vicini al voto: l’Italia centro-settentrionale aveva appena vissuto l’invasione tedesca e la guerra civile, e si era sentita abbandonata dal re, fuggito da Roma a Brindisi dopo l’armistizio del ’43; l’Italia meridionale dal canto suo non aveva subito le stesse lacerazioni di quella centro-settentrionale e quindi, pur nella miseria e distruzione della guerra, continuò a provare dedizione per la figura del sovrano, il quale si rifugiò proprio al Sud, mantenendo la propria carica grazie al riconoscimento degli Alleati, che nello sbandamento generale del Paese compresero la convenienza di non detronizzare Vittorio Emanuele III, rimasto ormai uno dei pochissimi punti di riferimento istituzionale (se non l’unico).

Con l’eccezione di Trento (che tramite il voto repubblicano esprimeva forti desideri di autonomia) le regioni più repubblicane d’Italia furono Toscana, Emilia, Marche, Umbria, non a caso le stesse che nei decenni successivi fornirono più voti ai partiti di sinistra. Le ideologie di ispirazione socialista, per evidenti ragioni, non si sposavano affatto con la tradizione e la simbologia monarchiche.
Ma i dati regionali raccontano anche altre realtà, che affondano le proprie radici in sensibilità politiche maturate nel corso dei secoli. Così il Piemonte fu la regione centro-settentrionale meno repubblicana, per via del suo storico legame con la casata dei Savoia. Venezia e Genova invece, che vissero per lunghi secoli l’esperienza repubblicana, mostrarono molte meno simpatie per la monarchia. Napoli e tutto il meridione non conobbero mai la repubblica nella propria storia, se non in brevissimi e transitori frangenti (come quello della Repubblica napoletana del 1799). La fedeltà ai Savoia dei meridionali si spiega dunque anche con una propensione storica alla forma monarchica, che da lunghissimi secoli, sotto dinastie e casati differenti, aveva sempre retto quelle terre.
L’Alto Adige e la Venezia Giulia (i cui destini nazionali non erano ancora stati decisi) non votarono.

I dati complessivi raccontano un Paese dove nonostante tutto la corona sabauda mantenne un forte riconoscimento a livello popolare. Lo scarto tra repubblica e monarchia non fu affatto netto, tanto che ancora oggi tiene banco la tesi dei brogli elettorali a favore della repubblica.
Sicuramente la forma repubblicana era più capace di interpretare il desiderio di rinnovamento nazionale e le nuove istanze democratiche. La monarchia infatti risultava compromessa dal suo rapporto col fascismo.
Molti italiani però vedevano nel re una figura super-partes, estranea alla politica e come tale più capace di incarnare l’unità del Paese rispetto ad un qualsiasi rappresentante scelto dai partiti con un mandato a termine. Una larga fetta della popolazione era poi affascinata dalla tradizione e dall’aspetto quasi religioso dell’istituto monarchico. Tantissimi inoltre non dimenticavano che erano stati i Savoia a unire l’Italia e vedevano dunque in essi il collegamento ideale con l’Italia risorgimentale e i suoi valori.
Non va dimenticato che Benito Mussolini si vide impossibilitato a disfarsi del re e della monarchia, il che a ben pensare è davvero una circostanza singolare in una dittatura, che di regola non conosce figure istituzionali più alte del dittatore. Quando Adolf Hitler visitò Roma nel 1938, riferendosi a Vittorio Emanuele III disse al duce queste parole: “Perché non te ne liberi?“. Il fascismo però  – a differenza di altre dittature – dovette fare i conti col larghissimo consenso popolare di cui godeva il re, e si vide costretto, per non inimicarsi l’opinione pubblica, a mantenerlo nella propria carica (ma quando ebbe l’opportunità di costituire un proprio Stato scelse con la RSI la forma repubblicana).

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“La morte della patria”, Ernesto Galli Della Loggia

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L’espressione “morte della patria”, dal sapore tragico e dalle implicazioni radicali, si legge per la prima volta nel De profundis di Salvatore Satta del 1948: “La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo“. A questa citazione è ispirato il titolo del pamphlet di Ernesto Galli Della Loggia, secondo il quale la crisi dell’idea di nazione in Italia ha avuto inizio con l’umiliante sconfitta militare patita nell’ultima guerra mondiale: l’armistizio dell’8 settembre – seguito dal crollo dell’intero apparato statale italiano e dall’occupazione del suolo patrio da parte di eserciti stranieri – avrebbe infatti rappresentato un durissimo colpo ad ogni successiva costruzione politica incentrata sull’ideale di patria, qualunque essa fosse. Quel concetto di nazione che risaliva ai tempi del Risorgimento ed aveva segnato la vita pubblica dello Stato unitario fin dalla sua creazione risentì grandemente degli eventi del ’43-’45, che furono da molti vissuti come la dolorosa rivelazione di una fino ad allora inconfessabile debolezza morale del popolo italiano. A livello politico, questo scoramento collettivo non poteva non tradursi nell’affermazione di schemi e dottrine che prescindessero dal concetto di nazione o che quanto meno non ne facessero un proprio punto centrale. Non a caso le due principali ideologie del dopoguerra italiano furono di ispirazione internazionalista: il cattolicesimo politico della Dc e il marxismo del Pci. L’idea di patria restava in entrambi i casi ai margini.

Strettamente legate alla “morte della patria” sono inoltre alcune rilevanti questioni storiche mai sufficientemente indagate, che riguardano da vicino le origini della nostra Repubblica. In particolare, l’autore dedica un’approfondita riflessione sulle difficoltà incontrate fin dal dopoguerra dalla nostra Resistenza a fungere da matrice di una nuova identità nazionale che potesse in qualche modo cancellare l’onta della sconfitta militare e ricostruire su basi democratiche un sentimento comunitario e civile, oltre che una memoria storica accettata e condivisa. Nonostante i molti sforzi compiuti dalla storiografia tradizionale per raffigurare la Resistenza come un evento di riscossa patriottica, i fatti testimonierebbero in realtà un movimento resistenziale fortemente diviso al suo interno per divergenza di valori politici e di obiettivi, privo di un leader carismatico in cui tutti potessero riconoscersi (un De Gaulle italiano, per intenderci) e soprattutto limitato pesantemente dal proprio ruolo subalterno rispetto allo straniero (l’Urss nel caso del Pci, gli Alleati per tutte le altre forze del CLN). Le forze della Resistenza erano unite sul versante dell’antifascismo, ma non possedevano una comune idea di nazione e di patria, essendo troppo divaricate, anzi contrapposte, le loro rispettive ideologie. Risultava poi particolarmente problematica ai fini della definizione di una nuova identità nazionale l’ideologia del Pci, che con particolare riferimento al confine orientale (Trieste, Istria) mostrò a più riprese un’inquietante inclinazione anti-nazionale, piegata agli interessi “di una presunta patria socialista diversa dalla propria”.

