Conversazioni di Nassau William Senior con Daniele Manin (I parte)

Tra il 1848 e il 1852 l’economista inglese Nassau William Senior ebbe modo di conversare a Parigi con alcuni rilevanti personaggi dell’epoca, fra cui il patriota italiano Daniele Manin, protagonista dell’insurrezione veneziana del 1848-49. Manin si trovava a Parigi a seguito del suo esilio decretato dall’Austria nel 1849. Le conversazioni di Nassau Sr sono state trascritte in due volumi pubblicati dalla figlia nel 1878 sotto il titolo di Conversations with M. Thiers, M. Guizot and other distinguished persons during the second empire. I dialoghi con Manin, che presentano alcuni spunti interessanti sia sul ‘48 veneziano sia sulle prospettive del movimento nazionale italiano, sono riportati in lingua inglese, nonostante si fossero presumibilmente tenuti in francese.

Non esistendo una versione italiana del testo, ho tradotto dall’originale i passi più rilevanti. Nel dialogo che segue, Manin e Nassau Sr discutono inizialmente degli effetti della dottrina politica dell’eguaglianza, senza risparmiare critiche a quella che era comunque da loro considerata un’innovazione positiva. Dal canto suo, Nassau Sr afferma che “la proclamazione dell’uguaglianza, l’abolizione dei privilegi, il livellamento delle piccole aristocrazie – alcune regnanti, altre nobili, altre commerciali, altre ancora ecclesiastiche o municipali – che in passato costellavano l’Europa può anche essere stata una benedizione, ma non sotto tutti i punti di vista. Ha distrutto tutti quei piccoli nodi di resistenza che tenevano sotto scacco le grandi autorità centrali. Ha cancellato le ambizioni e le rivalità locali che favoriscono la nascita di grandi uomini anche in piccole comunità”.

Manin concorda, affermando a sua volta che “l’uguaglianza non ha generato libertà. Forse l’ha diminuita. Allo stesso tempo, ha probabilmente ridotto tutto il precedente carico di oppressione. Prima del 1789 il sovrano aveva molti meno poteri, ma i signori locali ne avevano molti più di ora. E dal momento che questi erano centinaia, il popolo, inteso come massa distinta dall’aristocrazia, ci ha probabilmente guadagnato”.

Segue a questo punto una domanda di Nassau Sr, che riguarda da vicino Venezia, il Veneto e gli effetti portati in queste terre dal ridimensionamento dell’antica aristocrazia lagunare.

Senior – In termini politici, qual è stato il guadagno e la perdita nei territori veneziani?

Manin – Il nobile veneziano è sempre stato oppresso, prima dal Consiglio dei Dieci1 ed ora dalla polizia austriaca. Tuttavia si è sempre consolato al pensiero di essere parte integrante del potere costituito. Una compensazione ancora maggiore l’ha avuta nel sentirsi uno degli attori principali di un’illustre compagine che è stata potente e gloriosa per più di un millennio. Occorre tenere presente, ad ogni modo, che a Venezia c’è sempre stato poco spazio per la libertà individuale o per la gloria del singolo. La città ha compiuto grandi imprese, ma ha generato pochi uomini di alto spessore. La gelosia di Venezia sembra aver costretto i suoi eroi a desiderare l’oblio più che il successo personale. Ma il popolo era felice e soddisfatto sotto il suo potere. Anche le città della terraferma – nonostante versassero in una situazione che definiremmo penosa, ovvero la soggezione a un’aristocrazia lontana – ricordano con nostalgia il dominio veneziano. Venezia consentiva loro di trattare i propri affari sotto un Podestà2, che gli veniva inviato ogni anno. Le tassava parecchio, le proteggeva, di fatto le trattava come voi trattate le vostre colonie. Quando l’Austria se ne andrà non lascerà nulla di simile.

Senior – E che cosa contestate maggiormente all’Austria?

Manin – La nostra principale contestazione è che gli austriaci sono tedeschi, mentre i veneti sono italiani, e questi popoli sono divisi da una totale antipatia. Noi li reputiamo inferiori quanto a intelligenza, morale, civiltà e coraggio; in breve, sotto ogni aspetto, esclusa la forza bruta3. Li disprezziamo tanto quanto gli inglesi disprezzano gli irlandesi. Se voi foste governati dagli irlandesi, li odiereste tanto quanto noi odiamo gli austriaci. Sentiamo inoltre che il loro dominio viene da un mero furto, come quello che potrebbe commettere un mercante di schiavi quando acquista un nero strappato dalla sua terra. L’Austria non ci ha mai sconfitti in battaglia, non ha mai avuto alcuno scontro diretto con noi e quindi non ha nessun diritto su di noi. La Francia ritenne opportuno conquistarci solo perché era forte e noi eravamo deboli. Ma non voleva tenerci, così ci ha venduti all’Austria. Qualcosa di simile alla cessione della California.

