Tra il 1848 e il 1852 l’economista inglese Nassau William Senior ebbe modo di conversare a Parigi con alcuni rilevanti personaggi dell’epoca, fra cui il patriota italiano Daniele Manin, protagonista dell’insurrezione veneziana del 1848-49. Manin si trovava a Parigi a seguito del suo esilio decretato dall’Austria nel 1849. Le conversazioni di Nassau Sr sono state trascritte in due volumi pubblicati dalla figlia nel 1878 sotto il titolo di Conversations with M. Thiers, M. Guizot and other distinguished persons during the second empire. I dialoghi con Manin, che presentano alcuni spunti interessanti sia sul ‘48 veneziano sia sulle prospettive del movimento nazionale italiano, sono riportati in lingua inglese, nonostante si fossero presumibilmente tenuti in francese.
Non esistendo una versione italiana del testo, ho tradotto dall’originale i passi più rilevanti. Nel dialogo che segue, Manin e Nassau Sr discutono inizialmente degli effetti della dottrina politica dell’eguaglianza, senza risparmiare critiche a quella che era comunque da loro considerata un’innovazione positiva. Dal canto suo, Nassau Sr afferma che “la proclamazione dell’uguaglianza, l’abolizione dei privilegi, il livellamento delle piccole aristocrazie – alcune regnanti, altre nobili, altre commerciali, altre ancora ecclesiastiche o municipali – che in passato costellavano l’Europa può anche essere stata una benedizione, ma non sotto tutti i punti di vista. Ha distrutto tutti quei piccoli nodi di resistenza che tenevano sotto scacco le grandi autorità centrali. Ha cancellato le ambizioni e le rivalità locali che favoriscono la nascita di grandi uomini anche in piccole comunità”.
Manin concorda, affermando a sua volta che “l’uguaglianza non ha generato libertà. Forse l’ha diminuita. Allo stesso tempo, ha probabilmente ridotto tutto il precedente carico di oppressione. Prima del 1789 il sovrano aveva molti meno poteri, ma i signori locali ne avevano molti più di ora. E dal momento che questi erano centinaia, il popolo, inteso come massa distinta dall’aristocrazia, ci ha probabilmente guadagnato”.
Segue a questo punto una domanda di Nassau Sr, che riguarda da vicino Venezia, il Veneto e gli effetti portati in queste terre dal ridimensionamento dell’antica aristocrazia lagunare.
Senior – In termini politici, qual è stato il guadagno e la perdita nei territori veneziani?
Manin – Il nobile veneziano è sempre stato oppresso, prima dal Consiglio dei Dieci1 ed ora dalla polizia austriaca. Tuttavia si è sempre consolato al pensiero di essere parte integrante del potere costituito. Una compensazione ancora maggiore l’ha avuta nel sentirsi uno degli attori principali di un’illustre compagine che è stata potente e gloriosa per più di un millennio. Occorre tenere presente, ad ogni modo, che a Venezia c’è sempre stato poco spazio per la libertà individuale o per la gloria del singolo. La città ha compiuto grandi imprese, ma ha generato pochi uomini di alto spessore. La gelosia di Venezia sembra aver costretto i suoi eroi a desiderare l’oblio più che il successo personale. Ma il popolo era felice e soddisfatto sotto il suo potere. Anche le città della terraferma – nonostante versassero in una situazione che definiremmo penosa, ovvero la soggezione a un’aristocrazia lontana – ricordano con nostalgia il dominio veneziano. Venezia consentiva loro di trattare i propri affari sotto un Podestà2, che gli veniva inviato ogni anno. Le tassava parecchio, le proteggeva, di fatto le trattava come voi trattate le vostre colonie. Quando l’Austria se ne andrà non lascerà nulla di simile.
Senior – E che cosa contestate maggiormente all’Austria?
Manin – La nostra principale contestazione è che gli austriaci sono tedeschi, mentre i veneti sono italiani, e questi popoli sono divisi da una totale antipatia. Noi li reputiamo inferiori quanto a intelligenza, morale, civiltà e coraggio; in breve, sotto ogni aspetto, esclusa la forza bruta3. Li disprezziamo tanto quanto gli inglesi disprezzano gli irlandesi. Se voi foste governati dagli irlandesi, li odiereste tanto quanto noi odiamo gli austriaci. Sentiamo inoltre che il loro dominio viene da un mero furto, come quello che potrebbe commettere un mercante di schiavi quando acquista un nero strappato dalla sua terra. L’Austria non ci ha mai sconfitti in battaglia, non ha mai avuto alcuno scontro diretto con noi e quindi non ha nessun diritto su di noi. La Francia ritenne opportuno conquistarci solo perché era forte e noi eravamo deboli. Ma non voleva tenerci, così ci ha venduti all’Austria. Qualcosa di simile alla cessione della California.
Questo è la base della nostra opposizione al dominio austriaco.
Andando nello specifico, contestiamo la massiccia coscrizione che ogni anno ci priva dei nostri migliori contadini, rovinando la loro gioventù sotto un cielo tedesco, con un’uniforme tedesca e sotto un bastone tedesco. Contestiamo l’alta tassazione, i cui proventi sono tutti devoluti a finalità che non ci riguardano. Le entrate pubbliche di un Paese libero o indipendente sono una semplice porzione del reddito di tutti gli uomini impiegati dal governo centrale per il bene comune. I duecento milioni che Lombardia e Veneto inviano ogni anno a Vienna servono a pagare e mantenere i quattrocentomila uomini che tengono a bada l’Ungheria e la Galizia. Venezia è un porto franco, ma le città della terraferma lamentano che i loro commerci e consumi sono limitati da tassi proibitivi imposti per permettere a pochi miserabili artigiani boemi e tirolesi di trascinare un’attività ormai al collasso e per nulla remunerativa.