Per quanto la Resistenza abbia conosciuto in molti casi anche un’ispirazione patriottica (come testimoniano quelle “innumerevoli lettere dei condannati a morte antifascisti, che terminano con le parole ‘viva l’Italia’ o altre analoghe”) secondo Galli Della Loggia l’esistenza di un conflitto ideologico al suo interno e di un insanabile scontro all’esterno coi fascisti (scontro di per sé “incompatibile con qualsivoglia cultura politica ispirata al concetto di nazione”, in quanto basato sull’idea di una lotta tra due Italie opposte ed acerrime nemiche) non le hanno consentito purtroppo di svolgere quel ruolo di momento fondativo di una rinnovata identità nazionale che molti nel corso dei decenni hanno voluto attribuirle.

Il trattato di pace del 1947 avrebbe comportato per l’Italia una consistente perdita di sovranità, che tuttavia negli anni successivi venne generalmente accettata dalla popolazione come naturale ed inevitabile, a testimonianza di una ormai erosa concezione di indipendenza ed interesse nazionale. Ad acuire tale processo contribuì inoltre una progressiva ed incalzante americanizzazione dei costumi e delle forme di intrattenimento, dalla musica ai film. L’Italia si avviava così alla propria modernizzazione in una “condizione di assoluta debolezza politica del dato nazionale”.

Secondo Galli Della Loggia negli ultimi anni si starebbe assistendo tuttavia ad un risveglio del sentimento nazionale, non solo in Italia, ma in tutta Europa. Con riferimento al caso italiano, questa inversione di rotta sarebbe giustificata dalla “crescente consapevolezza di un prezzo particolare che l’Italia ha pagato […] a causa dell’assenza dell’idea di nazione, e dell’espulsione del sentimento di patria dallo spirito pubblico”. La crisi morale imperante in tutti i settori della politica e dell’amministrazione sarebbe infatti una diretta conseguenza della mancanza di una base di solidarietà e di un sentimento di comune appartenenza, che sono invece necessari al buon funzionamento di qualsiasi Stato.

Il saggio di Galli Della Loggia è ampiamente condivisibile in diverse sue coraggiose ed amare constatazioni, anche se a mio parere avrebbe meritato un maggior approfondimento su questioni di assoluta centralità che invece vengono appena accennate, come la diffusione capillare a livello internazionale di orientamenti ostili al concetto di patria e favorevoli piuttosto ad una progressiva integrazione culturale e politica tra Stati differenti (specialmente qui in Europa).  Una più esaustiva e convincente analisi della “morte della patria” in Italia avrebbe richiesto un raffronto tra il caso del nostro Paese e quello degli altri Stati europei, per definire meglio quanto vi sia di specificamente italiano in questo fenomeno e quanto esso invece sia stato determinato da una mutata coscienza internazionale sul concetto di patria.

Il ‘mirabile podestà’ di Spalato: Antonio Bajamonti

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Fra le figure più ingiustamente dimenticate della politica italiana dell’ottocento si deve sicuramente annoverare quella del dalmata Antonio Bajamonti, podestà di Spalato dal 1860 al 1882 (eccetto per il biennio 1864-1865), in un periodo in cui la città era soggetta al dominio dell’Austria.

Ultimo italiano a ricoprire tale carica, Bajamonti seppe segnalarsi dapprima per un costante impegno alla modernizzazione della sua città e alla pace tra slavi e italiani, e successivamente – al mutare in peggio delle condizioni dei propri connazionali – per la strenua e orgogliosa difesa dei diritti della minoranza italiana della Dalmazia contro le prevaricazioni dei nazionalisti croati appoggiate dal governo asburgico.

Brevi cenni sulla presenza italiana in Dalmazia

La Dalmazia divenne una terra mistilingue e multietnica a partire dal VII secolo d.C., quando popolazioni di ceppo slavo vi calarono in massa costringendo gran parte degli autoctoni di lingua romanza a riparare in prossimità del mare. Si spiega così la bipartizione etnica che caratterizzò le località dalmate almeno fino al XIX secolo: latino-romanze nei centri della costa, slave nel contado e nei villaggi interni. Le popolazioni di lingua romanza rimasero preponderanti nelle zone costiere anche grazie alla fisionomia della regione, che rendeva più agevoli i contatti commerciali e culturali con l’altra sponda dell’Adriatico che non con il montuoso retroterra balcanico. Il dominio centenario della Repubblica di Venezia su queste terre fece il resto e contribuì a tenere in vita la componente autoctona della Dalmazia, la quale nel frattempo andava mischiandosi con l’elemento veneziano (affine per origini latine e tradizioni marittime), acquisendone persino la lingua. Allo stesso tempo l’espansione slava non conobbe un vero e proprio arresto, anzi. Molti infatti furono coloro i quali nel corso dei secoli emigrarono dai Balcani per sfuggire alla dominazione ottomana, trovando così protezione nella Dalmazia governata dalla Serenissima, la quale a sua volta trovava giovamento dalla loro manodopera e dal loro impegno militare. In molte circostanze inoltre Venezia stessa sostituì quella parte di popolazione locale perita a causa di pestilenze, malattie e calamità naturali di vario genere con immigrati di etnia slava, al fine di assicurare una pronta ripresa delle città colpite.
Con la fine della gloriosa Repubblica nel 1797, la Dalmazia passò dapprima in mano napoleonica e successivamente sotto il dominio austriaco. Agli inizi del XIX secolo gli italiani della regione erano qualcosa di più che una semplice minoranza: secondo un censimento del generale francese Marmont (1809) rappresentavano infatti il 29% della popolazione totale, quasi interamente concentrati sulle coste e nelle isole. Fu attorno alla metà del secolo – col risveglio delle coscienze nazionali – che il delicato equilibrio tra le diverse etnie delle regione cominciò a sfaldarsi.

Bajamonti: studi e inizio attività politica

Antonio Bajamonti nacque a Spalato nel 1822 da Giuseppe, magistrato, ed Elena Candido, nativa di Sebenico, frequentò il liceo della sua città e nonostante una certa propensione per le materie classiche si iscrisse nel 1841 alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova. Fu in quest’ambiente favorevole al circolo delle idee liberali che si appassionò alla politica e fece propria la dottrina democratica e patriottica di Giuseppe Mazzini. Quando nella primavera del 1848 Venezia insorse contro l’Austria e Spalato votò la propria unione all’antica capitale lagunare, fu tra i primi a schierarsi nella guardia nazionale della sua città natale.