Questo è la base della nostra opposizione al dominio austriaco.

Andando nello specifico, contestiamo la massiccia coscrizione che ogni anno ci priva dei nostri migliori contadini, rovinando la loro gioventù sotto un cielo tedesco, con un’uniforme tedesca e sotto un bastone tedesco. Contestiamo l’alta tassazione, i cui proventi sono tutti devoluti a finalità che non ci riguardano. Le entrate pubbliche di un Paese libero o indipendente sono una semplice porzione del reddito di tutti gli uomini impiegati dal governo centrale per il bene comune. I duecento milioni che Lombardia e Veneto inviano ogni anno a Vienna servono a pagare e mantenere i quattrocentomila uomini che tengono a bada l’Ungheria e la Galizia. Venezia è un porto franco, ma le città della terraferma lamentano che i loro commerci e consumi sono limitati da tassi proibitivi imposti per permettere a pochi miserabili artigiani boemi e tirolesi di trascinare un’attività ormai al collasso e per nulla remunerativa.

Contestiamo la preclusione di ogni carriera per i nostri giovani. Contestiamo che tutte le questioni attinenti al governo e all’amministrazione della nostra terra siano affidate a stranieri, che solitamente non conoscono la nostra lingua e che disprezzano sempre i nostri costumi. Sopra ogni cosa, contestiamo l’amministrazione della giustizia.

Senior – Credevo che l’amministrazione della giustizia nei domini dell’Austria fosse specchiata, per quanto severa.

Manin – Non è specchiata. Non potrebbe nemmeno esserlo, considerato che gli stipendi corrisposti a chi se ne occupa sono così bassi da impedire di viverci. E anche se fosse amministrata con onestà, le leggi resterebbero comunque intollerabili. In tutte le cause penali viene applicata la vecchia procedura inquisitoria tedesca; una procedura di cui non si sa nulla eccetto quello che si legge negli annali della Santa Inquisizione – un tribunale ingiustamente additato di aver dato inizio a un un sistema che nei fatti esisteva da tempo e che poi gli è sopravvissuto. Secondo questo sistema un uomo viene processato in sua assenza; non conosce l’accusa rivoltagli contro; non sa da chi venga o chi siano i testimoni. Tutto ciò che il tribunale gli dice è che deve essere consapevole della sua colpa e confessare. Ottenere una confessione è il trionfo di qualsiasi magistrato austriaco; e ogni mezzo di tortura morale, le torture fisiche di anni di prigionia, il cibo insufficiente e talvolta le percosse sono sovente usati per costringere l’accusato a confessare. Quanto alla giustizia civile, le complicazioni sono innumerevoli, le spese e i ritardi infiniti; le prove sono tutte scritte. Il giudice, un tedesco, raramente le capisce, spesso non le legge neppure, e una causa trascinata avanti per anni costringe le parti, ormai esauste, a un compromesso.

Circourt4 – E’ significativo che l’Austria si sia sempre premurata di impiegare italiani in Germania e tedeschi in Italia, arrecando pressapoco lo stesso danno ad entrambi i popoli.

Senior – Qual era il vero obiettivo dell’insurrezione veneziana?

Manin – Preferivamo essere una repubblica indipendente confederata con gli altri Stati italiani. Avremmo comunque accettato di divenire parte di un unico grande regno comprendente tutta l’Italia5.

Se Carlo Alberto si fosse presentato in modo disinteressato; se non avesse condotto una guerra personale per l’ingrandimento del Piemonte; se non avesse proposto null’altro che la cacciata dei barbari dall’Italia, consentendo agli italiani di occuparsi in autonomia dei propri affari, oggi penso che avrebbe anche potuto farcela. Ma le mie speranze svanirono non appena si volle annettere Milano. L’intero carattere della guerra era mutato. Kossuth, e successivamente il ministro di Ferdinando in Ungheria, poterono denunciare l’invasione piemontese come un insidioso tentativo di derubare l’Austria nel pieno della sua debolezza rivoluzionaria. Il Papa, il Granduca di Toscana e il Re di Napoli si allarmarono. Videro che il Piemonte stava usando il pretesto di una guerra di liberazione per condurre una guerra di ambizione e conquista. Per ultimo, il popolo italiano perse il suo entusiasmo e ogni speranza. I piemontesi hanno fatto di Carlo Alberto un santo. Loro, forse, possono perdonargli il male compiuto; il resto d’Italia no.