Contestiamo la preclusione di ogni carriera per i nostri giovani. Contestiamo che tutte le questioni attinenti al governo e all’amministrazione della nostra terra siano affidate a stranieri, che solitamente non conoscono la nostra lingua e che disprezzano sempre i nostri costumi. Sopra ogni cosa, contestiamo l’amministrazione della giustizia.
Senior – Credevo che l’amministrazione della giustizia nei domini dell’Austria fosse specchiata, per quanto severa.
Manin – Non è specchiata. Non potrebbe nemmeno esserlo, considerato che gli stipendi corrisposti a chi se ne occupa sono così bassi da impedire di viverci. E anche se fosse amministrata con onestà, le leggi resterebbero comunque intollerabili. In tutte le cause penali viene applicata la vecchia procedura inquisitoria tedesca; una procedura di cui non si sa nulla eccetto quello che si legge negli annali della Santa Inquisizione – un tribunale ingiustamente additato di aver dato inizio a un un sistema che nei fatti esisteva da tempo e che poi gli è sopravvissuto. Secondo questo sistema un uomo viene processato in sua assenza; non conosce l’accusa rivoltagli contro; non sa da chi venga o chi siano i testimoni. Tutto ciò che il tribunale gli dice è che deve essere consapevole della sua colpa e confessare. Ottenere una confessione è il trionfo di qualsiasi magistrato austriaco; e ogni mezzo di tortura morale, le torture fisiche di anni di prigionia, il cibo insufficiente e talvolta le percosse sono sovente usati per costringere l’accusato a confessare. Quanto alla giustizia civile, le complicazioni sono innumerevoli, le spese e i ritardi infiniti; le prove sono tutte scritte. Il giudice, un tedesco, raramente le capisce, spesso non le legge neppure, e una causa trascinata avanti per anni costringe le parti, ormai esauste, a un compromesso.
Circourt4 – E’ significativo che l’Austria si sia sempre premurata di impiegare italiani in Germania e tedeschi in Italia, arrecando pressapoco lo stesso danno ad entrambi i popoli.
Senior – Qual era il vero obiettivo dell’insurrezione veneziana?
Manin – Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri Stati italiani. Avremmo comunque accettato di divenire parte di un unico grande regno comprendente tutta l’Italia5.
Se Carlo Alberto si fosse presentato in modo disinteressato; se non avesse condotto una guerra personale per l’ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto null’altro che la cacciata dei barbari dall’Italia, consentendo agli italiani di occuparsi in autonomia dei propri affari, oggi penso che avrebbe anche potuto farcela. Ma le mie speranze svanirono non appena si volle annettere Milano. L’intero carattere della guerra era mutato. Kossuth, e successivamente il ministro di Ferdinando in Ungheria, poterono denunciare l’invasione piemontese come un insidioso tentativo di derubare l’Austria nel pieno della sua debolezza rivoluzionaria. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli si allarmarono. Videro che il Piemonte stava usando il pretesto di una guerra di liberazione per condurre una guerra di ambizione e conquista. Per ultimo, il popolo italiano perse il suo entusiasmo e ogni speranza. I piemontesi hanno fatto di Carlo Alberto un santo. Loro, forse, possono perdonargli il male compiuto; il resto d’Italia no.
1 Organo della Repubblica di Venezia costituito nel 1310 e durato fino al 1797. Era deputato a vigilare sulla sicurezza dello Stato.
2 In italiano nel testo.
3 Quelle di Manin sono parole dure, certamente più vicine al nazionalismo che al patriottismo romantico. Ad ogni modo, si consideri la condizione personale di quest’uomo, che dagli austriaci subì prima il carcere e poi l’esilio in Francia. Si conti peraltro che proprio nel viaggio verso Parigi perse sua moglie Teresa, vittima del colera. Il rancore di Manin verso l’Austria ne uscì esacerbato.
4 Adolphe de Circourt (1801-1879), diplomatico e storico francese presente alla conversazione tra Manin e Nassau Sr.
5 Questa dichiarazione ricorre spesso negli articoli di chi intende dimostrare una presunta estraneità del Veneto al movimento risorgimentale. Esiste infatti un filone minoritario, più vicino alla politica contemporanea che alla storiografia, secondo cui la rivoluzione veneziana del ‘48 avrebbe mirato unicamente alla restaurazione della repubblica veneta, difettando di qualsiasi ideale unitario. Senza elencare le innumerevoli fonti contrarie (per le quali non basterebbe un intero volume) e volendo soffermarsi unicamente sulla dichiarazione di Manin, è sufficiente osservare che:
a) non si parla di una repubblica veneta del tutto indipendente, ma confederata agli altri Stati italiani, quindi con una dieta e una costituzione comuni e una politica estera e militare condivisa;
b) nel 1848, la prospettiva di una confederazione italiana era rivoluzionaria rispetto agli ultimi 1300 anni di storia, che avevano sempre visto una penisola politicamente frammentata; in altri termini, parlare di confederazione all’epoca (differentemente da quanto accadrebbe oggi) significava auspicare una forma di unità e coesione nazionale, a parziale discapito degli interessi locali;
c) in ogni caso, non viene scartata l’ipotesi di un Stato italiano unito e centralizzato, per di più monarchico.

