“Katyń”, un film di Andrzej Wajda

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“Indietro! Tornate indietro! Da questa parte ci sono i tedeschi!” grida con impeto un uomo dall’estremità di un ponte a dei fuggiaschi provenienti dalla direzione opposta, i quali, incuranti del monito, con altrettanta forza gli rispondono: “I russi! Di qua ci sono i russi!“. Il film Katyn (candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2008) inizia con una scena che in pochi attimi descrive alla perfezione l’essenza del dramma abbattutosi sulla Polonia nel settembre del 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale. Dopo il patto di non aggressione tra Germania ed Unione Sovietica siglato in agosto, il Paese si ritrova stritolato fra due colossi, scomparendo dalla carte geografiche nel giro di poche settimane. Nazisti e sovietici se lo spartiscono, dando vita nei relativi territori di occupazione a dure politiche di repressione per soggiogare la popolazione e spegnerne ogni tentativo di ribellione. In questo contesto, durante la primavera del 1940, si consuma uno dei crimini più efferati del regime comunista di Stalin: il massacro nella foresta di Katyn di 22.000 soldati ed ufficiali dell’esercito polacco, con lo scopo di privare la Polonia di ogni possibile difesa e resistenza e dominarla dunque senza difficoltà. Così, con un semplice colpo di pistola alla nuca, vengono brutalmente eliminati migliaia di uomini, i cui corpi vengono gettati in gigantesche fosse comuni, in mezzo ai boschi, lontani da scomodi testimoni.

Al regista polacco Andrzej Wajda, figlio di una delle vittime della strage, va il merito di aver raccontato con fedeltà e pathos una delle pagine più buie e dimenticate della storia dell’ultimo conflitto mondiale, nascosta per decenni da una delle potenze vincitrici, l’Unione Sovietica, che ne ha falsamente attribuito la responsabilità ai tedeschi, ammettendo le proprie colpe solo nel 1990. Il film è il giusto tributo alla memoria storica di un popolo, quello polacco, che più di altri ebbe a soffrire gli orrori della guerra, senza peraltro poter conoscere al suo termine l’agognata libertà, rimanendo privato per lunghissimo tempo del diritto di gridare al mondo la verità sul suo triste destino.

‘Questo è il potere’, dialogo tratto da ‘Schindler’s List’

Tratto dal film Schindler’s List (regia di Spielberg, 1993), questo dialogo è a mio modo di vedere uno dei passaggi più intensi e significativi della pellicola. Schindler e il comandante nazista Goeth discutono sul concetto di potere.

Goeth: Il controllo è potere. Questo è il potere.
Schindler: E’ per questo che ci temono?
Goeth: Abbiamo il potere di uccidere, per questo ci temono.
Schindler: Ci temono perchè abbiamo il potere di uccidere arbitrariamente. Un uomo commette un reato, doveva pensarci, lo facciamo uccidere e ci sentiamo in pace…o lo uccidiamo noi stessi, ci sentiamo ancora meglio. Questo non è il potere però: questa è giustizia, è una cosa diversa dal potere. Il potere è quando abbiamo ogni giustificazione per uccidere e non lo facciamo.
Goeth: E’ questo il potere?
Schindler: L’avevano gli imperatori questo. Un uomo ruba qualcosa, viene portato davanti all’imperatore e si lascia cadere per terra tremante, implora per avere pietà, è conscio che sta per andarsene. E l’imperatore lo perdona invece. Quell’uomo, immeritevole, lo lascia libero…
Goeth: Credo che lei sia ubriaco.
Schindler: Questo è il potere, Amon. Questo è il potere…

Dialoghi tratti da “Il settimo sigillo”, Ingmar Bergman

Il cavaliere Antonius Block, tornato in patria dalle Crociate, discorre con la Morte su Dio e sul senso della vita.

Cavaliere Block: Vorrei confessarmi ma non ne sono capace, perché il mio cuore è vuoto. Ed è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare, mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura. Vi vedo indifferenza verso il prossimo, verso tutti i miei irriconoscibili simili; vi scorgo immagini d’incubo, nate dai miei sogni, dalle mie fantasie.

Morte: Non credi che sarebbe meglio morire?

Cavaliere Block: E’ vero.

Morte: Perché non smetti di lottare?

Cavaliere Block: E’ l’ignoto che m’atterrisce.

Morte: Il terrore è figlio del buio.

Cavaliere Block: Sì, è impossibile sapere…ma perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde dietro mille e mille promesse e preghiere sussurrate ed incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri? E cosa sarà di coloro i quali non sono capaci né vogliono avere fede? Perché non posso uccidere Dio in me stesso? Perché continua a vivere in me e sia pure in modo vergognoso e umiliante, anche se io Lo maledico e voglio strapparLo dal mio cuore? E perché nonostante tutto Egli continua ad essere uno struggente richiamo di cui non riesco a liberarmi? Mi ascolti?

Morte: Certo.

Cavaliere Block: Io vorrei sapere, senza fede, senza ipotesi, voglio la certezza, voglio che Iddio mi tenda la mano e scopra il Suo volto nascosto, e voglio che mi parli.

Morte: Il Suo silenzio non ti parla?

Cavaliere Block: Lo chiamo e Lo invoco e se Egli non risponde io penso che non esiste.

Morte: Forse è così, forse non esiste.

Cavaliere Block: Ma allora la vita non è che un vuoto senza fine? Nessuno può vivere sapendo di dover morire un giorno, come cadendo nel nulla, senza speranza!

Morte: Molta gente non pensa né alla morte né alla vanità delle cose.

Cavaliere Block: Ma verrà il giorno in cui si troveranno all’estremo limite della vita.

Morte: Sì, sull’orlo dell’abisso…

Cavaliere Block: Lo so, lo so ciò che dovrebbero fare. Dovrebbero intagliare nella loro paura un’immagine, alla quale poi dare il nome di Dio.

Il cavaliere Block assiste assieme allo scudiero Jons al rogo di una ragazza condannata per stregoneria. L’innocenza della giovane donna è palese agli occhi dei due personaggi, che prendono spunto dalla tragedia per discutere della morte.

Jons: Che cosa vede? Questo vorrei sapere.

Cavaliere Block: Ormai non vede più.

Jons: Non avete risposto alla mia domanda. Chi veglia su di lei? Gli angeli, o Dio, o Satana oppure…oppure il Nulla? Il Nulla, ve lo dico io.

Cavaliere Block: No, no, non può essere!

Jons: Guardate i suoi occhi. La sua torpida coscienza si sta accorgendo del Nulla, del Nulla che ormai la sommerge.

Cavaliere Block: No, no!

Jons: E noi siamo qui, incapaci di fare qualcosa, perché vediamo ciò che vede lei, e il nostro terrore è uguale al suo e nessuno la aiuta…no, non posso guardarla!