1 Organo della Repubblica di Venezia costituito nel 1310 e durato fino al 1797. Era deputato a vigilare sulla sicurezza dello Stato.

2 In italiano nel testo.

3 Quelle di Manin sono parole dure, certamente più vicine al nazionalismo che al patriottismo romantico. Ad ogni modo, si consideri la condizione personale di quest’uomo, che dagli austriaci subì prima il carcere e poi l’esilio in Francia. Si conti peraltro che proprio nel viaggio verso Parigi perse sua moglie Teresa, vittima del colera. Il rancore di Manin verso l’Austria ne uscì esacerbato.

4 Adolphe de Circourt (1801-1879), diplomatico e storico francese presente alla conversazione tra Manin e Nassau Sr.

5 Questa dichiarazione ricorre spesso negli articoli di chi intende dimostrare una presunta estraneità del Veneto al movimento risorgimentale. Esiste infatti un filone minoritario, più vicino alla politica contemporanea che alla storiografia, secondo cui la rivoluzione veneziana del ‘48 avrebbe mirato unicamente alla restaurazione della repubblica veneta, difettando di qualsiasi ideale unitario. Senza elencare le innumerevoli fonti contrarie (per le quali non basterebbe un intero volume) e volendo soffermarsi unicamente sulla dichiarazione di Manin, è sufficiente osservare che:

a) non si parla di una repubblica veneta del tutto indipendente, ma confederata agli altri Stati italiani, quindi con una dieta e una costituzione comuni e una politica estera e militare condivisa;

b) nel 1848, la prospettiva di una confederazione italiana era rivoluzionaria rispetto agli ultimi 1300 anni di storia, che avevano sempre visto una penisola politicamente frammentata; in altri termini, parlare di confederazione all’epoca (differentemente da quanto accadrebbe oggi) significava auspicare una forma di unità e coesione nazionale, a parziale discapito degli interessi locali;

c) in ogni caso, non viene scartata l’ipotesi di un Stato italiano unito e centralizzato, per di più monarchico.

Una figura del Risorgimento triestino: Demetrio Livaditi

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Fra i miei antenati figura un letterato e patriota triestino del XIX secolo, Demetrio Livaditi, nato a Trieste nel 1833 da famiglia greca. Si tratta di una figura oggi dimenticata, ma che all’epoca seppe segnalarsi per la qualità degli scritti e per il suo impegno nella causa risorgimentale.

Premesse storiche

Trieste all’epoca era il principale sbocco al mare dell’Impero asburgico. L’Austria nel ‘700 dichiarò la città porto franco (assieme a Fiume), determinando così la sua ascesa a centro di fondamentale importanza nei commerci dell’Adriatico. A Trieste da quel momento si incontrarono molti popoli diversi. Le nazionalità più rappresentate in città erano quella italiana, quella slovena e quella tedesca. Dalla seconda metà del ‘700 si installò nella città giuliana anche una consistente comunità greca: si trattava per lo più di persone che fuggivano dal dominio turco. La famiglia di Demetrio Livaditi – originaria del Peloponneso – apparteneva a questa comunità.

La gioventù e la passione per la letteratura

Foto Demetrio Livaditi
Demetrio Livaditi (1833-1897)

Demetrio crebbe fin da giovane una passione per le lettere e per il Paese in cui era nato: infatti, pur figlio di greci, si sentiva triestino e italiano. Fino ai 15 anni frequentò il corso classico, che era l’unica scuola media con insegnamento in lingua italiana, essendo tutte le altre in lingua tedesca. Conseguì poi la licenza commerciale: il padre Alessandro infatti era un mercante e voleva iniziarlo alla pratica del commercio. Fu un tentativo senza successo, perché Demetrio continuò ad interessarsi esclusivamente di lettere: si esercitò nella traduzione dal greco di Platone e di Eschine Socratico e a 16 anni scrisse un primo articolo sulla lingua e sulla letteratura italiana pubblicato dalla Favilla di Francesco Hermet, un importante periodico locale dell’epoca che raccoglieva letterati e patrioti italiani di Trieste.
In seguito viaggiò la Germania come precettore di una famiglia facoltosa e di ritorno esercitò l’insegnamento privato assicurandosi un buon numero di scolari. Nel frattempo abbozzò lavori letterari e teatrali e lavorò con la Rivista Veneta, un periodico veneziano.

