Sono due giorni ormai che guardo il cielo e vedo solo nuvole e tanta pioggia, segno che ormai l’estate è conclusa. Proprio in queste ultime ore mi è tornata alla mente la poesia Autunno di Vincenzo Cardarelli…
Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio.

Autunno. Già lo sentimmo venire
nel vento d’agosto,
nelle piogge di settembre
torrenziali e piangenti,
e un brivido percorse la terra
che ora, nuda e triste,
accoglie un sole smarrito.
Ora passa e declina,
in quest’autunno che incede
con lentezza indicibile,
il miglior tempo della nostra vita
e lungamente ci dice addio
In Cardarelli tutto è autunno , fin dai faticosi esordi, quando la sua arte , uno strascico leopardiano delle operette misto a un che di frammentismo friabile e barocco, si impose, in un’Italia letteraria che cercava di districarsi dall’immenso caos di macerie e polvere da cui era coperta. Una piena mostruosa e molteplice di stili, di congegni, di alchimie, un oceano di parole . Lui disse stop a tutto ciò , stop alle macerie, stop alle irrealtà, stop agli ermetismi, al mistero dell’acqua calda, alle dissonanze, alla tastiera sonata a caso, ai suoni e ai significati strampalati. Torniamo all’antico comandamento della poesia, di avere una evidenza artistica chiara, precisa, netta, lasciamo le curve del linguaggio , gli avanguardisti e i ciarlatani. Torniamo al nostro autunno letterario che ci ha lasciato il gobbo di Recanati, sulla linea petrarchesca, torniamo al canto che fanno gli alberi con le foglie gialle, e al risveglio delle sirene nelle secche di Ugento.