Gilgamesh e l’aldilà

L’eroe mesopotamico Gilgamesh, una volta tornato ad Uruk dopo la sua visita al vecchio Utanapishtim, prega gli dei affinchè liberino per una volta lo spirito del suo più caro amico, Enkidu. Da quest’ultimo Gilgamesh vuole sapere come sia il mondo degli inferi e quale sorte attende gli uomini dopo la tomba. Il dio Ea accoglie la sua preghiera, ma l’incontro tra lo spirito di Enkidu e Gilgamesh è per certi versi straziante.

Questo passaggio del poema riflette una concezione dell’aldilà assolutamente negativa. Gli uomini infatti non vengono premiati o puniti a seconda di quanto compiuto in vita, ma semplicemente fluttuano tutti indistintamente nel nulla. La tristezza e la nostalgia della vita terrena accomuna ogni anima, da quella del giusto a quella del malvagio.

L’unica cosa che può dare sollievo a questi spiriti muti è il ricordo dei loro cari: chi ha più figli soffrirà meno dopo la morte, perché avrà più persone che lo ricorderanno e lo onoreranno.

gilgamesh
…lo spirito di Enkidu, come una folata di vento, uscì fuori

dagli Inferi.

Allora essi fecero per abbracciarsi, ma non vi riuscirono;

essi conversarono sospirando:

“Dimmi amico mio, dimmi amico mio,

dimmi gli ordinamenti degli Inferi che tu hai visto”.

“Io non te li posso dire, amico mio, non te li posso dire!

Se infatti io ti dicessi gli ordinamenti degli Inferi che ho visto,

allora tu ti butteresti giù e piangeresti”.

“Io mi voglio buttare giù e piangere”.

“Il mio corpo, che tu potevi toccare e del quale il tuo cuore gioiva,

il mio corpo è mangiato dai vermi, come un vecchio vestito.

Il mio corpo, che tu potevi toccare e del quale il tuo cuore gioiva,

è come una crepa del terreno piena di polvere”.

“Ahimè”, egli gridò e si buttò nella polvere.

“Hai visto colui che ebbe un solo figlio, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto:

egli piange amaramente vicino al chiodo piantato nel muro”.

“Hai visto colui che ebbe due figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: egli siede su due mattoni e mangia pane”.

“Hai visto colui che ha generato tre figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: egli beve acqua da un otre [ ]”.

“Hai visto colui che ha generato quattro figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto:

il suo cuore gioisce come quello di colui che ha aggiogato quattro asini”.

“Hai visto colui che ha generato cinque figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: come un buono scriba, egli è servizievole e retto,

ed entra facilmente nel Palazzo”.

“Hai visto colui che ha generato sei figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: il suo cuore gioisce come quello di un fattore”.

“Hai visto colui che ha generato sette figli, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: come un compagno degli dei, egli siede su un trono

ed ascolta musica”.

“Hai visto colui che non ha eredi, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: come (fosse) mattone …egli mangia pane”.

[…]

“Hai visto la donna che non ha mai partorito, l’hai vista?”

“Si, l’ho vista: come un vaso rotto essa è buttata via violentemente,

essa non dà gioia alcuna al suo uomo”.

[…]

“Hai visto colui che è morto annegato, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto:

egli si dibatte come un bue mangiato dai vermi”.

[…]

“Hai visto colui che è morto prematuramente, l’hai visto?”.

“Si, l’ho visto: egli giace in un letto e beve acqua pura”.

“Hai visto colui che cadde in battaglia, l’hai visto?”.

“Si, l’ho visto: suo padre e sua madre sollevano il suo capo,

mentre sua moglie piange su di lui”.

“Hai visto colui il cui corpo è stato abbandonato nella steppa,

l’hai visto?”. “Si, l’ho visto: il suo spirito non riposa negli Inferi”.

“Hai visto colui il cui spirito non ha nessuno che si curi di lui, l’hai visto?”

“Si, l’ho visto: egli è costretto a mangiare i resti della ciotola, i rimasugli

del cibo buttati per strada”.

“Il Castello”, Franz Kafka

kafkaUn romanzo incompiuto, che nega al lettore di capire a pieno la fitta simbologia che lo domina, un libro chiaramente metaforico ma quasi impossibile da interpretare: questo è il Castello di Kafka.