Il periodico “La Ciarla” e l’esilio

Erano gli anni del Risorgimento e Demetrio Livaditi – a differenza degli altri greci di Trieste tendenzialmente fedeli agli Asburgo – abbracciò la causa nazionale italiana. Era ormai divenuto italiano non solo di lingua, ma anche di sentimenti.
Fu così che sul finire degli anni ’50 progettò di fondare un giornale patriottico nella propria città. Raccontò in un suo diario:

Vagheggiavo ardentemente il disegno di fondare a Trieste un giornale letterario che come il “Crepuscolo” di Milano, “L’Alba” di Brescia, la “Rivista Veneta” di Venezia e “L’annotatore Friulano” di Udine, sotto il manto della letterattura, tenesse desto il sentimento dell’italianità e della patria

Si trattava di una scelta coraggiosa, data la stretta trama di censure ordita da quello che lui definiva “il dispotico governo straniero“. Siamo nel 1857. Al tempo, per poter ostentare sentimenti italiani era necessario esprimerli in forma sfumata. Livaditi si adoperò dunque per ottenere il permesso dalle autorità e scelse il nome innocuo di “Ciarla”.

Con questo nome vuoto e più appropriato a giornali leggeri e di sterili pettegolezzi che a gazzetta grave e letteraria – racconta sempre Livaditi – diedi principio alla pubblicazione“.

L’inizio fu difficile, fino a quando Livaditi non si avvalse della collaborazione di un altro patriota triestino, Leone Fortis:

Dopo un anno dacchè la “Ciarla” tirava avanti alla meglio tra multe e sequestri e con mio assai scarso profitto, capitò a Trieste Leone Fortis, mandato quivi a confino dall’Arciduca Massimiliano d’Austria, allora governante la Lombardia. Eravamo sui principi del 1859. Il Fortis aveva dovuto interrompere la pubblicazione del suo giornale il “Pungolo” che dirigeva a Milano. Egli mi persuase a fare – come si suol dire – una fusione e trasformare la “Ciarla” in giornale artistico letterario con caricature, come era precisamente il Pungolo“.

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Con la collaborazione di Fortis e di tutti i letterati che con lui lavoravano al Pungolo, la Ciarla ottenne un grande successo: vendette copie non solo a Trieste, ma in Lombardia, in Emilia, nel Triveneto, in Istria e addirittura in Dalmazia (dove risiedeva al tempo una nutrita comunità italiana).
Alla Ciarla collaborarono anche il garibaldino Guerzoni, il poeta veneziano Fusinato (autore della celebre poesia “L’ultima ora di Venezia“), Lioy e Baravalle. Come caricaturisti vennero assunti Galli e Gatteri. Il periodico di Livaditi difendeva l’italianità di Trieste, il tutto però in forma scherzosa e disimpegnata, per evitare la censura austriaca. Una censura che tuttavia non tardò ad arrivare: Livaditi e Fortis subirono perquisizioni domiciliari e la rivista conobbe ancora multe e sequestri. Le cose precipitarono irrimediabilmente nell’aprile del 1859, alle porte del nuovo conflitto armato tra il Regno di Sardegna e l’Austria (la seconda guerra d’indipendenza). In quei giorni Leone Fortis – saputo che la polizia austriaca voleva arrestarlo per via dei suoi articoli – fuggì travestito da Trieste  e raggiunse successivamente Torino attraverso la Svizzera.

Demetrio Livaditi, rimasto ormai solo nella direzione del giornale, ne diede così l’annuncio il 20 aprile:

Chi era da me deputato a stendere le riviste teatrali, se n’andò non so se per terra o per mare – in lontani paesi. Resto quindi anche col carico della copertina sulle spalle“.

Tre giorni dopo – il 23 aprile – uscì il settimo ed ultimo numero della Ciarla, che fu poi soppressa definitivamente dall’Austria.