Fallita l’esperienza rivoluzionaria, Bajamonti sposò la concittadina Luigia Crussevich nel 1849 ed esercitò la professione di medico, che dovette però abbandonare già nel 1851 a causa del fisico gracile. Da quel momento si dedicò incessantemente alla sua vera passione, la politica. Nel 1853 subì un breve arresto da parte delle autorità imperiali a causa dei suoi ideali mazziniani, ma pochi anni dopo, nel 1860, fu eletto podestà di Spalato coi voti degli autonomisti, un movimento politico prevalentemente italiano che in opposizione ai nazionalisti croati mirava all’autonomia della Dalmazia all’interno dell’Impero austro-ungarico, rifiutandone l’annessione alla Croazia (anch’essa dominio asburgico).

Il Partito Autonomista

Gli autonomisti dalmati, ben rappresentati da Bajamonti, furono politicamente dominanti fino agli anni ’70 del secolo XIX, tanto da incontrare inizialmente anche il consenso di diversi slavi della Dalmazia. Essi consideravano la propria terra come un ponte tra il mondo latino-occidentale e quello slavo-orientale, in accordo con l’ideale della ‘nazione dalmata’ espresso da Niccolò Tommaseo nel suo scritto Ai Dalmati. Propugnavano dunque una politica di distensione tra italiani e slavi della Dalmazia che permettesse di preservare l’originario carattere latino della regione, retaggio romano e veneziano, senza pregiudicare i diritti nazionali delle masse slave.
Funzionale al loro programma era la modernizzazione infrastrutturale della Dalmazia, giacché solo con nuove strutture ed efficaci collegamenti ad oriente e ad occidente essa avrebbe potuto fungere da ponte tra mondi diversi.

Opere pubbliche

Fu così che Bajamonti si impegnò assiduamente per portare sensibili migliorie alla sua Spalato: nel decennio 1865-1875 dotò la città dell’illuminazione a gas, di un ospedale, della diga del porto, di scuole tecniche, della Banca Dalmata e della Società operaia. Venendo incontro alle richieste nazionali avanzate dalla popolazione croata, istituì sette scuole slave e si prodigò per l’utilizzo del croato, accanto all’italiano, nei pubblici uffici. Attento anche alla vita culturale, fece costruire uno splendido teatro in stile rinascimentale, capace di tenere duemila posti. Infine, sempre a lui si devono gli imponenti lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano, che permisero l’afflusso in città di notevoli quantità d’acqua dopo secoli. A sigillo di quest’ultima opera, commissionò una fontana monumentale (chiamata più tardi Bajamontusa dagli spalatini) che fu per anni motivo di vanto e d’orgoglio per la gente del posto, fino a quando nel 1947 non fu distrutta con la dinamite dai partigiani di Tito che la ritennero erroneamente un simbolo fascista (per via di una decorazione somigliante ad un fascio littorio).
Sempre di Bajamonti furono i progetti di una linea regolare di vapori tra Spalato e Pescara e di una ferrovia che da Spalato si congiungesse a Belgrado attraverso Sarajevo.
Gli storici sono unanimi nel riconoscergli un ruolo decisivo nella modernizzazione di Spalato: sotto il suo governo, la città fece quel salto di qualità tecnologico e infrastrutturale reso necessario dai tempi e dalla nuova rivoluzione industriale. Non si deve dimenticare infine che a buona parte delle opere realizzate Bajamonti partecipò attivamente col suo stesso patrimonio, accumulando anche debiti.

I contrasti con Vienna e l’oppressione degli italiani

Nonostante gli evidenti meriti nell’amministrazione di Spalato, Bajamonti dovette soffrire più volte l’ostilità del potere centrale austriaco, ormai sempre più determinato a ridurre il peso politico e sociale degli italiani nei suoi territori. Il difficile mantenimento dei confini imperiali e la minaccia proveniente dal movimento risorgimentale spinsero infatti il governo di Vienna ad appoggiare misure sfavorevoli nei confronti dei suoi sudditi italiani, considerati inaffidabili e ostili alla Corona. Vennero così avvantaggiate altre nazionalità dell’impero, come quella croata, più fedele e leale al dominio asburgico. Il 12 novembre 1866, subito dopo la sconfitta patita contro la Prussia e l’Italia nella terza guerra d’indipendenza, l’imperatore Francesco Giuseppe fece emanare quanto segue:

Sua Maestà ha espresso il preciso ordine di opporsi in modo risolutivo all’influsso dell’elemento italiano ancora presente in alcuni Territori della Corona, e di mirare alla germanizzazione o slavizzazione – a seconda delle circostanze – delle zone in questione con tutte le energie e senza alcun riguardo, mediante un adeguato affidamento di incarichi a magistrati politici ed insegnanti, nonché attraverso l’influenza della stampa in Tirolo meridionale, Dalmazia e Litorale adriatico [Trieste ed Istria]”

La slavizzazione dell’Adriatico orientale era dunque funzionale alla migliore conservazione del potere imperiale. Essa seguiva una linea già espressa anni prima dal federmaresciallo Radetzky: “Bisogna slavizzare la Dalmazia per toglierla alla pericolosa signoria intellettuale di Venezia alla quale le popolazioni italiane si rivolgono con eccessiva ammirazione
I primi ad essere colpiti da questa politica di snazionalizzazione furono i rappresentanti delle amministrazioni locali, sostituiti via via da elementi croati più ligi alla casata degli Asburgo. La lingua italiana cominciò a sparire dagli uffici pubblici, nonostante vi fosse adoperata da secoli. Le scuole italiane vennero progressivamente chiuse (alla fine del secolo ne rimasero alcune solo nella città di Zara)*. Era ormai sotto gli occhi di tutti che i nazionalisti croati, forti del sostegno asburgico, avrebbero scardinato l’assetto multietnico della Dalmazia depennando la cultura, la lingua e la rappresentanza politica italiana. Il loro obiettivo era garantire alla Croazia il pieno accesso al mare, rimuovendo lo scomodo elemento italiano insediato da secoli proprio sulle coste. Bajamonti reagì pubblicamente e vigorosamente a tali imposizioni, con discorsi infuocati alla Dieta provinciale di Zara e al Parlamento di Vienna. Il governo austriaco cominciò dunque a studiare il modo per cacciarlo dalla scena politica. Pur di allontanarlo dalla sua Spalato, si arrivò ad offrirgli anche una prestigiosa rappresentanza diplomatica nel Regno d’Italia. Ogni tentativo fu però vano, perché Bajamonti non volle saperne di abbandonare la Dalmazia e la sua lotta per i diritti degli italiani. Si dovette perciò procedere altrimenti. Nel novembre del 1880, col pretesto di alcuni tafferugli che coinvolsero la polizia austriaca, il consiglio municipale di Spalato venne sciolto e il comune commissariato. Bajamonti perdeva così il governo della città, che passò per due anni ad un commissario regio. Sempre nel 1880, dopo questi fatti, vennero chiuse tutte le scuole italiane di Spalato. Nel 1881 si registrò l’incendio doloso del teatro fatto costruire pochi anni prima ed infine nel 1882 si tennero le elezioni per il nuovo podestà, in un clima intimidatorio dove la città venne sottoposta ad occupazione militare, con una nave da guerra austriaca ancorata al porto e i suoi cannoni puntati sulla città. Fu così che vinse il partito gradito agli Asburgo, quello nazionalista croato, che fra i vari provvedimenti eliminò l’uso della lingua italiana nei rapporti con la cittadinanza.