La trama, in breve: l’agrimensore K. viene assunto da un misterioso Conte, che gli dà la possibilità di esercitare la sua professione in un villaggio, fino a prima sconosciuto a K.; questo villaggio ha la sua sede governativa e burocratica nell’inaccessibile Castello, abitato da funzionari, segretari e politici di vario tipo. La gente del villaggio è totalmente soggetta al Castello, nessuno ci è mai stato, ma tutti obbediscono alle sue ordinanze senza battere ciglio. Anche gli uomini del Castello sono inarrivabili, e agli occhi dei cittadini devono apparire come delle mezze divinità. K. arriva al villaggio, ma viene costantemente ostacolato nell’esercizio della sua professione dagli abitanti e soprattutto dalla lentezza dell’apparato burocratico del Castello. K. non può tollerare una simile situazione, e decide di incontrare chi di dovere per chiedere spiegazioni; la persona in questione è Klamm, uomo del Castello per il quale tutti gli abitanti del villaggio provano una smisurata riverenza. Nel frattempo K. seduce Frieda, l’amante di Klamm, che forse lo può portare più vicino a lui. Aspettando l’incontro chiarificatore, K. intraprende con Frieda il lavoro di bidello in una scuola elementare, ma poco dopo Frieda lo lascerà. Intanto K. ottiene un incontro con un segretario di Klamm: forse è l’occasione giusta per rimettere tutto a posto, e invece no: il segretario è stato mandato solo per comunicargli che Frieda deve tornare all’Albergo dei Signori, cioè nel luogo in cui si trovava prima che K. se ne innamorasse. Il romanzo si interrompe sostanzialmente qui.

Che cos’è il Castello? Che cosa rappresenta? Senza un finale è difficile dare una risposta a queste domande. Forse è meglio partire da quello che possiamo definire ‘sicuro’. Il protagonista ad esempio, l’agrimensore K.

K. veste alla perferzione il prototipo del protagonista kafkiano: solo contro tutti, immerso in un mondo e in una realtà che non gli appartengono e di cui non riesce a comprendere i meccanismi. K. è ragione ed etica allo stesso momento, ma nessuno lo capisce, anzi, tutti lo emarginano in nome di un concetto di giustizia chiaramente rovesciato rispetto a quello di K. Ma questo concetto di giustizia è lo stesso a cui si rifà inevitabilmente anche il lettore, che dunque non può fare a meno di immedesimarsi nel protagonista e di compatirlo.

Cosa vuole K. infine? Un semplice incontro chiarificatore con le autorità, null’altro. Del resto è stato chiamato in quel villaggio per esercitare la sua professione. Perchè tutti glielo impediscono? E soprattutto, perchè il Castello non muove un dito in suo favore o almeno non dimostra un minimo di comprensione per la sua situazione? Il povero K. si trova a combattere da solo contro un sistema governato da una burocrazia tanto illogica quanto lenta, e non trova nessun appoggio al villaggio; lì sono abituati al sistema, e non lo ritengono ingiusto. Per loro è così, punto. Il pazzo ai loro occhi è K., che pretende addirittura di parlare con Klamm, di mettersi in contatto col Castello. ‘Ma chi crede di essere?’ è come se si domandassero costantemente.

Franz_Kafka_from_National_Library_IsraelIl Castello è inarrivabile. Il Castello vede e domina tutto dall’alto. E’ evidente che se potesse K. lo salirebbe, ma non gli è concesso, è impensabile una cosa del genere. Qui si può partire con le intepretazioni. Il Castello è forse l’Infinito, l’Assoluto, Dio? Difficile da credere, perchè in comune con queste entità ha solo la caratteristica di non essere raggiungibile, con la naturale solennità che ne consegue. Il Castello è pensabile ma non conoscibile, come il noumeno di Kant. Ma probabilmente cercare somiglianze tra il Castello e idee di matrice filosofica o religiosa non ci conduce sulla strada giusta.

Il Castello non è solo l’irraggiungibile, ma anche l’assenza di comunicazione, il dispotismo, l’ingiustizia, la tirannia. Tutti obbediscono a quello che viene deciso lassù, nessuno si permette di discutere o di chiedere chiarimenti o addirittura di esprimere la propria idea. Non esiste democrazia al villaggio, ma quello che è più preoccupante è che non esiste nemmeno sete di democrazia. K. è il primo a portarne, ma tutti lo prendono per stupido o qualcosa del genere. Sotto questo punto di vista il Castello è il paradigma del dispotismo e della cieca obbedienza del popolo ignorante e inetto. Ma il Castello è anche assenza di logos, di parola, di discorso, perchè manca comunicazione. Il Castello comanda, il villaggio obbedisce. Questo non è dialogo. K. dunque finisce in un sistema anti-democratico, in cui gli uomini del potere disdegnano addirittura la vista di quelli che effetivamente sono i loro sudditi e in cui i ‘sudditi’ provano una forte complesso di inferiorità rispetto al Castello.

Il Castello potrebbe essere semplicemente il paradigma dello Stato degradato, dove il rapporto paritetico tra cittadini e detentori del potere è pura utopia e dove la democrazia è solo un miraggio. Questa è una lettura politica. Ma se ne potrebbe proporre anche una psicologica: il Castello è la chiusura e la solitudine dell’Uomo, che si arrocca in cima, in alto e non ascolta nulla e nessuno. Oppure la solitudine potrebbe essere quella di K., vittima di una società insensibile ai problemi del singolo e che punta solo ad andare avanti, senza farsi scrupolo di nessuno.