Fra l’altro, nei mesi precedenti Livaditi era divenuto il rappresentante segreto a Trieste della Società Nazionale Italiana del siciliano La Farina e del veneziano Daniele Manin (un’associazione ispirata da Cavour e che mirava all’unificazione dell’Italia sotto la corona sabauda).

Questo fatto unito alle tormentate vicende della Ciarla aggravò seriamente la sua posizione: temendo a giusta ragione per la propria libertà personale fuggì anch’egli da Trieste nel 1859. Si trasferì dapprima in Lombardia, appena affrancata dal dominio austriaco e da poco annessa al regno sabaudo; poi da Milano passò in Emilia-Romagna. Nel 1860 collaborò col Comitato d’emigrazione di Trieste, accogliendo  quei volontari della sua città che intendevano aggregarsi alle truppe del Regno di Sardegna impegnate nel centro Italia. Decise dunque di unirsi anche lui all’esercito e partecipò alla presa della fortezza pontificia di San Leo il 24 settembre del 1860. A tal proposito, lo storico triestino Attilio Tamaro scrisse: “Alcuni volontari si trovarono nelle file del Cialdini. Nella giornata di San Leo stettero fortemente al fuoco Demetrio Livaditi e Edgardo Rasovich“.

Successivamente, sempre in Emilia-Romagna, Livaditi continuò la sua attività letteraria e lavorò a vari periodici: prima collaborò all’Età presente di Paulo Sambri, a Bologna, e poi per due anni diresse l‘Adriatico di Ravenna, il giornale più diffuso di Romagna.

Invitato a entrare nell’insegnamento dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Carlo Matteucci, insegnò storia e lettere nel Liceo e Istituto Tecnico prima di Sassari (per un breve periodo) e poi di Reggio Emilia, città dove nel 1863 fondò il giornale l’Italia Centrale.

Nel 1860 mandò alle stampe un’operetta filosofica, Dello Amore della Patriache fu apprezzata dalla critica e in particolare da Giosuè Carducci, il quale lodò pubblicamente Livaditi paragonando il suo stile a quello di Giacomo Leopardi e affermando che solo per via dei cattivi gusti letterari del tempo non gli si tributava il giusto riconoscimento:

“[…] quella eccitazione che ci fa cercare e scambiare la contorsione e la barbarie per efficacia, gli sforzi grotteschi e selvaggi per ardimenti originali, il tumido per sublime, le acutezze per arguzie, non ci lascia gustar più le scritture del genere di questa del sig. Livaditi

Il Comitato Triestino-Istriano e l’arruolamento nelle truppe di Garibaldi

Anche se lontano dalla sua Trieste non cessò la propria attività patriottica ed entrò nel Comitato Triestino Istriano, composto da altri esuli giuliani (G.B. Picciola, C. Combi, R. Costantini, T.Luciani, G. Baseggio, G.Riosa, A. Coiz, G. Cattaro, F.Comelli e altri). Obiettivo del comitato era quello di sensibilizzare l’opinione nazionale sull’annessione all’Italia di Trieste e dell’Istria. L’occasione sembrò presentarsi alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza (1866), quando l’Italia entrò in conflitto al fianco della Prussia contro l’Austria per conquistare Venezia e il Veneto. Lì Demetrio Livaditi e gli altri membri del Comitato si adoperarono presso le principali istituzioni e personalità italiane (compreso il Re Vittorio Emanuele II) per convincerli della necessità della conquista all’Italia delle regioni del confine orientale.

L’Istria – nella sua unità naturale e storica e colla sua capitale Trieste, conta di popolazione italiana ben oltre i due terzi, sì che per la stessa ragione del numero pretende a buon diritto di essere annoverata tra le famiglie etniche d’Italia

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Sempre secondo il Comitato, la riunione all’Italia delle regioni orientali sarebbe stata necessaria per garantire all’Europa una pace duratura. Lasciare tali terre in mano austriaca avrebbe dato occasione di conflitto nei decenni a venire.