Le ultime battaglie

Allontanato ormai definitivamente dal governo della propria città, Bajamonti continuò la propria attività politica nella Dieta dalmata (una sorta di assemblea regionale), dove si scontrò a più riprese con l’avvocato Filomeno Gaetano Bulat, suo acerrimo nemico, capo del partito nazionale croato e nuovo podestà di Spalato. Nel suo ultimo discorso tenuto nel 1887 davanti alla Dieta, Bajamonti si scagliò in particolare contro la cancellazione dell’italiano nelle pubbliche amministrazioni, ricordando la sua istituzione di sette scuole slave a Spalato nel 1860, l’introduzione del croato negli uffici e l’antica accoglienza – non corrisposta – che le popolazioni italiane riservarono in Dalmazia agli slavi sotto il governo di Venezia: “Gli italiani, anziché combattere le vostre aspirazioni, anziché calpestare i vostri diritti e schiacciare il vostro avvenire, si sono prestati, con interesse leale e vero, perché la lingua slava fosse modestamente introdotta nelle scuole e negli uffici. […] Noi fin dai primi tempi vi abbiamo accolto sui nostri lidi con affetto e sincerità e voi ce ne discacciate, con poco patriottismo e ci assegnate come unica dimora il mare: ‘u more’ – che è il vostro programma. […] Noi vi abbiamo dato istruzione e voi ci volete condannare all’ignoranza; noi non abbiamo mai pensato di sopprimere in voi il sentimento di nazionalità, né la lingua, ed alcuni di voi raccoglierebbero tutti noi in un cumulo per farci saltare in aria con un paio di chilogrammi di dinamite”.
Negli ultimi anni della sua vita Bajamonti fu schiacciato dai debiti contratti non per sé, ma per il rinnovamento della sua città. Perseguitato dai creditori, ridotto in povertà e ammalato, morì a Spalato il 13 gennaio 1891. Rimase celebre la sua amara (e profetica) affermazione: “A noi, italiani di Dalmazia, non rimane altro diritto che quello di soffrire”.

* Sul tema della della politica repressiva adottata contro gli italiani della Dalmazia sotto l’impero austriaco si rimanda all’articolo “L’agonia della Dalmazia italiana sotto Francesco Giuseppe” di Marco Vigna, pubblicato sul Nuovo Monitore Napoletano il 20/10/2013.

“Nata in Istria”, Anna Maria Mori

istriaCos’è oggi l’Istria? Probabilmente un semplice nome sulla cartina geografica oppure, come ancora accade, una fiamma di discordia tra opposte fazioni politiche. Dici “Istria” e a seconda del credo politico dell’interlocutore ti senti rispondere “fascismo, fascisti” oppure “foibe, esodo, comunismo”. Nient’altro. Sembra del tutto smarrita la curiosità per questo triangolo di terra, per la sua storia millenaria, il suo splendido mare, le sue cittadine, la sua struggente bellezza.
La scrittrice Anna Maria Mori, esule istriana nata a Pola, ci accompagna nella terra della sua infanzia, questa meravigliosa penisola dell’Adriatico, un tempo Italia, oggi divisa tra Croazia e Slovenia, per raccontarcene non solo le dolorose vicende dei tempi più recenti, ma anche il fascino, la natura, i luoghi e le tradizioni.
“Volevo ritrovare la mia bellezza di nata in Istria” afferma l’autrice, che aggiunge: “non sarà meglio dirsi e dire: ‘io vengo da una grande bellezza’, che non ‘io vengo da una grande tragedia’?” Ed è così che piano piano, in un viaggio di ricordi lontani ma nitidissimi, l’Istria viene restituita a se stessa, ai suoi boschi, al suo mare, ai suoi odori, ai suoi colori, ai suoi sapori, alle sue ricette e al suo dialetto, così simile a quello veneziano. Perché il ricordo non può essere solo quello orrendo e straziante delle foibe, ma deve abbracciare tutto quel piccolo mondo perduto, fatto di vita quotidiana, di natura e di pietre, che in quelle terre sembrano parlare più degli uomini.
“Nata in Istria” (vincitore del Premio Recanati 2006) ha il merito di recuperare l’umanità frammentata e dispersa dopo il doloroso esodo del dopoguerra. Lo fa dando voce anche ai protagonisti di quella storia, esuli e rimasti, tutti uniti dalla stessa malinconia e dallo stesso amore per il loro paese.
Come lettore, sento di dover ringraziare l’autrice: il suo è un ritratto delicato e insieme appassionato che rinfranca lo spirito.

L’Italia come Venezia?

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“Ve lo ripeto: non si tratta di omicidio, ma di suicidio. Venezia si è uccisa. Ogni civiltà, ogni paese che non riesca più a trovare in sé le forze morali per reagire a grandi cambiamenti è destinata a soccombere.
(…) Nessuno che non sia suddito di Venezia o di qualsiasi altra sovranità di questa penisola può capire che la nostra indolenza è una forma di superbia estetica. Superbia, badate, non orgoglio… quello lo abbiamo perso da tempo…
Dio ha concesso agli italiani privilegi unici e di questa superiorità noi abbiamo prima goduto, poi abusato, e ora che non siamo più in grado di reggerci da soli, la superbia ci induce all’indolenza, perché sempre saremo satolli di bellezza”

(“Il Serenissimo Borghese”, Alberto Frappa Raunceroy)

Navigando sul web ho trovato questa citazione a mio parere attualissima anche se riferita a un contesto lontano da quello odierno: la caduta della Repubblica di Venezia.  Il 12 maggio 1797 – dopo secoli di indipendenza – cadeva la Serenissima, attaccata dal giovane generale francese Napoleone Bonaparte. La storiografia è sostanzialmente unanime nel riconoscere tra le principali cause della caduta di Venezia non solo la sua drammatica indolenza di fronte al nemico in avvicinamento ma soprattutto l’avanzato stato di decadenza economica e morale in cui versava ormai da tempo l’antica repubblica marinara. Ed è proprio qui che il parallelo con l’Italia di oggi sorge in me spontaneo. Mi domando: l’Italia farà la fine di Venezia?

