Contessa, che è mai la vita?
È l’ombra di un sogno fuggente.
La favola breve è finita,
Il vero immortale è l’amor
Nella Francia meridionale del XII secolo nacque un genere poetico destinato a lasciare il segno nella storia della letteratura occidentale: la poesia dei trovatori. I trovatori proposero coi loro versi una concezione dell’amore tutta nuova, sia rispetto alla tradizione classica – dove l’amore era concepito quasi esclusivamente nella sua accezione erotica e sensuale – sia rispetto a quella cristiano-medioevale – dove l’amore assumeva tinte quasi peccaminose ed era in ogni caso confinato al solo ambito del matrimonio.
Questo ‘nuovo’ amore dei trovatori francesi era anzitutto impossibile, irraggiungibile e non corrisposto. I trovatori cantavano i loro sentimenti per donne (di rango nobile) che non gli appartenevano e che mai sarebbero potute appartenergli, perché sposate, promesse ad altri uomini o lontane. L’amore di questi poeti dunque non coincideva col possesso, ma col desiderio. Trattandosi di un amore impossibile, la sua dimensione non era e non poteva essere quella del matrimonio. Ma agli occhi dei trovatori questo amore era più puro ed intenso di ogni altro: non si nutriva di piacere corporeo, ma di solo sentimento, un sentimento così forte e profondo da assumere quasi i contorni della fede. La donna cantata in queste poesie è così idealizzata da non sembrare nemmeno umana, ma piuttosto angelica: giovane, bella, dal cuore gentile.
Giaufré Rudel ch’usò la vela e ‘l remo
A cercar la sua morte
E’ con questi versi che Francesco Pretarca ricorda uno dei principali rappresentanti di quel genere letterario, Jaufré Rudel, principe di Blaia (Francia). La sua poetica passò alla storia come ‘amor de lonh’, che letteralmente significa ‘amore di lontano’: Rudel infatti cantava il proprio amore -non corrisposto- per una donna lontana, la contessa di Tripoli (Siria). La figura di questo poeta affascinò moltissimi letterati anche nei secoli successivi. Quello che forse più di ogni altra cosa lasciò meravigliati fu la coincidenza tra le sue rime e la sua vita, per come ci è stata tramandata dalla leggenda. Si narra infatti che Jaufrè Rudel, principe di Blaia, si innamorò della Contessa di Tripoli senza averla mai incontrata, solo per averne sentito parlare dai pellegrini che venivano dalla Siria. Compose diverse poesie per lei, tanto da diventare celebre per questa sua attività letteraria. Per vedere la Contessa si fece crociato e partì per l’Oriente, ma durante il viaggio in mare si ammalò e, una volta giunto in Siria, venne portato morente in un albergo. La Contessa fu informata dell’arrivo del famoso poeta e si recò presso l’albergo, dove Rudel potè finalmente vederla ed abbracciarla, prima di esalare l’ultimo respiro. La leggenda dice infine che la Contessa sarebbe rimasta tanto toccata da un sentimento così profondo e sincero al punto da abbandonare gli onori della nobiltà e farsi monaca.
La più celebre poesia di Rudel (morto giovane, a soli 23 anni) è ‘Lanqan li jorn son long en mai’, che riporto di seguito nella sua versione originale e nella traduzione in italiano di Roberto Gagliardi.
| Lanquan li jorn son lonc en mai m’es belhs dous chans d’auzelhs de lonh, e quan me sui partitz de lai remembra·m d’un’amor de lonh: vau de talan embroncx e clis, si que chans ni flors d’albespis no·m platz plus que l’iverns gelatz. |
Allor che i giorni sono lunghi a maggio, mi piace il dolce canto degli uccelli di lontano, e quando mi sono partito di là mi ricordo di un amor lontano. Vado per il desiderio imbronciato e a capo chino, così che né canto né fior di biancospino mi giovano più dell’inverno gelato. |
| Ja mais d’amor no·m jauzirai si no·m jau d’est’amor de lonh: que gensor ni melhor non sai ves nulha part, ni pres ni lonh. Tant es sos pretz verais e fis que lai el reng dels sarrazis fos ieu per lieis chaitius clamatz! |
Mai d’amore io godrò se non godo di questo amor lontano, perché non conosco (donna) più nobile e buona in nessun luogo, vicino o lontano; tanto è il suo pregio verace e fino che là, nel regno dei Saraceni, fossi io per lei tenuto prigioniero! |
| Iratz e jauzens m’en partrai, s’ieu ja la vei l’amor de lonh; mas no sai quoras la veirai, car trop son nostras terras lonh: assatz i a pas e camis, e per aisso no·n sui devis… Mas tot sia cum a Dieu platz! |
Triste e gioioso me ne partirò, dopo averlo visto, l’amore lontano: ma non so quando la vedrò, perché le nostre terre sono troppo lontane: vi sono molti valichi e strade, e perciò non posso indovinare (quando la vedrò): ma sia tutto secondo la volontà di Dio! |
| Be·m parra jois quan li querrai, per amor Dieu, l’alberc de lonh: e, s’a lieis platz, alberguarai pres de lieis, si be·m sui de lonh. Adoncs parra·l parlamens fis quan drutz lonhdas er tan vezis qu’ab cortes ginh jauzis solatz. |
Mi sembrerà certo gioia quando io le chiederò, per amore di Dio, l’albergo lontano, e, se a lei piaccia, abiterò presso di lei, anche se di lontano: dunque sarà fino il parlare, quando l’amante lontano sarà tanto vicino, che sarà consolato dalle belle parole. |
| Ben tenc lo Senhor per verai per qu’ieu veirai l’amor de lonh; mas per un ben que m’en eschai n’ai dos mals, quar tan m’es de lonh. Ai! car me fos lai pelegris, si que mos fustz e mos tapis fos pels sieus belhs huelhs remiratz! |
So bene che il Signore è veritiero, per questo io vedrò l’amor lontano; ma per un bene che ne traggo ne ho due mali, tanto sono lontano. Ahi! perché non sono andato laggiù da pellegrino, così che il mio bordone e la mia schiavina fossero visti dai suoi begli occhi! |
| Dieus, que fetz tot quant ve ni vai e formet sest’amor de lonh, mi don poder, que cor ieu n’ai, qu’ieu veia sest’amor de lonh, veraiamen, en tals aizis, si que la cambra e·l jardis mi resembles totz temps palatz! |
Dio che fece tutto ciò che viene e va e creò questo amor lontano mi dia la possibilità, che io certo lo voglio, di vedere questo amor lontano; veramente, con tale agio che la camera e il giardino mi ricordino sempre dei palazzi! |
| Ver ditz qui m’apella lechai ni deziron d’amor de lonh, car nulhs autres jois tan no·m plai cum jauzimens d’amor de lonh. Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis, qu’enaissi·m fadet mos pairis qu’ieu ames e non fos amatz. |
Dice il vero chi mi chiama ghiotto e desideroso dell’amor lontano, che null’altra gioia tanto mi piace come il godere dell’amor lontano. Ma ciò che voglio mi è negato, che così mi dette in sorte il mio padrino, che io amassi e non fossi amato. |
| Mas so qu’ieu vuelh m’es atahis. Totz sia mauditz lo pairis que·m fadet qu’ieu non fos amatz! |
Ma ciò che voglio mi è negato, che così mi dette in sorte il mio padrino, che io amassi e non fossi amato! |