Provato com’è, che le province di Gorizia, di Trieste e dell’Istria, egualmente che il Trentino, sieno complementi necessarii, parti integranti della Venezia, e quindi dell’Italia, ne viene da sè che l’Italia senza coteste provincie, o taluna di esse, non sarebbe costituita nella sua unità naturale; sarebbe quindi impedita nello sviluppo delle sue risorse, sarebbe fatalmente tormentata da un difetto, agitata da un bisogno, e in conseguenza non potrebbe entrare nel concerto europeo con ispirito calmo, con propositi di conservazione, ma preoccupata dall’idea dell’ingiustizia patita, e dominata dalla smania di aver tutto il suo, studierebbe incessantemente l’occasione propizia di rivendicarlo, la creerebbe, e non potrebbe trovarla che in nuovi scompigli ed in nuove guerre

Allo scoppio del conflitto, Demetrio Livaditi decise di arruolarsi una seconda volta come volontario e si ritrovò assieme a molti altri triestini nelle truppe di Garibaldi impegnate nel Trentino. In cuor suo sperava che le buone sorti delle guerra portassero il tricolore anche a Trieste, ma così non fu.

Nonostante l’attività di persuasione del Comitato (che si spinse addirittura a stendere un memoriale a Bismarck, per indurlo a portare le truppe prussiane fino a Trieste e liberarla dagli Asburgo) l’Italia non rivendicò in quella circostanza né Trieste né l’Istria, e a conflitto concluso non pose i propri confini oltre il Friuli. Le previsioni del Comitato Triestino-Istriano si rivelarono però fondate: l’Italia avrebbe reclamato quelle terre non più tardi di cinquant’anni dopo.

L’attività letteraria e la critica

Successivamente Demetrio Livaditi ubblicò le sue Operette morali e tradusse per la prima volta dal greco in lingua italiana l’Assioco di Eschine Socratico, la Tavola di Cebete, e tutti i Dialoghi di Eschine, che uscirono a Milano nel 1879 presso il Battezzati. Presso lo stesso editore fu pure pubblicato il suo Galateo letterario del secolo XIX, opera satirica sulla Letteratura italiana contemporanea e sull’indirizzo eccessivamente tedesco preso da essa in quegli ultimi anni. Compilò pure una Crestomazia italiana per uso degli Istituti Tecnici (1864) e l’Introduzione alla filosofia della storia.

Nel 1869 venne insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia” dal Re Vittorio Emanuele II su proposta del Ministro dell’Istruzione Pubblica in considerazione della sua attività letteraria.

Operette

Nel 1895 Zanichelli stampò le Operette umoristiche, satiriche e filosofiche, una raccolta di tutte le sue principali opere. Livaditi volle dedicarla alla propria città, lasciata decenni prima: “A Trieste, mia città natale“.

Una parte della critica lo accusò a più riprese di seguire troppo pedissequamente Leopardi, ma la maggior parte dei giudizi furono positivi. Ad esempio, nel suo Dizionario biografico degli scrittori contemporanei (1879), Angelo De Gubernatis afferma: “Il Livaditi è uno dei nostri scrittori più eleganti e più castigati […] Lo storico della Letteratura italiana del nostro secolo non potrà fare a meno di consultare le sue Operette morali e filosofiche“.

Giudizi che rimasero però disattesi: Demetrio Livaditi fa indubbiamente parte di quella schiera di artisti più fortunati in vita che dopo la morte. Già nel 1914, il periodico Pagine istriane edito a Capodistria lo definì “poco meno che un dimenticato” nonostante “a’ suoi bei tempi, non gli mancarono né onori, né feste, dopochè uno scritto del Carducci lo ebbe additato all’Italia come degno seguace del Leopardi“. Oggi gli è comunque dedicata una via a Trieste.

Demetrio Livaditi morì distante dalla sua città, a Bologna, nel giugno del 1897. Non vide mai avverato il sogno della riunione di Trieste all’Italia, che si realizzò solo nel 1918, al termine del primo conflitto mondiale. Suo figlio Alessandro – mio trisnonno – combatté sul Carso col grado di colonnello. La figlia di Alessandro – mia bisnonna – si chiamava Bianca, come mia madre.

Bibliografia:

– Rassegna storica del Risorgimento, Dei giornali triestini del decennio di preparazione ed in particolare della Ciarla, Cesare Pagnini, 1952;

– Rivista storica del Risorgimento italiano, diretta da Beniamino Manzone, Roux-Frassati, Torino, 1897;

– I giornali triestini fino al 1860, saggio bibliografico, Cesare Pagnini;

– Storia di Trieste, Attilio Tamaro;

– Pagine Istriane, periodico bimestrale, Capodistria, marzo-aprile 1914; gennaio-aprile 1923;

– Ceneri e faville, Giosuè Carducci, Zanichelli, 1881;

– Atti del comitato triestino-istriano, giugno, luglio, e agosto 1866, Firenze, Tipografia di G.Barbera.