Quando nascono i brogli

Andrea_Dandolo

‘Imbrogliare’, ‘imbroglio’, ‘imbroglione’ sono tutte parole che derivano – come si può facilmente intuire – da ‘broglio’, termine col quale oggi indichiamo la falsificazione dei voti e più in generale gli illeciti elettorali. Cosa significava però in origine ‘broglio’? Pochi lo sanno, ma la parola viene dalla voce dialettale veneziana brolo, letteralmente “giardino, cortile”.
Nel suo monumentale Dizionario della lingua italiana (uscito nel 1876), il letterato dalmata Niccolò Tommaseo spiega infatti che per “broglio” si intendeva inizialmente “il luogo pubblico dove la nobiltà suole adunarsi insieme per trattare l’un l’altro i propri negozi e chiedere i magistrati [cioè le cariche pubbliche]” e ricorda che “nell’antica Venezia tenevasi l’ambito dei magistrati nelle piazze, che tuttavia diconsi Campi, che erano già con alberi. Da Brolo, voce viva nel Veneto, venne Broglio”.
Tommaseo precisa infine che con il passare del tempo, “broglio” andò sempre più significando per estensione “maneggio per ottenere qualcosa”. Tali erano avvertite infatti dal popolo le manovre dell’aristocrazia veneziana per spartirsi le cariche, prima fra tutte quella di Doge. Va detto che la preoccupazione più alta della politica veneziana fu per secoli quella di evitare che tutto il potere fosse concentrato nelle mani di un solo individuo o di una sola famiglia. Si voleva allontanare a tutti i costi il rischio che Venezia divenisse una signoria, o ancora peggio una monarchia. Ecco che per preservare il carattere storicamente repubblicano della città lagunare e per garantire l’equilibrio fra i suoi principali esponenti si creò tra le nobili famiglie veneziane un complesso ma efficace sistema di gestione del potere e di spartizione delle cariche, fatto di scambi, favori, compromessi, reciproche rinunce, eccetera (oggi probabilmente si parlerebbe di “inciuci”).
La storica israeliana Dorit Raines spiega che “il continuo scambio di favori, politici e sociali, creava durante i secoli un insieme di comportamenti e di rituali, che venivano chiamati, almeno per il loro lato politico, broglio”. Prima delle votazioni al Palazzo Ducale si cercava insomma di creare “una lobby per ottenere un risultato sicuro nel procedimento elettorale”.
Curiosamente, la stessa parola inglese lobby ha un’origine davvero simile al veneziano “broglio”: come quest’ultimo indicava quel luogo pubblico dove l’aristocrazia veneziana si trovava per concordare anticipatamente i risultati delle votazioni, il termine lobby letteralmente significa “atrio, ingresso, corridoio”, in particolare, negli Stati Uniti, il corridoio per il pubblico al Congresso (il corrispettivo della nostra Camera dei Deputati) e al Senato. Anche questo corridoio, come il ‘broglio’ veneziano, finì per diventare il centro di trattative e di maneggi tra la classe politica statunitense e i rappresentanti dei vari centri di potere del paese.
Tindaro Gatani osserva che dunque col passare del tempo “lobby cominciò ad indicare, per estensione, il gruppo o i gruppi organizzati di persone che, con le loro ‘manovre’ appunto ‘di corridoio’, sono in grado di influenzare le decisioni del governo e delle amministrazioni statali”.

Lo strano destino del leone alato

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Cento anni fa il leone di San Marco era probabilmente il simbolo più potente degli irredentisti, vale a dire di quelli che alla vigilia della Grande Guerra – non ritenendo ancora compiuto il processo di unificazione nazionale – aspiravano all’annessione italiana di nuovi territori: Trento, Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Il nord-est italiano e le terre della Dalmazia (appartenute per secoli a Venezia) si ritenevano ben rappresentate da quel simbolo carico di storia.

Gabriele D’Annunzio nell’agosto del ’18 (a guerra non ancora conclusa) volava sui cieli di Vienna con una squadriglia detta “La Serenissima”, proprio come l’antica repubblica veneziana. Sul proprio aeroplano il poeta aveva fatto raffigurare un leone di Venezia con la scritta “Iterum rudit leo”, cioè “Il leone ruggisce ancora”.

E’ curioso notare come in meno di cento anni il famoso leone alato si sia trasformato da simbolo di chi voleva fare l’Italia più grande a simbolo di chi la vuole dividere. La Liga Veneta prima, la Lega Nord poi e ora i vari movimenti secessionisti del Veneto ne hanno fatto il proprio emblema in opposizione al tricolore italiano.

Una cosa è certa: il leone marciano è un simbolo fortemente evocativo, anche per la sua natura sacrale (nasce pur sempre come l’effige di un apostolo). Se la politica del secolo scorso e quella di oggi hanno continuato e continuano a farne uso, significa che è ben lontano dall’essere consegnato alla storia.

Discorso di apertura dell’Assemblea Costituente

“L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnatoci nella storia del mondo”

viva-l-italia-foto_MarcoRuggieri@flickr

Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati alle urne non solo per scegliere tra monarchia e repubblica ma anche per eleggere i propri candidati all’Assemblea Costituente, vale a dire quell’assemblea che aveva il compito di scrivere la nuova costituzione italiana.

La Costituente si riunisce per la prima volta a Montecitorio circa tre settimane dopo, il 25 giugno. A presiederla provvisoriamente è il suo membro più anziano, il celebre giurista siciliano Vittorio Emanuele Orlando, nato a Palermo nel 1860, già Presidente del Consiglio tra il 1917 e il 1919.

E’ proprio lui a pronunciare il discorso di apertura dell’Assemblea, un discorso fortemente intriso di amor patrio e che inizia col ricordo commosso delle genti giuliano-dalmate, impedite a votare a differenza di tutti gli altri italiani perché soggette a dominio straniero, e destinate di lì a poco a un esodo di massa.

Si continua poi ricordando quanto sia necessario l’armonia nazionale in un momento tanto difficile e si evidenzia quanto serva soprattutto l’accettazione della nuova forma di governo, la repubblica, anche da parte di chi ha votato la monarchia (cioè la metà degli italiani); infine non si lesinano critiche alle condizioni di pace che gli Alleati intendono infliggere all’Italia (il trattato di pace verrà firmato un anno più tardi, nel 1947, e sarà pesantissimo per il nostro Paese).

Quello che più mi ha colpito nel leggere questo discorso è la ricorrenza con cui Orlando richiama la “patria”, una parola che sembra oggi bandita dal vocabolario dei nostri politici (un caso unico in tutto l’Occidente mi pare). Si parla sempre e unicamente di “Stato”, ma lo Stato è solo un freddo concetto giuridico, mentre la patria rappresenta un valore superiore: esiste anche senza lo Stato ed è fatta di storia, di cultura, di lingua, di terra e soprattutto di una comunità nazionale.
Ed è proprio da qui che bisognerebbe ripartire oggi, perché dalle difficoltà si può uscire solo se uniti e se animati da un valore più alto del proprio tornaconto, e cioè l’interesse del Paese.

Costituente_aula

Onorevoli colleghi! Una regola costantemente osservata di diritto parlamentare vuole che un’Assemblea che proviene da un’elezione non possa iniziare alcuna sua funzione se non dopo essersi costituita. Eppure, anche rifuggendo da ogni enfasi, questa adunanza ha una solennità storica che supera quella regola e consente, se non anche richiede, che chi ha il compito di procedere alla semplice formalità rituale, esprima un suo saluto inaugurale. Poiché, intanto, il vecchio, anzi il più vecchio cui il compito fu riservato, può questa volta, per il ciclo stesso degli anni della sua troppo lunga vita, oltre che per gli eventi di essa, rappresentare tutto il passato di una storia che si è chiusa, nel saluto che egli vi rivolge si comprende, nel tempo stesso, un congedo commosso e un augurio fervente. È l’augurio di quel passato verso di voi, cui è affidato l’avvenire della Patria nostra in quest’ora tragica di essa, di quest’Italia che, pur fra errori e colpe che abbiamo potuto commettere, noi abbiamo amato d’immenso amore e servito con devozione assoluta. (Vivi applausi).

Ed è, questo saluto, rivolto ad un’Assemblea nella quale il popolo italiano, per la prima volta nella sua storia, si può dire rappresentato nella sua totalità perfetta, senza distinzione né di sesso, né di classi, né di regioni o di genti, se anche, sotto quest’ultimo aspetto, si rinnovelli nel ricordo il dolore disperato di quest’ora, nella tragedia delle genti nostre di Trieste, di Gorizia, di Pola, di Fiume, di Zara, di tutta la Venezia Giulia, (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati applausi — Grida di Viva Trieste italiana! e di Viva Trieste repubblicana!), le quali però, se non han votato, sono tuttavia presenti, poiché nessuna forza materiale e nessun mercimonio immorale potrà impedire che siano sempre presenti dove è presente l’Italia. (Vivissimi prolungali applausi).

In quest’Assemblea, dunque, il popolo italiano è sovrano, ma, anche, il solo sovrano, l’arbitro assoluto della decisione del proprio destino. Sarebbe vana la ricerca se meglio convenga per il progresso politico e civile di un popolo il processo di evoluzione o di rivoluzione. Questa indagine suppone una facoltà di scelta che, purtroppo spesso, la storia non consente ai popoli. Nel caso infatti dell’Italia, quell’ordinamento che dal 1848 aveva retto lo Stato per tre quarti di secolo, e che aveva dimostrato una flessibilità ed una capacità di progresso veramente prodigiose, era stato metodicamente distrutto con un procedimento in cui la frode si sommava con la violenza, di guisa che nell’anno che seguì il colpo di Stato del 1925 si può dire che nessuna, dico nessuna delle istituzioni dello Stato libero era più rimasta vigente. Compito formidabile, dissi, di ricostruzione ab imis cui codesta Assemblea dovrà accingersi, in un momento in cui nella eterna battaglia fra la libertà e la tirannide sembra che i popoli cerchino un ubi consistam fra il tramonto del Governo parlamentare e il delinearsi di un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale, come organizzazioni delle masse sociali rappresentative del lavoro, considerando quest’ultimo come il fattore ormai assolutamente prevalente nella produzione e nella distribuzione della ricchezza. (Approvazioni). Che questa sia la tendenza, si può affermare; ma i modelli mancano e il travaglio continua.

Questo è il compito a voi affidato, e che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale però ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che può qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in ciò: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. (Vivi applausi).

Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito.

Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Bisogna con storica lealtà dichiarare che l’esempio di questa virtù di sacrificio, che supera le pregiudiziali ideologiche, è stato dato quando un’inversa situazione dell’ordine costituito pose i repubblicani di fronte all’adempimento di quel dovere: servire la Patria, anche se ordinata in una forma di governo contrastante coi propri ideali. Io personalmente ho un debito a questo riguardo, se penso quale fervida collaborazione abbiano prestato, durante l’altra guerra e specialmente dopo Caporetto, uomini politici che si chiamavano Eugenio Chiesa, Ubaldo Comandini, Leonida Bissolati, e sotto un altro aspetto, cioè come solidarietà piena nelle speranze e nell’angoscia patriottica, Filippo Turati ed i suoi compagni del partito socialista. (Vivissimi applausi). Ma in quest’aula parlamentare gioverà ancor meglio un ricordo dell’ordine puramente parlamentare. Aurelio Saffi, il più puro fratello spirituale di Giuseppe Mazzini, eletto alla Camera dei Deputati per le legislature VIII e IX, vi prese parte e prestò giuramento; eletto in due legislature successive, egli invece rifiutò di giurare e non assunse l’ufficio. L’apparente contraddizione egli giustificò con due lettere nobilissime, per ciò che, egli diceva, «sono oggi cessate le cause per le quali in altri tempi era debito di ogni Italiano di subordinare le proprie opinioni politiche alla suprema questione dell’esistenza nazionale».

Orbene, è oggi dovere di onore di seguir quest’esempio, oggi che la situazione rispettiva delle due fedi si è rovesciata. E questi ricordi di abnegazione patriottica al di sopra dei partiti hanno una gravità solenne, in quest’ora, mentre — per usare l’espressione di Saffi — una minaccia contro l’esistenza stessa della Patria appare con una terribilità che supera quella delle ore più fosche della nostra storia, di questi ultimi anni intendo, se si concretassero e diventassero definitive le notizie che ci pervengono circa i patti e le condizioni di una pace che sarebbe orribile. Essa ci umilia con l’offesa sanguinosa ai marinai, ai soldati, agli aviatori, ai partigiani che han combattuto e son morti a decine di migliaia, trasformandoli in mercenari poiché si sarebbero battuti per uno straniero che ci considerava e continua a considerarci come nemici. (Vivissimi applausi). Essa ci mutila, separandoci da genti che sono carne della nostra carne e sangue del nostro sangue; ci toglie l’indipendenza mettendoci a discrezione di chiunque voglia aggredirci, disarmati entro i confini indifesi; essa ci spoglia con le riparazioni, mentre siamo nella più catastrofica indigenza; essa ci sottrae le colonie, il cui valore è tutto costituito dal nostro lavoro. Se ciò avvenisse, un’ombra resterebbe gettata nei secoli sull’onore di chi ci avrebbe chiamato a combattere per una causa, la quale ora ci si dice che non era la nostra. Qui non si tratta di fare ricerche da legulei sulla diversa portata delle formule usate; se, avuto riguardo alla qualità delle persone che parlavano o per il contenuto preciso delle parole usate, si sia trattato di impegni, o di affidamenti, o di promesse; che importano le parole, che importano le qualità ufficiali di chi le pronunziava, quando vi è il fatto, generatore del più sacro degli impegni: il fatto che ci fu chiesto e fu accettato un contributo di sangue? Non diventava per ciò solo comune la causa per cui si combatteva? Ed è possibile rinnegare quest’obbligo e imporci una pace non solo punitiva, ma crudelmente punitiva? Noi confidiamo ancora che questo scempio della giustizia sia risparmiato, ma riaffermiamo che non intendiamo cadere nell’abisso di questa pace.

L’Italia non ha ancora finito di essere l’Italia; e come italiani noi abbiamo ancora qualche compito assegnato a noi nella storia del mondo. (Vivi applausi). Noi aspetteremo la nostra rivincita non in forma di una guerra, che ferventemente deprechiamo in nome della civiltà in pericolo; ma poiché ci si vuole distruggere, la nostra rivincita consisterà nella nostra risurrezione, nella quale abbiamo una fede fermissima. (Vivi applausi).

Frattanto, in questo pericolo mortale che ci minaccia dall’estero, un imperativo categorico si pone verso l’interno: l’unione, la pacificazione, la concordia. Un appello solenne ne segue, perché ogni italiano, a qualunque partito, a qualunque classe appartenga, ogni risentimento, ogni dissenso, ogni rancore, ogni interesse, ogni pensiero insomma, subordini alla maestà di questo comando: la concordia nazionale perché si salvi l’Italia, perché viva l’Italia. Vorrei ardentemente che queste fossero le ultime mie parole, affinché esse restassero impresse con l’autorità austera dell’al di là: Viva l’Italia! (L’Assemblea si leva in piedi — Vivissimi prolungati generali applausi).

Quale futuro per la libertà religiosa?

Cum feliciter tam ego Constantinus Augustus quam etiam ego Licinius Augustus apud Mediolanum convenissemus atque universa quae ad commoda et securitatem publicam pertinerent, in tractatu haberemus, haec inter cetera quae videbamus pluribus hominibus profutura, vel in primis ordinanda esse credidimus, quibus divinitatis reverentia continebatur, ut daremus et Christianis et omnibus liberam potestatem sequendi religionem quam quisque voluisset, quod quicquid est divinitatis in sede caelesti, nobis atque omnibus qui sub potestate nostra sunt constituti, placatum ac propitium possit existere.

Trovandoci noi, Costantino Augusto e Licinio Augusto, felicemente assieme in Milano, per trattare i vari affari relativi al bene e alla sicurezza pubblica, tra le cose che più ci sembrano di utilità generale, credemmo di dover innanzi tutto regolare la questione che concerne il culto della divinità, concedendo così, tanto ai Cristiani quanto a tutti gli altri, di seguire liberamente la religione che più loro aggrada, affinché la divinità che ha la sua sede nel cielo, qualunque essa sia, possa guardare con occhio benigno e propizio noi e chi è sotto la nostra autorità. (Editto di Milano, 313 DC)

Storicamente, la negazione o la limitazione di libertà religiose non ha mai costituito un progresso per l’umanità, anzi. Per questo motivo, a prescindere dalle valutazioni che si possono fare relativamente al culto islamico, ho accolto con preoccupazione l’esito del referendum svizzero che ha sancito il divieto di costruire nuovi minareti.

Non sono tuttavia indifferente verso il problema politico che riguarda la religione musulmana e i suoi tanti fedeli sparsi ormai in tutt’Europa: trovo comprensibili la diffidenza e il timore suscitati dagli attentati terroristici di New York, Madrid e Londra e credo che sottovalutare il rischio costituito dal fondamentalismo islamico sarebbe un errore imperdonabile. Premesso ciò, mi sono chiesto: quale futuro avrà nella nostra Europa la libertà religiosa? Il suo processo di affermazione non era forse giunto all’apice e quindi alla fine nelle tante dichiarazioni delle attuali costituzioni occidentali? Faremo un passo indietro o ci sarà un’ulteriore evoluzione di questo diritto? E’ una domanda che dovremmo farci tutti prima di dire con tanta spensieratezza ‘facciamo come in Svizzera’ (in questo senso sono rimasto allibito di fronte alla superficialità dimostrata da alcuni nostri ministri leghisti).

Attualmente si sta verificando un fenomeno singolare: molti cittadini europei si sentono indifesi e vulnerabili a causa di un loro diritto fondamentale (già, chè se non si potesse scegliere quale fede professare sarebbe un bel pasticcio). Un principio cardine della democrazia, che dovrebbe tutelare, ora sembra mettere a repentaglio la nostra sicurezza o quanto meno esporla a grossi rischi. Pare che non ci fosse nessun problema finchè la libertà religiosa concedeva di essere atei, protestanti, testimoni di Geova o ebrei senza dover subire sanzioni o restrizioni da parte dello Stato. Ma adesso che si tratta di accogliere questi fedeli musulmani i dubbi sono aumentati, a partire dalla controversa questione delle moschee: vanno alzate oppure no? Si tratta di semplici luoghi di culto o di potenziali covi di terroristi?

Il problema della libertà religiosa è più complesso di come possa apparire, perché se da una parte è evidente che non ci si possa bendare gli occhi di fronte ai rischi del fondamentalismo islamico, dall’altra è altrettanto innegabile che una limitazione alla libertà di culto costituirebbe un passo indietro rispetto alle importanti conquiste fatte dalla nostra civiltà sul piano dei diritti individuali. Vogliamo forse tornare ad avere uno Stato confessionale, ovvero uno Stato che professa come propria una determinata religione e tutt’al più ne tollera qualcun’altra?  Dev’esser ben chiaro che di alternative non ne esistono, a meno che non si segua la strada opposta dell’ateismo di Stato, sul solco dell’esperienza sovietica e di tutti i regimi comunisti, strada altrettanto pericolosa a mio avviso, perché come la prima (Stato confessionale) mina la libertà di professare la propria fede, attuando dunque un’odiosa restrizione.

Discorso di Giacomo Matteotti

Il 30 Maggio del 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti, prendendo la parola alla Camera dei Deputati, denunciò i brogli e le violenze messe in atto dal Partito Fascista durante le elezioni del 6 Aprile e chiese l’annullamento di quest’ultime. Scomparso il 10 giugno dello stesso anno, il suo corpo venne ritrovato due mesi dopo in un bosco a pochi chilometri da Roma.

Qui desidero riportare integralmente l’ultimo discorso di Matteotti, quello che gli costò la vita, e dal quale sono passati con oggi esattamente 84 anni.

Presidente “Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà”. Matteotti “Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa (Vive interruzioni alla destra e al centro)”. Lupi “È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!”. Matteotti “Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza.

Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti… (Interruzioni)”. Voci al centro “Ed anche più!”. Matteotti “… cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente sieno di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti – Proteste – Interruzioni alla destra e al centro)”.

Maraviglia “In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!”. Matteotti “Noi contestiamo…”. Maraviglia “Allora contestate voi!”. Matteotti “Certo sarebbe maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso – come ha dichiarato replicatamente – avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se… (Vivaci interruzioni a destra e al centro Movimenti dell’onorevole presidente del Consiglio)”. Voci a destra “Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra! (Applausi alla destra e al centro)”. Matteotti “Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito…”. Maraviglia “Hanno votato otto milioni di italiani!”. Matteotti “… se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)”. Una voce a destra “E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?”. Farinacci “Potevate fare la rivoluzione!”. Maraviglia “Sarebbero stati due milioni di eroi!”. Matteotti “A rinforzare tale proposito dei Governo, esiste una milizia armata… (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di “Viva la milizia”)”. Voci a destra “Vi scotta la milizia!”. Matteotti “… esiste. una milizia armata… (Interruzioni a destra, rumori prolungati)”. Voci “Basta! Basta!”. Presidente “Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento”.

Matteotti “Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata… (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)”. Voci a destra “E le guardie rosse?”. Matteotti “Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare… (Interruzioni), mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero… (Interruzioni, rumori)”. Farinacci “Erano i balilla!”. Matteotti “È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)”. Voce al centro “Hanno votato i disertori per voi!”. Gonzales “Spirito denaturato e rettificato!”. Matteotti “Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal presidente del Consiglio che affidava al militi fascisti la custodia delle cabine (Rumori).

A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso. e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)”. Voci a destra “Perché avete paura! Perché scappate!”. Matteotti “Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra). E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede… (Interruzioni, rumori)”. Greco “È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!”. Matteotti “E allora sciogliete il Parlamento”. Greco “Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati”.

Matteotti “Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati… (Vivi rumori)”. Maraviglia “Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti”. Matteotti “Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste – dicevo – deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei. circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate “provocazioni”, sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)”. Bastianini “Questo lo dice lei!”. Voci dalla destra “Non è vero, non è vero”. Matteotti “Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata… (Rumori)”. Maraviglia “Non è vero. Lo inventa lei in questo momento”. Farinacci “Va a finire che faremo sul serio quello .che non abbiamo fatto!”. Matteotti “Fareste il vostro mestiere!”. Lussu “È la verità, è la verità!…”. Matteotti “A Melfi… (Rumori vivissimi – Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)”. Aldi-Mai “Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti”. Farinacci “Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!”. Matteotti “A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati”. Voci “Perché erano falsi”. Matteotti “Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!”.

Farinacci “Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?”. Matteotti “Ci sono”. Una voce dal banco delle commissioni “No, non ci sono, li inventa lei”. Presidente “La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui”. Matteotti “Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti”. Teruzzi “Che non esistono!”. Matteotti “Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi (Rumori, interruzioni)”. Voci a destra “Lo provi”. Matteotti “La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto.

Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite”. Una voce dal banco della giunta “Dove furono impedite?”. Matteotti “A Melfi, a Iglesias, in Puglia… devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile”. Una voce “Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni! (Rumori)”.

Matteotti “Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori). Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales”. Teruzzi “Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919”. Voci “Non è vero! non è vero!”. Finzi, sottosegretario di Stato per l’interno “Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!”. Matteotti “Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero. sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio.

Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)”. Finzi “Non è così!”. Matteotti “Porterò i giornali vostri che lo attestano”. Finzi “Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà”. Matteotti “L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)”. Teruzzi “È ora di finirla con queste falsità”. Matteotti “L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)”. Una voce “Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)”. Matteotti “Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare… (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)”. Presidente “Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda”. Matteotti “L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito…”. Voci “Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!”. Gonzales “I fatti non sono improvvisati! (Rumori)”.

Matteotti “Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea… (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita… (Oh, oh! – Rumori)”. Voci da destra “Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!”. Matteotti “Vuol dire dunque che il termine “sovversivo” ha molta elasticità!”. Greco “Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti”. Matteotti “L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città …”. Presutti “Dica bande armate, non corpi armati!”. Matteotti “Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!”. Voci di destra “Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)”.

Farinacci “Vi abbiamo invitati telegraficamente!”. Matteotti “Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che “qualcuno di noi ha provocato” e come “in seguito a provocazioni” i fascisti “dovettero” legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)”. Voci da destra “L’avete studiato bene!”. Pedrazzi “Come siete pratici di queste cose, voi!”. Presidente “Onorevole Pedrazzi!”. Matteotti “Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!”. Voci a destra “Avevano paura!”. Turati Filippo “Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)”. Una voce “Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato”. Turati Filippo “Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)”. Presidente “Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti!”.

Matteotti “Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)”. Presidente “Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi…”. Matteotti “Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)”. Casertano presidente della Giunta delle elezioni “Chiedo di parlare”. Presidente “Ha facoltà di parlare l’onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta”. Matteotti “Onorevole Presidente!…”. Presidente “Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente”. Matteotti “Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!”. Presidente “Parli, parli”. Matteotti “I candidati non avevano libera circolazione… (Rumori. Interruzioni)”. Presidente “Facciano silenzio! Lascino parlare!”. Matteotti “Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero (Commenti)”. Una voce “Erano disoccupati!”. Matteotti “No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate”. Voci da destra “E quando li boicottate voi?”. Farinacci “Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!”. Matteotti “Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto… (Rumori)”. Voci “E Berta? Berta!”. Matteotti “… conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni… (Vivissimi rumori al centro e a destra)”. Una voce a destra “Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!”. Matteotti “Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la “regola del tre”. Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente”. Finzi “Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!”. Matteotti “Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato”. Finzi “Lo provi”. Matteotti “In queste regioni tutti gli elettori…”. Ciarlantini “Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?”. Matteotti “Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)”. Voci “No! No!”. Matteotti “Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)”. Suardo “L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)”. Teruzzi “L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)”. Presidente “Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo”. Torre Edoardo “Basta, la finisca! (Rumori, commenti) . Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell’emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)”. Voci “Vada in Russia!”. Presidente “Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!”. Matteotti “Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori) … per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza”. Voci alla destra “Accettiamo (Vivi applausi a destra e al centro)”. Matteotti “[…]

Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra – Vivi rumori)”.